Un uomo pieno di morte. Viaggio nella poesia di Giorgio Manganelli

Un uomo pieno di morte. Viaggio nella poesia di Giorgio Manganelli

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per L’Ottavo

Quest’urlo notturno che si stende/tra l’erba delusa./Nostra la notte in cui ci dissolviamo:/perduti restiamo/nell’argine infinito:/ascoltiamo la nostra ombra tremare/nell’oscurità vicina.

Leggere la poesia di Giorgio Manganelli vuol dire entrare in un mondo in cui lottano la luce e l’ombra, la sessualità precaria e la ricerca di una espiazione attraverso la degradazione della carne. C’è una religiosità dissacrante in questi versi, in cui si avverte l’urgenza di sfuggire alla banalizzazione delle immagini, alla consumazione delle forme e dei corpi. È precario l’equilibrio, è sicuro lo schianto.

Manganelli è uno degli scrittori più importanti del Novecento. I suoi romanzi vanno oltre la parola, oltre i concetti, oltre ogni stile. È stato un manipolatore del linguaggio e un falsificatore della realtà. Per lui infatti la letteratura è un atto menzognero. Atto che non ha come fine l’imbroglio, ma lo svelamento dell’ambivalenza del simbolo e degli opposti significati contenuti in esso. Perciò il suo nichilismo non è caduta nel nulla, ma chiarificazione delle ambiguità, rappresentazione della truffa ancestrale che l’uomo stesso mette in scena da sempre attraverso il linguaggio.

Scattano i pesci nel cuore del mare/graffiscono in coro sui muri/immobili, gli occhi stupidi, i pesci/diocristo i pesci sbavano sperma/immobili, colti, lettori di Thomas Mann,/liberi docenti, costruttori di/sensate architravi i pesci guardano/a sinistra, indugiano mistiche arche,/le uterine catacombe percorrono/tra alghe di pube.

C’è però un aspetto importante, nella sua poesia Manganelli è diretto, non usa artifizi, l’imbroglio è nella tentennante descrizione della quotidianità, anche quando la parola si traveste di aulicità. Nelle poesie qui riportate, Manganelli si confessa; il suo è uno sfogo sentimentale verso la vita. Il poeta Manganelli è un uomo che ammette di essere stato tradito, svenduto, sacrificato sull’altare della carnalità, e la carnalità è schiava della morte, quindi di una pulsione annichilente che rende ogni cosa un atto che non aspira all’eternità, ma al divenire e alle sue dimenticanze.

È una poesia di immagini che si accavallano, che si accoppiano con il solo scopo di godere del momento; in queste poesie-amplesso non c’è una prospettiva procreativa, ma tutto inizia casualmente e tutto finisce velocemente. Ma non è questa la forte rappresentazione di un dolore che risuona nell’anima del poeta e che detta modi e tempi della scrittura? E, soprattutto, questa lotta costante non è un confronto serrato con la morte?

L’indifferenza per le lenzuola,/i coiti intricati, lo sventolio dei membri,/l’aprirsi festoso-regale/della vulva al corteo ufficioso; non sono ufficioso, sono, esattamente, un corteo funebre,/accompagnato/da bambini che pisciano…

La raccolta è stata pubblicata dalla casa editrice Graphe.it edizioni nella collana Le mancuspie diretta da Antonio Bux

 

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