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	<title>Azzini Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Scalzo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Oct 2025 22:01:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Scalzo&#8221; è un racconto di Mattia Azzini. In copertina una foto scaricata da Pexels per uso gratuito Ieri sera ho trovato in solaio gli stivali di cuoio di mio padre; proprio quegli stivali. Barba alla Souvarov, calvo sulla sommità della testa, pancia sferica e braccia nerborute. questo era il suo aspetto di quando ancora li [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Scalzo&#8221; è un racconto di Mattia Azzini. In copertina <a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/foto-ravvicinata-del-display-a-semaforo-442584/">una foto scaricata da Pexels per uso gratuito</a></strong></p>
<p>Ieri sera ho trovato in solaio gli stivali di cuoio di mio padre; proprio quegli stivali.<br />
Barba alla Souvarov, calvo sulla sommità della testa, pancia sferica e braccia nerborute. questo era il suo aspetto di quando ancora li indossava.<br />
Ricordo che li riponeva in un angolo della camera da letto, sporchi o puliti che fossero. Io, accertandomi che nessuno mi vedesse, mi intrufolavo nella stanza per contemplarli più da vicino possibile, proprio come la nonna si fermava davanti alla statua della Madonnina, bisbigliando qualcosa di incomprensibile.<br />
Mio padre era un tipo scanzonato, ma quando metteva quei vecchi stivali sbiaditi, e un po’ maleodoranti, si narrava (non ricordo l’origine di questa narrazione) che incutesse timore a chiunque.</p>
<p>Mutava espressione, con quella fronte corrugata, lo sguardo duro e la rapidità dei movimenti; pareva potesse realizzare qualunque cosa.<br />
Passavo giornate a vaneggiare su cosa sarebbe successo se li avessi indossati: i compagni di classe mi avrebbero guardato con ammirazione, nessuno avrebbe osato più infastidirmi; tutti i miei problemi si sarebbero dissolti. Certo, ci sarebbe stato il disagio di camminare con degli stivali numero 48 con il mio ridicolo 35, ma ero certo avrei ovviato anche a questo problema. Rimaneva solo trovare il momento adatto in cui sottrarglieli. Avevo provato a chiedergliele in un momento di estrema necessità (per una contesa con un ragazzino più grande con un problema di cleptomania), ma lui aveva liquidato la questione dicendo: «Ognuno deve avere i propri stivali», mostrando un sorriso annerito per il troppo vino rosso. La trovai una risposta stupida ed egoista, perciò sbuffai e sparii in camera.</p>
<p>Architettai il piano una sera d’estate, quando mio padre era in osteria con gli amici, a riempire il tempo tra briscola, improperi e vino di qualità scadente. Mia madre era uscita per recitare il rosario assieme alle vicine di casa. Avrei finto un furto mettendo in subbuglio la casa, per appropriarmi degli stivali. Entrai nella camera da letto dei miei genitori, ma prima che potessi gettare lo sguardo sulle tanto bramate calzature, sentii la porta sbattere con irruenza. Il mio istinto mi trascinò dietro la porta; mio padre entrò imprecando senza sosta, si infilò in fretta gli stivali e uscì, tirando un calcio alla porta della camera da letto.</p>
<p>Il piano era smantellato. Decisi di seguire mio padre, come ripiego. Conoscere i superpoteri che conferivano quegli stivali era la magra consolazione che mi spettava. Montai sulla bicicletta di mia madre e mi misi a pedalare, tenendomi a distanza per i cigolii che produceva quel rottame. Vedevo la sagoma scura, che lasciava dietro di sé nuvolette grigie di fumo, avanzando a passi ampi. Nel frattempo mi echeggiava in mente la voce squillante di mia madre che diceva: «se indossa quegli stivali stagli alla larga», come mi ripeteva lei ogni volta, afferrandomi per il bicipite e puntandomi l’indice verso il viso.<br />
