Vera. Sesta parte di un racconto poliziesco

Racconto di Salvatore Conaci

Ne ho abbastanza. Non so cosa sia questa Legio Dei, ma ho trovato Vera ed è in pericolo, non mi serve altro. Sfondo la porta, pistola in mano e patacca attaccata al collo. Mi trovo davanti un gruppo di gente in abiti scuri. Due tizi tengono Vera per le braccia. “Tutti faccia a terra o vi faccio saltare la testa!”, ringhio. “Vera, vieni qui!”

Lei corre da me, sconvolta. Blocchiamo la porta con le mie fascette per gli arresti imprevisti, e scappiamo verso l’albergo. Nel tragitto ci sfioriamo, ci cerchiamo senza fiatare. “Cosa ti avrebbero fatto?”, le chiedo, appena arriviamo, dopo un lungo silenzio.

Mi risponde con una domanda. “Come hai fatto a trovarmi?”
Mi tedia chiamare fortuna l’intuito di un’esperienza trentennale. “Intuito!”, rispondo.

Lei sorride dolcemente. “Mi avrebbero inciso la pelle con una lama. Le cicatrici, nella Legio Dei, sono il segno della nostra vittoria sulla tentazione. Di tutte le volte che abbiamo deciso di restare, anziché abbandonare l’Ordine.”

Vorrei chiederle come mai una donna incredibile come lei sia finita in un casino simile, ma ora serve solo un po’ di normalità. Nella hall il proprietario mi passa accanto agitato, sgrana gli occhi e mi sussurra: “Seguimi!”.

Lo seguiamo. Va sul retro, verso la pineta. Si ferma davanti alla porta in vetro opaco di una casetta di servizio, poi guarda Vera.
È imbarazzante. Non era nei patti che mi portassi una donna in camera o in giro per la struttura, durante il lavoro. “Lei è…”
“Tranquillo”, mi interrompe, “abbiamo un problema più grosso, qui. Ma lei reggerà quello che c’è qui dentro? Signori, vi avverto, è una tragedia!”

Vera annuisce. Entriamo in silenzio, e ci chiudiamo la porta alle spalle. Sembra un déjà vu: scrivania; schermi spenti; un uomo in poltrona, mani penzolanti e sguardo perso nell’infinito, una lama calata giù in gola dalla bocca. È il tizio della lotteria.

“Il nostro addetto alla sicurezza. Un uomo speciale che amava questo albergo come casa sua. Pensa, la festa di Halloween è opera sua!”, mi dice commosso. Poi mi mostra un foglio. Morte per i peccatori. No Samhain!, c’è scritto. Riconosco la scrittura.

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