Da Bosra a Damasco. Da un teatro antico scampato alla guerra moderna a un check in cronico… sulle tracce di Paolo Dall’Oglio

Da Bosra a Damasco. Da un teatro antico scampato alla guerra moderna a un check in cronico… sulle tracce di Paolo Dall’Oglio

Articolo e foto di Angelo Maddalena, direttamente dalla Siria

Il nostro viaggio in Siria inizia da Bosra, a un’ora di autobus dal confine con la Giordania. Confine che attraversiamo dopo estenuanti trafile e trattative alla dogana, che mi fanno pentire di essermi compiaciuto, due giorni prima, che la trafila per il controllo del passaporto ad Amman era stata molto sbrigativa. Eppure S., la guida siriana, ci aveva prospettato una sosta breve: “Scendiamo dall’autobus, facciamo vedere i passaporti allo sportello e in dieci minuti ce la dovremmo fare”. Di minuti ne passano almeno trenta in attesa, tra decine di donne in nero, bambini e uomini che aspettano in fila. Ma quando arriviamo allo sportello inizia un altro balletto: l’impiegato ci fa un pò di smorfie tra il serio e il faceto per farci capire che è tutto a posto però… manca un pò di “money”: quelli che hanno dormito almeno una notte ad Amman devono pagare una tassa di 10 dinari, cioè circa 13 euro! Valeria, la prima insieme a me ad arrivare allo sportello e a ricevere la sorpresa, mentre ci allontaniamo dallo sportello mi sussurra che, secondo lei, è una tassa che si sono inventati al momento, infatti neanche la guida siriana ne sapeva niente. Dopo un lungo giro per cambiare gli euro in dinari e un lungo periplo di varchi e varchetti, chiostri e corridoi all’interno dell’edifico della dogana, riusciamo a partire.

La nostra visita a Bosra si concentra in un teatro romano del II secolo d. C., che è sopravvissuto ai bombardamenti della guerra degli ultimi dieci anni, guerra non ancora del tutto conclusa. Appena entrati in Siria, prima di giungere a Bosra, attraversiamo almeno due varchi lungo la strada provinciale: due giovani con un mitra a tracolla, senza divisa, ci controllano in modo sbrigativo; dopo poche centinaia di metri altri due giovani con i mitra, ma stavolta hanno due pettorine militari anche se non molto identificative, potrebbero essere comprate al volo, anche di seconda mano, talmente sono consunte. Provo a capirci qualcosa: i ribelli che secondo alcuni sono “i buoni”, sono quelli che lottano contro Assad, il presidente che vediamo sorridente e fiero nelle gigantografie appese in molti angoli delle strade di Damasco, sulle vetrine di alcuni negozi e finanche in diversi vetri posteriori di alcune automobili. Però, anche se Paolo Dall’Oglio aveva sposato la causa dell’Esercito Libero Siriano, non era d’accordo per una divisione troppo netta tra buoni e cattivi (per un approfondimento consiglio di leggere il prezioso testo di Riccardo Cristiano, dal titolo Paolo Dall’Oglio: autodifesa e nonviolenza, Cristiano è l’autore del libro uscito da poco su Dall’Oglio dal titolo Una mano da sola non applaude) .

Per tornare al teatro romano, la guida ci dice che si è salvato dai bombardamenti degli ultimi anni, anche se alcuni ribelli si erano asserragliati nell’area archeologica di cui il teatro fa parte, i militari governativi bombardavano i ribelli ma fortunatamente c’è una cittadella che circonda il teatro che ha fatto anche da protezione. Dopo Bosra ripartiamo per Damasco, ma prima ci fermiamo a fare un ricco spuntino in un ristorantino a gestione familiare, o almeno così sembra, di fronte al teatro romano. Siamo un pò incalzati dalla tempistica perché la trafila fuori programma alla dogana ci ha fatto accumulare un ritardo di circa due ore o poco meno. C’è un ragazzo – poi scopriremo essere parte della famiglia del ristorante – che tenta di venderci, prima e dopo la cena (durante la quale ci ha anche servito alcuni piatti) monete romane, croci di metallo dalla forma vagamente orientale, guide della Siria.