Immaginavo mio padre abbattere edifici sferrando un calcio o produrre crateri nell’asfalto, e aumentavo l’intensità della pedalata. Lo vidi fermarsi di fronte a un enorme portone. Oltre all’insistente frinire delle cicale e un latrato in lontananza, non si udiva nulla nella via scarsamente illuminata da un singolo lampione, che funzionava ad intermittenza.</p>
<p>«Beppe, vè sö», ripeté più volte mio padre con voce tonante, picchiando i pugni contro il portone.<br />
Mi nascosi dietro un muretto, le mani sudavano in continuazione e non riuscivo a tenere la gamba sinistra ferma. Dopo qualche secondo, uscì un uomo esile con una canottiera bianca; indossava una coppola, che tolse con fare minaccioso. Si avvicinò a mio padre, la distanza tra le loro facce si ridusse.<br />
«’Ndoei i solch?», chiese mio padre.<br />
«Ta do neent», rispose l’altro spingendolo. Si sentì la ghiaia scricchiolare sotto gli stivali di papà.</p>
<p>Spuntò fuori un altro uomo, dietro il magrolino, un tizio più imponente di mio padre. Dai, suonagliele a quei bastardi, papà, pensavo. In quel momento il tizio più magro sferrò un pugno a mio padre, che cadde come albero abbattuto da un lampo. L’altro lo rialzò e gli rifilò ancora un paio di pugni all’addome. Gli sta dando vantaggio, pensai. Rimasi lì nascosto per qualche minuto, mentre mio padre continuava a buscarle. Sotto la luce fioca del lampione, vidi la leggenda crollare sotto i miei occhi. I vincitori sparirono dietro al portone. Mio padre si incamminò claudicante, con una mano si premeva il petto, con l’altra reggeva gli stivali. Non mi sincerai delle sue condizioni di salute, rimontai in sella e mi avviai verso casa.</p>
<p>Il giorno dopo, a tavola, con la tipica insolenza infantile, gli chiesi: «papà, ma quegli stivali non ti danno i poteri?»<br />
«Ma lasa lé, ma che poteri…», rispose mentre rosicchiava a fatica una coscia di gallina. «Le metto quando sono arrabbiato».<br />
Mentre osservavo i baffi di mio padre unti, vidi tutte le mie dolci fantasticherie dissolversi di fronte a quella prosaica spiegazione. Tutto mi appariva sotto una luce diversa: gli stivali erano solo stivali; mio padre non era poi così forte come credevo.</p>
<p>Ricordo che li mise ancora qualche volta. Mia madre faceva la solita scena, come se mio padre diventasse una creatura spaventosa. Io non andai più in camera loro ad adorarli: avevano perso quell’aura magica che sembravano emanassero fino a quel momento. Pensare che ora calzano perfette, chissà che direbbe papà se mi vedesse. Sto pensando che potrei metterle domattina per andare al lavoro: potrebbero conferirmi un aspetto più autoritario.</p>
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		<title>Decoro</title>
		<link>https://www.borderliber.it/decoro-azzini-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Sep 2025 21:44:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Azzini]]></category>
		<category><![CDATA[Genocidio]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
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		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Decoro&#8221; è un racconto di Mattia Azzini. In copertina una fotografia tratta dal web È capitato due volte, da quando vivo in questo palazzo, che qualcuno mi suonasse al citofono alle 23. La prima volta era un rider che cercava un vicino che aveva appena traslocato e non aveva il nome sulla placchetta. La seconda, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Decoro&#8221; è un racconto di Mattia Azzini. In copertina una fotografia tratta dal web</strong></p>
<p>È capitato due volte, da quando vivo in questo palazzo, che qualcuno mi suonasse al citofono alle 23. La prima volta era un rider che cercava un vicino che aveva appena traslocato e non aveva il nome sulla placchetta. La seconda, avrei preferito fosse di nuovo il rider.<br />
