Tulipani

Racconto di Daniela Grandinetti

Oggi è venerdì 14 aprile e come da sei mesi a questa parte Ivan Coletti alle quindici in punto si reca al cimitero di Callipoli per far visita a sua moglie Clara, stroncata da un male incurabile all’età di quarantadue anni. Ivan ha conosciuto il cimitero con la morte di Clara, non c’era mai stato prima, ne conosceva l’esistenza per via dei cartelli stradali sulla strada che percorreva ogni giorno per andare al lavoro. A quarantacinque anni aveva perso soltanto dei nonni sepolti altrove, pertanto aveva avuto poca familiarità con la morte e i suoi riti.

Il cimitero di Callipoli sorge su una collina rivolta a sud e nelle belle giornate dall’alto si vede il mare. Talvolta, quando l’aria è limpida, si possono scorgere le coste della Sicilia sulla linea dell’orizzonte. Ivan ogni qualvolta va a trovare Clara pensa che è un bel posto per riposare.

Come ogni venerdì, Ivan ha in mano dei fiori freschi, ha indossato un abito elegante, una camicia pulita, e si è rasato con cura, quasi fosse un adolescente al primo appuntamento galante. Da quando è finito il calvario della malattia e Clara giace sotto un mucchio di terra, il tempo per Ivan è diventato una sequenza di ore e di giorni, scandito dal passaggio da un venerdì all’altro.

Sono le quindici e dieci e come sempre è puntuale nel suo orario di visita, sa che Clara lo aspetta. Di solito si trattiene venti minuti, mezz’ora al massimo. Il tempo di sistemare i fiori e raccontare a Clara qualche episodio accaduto durante la settimana: la lasagna di sua suocera Linda, portata già sporzionata nei contenitori e pronta da surgelare, neanche dovesse mangiare lasagne per il resto della sua vita, o la marmellata di more fatta in casa che Luciana gli ha lasciato in bella mostra sulla scrivania con tanto di nastrino e biglietto scritto a mano.

“Lo so, hai sempre detto che Luciana ha un debole per me – aveva detto quel giorno a Clara ridendo – peccato che non abbia io un debole per le donne strabiche.”

Clara lo ascolta immobile, nella foto che lui ha scelto, seduta su uno spuntone di roccia con i capelli al vento, la maglietta verde smeraldo, il sorriso rivolto a sud, verso il mare, lo stesso mare che adesso la protegge e rende tutto più lieve.

Questo venerdì come sempre Ivan cammina assorto, il mazzo di petunie rosse ondeggia a ogni passo. Da principio non fa caso alla donna che avanza in direzione contraria, alza lo sguardo e a malapena la mette a fuoco: è elegante, porta occhiali grandi e scuri, un foulard a rombi legato al collo. Indossa un soprabito giallo, dello stesso colore dei ranuncoli selvatici che in questa stagione ricoprono le colline.

La donna gli passa accanto, abbastanza vicina perché lui ne senta il profumo speziato. E forse è proprio quel profumo, molto simile a quello di Clara, ad attirare la sua attenzione. Alza lo sguardo e si ferma, come se una mano invisibile lo avesse bloccato in quel punto. Rivede le mani snelle e nervose, la piccola bocca rosa ben disegnata, l’ovale del viso morbido, un ciuffo di capelli castani tra la fronte e l’orecchio. Ivana si sente gelare, la donna che è appena passata a pochi passi da lui somiglia a Clara, è Clara. Perfino le movenze, il modo di camminare. Si volta di scatto, ma il vialetto è vuoto. Torna sui suoi passi e si affretta verso l’uscita. Non c’è nessuno.

Esce nello spiazzo, vaga nel parcheggio, porge l’orecchio ai rumori di passi. Una Renault rossa si muove, alla guida c’è un anziano con un cappello. La donna, quella donna che somiglia come una goccia d’acqua a Clara non c’è. È sparita. Ivan torna dentro, corre, arriva ansimante sulla tomba di Clara.

