Quei “vecchi” da cui bisogna imparare

Quei “vecchi” da cui bisogna imparare
Articolo di Alberto Manzi
E se ci soffermassimo ad osservare i vecchi?
I loro sguardi sono spesso persi oltre i tanti pensieri.
È dai loro occhi che possiamo tentare di capire a cosa stanno pensando: ciglia arroccate per pensieri antichi, ciglia abbassate per pensieri tristi, ciglia diritte per pensieri nervosi… e potremmo ipotizzare all’infinito. Ma già il vocabolo “vecchio” si presta a tante sfumature.
C’è vecchio-Vecchio e vecchio-Antico.
Dell’Antico – di un oggetto antico – ci prendiamo cura, lo preserviamo, lo restauriamo e lo curiamo perché lo riconosciamo prezioso.
Di un Vecchio – di un Anziano – spesso no, non abbiamo la stessa cura, non gli attribuiamo importanza, come invece dovremmo, perché lui ha molto da insegnarci.
Il Vecchio, infatti, è la storia. “Storia Animata” dove l’aggettivo “animata” significa proprio che è “animato, dotato di vita, di anima”.
Che sia questa la scoperta? I Vecchi sono dotati di una peculiare “anima” che li rende speciali? Vuoi vedere che proprio questo ce li fa sembrare “differenti”? Che sia questo che ci spaventa così tanto fino ad allontanarli, a rinchiuderli, forse anche a sbeffeggiarli?
Grande arcano, grande virtù, grande differenza.
I Vecchi, proprio perché “animati” dal loro vissuto, usano un linguaggio per noi difficile e si manifestano con gesti inusuali, a noi ormai quasi sconosciuti: chiedono permesso, magari togliendosi il cappello; ringraziano, forse anche facendo un piccolo passo indietro; o si scostano per lasciare strada. Hanno il vestito buono per la festa, quello che, per quel giorno, li renderà più belli. Lo indossano per qualche ricorrenza, per una cerimonia, per la festa del paese, cercando di sviare con degli stratagemmi eventuali sguardi attenti e memori che possano riconoscere il vestito molte altre volte indossato. Ecco allora che i maschi lo abbinano a cravatte diverse e le signore a sciarpe intonate, oppure a scialli eseguiti anni prima con l’ultimo punto a croce prima che si indebolisse loro la vista.
Pronti a dare battaglia, quando escono da casa così bardati, con la loro silenziosa dignità. Inizialmente partono fieri, sicuri. Poi, strada facendo, sembrano spaventati, i loro occhi cercano occhi conosciuti, di Vecchi come loro, degli amici di quella occasione. Ma i loro sguardi incrociano pochi occhi conosciuti, così la tristezza arriva e le ciglia si abbassano assieme allo sguardo fino a contare i sassi per terra. Anche la festa è cambiata, ha un altro sapore, i profumi non sono più gli stessi e nemmeno i rumori, anzi c’è frastuono, troppo frastuono. Fortunatamente alcuni ancora si ritrovano, si guardano e come fanno i gatti si annusano per riscoprire antichi profumi di appartenenza. Le ciglia di botto si alzano su occhi che tornano a brillare, automaticamente la mano sinistra leva il cappello mentre la destra cerca il caloroso contatto del saluto.
I Vecchi, specie se soli, sono degli inventori, degli scrittori, dei matematici, degli ingegneri, degli architetti.
Inventori perché devono ogni giorno inventarsi cosa fare, perché – ricordiamolo – loro sono “animati” e quindi inventano. Sono scrittori: di parole crociate, rebus e settimane enigmistiche; della nota della spesa, perché la memoria perde colpi. Sono dei matematici, devono far quadrare i conti di quella pensione avuta dopo anni di duro lavoro: un tot per la spesa, un tot per le bollette, un tot per… e un tot per i figli, dovessero averne bisogno. Sono ingegneri ed architetti, sempre presenti ai bordi delle strade dove si stanno eseguendo dei lavori, pronti a dispensare consigli. E ci sarebbe sicuramente da imparare.
Ma i Vecchi “animati”, pur essendo presenti, si sentono assenti. Nessuno mai li cerca, allora si cercano tra loro, però loro sono sempre meno e lo sanno. Lo sanno e lo vedono ad ogni funerale al quale partecipano, sempre con il vestito buono e il cappello che maltrattano tra le mani… ma con signorilità, e soltanto per scaricare l’emozione che li sovrasta. Poi si soffermano sul piazzale della chiesa e mentre parlano pensano, pensano che stanno discutendo del loro amico “esanimato”, chiedendosi in cuor loro per chi suonerà la prossima campana. Pensano a chi ci sarà a discutere sul piazzale della chiesa la prossima volta. È per questo motivo, mentre parlano dell’amico “esanimato”, che utilizzano per lui parole dolci, di apprezzamento, come a volersi assicurare lo stesso trattamento quando sarà la loro ora. I Vecchi ricorrono spesso ad alcuni accorgimenti pur di attirare l’attenzione, quell’attenzione che loro donavano a due mani e di cui si è persa la memoria.
La memoria!
Spesso la perdono, a volte per malattia, altre per necessità: ad esempio per nascondere le malignità alle quali vengono sottoposti oppure per celare con pudore ricordi passati, gioiosi o tristi, romantici o passionali. Un giorno anche noi saremo Vecchi –  forse – ma intanto i nostri Vecchi “sono”, li abbiamo con noi.
Sono la storia, anzi sono molta storia o molte storie. Quella dei loro nonni che la raccontavano ai loro padri, che l’hanno raccontata a loro che… non hanno potuto raccontarci, perché noi andiamo sempre di fretta, non abbiamo tempo per queste cose. Loro, i Vecchi, non sanno usare lo smartphone per parlare, loro narrano a voce, con i gesti, con gli occhi e con il cuore.
Il loro “mi piace” lo fanno con un abbraccio o con l’espressione del cuore, perché loro sanno poco o niente di tecnologia ma molto di “anima”.
I “like”, il fiore, il bacio, il sorriso. Loro lo manifestano con la loro presenza reale, non lo cliccano su un congegno elettronico, lo regalano concretamente. I Vecchi sono disarmati perché hanno lasciato la loro armatura al pegno quando c’era bisogno di fare il padre o la madre, la moglie o il marito, i genitori, senza però mai smettere di difendere i “valori alti della famiglia” anche a mani nude. Quelle mani ruvide, scanalate come la corteccia di un albero che ha superato molte stagioni.
Dure eppure morbide, tozze ma capienti, sporche ma dignitose perché profumate di vita spesa onorevolmente.
Quelle mani non hanno il callo soltanto sul pollice per digitare, ma su tutto il palmo per accogliere o per donare. Si dice che i vecchi sono come i bambini. Se i vecchi si guardano allo specchio, infatti, si vedono bambini, la loro immagine riflessa li fa sembrare così. Possono avere molti anni, ma sono ancora i bambini di una volta ed è questo che, assieme all’esperienza acquisita, li rende e mantiene “animati”. I bambini sono l’inizio e i vecchi il termine della vita; il “mondo di mezzo” – cioè gli adulti – è spesso così preso dalla frenesia “dell’io Dio” che dimentica di preservarli entrambi rischiando così di perdere il proprio passato distruggendo nel contempo il proprio futuro. Dobbiamo imparare dai vecchi per valorizzare i bambini e il senso profondo della vita che scorre dalla sua alba al suo tramonto.

Solo così anche noi diventeremo “Vecchi Animati”.

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