Il campanello interruppe la mia spasmodica ricerca di un grillo infiltratosi nella credenza. Mi spiace, ma il loro richiamo sessuale in casa mia non è ben accetto. Con sommo stupore, dallo spioncino vidi Monica e il marito. Vorranno sapere l’indirizzo del vicino nuovo, pensai. Che altro potrebbero volere da me? Mi salutano a stento. Ogni volta che mi vedono, mi guardano come si guarderebbe una nutria investita.<br />
«Buonasera, Laura», esordì lei, con tono greve. Aveva zigomi arrossati e una vena pulsante sulla tempia.<br />
Il marito, dietro di lei, fece un cenno del capo. Erano entrambi in abiti formali, al contrario di me, che indossavo una maglietta fucsia in cui Platone siede a un tavolo con Spongebob, mentre Patrick Stella dietro si diverte a fare ombre.<br />
«Buona…sera», dissi. «Volete entrare? È un po’ disordinato, ma…»<br />
«No», disse lapidaria.<br />
«Se volete, posso offrirvi della grappa trentina.»<br />
«Lo sai cosa vogliamo.» Il marito fece un passo in avanti e mi fissò con sguardo torvo.<br />
«Te l’abbiamo anche detto con largo anticipo», aggiunse Monica.<br />
Ci fu qualche istante di silenzio, in cui ci guardammo, aspettando che l’altro rivelasse qualcosa.<br />
«Sto affinando le mie abilità telepatiche, ma purtroppo non sono ancora efficaci.»<br />
«Signorina, io so dove insegni», ribatté Monica, facendosi ancora più paonazza.<br />
«Anch’io.»<br />
«Domani c’è l’evento di beneficenza organizzato da noi. La strada viene chiusa. Ci saranno alcune persone della televisione», disse il marito, come fosse una minaccia.<br />
«Oh, già.» In quel momento, un ricordo del mese precedente riaffiorò.</p>
<p>Si sentì uno schiarimento glottico: il testone calvo di Mauro, sporto dal parapetto, al piano superiore, con espressione compiaciuta, stava aspettando un istante di silenzio per infilare il suo commento.<br />
«Ci vergogniamo tutti, Monica, non solo voi.» La sua voce riecheggiò per tutto il vano scala. «E questa è pure un’insegnante.» Aggiunse una risata che somigliava a un colpo di tosse.<br />
Monica e il marito lo guardarono come se stesse facendo una serenata.<br />
«Ragazzi, quando avete finito di danneggiarmi moralmente, io andrei a dormire.», dissi io «Domani devo spiegare l’espansione coloniale spagnola, giusto per rimanere in tema.»<br />
«Vedi di farla sparire!» urlò Monica. A questo seguì un diluvio di voci sovrapposte e incomprensibili, in mezzo a gesticolii nervosi che indicavano la finestra.<br />
«Mio nonno è morto nei campi di concentramento, vergognati!», cantilenò Mauro.<br />
Optai per la scelta più codarda: chiusi la porta. Pensavo che avrei potuto piegarli con il ragionamento logico, ma avrebbero piegato me a bastonate, come nel bojutsu.<br />
«Attenta! Abbiamo un regolamento condominiale!», disse il marito, poi un pugno colpì la porta.<br />
«Che vada nei centri sociali ad appendere bandiere», fu l’ultimo commento acuto che sentii.<br />
Silenzio. Poi il grillo riprese il suo frinire. Lo rivalutai, non era più così fastidioso.<br />
Mi diressi verso la finestra in sala e, con gesti automatici, rimossi la bandiera. Non volevo inimicarmi Monica, sapevo che avrei avuto guai se non l’avessi fatto. La distesi sul letto, ben visibile in tutta la sua interezza.<br />
Quella sera non riuscivo a prendere sonno, e, come al solito, mi ritrovai a controllare le notizie. La prima che mi apparve fu:<br />
MASSACRO NEL QUARTIERE DI TAL AL-HAWA.<br />
Decine di edifici rasi al suolo dall’IDF.<br />
Mi alzai, presi un lenzuolo bianco, un pennarello indelebile e delle forbici. Trasformai il lenzuolo in uno striscione e scrissi a caratteri cubitali:</p>
<p>Se questa bandiera ti disturba, è perché:<br />
Sei disinformato<br />