“L’hai vista anche tu? Quella donna, l’hai vista? Chi era Clara? Eri tu?”. Trema, in preda al delirio.

“Ti prego dammi un cenno, un segno qualsiasi.” Dice piangendo e la cosa lo sorprende: da quando Clara è morta non è stato capace di versare una lacrima. È avvolto dal silenzio, le fronde d’ulivo che si muovono lente, quasi a scandire l’impossibilità di una risposta. Ivan si inginocchia davanti alla lapide, le fresie del venerdì precedente profumano ancora. Pensa che non ne sa abbastanza della morte e di quello che accade veramente, a parte il dolore senza appello null’altro ci è dato sapere.

“Forse tu non l’hai vista, magari non è stata qui. Sono io che do per scontato che voi vediate e sentiate tutto. Ho incontrato una donna, stava uscendo, era tale e quale a te Clara. Ho impiegato un po’ a rendermene conto e quando sono tornato indietro non c’era più. Forse c’era qualcuno ad aspettarla in macchina e non ho fatto in tempo. Forse non sa chi sono, ma ti giuro, devi credermi, era uguale a te. Com’è possibile? Non sono pazzo, non sono visionario. Clara, tu mi conosci, non sono il tipo…”

Ivan si accorge che un’anziana poco distante lo sta osservando. Cerca di ricomporsi, prende le fresie, va a gettarle nel secchio, poi torna e le sostituisce con le peonie fresche. Non vuole apparire bizzarro ad occhi estranei, sebbene compassione e pena siano sentimenti consueti nel luogo in cui si trova. Ha imparato che nessuno sta lì a giudicare. Fissa la foto, il volto bello di Clara e non sa cosa dire. Ha freddo. D’un tratto si risolve ad alzarsi. Guarda l’orologio, sono le quindici e trenta.

“Ci vediamo venerdì prossimo amore mio. “ Dice come sempre, come se niente fosse accaduto.

Si avvia verso l’uscita senza voltarsi, con un senso di vuoto, di inganno e desolazione. In macchina guida distrattamente, il tempo per tornare a casa sembra interminabile, ogni minuto separato da quello successivo è scandito da un respiro pesante, da pensieri incoerenti. I semafori rossi, il piede sul freno, le marce, i pedoni, i clacson, tutto contribuisce a confonderlo. La mente è una macchia tremolante in cui fa breccia, indistinta e minacciosa, l’immagine di quella donna, il giallo abbagliante del suo soprabito che gli impedisce di mettere a fuoco un pensiero razionale.

Rientrare a casa è sempre difficile, oggi lo è di più, gli sembra di essere tornato ai primi giorni, alla mancanza assoluta. Posa le chiavi sulla mensola e va in camera da letto, apre le ante dell’armadio e lei è di nuovo lì, in piedi, sulla porta, una spalla appoggiata, le braccia incrociate sul petto. Ivan la fissa, si sente in gabbia, è una sensazione che conosce: quella di vedere Clara per casa era stata un’impressione durata settimane, poi l’aveva superata. Prima era diverso: Clara al suo rientro lo salutava e faceva capolino con una domanda, sempre la stessa:

“Caffè?”

Lo prendevano in cucina, seduti a tavola, uno di fronte all’altra, con le mani intrecciate e gli sguardi incatenati. Com’è diverso sentire l’amore nell‘energia degli sguardi piuttosto che nel vuoto di un ricordo nel quale affondi le unghie in cerca di consolazioni impossibili. Ivan si passa le mani tra i capelli, fissa di nuovo la porta, non è Clara, è di nuovo l’altra, ancora con gli occhiali scuri, il foulard e il soprabito giallo. La fissa con sguardo di sfida, non vuole combattere quella battaglia con una nemica che non conosce, ha già combattuto quella contro Clara.

La donna sorride, sardonica, come un gatto che aspetta, immobile.

“Cosa vuoi da me, chi sei?”

