Vera. Quarta parte di un racconto poliziesco

Racconto di Salvatore Conaci

Richiudo gli occhi e il tempo vola. Il sole invade la camera. Mi sveglio a suon di sberle di luce. Ieri sera avevo di meglio da fare, che chiudere le tapparelle. Sorrido e mi volto verso l’altro lato del letto. Vera, però, non c’è. Lenzuola fredde, non vedo i suoi vestiti nella stanza. Busso alla porta del bagno, alla fine apro. Niente. Non ho il suo numero: non c’è stato il tempo neanche per quello. La pistola è al suo posto. Sospiro. Mai più abbassare la guardia. Mi vesto in fretta. Potrebbero esserci mille motivi validi per una sua fuga improvvisa, ma ora il ricordo di stanotte mi torna in testa con lo stesso senso di angoscia di qualche ora fa, e inizio a convincermi che non sia stato solo un incubo.

Che stanotte qualcosa di strano sia davvero accaduto in questa stanza. Attaccato alla porta trovo infatti un biglietto: Parto, non cercarmi. La scrittura è maschile, l’ingenuità pure: quando una donna vuole sparire, non lascia tracce. Sto cercando almeno due persone. Alla reception mi accoglie un cartello: Avviso: videosorveglianza al momento fuori uso. Cazzo! Siamo nel bel mezzo del nulla, nel cuore di una montagna dai segreti impenetrabili. Salgo in auto e arrivo a velocità folle nell’unico posto provvisto di telecamere nei paraggi: una stazione di servizio due chilometri a sud. Chi vuole andarsene deve passarci per forza, perché da qui in poi c’è solo un lungo viaggio nel nulla. Non ho altro modo. Se sono passati da qui, le telecamere li hanno beccati. Voglio solo che ovunque vada, con chiunque sia, Vera stia bene. E attualmente non posso esserne certo.

È calata una nebbia fitta, quando scendo dalla macchina. Dense folate di umidità volteggiano in aria come spiriti. Un latrato in lontananza mi fa rizzare i peli della nuca. Poi, il silenzio totale. Al bancone, nessuno. Esco e vado sul retro. Scosto la porta di una baracca, e chiedo permesso a un uomo che mi dà le spalle, seduto davanti a degli schermi. È fatta, devo solo convincerlo a farmi visionare i filmati. E io so essere convincente, dannazione. Mi avvicino, ma il tizio non può aiutarmi: è rigido, gli occhi spalancati, un grosso coltello infilato in bocca fino al manico. Sotto la scrivania, il vano dell’hard disk è danneggiato. Qualcuno se l’è portato via. Così non va. Avviso la polizia dal fisso della cassa, voce in falsetto e accento settentrionale. Un po’ di fango sulla targa e sciarpa al naso, e riparto. Da qui, se hai appena fatto fuori un uomo e rubato l’hard disk delle sue videocamere, l’unico posto che vuoi raggiungere è l’aeroporto. Un piccolo aeroporto, coi voli contati.

 

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