Sei un individuo moralmente riprovevole<br />
Sei entrambe le cose</p>
<p>Appesi il risultato alla finestra, poi rimisi la bandiera a posto.<br />
Lasciai le finestre aperte, mi sedetti sulla poltrona e guardai i lembi delle bandiere agitarsi al vento di mezz’estate; con quell’immagine scivolai in un sonno inquieto.<br />
L’indomani mi svegliò una cacofonica musica pop dalla strada. La via era già transennata e decine di persone erano all’opera, montando banchetti e palco. Guardai l’orologio: 10:17.<br />
Abbandonai la maglietta di Spongebob e Platone, bevvi un caffè e uscii. Sopra lo zerbino c’erano un pacco di fogli ingialliti, graffettati, una lettera e un post-it: rispettivamente il regolamento condominiale, una richiesta formale di rimozione e un &#8220;sappiamo dove insegni&#8221;, scritto in un corsivo da dottore della mutua.<br />
Alzai la testa e vidi Mauro, appostato al parapetto, che mi scrutava, silenzioso come uno Shinobi. «Compagno!», gli dissi, alzando il pugno.<br />
Mentre mi dirigevo verso le scale, il telefono squillò: GIULIO BASSETTI.<br />
«In presidenza», disse senza preamboli.<br />
Uscii dal palazzo; Monica tentò di richiamarmi, ma io proseguii. Ero già abbastanza in ritardo e satura di seccature gratuite.<br />
Bassetti mi aspettava impettito davanti al cancello: mani in tasca, sguardo fisso all’orizzonte, sembrava fosse uscito da un romanzo di Cormac McCarthy.<br />
«Vada pure a casa.»<br />
«Con “casa’’ lei si riferisce alla 5B?»<br />
«L’hanno già sostituita.»<br />
«Posso entrare?», dissi, avanzando.<br />
Si voltò verso di me, dilatò le narici e trasse un respiro profondo, come a bocciare la mia richiesta. Poi, mentre si avviava verso l’ingresso, si girò di scatto:<br />
«Ci manca appena che pensino che qui sosteniamo il terrorismo… lei ha un ruolo pubblico.»<br />
«Non ho mica esposto la bandiera Israeliana.»<br />
«La aggiornerà la segreteria.»<br />
Troncò la conversazione e se ne andò a passo svelto.<br />
Rimasi a guardarlo finché sparì dal mio campo visivo. Il mio primo impulso fu di alzare il pugno e colpire la cassetta della posta, ma lo abbassai vedendo uno studente uscire in quel momento.<br />
Mi ripetevo una citazione di Marco Aurelio: “Sii come il promontorio contro cui si infrangono incessantemente i flutti.” In quel momento, però, non aveva il potere calmante che solitamente esercitava su di me; avevo solo voglia di colpire il dirigente.<br />
Lo studente passò e mi disse qualcosa di ironico. Feci un cenno del capo, senza staccare gli occhi dalla porta.<br />
Tornai a casa. Mentre ero in metro ripetevo mentalmente la lezione, fingendo che i passeggeri fossero tutti miei alunni.<br />
«Ragazzi, fate sparire i telefoni. Ho qualcosa di più interessante delle serie che guardate su Netflix. Dunque, ripartiamo da Bartolomé de las Casas…»</p>
<p>Nel quartiere, il clima di festa era palpabile: il profumo di cibo fritto aleggiava nell’aria. Mi feci largo tra la folla e le bancarelle, e li vidi, Monica, il marito e Mauro, fissare la facciata del palazzo. Una scala era appoggiata alla mia finestra, e un tizio dalle braccia enormi stava salendo. Corsi come un pendolare che sta per perdere l’ultimo treno. Entrai in casa, trafelata e con una micro goccia di sudore che scendeva lenta dal naso che mi stava incattivendo. Mi sporsi dal davanzale; il tizio nerboruto stava già allungando la mano verso la bandiera. Tolsi i due magneti che le impedivano di prendere il volo, e la afferrai. Spalancai entrambe le finestre, in modo da rendermi ben visibile.<br />
«Monica», gridai, feci sventolare per un po’ la bandiera attirando l’azione degli astanti. Il tizio sulla scala borbottò qualcosa di incomprensibile con una voce cavernosa.<br />
«Ti dico solo che a 10 anni ho steso un ragazzino più grande di me con un colpo alla tempia, non mi fare incazzare», dissi.<br />
