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	<title>Abiti Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>La signora Harris va a Parigi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Dec 2022 00:09:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Abiti]]></category>
		<category><![CDATA[Commedia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Antonio Maria Porretti Quando l&#8217;air du temps spira con troppa insistenza in direzione di enigmi, allarmi, rompicapi sui giorni a venire, niente di meglio allora che offrirsi il ristoro di una coccola cinematografica. Tipo una commedia dal bouquet secco e vellutato di uno champagne grande cuvée; con un titolo che è già promessa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto"><em><strong>Articolo di Antonio Maria Porretti</strong></em></div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Quando l&#8217;<em>air du temps</em> spira con troppa insistenza in direzione di enigmi, allarmi, rompicapi sui giorni a venire, niente di meglio allora che offrirsi il ristoro di una coccola cinematografica. Tipo una commedia dal <em>bouquet</em> secco e vellutato di uno <em>champagne grande cuvée</em>; con un titolo che è già promessa di briosità esilaranti: &#8220;La signora Harris va a Parigi&#8221;, appunto.</div>
<div dir="auto">Una commedia dai toni fiabeschi, che cela molto di più di quanto non lasci pensare. Va detto &#8211; e rimarcato &#8211; che le commedie anglosassoni hanno l&#8217;incomparabile pregio di offrire dialoghi sempre arguti, di ritrarre personaggi credibili anche nelle situazioni più surreali, senza mai ridurli a macchiette e maschere di una comicità greve, che infarciscono invece tante pellicole analoghe di casa nostra. Del resto loro, gli inglesi, hanno pur sempre Shakespeare come loro somma divinità drammaturgica&#8230; vorrà dire qualcosa. Ma questo è un discorso che indurrebbe a troppe divagazioni nelle quali non intendo inoltrarmi oltre.</div>
<div dir="auto"><em>Chi è dunque questa Signora Harris?</em></div>
<div dir="auto">Non è famosa, né ricca, né bella; ha oltrepassato da un bel po&#8217; la stagione della propria giovinezza; è una vedova di guerra e per arrivare alla fine del mese lavora come domestica a ore nelle case di famiglie facoltose. Il tutto, in una Londra nell&#8217;immediato secondo dopoguerra, con molte ferite ancora aperte. Ma è proprio <em>hic et nunc</em> che avviene l&#8217;incontro fatale. Poiché &#8211; come ho detto &#8211; ci aggiorniamo nei territori delle fiabe, verrebbe subito da pensare a qualche principe azzurro, sia pure sotto mentite spoglie. <em>Nossignore</em>. Perché la signora Harris crede ai sogni non alle favole. Crede nella tenacia e nella forza per realizzarli, sbaragliando ogni ostacolo. Il che non è poco: una bella iniezione di fiducia per chiunque le stia intorno; e anche per gli spettatori.  E nel suo caso a cambiarle la vita, o meglio, a mutarne la percezione, è un abito. Un modello di <em>Haute Couture</em> su cui s&#8217;imbatte in una delle sontuose dimore dove lavora. Una creazione esclusiva uscita dall&#8217;atelier di Dior, vale a dire il più celebre e celebrato sarto di quegli anni (stilista non usava all&#8217;epoca). Da quel momento decide e determina che anche lei dovrà averne uno. E non si fermerà davanti a nulla: andare a cinema per credere.</div>
<div dir="auto">Ora, detta così in malo modo, potrebbe far pensare a una commediola inneggiante allo shopping più sfrenato e scriteriato. Ma non è così. La valenza simbolica di quell&#8217;abito è ben più alta; è il riconoscimento di un diritto a una dignità maggiore del proprio io: <em>concedersi pure una stravaganza affinché la propria vita possa guadagnarne in termini di autostima e consapevolezza del proprio valore</em>. Lo so, sono parole che suonano come ritornelli inflazionati all&#8217;ascolto, però è così. Se non siamo noi, per primi in noi, nessuno lo farà al posto nostro. Quell&#8217;abito è un mezzo, non un fine. È il modo in cui la signora Harris riconosce e si specchia nella sua esclusività. E qualche lacrimuccia, questo incontro con la parte più bella di se stessa, ne suscita. D&#8217;accordo io non faccio testo, avendo la commozione sempre in tasca cinematograficamente parlando, ma da sempre le fiabe servono a farci riflettere su chi siamo e cosa vogliamo davvero dalla vita.</div>
<div dir="auto"><em>Cosa siamo disposti a fare realmente per ottenerlo, quante prove siamo disposti ad affrontare?</em></div>
<div dir="auto">C&#8217;è molta più sostanza che apparenza in questa pellicola di Anthony Fabian: un mix ben calibrato fra Cenerentola e Mary Poppins, con un parterre di attori molto, molto, molto <em>blasés</em>. A cominciare da Lesley Manville che dà anima, corpo e voce a una Ada Harris che tutti vorremmo incontrare almeno una volta. Comprimari di extra lusso sono Isabelle Huppert negli impeccabili e algidi panni di direttrice della Maison Dior , Lambert Wilson, Alba Baptista, Lucas Bravo, Ellen Thomas e Jason Isaacs. Tutti coinvolti a vario titolo nella conquista di un abito prezioso non per il valore di mercato, ma perché veste di un&#8217;anima.</div>
<div dir="auto">Ultima notazione per gli eventuali spettatori appassionati di moda. Poiché ce n&#8217;è tanta, non abbiate fretta di uscire dalla sala quando partiranno i titoli di coda.</div>
<div dir="auto">Vi perdereste la chicca di veder apparire sullo sfondo nero dei figurini di Dior tracciati con matita bianca.</div>
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