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	<title>127 Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Il sorriso di Tonino di Antonella Perrotta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Mar 2021 11:15:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[127]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Paola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un racconto di Antonella Perrotta La 127 bianca di mio padre stava dove l’aveva lasciata il giorno prima: nell’autofficina di Tonino Lazzaro. Aveva la fiancata sinistra macchiata di schizzi rossi, come se qualcuno si fosse divertito a spruzzarvi del ketchup. In realtà, era sangue. Quello di Tonino. Il suo corpo, crivellato di colpi, giaceva a [&#8230;]</p>
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<p><strong><em>Un racconto di Antonella Perrotta</em></strong></p>



<p>La 127 bianca di mio padre stava dove l’aveva lasciata il giorno prima: nell’autofficina di Tonino Lazzaro. Aveva la fiancata sinistra macchiata di schizzi rossi, come se qualcuno si fosse divertito a spruzzarvi del ketchup.</p>



<p>In realtà, era sangue. Quello di Tonino. Il suo corpo, crivellato di colpi, giaceva a terra, di fianco all’auto di papà su cui stava lavorando. Il giorno appresso, al suo posto, una sagoma di gesso.<br><br>Era il ventotto settembre 1979.<br>“C’era da aspettarselo” dissero molti, quasi tutti, in paese, e lo dissero col tono rassegnato, come se il crimine commesso fosse normale.<br>Soltanto pochi esclamarono: “Bastardi!” e maledissero gli assassini.<br>Mio padre non disse niente. Pianse e basta.<br><br>Tonino Lazzaro era un ragazzone di un venticinque anni, coi capelli bruni e ricci, alto, esile e ciondolante come una canna al vento. Era sempre sporco di grasso di motore, l’aveva dappertutto, sulle mani, all’interno delle unghie, sugli avambracci e pure a chiazze sul viso, che solo gli occhi, grandi e vispi, scampavano a quel grasso nero e lucido. Era gentile e sorrideva. Sorrideva sempre, pure se lavorava dodici ore al giorno per mantenere i genitori, i figli e la moglie Angela che sorrideva sempre pure lei e, quando guardava suo figlio, anche di più.</p>



<p>Perché l’avevano ucciso?</p>



<p>Il paese lo sapeva, la polizia e la magistratura pure. Tonino aveva denunciato le estorsioni che, da tempo, subiva. Riparare le auto e truccare i motori montati sui due ruote utilizzati per gli illeciti gli toccava e pure gratuitamente, pena … chissà cosa, ma un cosa che non sapeva di buono. E, poi, c’era il pizzo sui proventi del suo lavoro che doveva consegnare a cadenza mensile, puntuale e certo quanto la morte.</p>



<p>Tonino non aveva parlato, inizialmente. Ma quando in un’auto della Mala aveva rinvenuto il cappellino di Silviuccio, il bambino rapito e poi scomparso, non ce l’aveva fatta più e aveva denunciato, in nome dell’anima di una creatura che poteva essere la sua. Il valore di una denuncia, però, dipende dai punti di vista.</p>



<p>Per alcuni, è un’imperdonabile tradimento; per altri, finché non è supportata da prove concrete, vale poco, quasi quanto un cicaleccio.</p>



<p>Ci vollero dieci anni per dar seguito a quella denuncia e per rendere giustizia a Tonino. Fu grazie alle dichiarazioni di un tipo, ‘ndranghetista pentito o infame, anche questo dipende dai punti di vista.</p>



<p>Ci vollero soltanto dieci giorni per liberarsi della 127: papà la vendette a un forestiero che non sapeva il fatto. Così facendo, sperò di dimenticare più in fretta, lui che non riusciva a darsi pace. Ma la fiancata della 127 bianca ricoperta di sangue innocente non la scordò comunque. Un’immagine fissa nella mente come un chiodo sulla parete. E neanche il sorriso di Tonino scordò. Come avrebbe potuto.</p>



<p>Il paese, negli anni, cambiò idea e, così, tutti finirono col maledire gli assassini. Ma sono ancora in attesa di indossare lo stesso coraggio di Tonino Lazzaro. Meccanico, con moglie e figli a carico e il sorriso sulle labbra.</p>
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