Presi anche l’altra bandiera, mentre il tizio muscoloso mi fissava come se stesse tentando di scuoiarmi con lo sguardo. Mi venne spontaneo infilarle nella borsa, e quel gesto mi suggerì che dovevo far ritorno a scuola. Così feci.<br />
Stavolta vicino al cancello d’ingresso c’era solo un gatto bianco, con il pelo insudiciato e zoppo. Smise di avanzare, fissando il mio passo rapido. Mi abbassai per non essere vista dalle segretarie. Fortunatamente erano tutte ipnotizzate dallo scrolling compulsivo, quindi potei procedere, accovacciata. Il corridoio era deserto e puzzava di disinfettante al limone. Mi infiltrai nel primo bagno disponibile.<br />
Mi spogliai, infilai pantaloni e camicetta nella borsa. Mi avvolsi nella bandiera, la fissai con una spilla che trovai in borsa. Uscii, dirigendomi verso la 5B.<br />
«Laura, come stai bene!», sentii la voce squillante della bidella.<br />
«Grazie cara», dissi, facendo un inchino, «pensa che sei la prima che mi fa i complimenti.»<br />
Feci un paio di rampe di scale, poi giunsi alla porta blu, da cui entravo ogni giorno. In cui nell’angolo c’era una scritta ‘’Holiday in Cambogia’’, la fissai qualche secondo. Spalancai la porta di colpo.<br />
«Fuori di qua, questa è la mia lezione», dissi a Giordani, strizzandogli l’occhio. Il mio sostituto era cintura nera di pavidità: abbandonò la cattedra senza opporre resistenza. Rimase sotto l’atlante, con la bocca semichiusa, ad osservarmi. Gli alunni avevano tutti la stessa espressione inebetita di Giordani. Srotolai lo striscione sulla cattedra, poi estrassi il manuale di storia.<br />
«L’ultima volta, stavamo affrontando la colonizzazione sul territorio americano…» dissi, mentre cercavo la pagina.<br />
I presenti erano pietrificati. Si risvegliarono allo scalpiccio di Bassetti, che arrivò con la giacca piegata sull’avambraccio. L’espressione si era fatta ancora più dura. Incrociai le braccia, ricambiai lo sguardo cupo.<br />
«Se vuole ascoltare anche lei c’è il posto di Lisi libero», dissi, indicando la sedia vuota in prima fila.<br />
Il dirigente e Giordani si guardarono, i loro volti dicevano «ho sentito bene?». I ragazzi iniziarono a bisbigliare e ridacchiare.<br />
«Vai a dire a Maria di chiamare i carabinieri», disse Bassetti a Giordani, che scomparve in pochi secondi.<br />
«Loro dovranno ascoltare in piedi», dissi «i banchi sono esauriti.» Le mie parole vennero accompagnate da un ‘’uuh’’ provocatorio dei ragazzi, che provavano a sostenermi.<br />
Arrivarono carabinieri e giornali locali, e la mia lezione finii. La mia carriera fu messa in pausa.<br />
«Io questa bandiera non la tolgo proprio da nessuna parte, è bene che la vediate. Dobbiamo ricordarci dell’orrore che i Palestinesi vivono quotidianamente come ricordiamo ai nostri alunni di commemorare le vittime dell’Olocausto.» Queste furono le ultime parole che dissi prima di venire allontanata dall’istituto, in quel lontano settembre 2025, periodo in cui era stato approvato il piano per l’occupazione totale di Gaza.<br />
Mi è venuto in mente questo triste episodio di 25 anni fa oggi pomeriggio, mentre sfogliavo il manuale nuovo. Non sono stati introdotti cambiamenti sostanziali, però è stato inserito un nuovo buio capitolo: Il genocidio Palestinese.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Una particella di catarro di Landolfi</title>
		<link>https://www.borderliber.it/una-particella-catarro-landolfi-azzini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jun 2025 22:01:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Una particella di catarro di Landolfi&#8221; è un racconto di Mattia Azzini. In copertina una foto generata con l&#8217;intelligenza artificiale «Sta bene secondo te?» chiede Lia. «Sì, a volte sono conciati anche peggio» risponde Franco mentre rolla una sigaretta. «Quindi è normale? Non dovremmo chiamare nessuno?». «Chiamare? chi? Ti ci abituerai. Il bello arriva tra [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Una particella di catarro di Landolfi&#8221; è un racconto di Mattia Azzini. In copertina una foto generata con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>
