Una storia di pie donne

Articolo di Ippolita Luzzo

Convinte di essere pie stanno con il rosario in mano, e nominano il nome di Dio invano, intercalandolo nella conversazione come una giaculatoria. Mi sembra un po’ blasfemo, ma loro continuano monotone e ripetitive, senza coscienza dei loro atti. Eppure sono brave persone. Non farebbero male, non vogliono peccare, chiedono aiuto, e pregano. Vorrei conoscerle meglio, ma devo limitarmi ad una osservazione superficiale, una osservazione critica che non risparmia neppure me. Anche io non sono immune, anche io potrei essere una di loro. La benevolenza e la tolleranza mi fanno sempre compagnia e spesso mi ripeto che ognuno di noi vede la pagliuzza nell’occhio dell’altro e non vede la trave nel suo occhio.

Al volante della macchina una sera, il piede di Ippo, inavvertitamente, invece di pigiare il freno, pigia l’acceleratore, non succede niente, ma la signora al volante dell’altra macchina si gira minacciosa, dai gesti si capisce che è infuriata. Lei si scusa, non sta bene, non è successo niente. Niente, non c’è niente da fare, l’altra continua a gesticolare ed ad inveire. Sarebbe tutto nella consuetudine se questa gesticolante non fosse una pia donna, che non s’accorge del malore dell’altra. Una pia donna, alla quale basta un niente per essere irritata.

Una donna prega tutto il giorno, col rosario in mano, sente Radio Maria, va a messa, non ha mai domandato alla figlia come si sente, non ha mai telefonato ad una cognata per offrire un conforto umano, eppure la sua casa è ordinata, pulita, mai una parola di attenzione. C’è qualcosa che non va. In tutte noi. Durante la messa ci sono dei brani letti dai fedeli. Strano a dirsi anche la scelta dei lettori diventa motivo di gelosia, di invidia, di potere.  La sagrestana della Chiesa di… mi dice che ci sono delle regole, forse fatte da lei, e così sceglie, senza neppure sapere quanto il suo capriccioso e innocuo scegliere possa addolorare e risentire alcune di loro. Basterebbe mettere una richiesta numerata e tutti potrebbero leggere invece sono sotto il suo volere. Ed anche questo momento ha emozioni e connotazioni sgradevoli.

La mia mamma mi ha sempre invitata a pensare diversamente. Lei ha sempre accudito tutti, mamma, papà, suoceri, mariti, figli, cognati. Ancora ora accudisce con affetto, disponibilità, dà consigli saggi a tutti. La sua tavola era sempre del tipo – aggiungi un posto a tavola – non ha mai borbottato. Lei è carina, affettuosa, discreta, riservata, affidabile, piacevole, nessuno ha mai ricambiato i suoi inviti, lei, che è una pia donna, nel senso positivo, ha sempre una parola buona per tutti.

Mi invita ad essere sempre al di sopra delle righe, delle piccinerie, dei pettegolezzi, mi invita a pregare con i fatti e non con le parole. Lei si accorge dei bisogni altrui e senza parole aiuta. Prepara le bottiglie dell’olio da regalare di nascosto e senza clamori alla signora che sa in difficoltà, mandava la frutta ai vicini, ha una parola buona per tutti. Avere fede, essere colti non è un abito da ostentare, non è un privilegio, ma dovrebbe dare una umiltà maggiore e una consapevolezza più chiara dei nostri limiti.

Signore, insegnaci a dominarci, a dominare la nostra ira, la nostra rabbia, la nostra invidia, ecco questo dovrebbe essere la nostra preghiera quotidiana. E invece una delle preghiere è: Signore, fai morire tizio, distruggilo, quello mi vuole del male, fagliela pagare. Ho sentito proprio questo genere di preghiera da una pia donna e esterrefatta mi sono domandata se anche io qualche volta non avessi fatto una preghiera simile. Vergognandomi ho dovuto riconoscere che in un momento buio e debole, ho pregato anche io così. Desiderando la morte di chi mi umiliava, mi scherniva, mi impediva di risalire in superficie.

Ho subito ricordato a questa donna che non si può chiedere in preghiera il male di un altro e lei, stizzita, basita, ha ripreso pensando che io fossi una stravagante. La capisco come posso comprendere quest’altra pia donna che, in una macchina, in compagnia di altre donne, lei si rivolge solo ad una, escludendo, ignorando pesantemente ma credo inconsapevolmente la terza, che non sa farsene una ragione di questa cancellazione così totale.

Quanto siamo pie! M. dice che non debbo essere sfiduciata, ma se non ci mettiamo in discussione tutte, se non accettiamo di parlarne, quale panacea può essere la preghiera, se noi rimaniamo tali e quali. Ogni nostra azione può essere o non essere buona, solo se il fine è quello di stare bene insieme agli altri, oppure il suo contrario.

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