Pollo e riso con carote, una specie di falafel che chiamiamo “cuba” perché una di noi ha capito che si chiama così ma forse ha capito male, un piatto con dentro frutta fresca, anguria e melone giallo che a me pareva mango, uva, e poi una specie di zucchine piccole ripiene di qualcosa che assomiglia al riso. Mara, di Cuneo, osserva candidamente che “qui non si muore di fame”. Anche se l’insistenza di quelli che ci volevano vendere teli e foulard all’ingresso del teatro (a 10 euro o a cinque euro, loro stessi chiedono di pagarli in euro) e altri aspetti del paesaggio umano fanno dire a Pamela; “quando vedo la miseria nera mi prende male allo stomaco”, mi viene da dire che qui non è poi così nera e lei mi guarda come per dire che non capisce…o sono io che poetizzo?! Di sicuro non avrei detto “qui non si muore di fame”, andrei piuttosto a vedere cosa mangiano quelli che ci volevano vendere gli oggetti in modo insistente e i tanti ragazzi che vediamo per strada vestiti con abiti poco curati e a volte stracciati. A volte hanno sacchi enormi sulle spalle che si portano dietro per andarli a vendere, dopo averli pescati tra i mucchi di rifiuti delle discariche: figure di ragazzini con la schiena curva sotto il peso dell’enorme sacco di cianfrusaglie che ricordano certi personaggi dei libri di Dickens o di Verga. Proprio di pochi giorni fa è un pezzo di Nello Scavo su Avvenire che racconta di un padre a cui hanno sequestrato la moto e la merce e lui per rabbia e per protesta ha “tentato” di vendere il figlio, è successo a Idlib, nord Siria.

Da Bosra a Damasco ci mettiamo almeno tre ore, anche lì per un succedersi esasperante di blocchi stradali militari: almeno 15 in meno di 20 Km di distanza, alcuni a poche decine di metri uno dall’altro. La poesia però riemerge a tratti, dal buio e dal nulla: un baracchino che vende bottiglie d’acqua e di succhi di frutta, lungo la strada: dietro le bottiglie, addossati a un muro, ci sono tre o quattro ragazzi seduti e stretti uno accanto all’altro; poi dei bambini che giocano a pallone, sempre lungo la strada alla nostra sinistra, subito dopo tre o quattro uomini che chiacchierano davanti a una bettola circondata dal buio. Paolo Dall’Oglio è venuto qui e qui è rimasto. Tonio D. mi raccontava che prima di essere rapito, Paolo gli aveva detto con l’indignazione e la passione che lo animava: “Bisogna sostenere l’autodifesa anche armata della rivolta popolare che sta nascendo in Siria”. Voleva organizzare una marcia nonviolenta sul modello di don Tonino Bello e i 500 folli che andarono a Sarajevo sotto assedio nel 1992. “Poi è andato da solo, nonostante l’interdizione di rientrare in Siria”.

Al Jazeera scrive che era andato a parlare con quelli dell’ISIS, a Raqqa, forse per chiedere la liberazione di altri due sequestrati. Voleva convincerli a dialogare, come aveva fatto Francesco di Assisi otto secoli prima, camminando fino all’Egitto per incontrare il Sultano. Forse era troppo avanti e non sempre troppo paziente da aspettare i suoi compagni, Paolo. E qualcosa al riguardo si trova in una o due delle testimonianze raccolte da Francesca Peliti nel suo libro che ci aiuta a non mitizzare troppo certe figure carismatiche. Pamela dice che leggendo quel libro ha scoperto una certa durezza del carattere di Paolo. Forse come succede per tante figure carismatiche. Chissà se la stessa durezza si potrebbe trovare in Paolo di Tarso, in Francesco di Assisi o in don Lorenzo Milani. Ognuno di questi ha fondato qualcosa che continua a riscaldare e illuminare cuori e anime, attraverso i secoli e i decenni. Anche Paolo ha fondato Mar Musa, un baluardo che illumina da trent’anni il deserto della Siria e la sua luce arriva molto più in là, in tante direzioni.

Un articolo uscito su Dall’Oglio qualche giorno fa, su Huffington Post, titola così: Paolo Dall’Oglio è il popolo siriano, ricordare lui è tenere aperta una finestra sulla Siria….

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