<p>«Sta bene secondo te?» chiede Lia.<br />
«Sì, a volte sono conciati anche peggio» risponde Franco mentre rolla una sigaretta.<br />
«Quindi è normale? Non dovremmo chiamare nessuno?».<br />
«Chiamare? chi? Ti ci abituerai. Il bello arriva tra poco».<br />
Per qualche minuto l’unico rumore nella stanza è il ruggito costante del videoproiettore, che emana un fascio conico su un enorme telo grigio consunto, alle spalle dei due che poco fa conversavano.</p>
<p>La stanza odora di muffa ed è disadorna: quattro sedie di alluminio giallastre, forse un tempo bianche, sono poste al centro della stanza (per l’occasione ne è stata portata una quinta, anche se solitamente non viene concessa) e un armadietto a muro color ardesia. Sulla parete destra è appeso un enorme poster di Mark Twain in bianco e nero, dall’altro lato è appeso un quadretto con una poesia in corsivo di Borges, a fianco a una finestrella semiaperta. C&#8217;è anche un piccolo banchetto, bucherellato e pieno di scritte, vicino al telo con un portatile sopra.</p>
<p>Le volute di fumo si alzano verso l’alto e rimangono intrappolate nel fascio di luce lattiginoso. Lia si strofina il gomito destro con la mano e osserva lo spettacolo in silenzio. Michele e Giovanni entrano. Uno in abiti formali, l’altro in abbigliamento casual sportivo. Arrestano il passo, entrambi direzionano lo sguardo per qualche istante verso il fondo della stanza, senza fermare la conversazione, poi riprendono lentamente il passo.<br />
«Dieci anni esatti che aspettavo uscisse» dice Michele, senza distogliere lo sguardo dall’uomo in fondo alla stanza. «Io sono fermo alla seconda stagione, devo recuperare,» dice Giovanni «il proiettore c’è, si potrebbe rimediare ora» aggiungendo una risatina.<br />
Mentre Franco sblocca lo schermo del portatile, il capo entra, sbattendo la porta.<br />
«Dai,» dice battendo le mani «sbrighiamoci che ho sempre meno tempo per queste sciocchezze». Si tasta nervosamente le tasche dei pantaloni e poi estrae gli occhiali da lettura. Strizzando gli occhi cerca con lo sguardo in fondo alla sala, nella penombra, come un professore che dopo aver fatto l’appello cerca uno studente di cui non ricorda il volto.<br />
Si gira di scatto verso Lia e chiede «è lui?» Lia annuisce. «Ma è vivo?» cambiando interlocutore e chiedendo a Franco. Quest’ultimo risponde con un’espressione facciale interpretabile come ‘’benone’’.</p>
<p>I quattro si accomodano mentre il capo rimane in piedi a braccia conserte, dietro di loro. Inizia a leggere a voce alta con tono solenne.<br />
Alla quarta riga, a metà di una descrizione, il capo diminuisce il tono di voce fino a spegnersi del tutto.<br />
«Devo ingrandire il carattere?» chiede Franco dopo qualche istante di silenzio.<br />
«No, ma che carattere! Ma io mi rifiuto categoricamente di leggere anche solo una parola in più,» dice il capo sfilandosi gli occhiali «ma siamo pazzi, questa è robaccia». Giovanni dà una gomitata a Michele e gli fa l’occhiolino. Franco osserva attentamente lo Zippo che tiene nella mano sinistra: uno da collezione, zigrinato e raffigurante un corvo dall’aspetto tetro che poggia le zampe su una lapide crepata.<br />
Il capo dilata le narici espirando rumorosamente e increspando le labbra. Si volta e avanza verso l’uomo legato nella penombra. Accende una sigaretta e sbuffa una nuvoletta verso l’alto. L&#8217;uomo di fronte a lui è legato con del nastro adesivo telato, per la parte superiore del corpo, e con delle vecchie cinghie per tapparelle, per mani e caviglie. Il volto è sanguinolento, dei rivoli gli sono colati sui pantaloni di velluto beige formando due nasi di clown.<br />
«Vediamo se così riesco a stimolare un po’ il tuo sistema nervoso centrale» dice il capo. Si china con le ginocchia e tenendo stretta la sigaretta tra indice e pollice la preme energicamente contro la fronte dell’uomo legato. Lia emette un suono acuto, portandosi una mano alla bocca; Michele e Giovanni si scambiano commenti e Franco è passato a giocherellare girando la rotella d’accensione.<br />
«Molto bene. Ora, voglio farti una semplice domanda,» riattacca il capo «perché hai usato termini come “obiurgazioni” o ‘’adimare’’?»<br />
Dalla bocca del suo interlocutore escono sono piagnucolii prolungati. Il capo accende un’altra sigaretta e la osserva con aria meditabonda, come se cercasse di trarne delle verità oscure da quella combustione.<br />
Attende qualche secondo. Non ricevendo risposta, si volta e si dirige verso l’armadietto a muro con passo risoluto. Borbotta qualcosa, mentre inserisce una combinazione. Apre l’armadietto e dopo aver infilato qualcosa nella tasca posteriore, torna nella stessa posizione in cui era prima. Si china ed esibisce un ampio sorriso: il genere di sorriso che si fa quando si guarda un neonato.<br />
«Allora?» chiede il capo.<br />
«Pensavo suonasse bene» risponde con un filo di voce l’altro continuando a fissare il pavimento segnato da chiazze di sangue.<br />
Il capo guarda il soffitto poi si mette una mano davanti alla bocca e cede ad una risatina soffocata, che presto si tramuta in uno scoppio incontrollabile.<br />
«Ragazzi, avete sentito? Suonava bene,» dice girandosi verso gli altri, concludendo la frase con un tono più acuto. Un risolino sforzato esce dalla bocca di Michele, mentre gli altri tre osservano incuriositi la scena.</p>
<p>Il capo smette di ridere e punta qualcosa verso la testa dell’uomo legato. «lo sai cosa suona bene?» chiede «Il rumore del tuo cervello che si sfracella e imbratta la parete, quello suona bene!» Urla, a pochi millimetri dal viso dell’interlocutore.<br />
Gli occhi tumefatti dell’uomo legato improvvisamente schizzano fuori, come due piccole creature tonde e spaventate a morte che escono dalla tana.<br />
«Sai dove ho letto l’ultima volta quei termini?» sbraita il capo «in un’opera di Landolfi».<br />
Il capo preme la canna dell’arma contro la fronte imperlata di sudore dell’uomo legato, esattamente dove c’è il foro della bruciatura generata pochi minuti prima.<br />
«Tu non te lo puoi permettere di usare parole desuete o arcaismi a casaccio, non sei Landolfi! Non vali una particella del catarro di Landolfi» La sua voce stentorea echeggia in tutta la stanza.<br />
«Sei solo un povero scrittore insicuro, che scrive per fare colpo; per vedere il suo nome scritto da qualche parte; per lasciare una traccia e per paura di scivolare troppo velocemente nell’inevitabile tunnel dell’oblio». Si passa una mano sulla testa calva e poi scaraventa il mozzicone con un con un energico colpo di medio. Il pavimento è una costellazione di mozziconi, pacchetti di sigarette accartocciate e resti di fazzoletti appallottolati.<br />
Giovanni guarda l’orologio e lo mostra a Michele, che fa una smorfia e poi indica il proiettore guardando gli altri tre. Franco tira fuori dalla tasca un piccolo telecomando, osserva per qualche secondo i tasti e infine premendone uno, dissolve il fascio luminoso.<br />
Al capo squilla il telefono, lo estrae rapidamente dalla tasca e dà un’occhiata fugace allo schermo; abbassa l’arma, e ora parla sommessamente e in tono formale per qualche secondo.<br />
Quando riattacca fa un gesto con l’anulare disegnando un cerchio invisibile in aria, rivolto ai quattro, che si alzano in sincrono dalle sedie, eccetto Lia.<br />
«Michele, Gio», dice indicando un punto con l’arma ancora in mano «lì in centro».<br />
«Lia, tu vieni con me che ne abbiamo altri due giù in reception». Lia annuisce in silenzio e avvampa in volto.<br />
«Franco, accendi di nuovo il proiettore». Dice il capo mentre si srotola le maniche della camicia.</p>
<p>Nel frattempo, Michele e Giovanni si scambiano brevi battute su come portare l’uomo legato in centro alla stanza; Michele mugugna qualcosa a proposito della sua schiena malconcia e sul fatto che abbiamo chiuso con i lavori manuali anni prima.<br />
«Quindi, Lia con me. Franco rimani qua, e voi e due fatemi avere le recensioni che vi ho chiesto entro un paio d&#8217;ore». Dice il capo abbottonandosi i polsini.<br />
Il capo si avvicina all’uomo legato, si china producendo degli scricchiolii causati dalla cavitazione. Si strofina i pantaloni con i palmi della mano e poi sussurra all’uomo legato: «ti lascio legato ancora un po’», dice continuando a guardare davanti a sé. «Voglio darti la possibilità di riflettere su ciò che hai scritto».<br />
L’uomo annuisce meccanicamente, ha la bocca dischiusa ed emette deboli rantoli. La bruciatura sulla fronte ha assunto una tonalità più scura e l’occhio destro è gonfio e ha il colore di un fiordaliso nerastro.<br />
«Scrivi per far parlare la parte di te che ama,» esclama il capo, alzandosi e dando due pacche sulle spalle allo scrittore «invece di quella che vuole solo essere amata, diceva un tale». Il capo, prima di allontanarsi, alza il braccio leggermente, abbastanza da formare un invisibile angolo a 40° gradi. Improvvisamente esplode un colpo, il proiettile si conficca nella gamba dello scrittore. Un grido lacerante pervade la stanza e si scaglia contro le pareti; il materiale fonoassorbente imprigiona le poderose onde sonore emanate dall’uomo legato, che ora dibatte, come può, piedi e mani languidamente.<br />
Lia fa un balzo in avanti, prova febbrilmente a slegare l’uomo agonizzante.<br />
«Non possiamo lasciarlo qui così», dice Lia, rivolgendosi ai presenti «ha bisogno di soccorso». Fa qualche passo indietro, prende il telefono e compone un numero. Il capo con gesti pacati le sfila il telefono dalle mani. Riaggancia. Con la stessa pacatezza lo posa sul pavimento, apre la mano destra, mostrando il palmo a Lia. Lo schermo luminoso viene freddato, producendo forme caleidoscopiche sul rettangolo da 6&#8243; pollici.<br />
«La prassi è questa. Vedrai che tornerà a ringraziarci» dice con una nota di malinconia e rassegnazione il capo.</p>
<p>All’ingresso due uomini attendono, seduti nella sala asettica, ordinata e profumata di deodorante per ambienti al pino silvestre. La stanza è inondata di luce; i raggi fanno irruzione obliqui dall’enormi finestre.<br />
«A me hanno scritto per una collaborazione» dice quello più giovane all’altro.<br />
«Uguale. Spero arrivino presto,» risponde l’altro tenendo tra i denti la paletta del caffè «devo andare a prendere mia figlia a scuola alle 16».<br />
Il capo entra sbattendo la porta con veemenza, seguito da Lia.<br />
«Buongiorno,» dice il capo «vi faccio accomodare di là, per la parte burocratica».<br />
«Ok» risponde il più vecchio dei due.<br />
I due si incamminano verso la porta tagliafuoco che ha indicato poco prima il capo, che ha fatto il suo ingresso trafelato, madido di sudore e senza presentarsi. Entrambi guardano le verdeggianti piante ricadenti, appese a dei ganci, che precedono la porta verso la quale si stanno dirigendo.<br />
«Che tipo strano,» pensava il più giovane «ha pure l’orlo della camicia sporca di sangue».<br />
«Ci vediamo nell’altra stanza per conoscerci meglio» aggiunge il capo, abbozzando un ampio sorriso, mostrando i denti bianchissimi.</p>
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