Silenzio.

Ivan si alza dal letto, sfila la camicia e i pantaloni, li appende nell’armadio. Prende la tuta e si cambia, senza voltarsi.

“Vuoi stare qui? Fai pure, ma sappi che per me non esisti. Tu non hai niente a che fare con lei, non sei lei. Clara non si nasconderebbe dietro un paio di occhiali neri.”

Si volta, non c’è nessuno. Ha un moto di stizza. Va in soggiorno, sente che ha bisogno di bere qualcosa di forte. Lei è là, seduta nella poltrona di Clara, le gambe accavallate e scoperte che rivelano due cosce sode, con la pelle tesa, leggermente scura. Ha le spalle ben aperte e le mani sui braccioli.

“Cristo Clara, non puoi farmi questo”. È di nuovo lei, Clara, conosce bene quel neo sulla gamba destra. Si versa del whiskey e lo beve d’un fiato. Si guarda intorno nel tentativo di trovare un appiglio. La stanza è in perfetto ordine, Caterina, la domestica che ha assunto, fa bene il suo dovere. Il tavolo di vetro è lucido, senza un granello di polvere, le sedie liberty disposte lungo il bordo, il vaso con i grandi fiori di seta rosa. I quadri alle pareti, scelti meticolosamente, le cornici bianche: ogni oggetto in quella stanza ha una sua storia, non è lì per caso. Il buon gusto di Clara è palpabile ovunque lui posi lo sguardo. Eppure in quel preciso istante potrebbe fare a pezzi ogni cosa. Afferra una statuina di vetro comprata in un viaggio a Merano, molti anni prima.

“Che bella questa, è perfetta per la mensola in soggiorno, sembra fatta apposta.”

Sembra fatto apposta era una frase che Clara usava spesso. Quella volta a Merano, come tante altre, non aveva fatto in tempo a rispondere, Clara aveva già sfilato la carta di credito dal portafoglio.

“Sai cosa Clara, non mi è mai piaciuta questa specie di medusa contorta”. Afferra l’oggetto e lo scaraventa contro il muro, lo osserva andare in frantumi con una sottile soddisfazione, minuscoli pezzi di vetro rifranti sul pavimento, un brillio luccicante che gli dà sollievo. Si versa un altro whiskey, senza voltarsi. Ricorda la noia di quel giorno, in quella bottega a Murano, le spiegazioni sul procedimento di lavorazione del vetro. Clara attenta, con lo sguardo curioso, come se le stessero svelando il mistero dell’origine del mondo e della vita, appena un po’ svagata. In quelle circostanze perdeva la cognizione dello spazio e del tempo, avvolta dall’illusione di compiere un gesto importante, scegliere bene un oggetto per la sua casa equivaleva a salvare la bellezza per l’umanità intera. Un principio, una specie di missione. Al contrario per lui era solo un oggetto insignificante destinato come tutti gli oggetti a diventare immobile, presente, disposto ed esibito senza possibilità di appello.

“Lo so che ci tenevi, ma era un oggetto brutto e invadente, caso mai ti interessi la mia opinione.”

Si volta e si aspetta di vederla lì, dov’era due minuti prima, seduta e con il broncio. Invece è di nuovo solo, con i pezzi di vetri sparsi sul pavimento. La testa gira, sa che sta precipitando nell’abisso.

E di nuovo eccola, di spalle, è in piedi davanti alla finestra, il soprabito giallo aperto, stagliata sullo sfondo dei terrazzini del palazzo di fronte.

Ivan si muove, lei è ferma, come se aspettasse, a guardare chissà cosa. All’improvviso Ivan la bracca, infila le mani sotto il soprabito, sente la pelle, sotto non indossa niente, è nuda, la pelle liscia e invitante, le natiche sode. Gliele stringe forte, vuole farle male.

“Forza, grida…. Ti piace eh?”

Silenzio.

Le mani si muovono frenetiche sul corpo freddo, affannose, ostinate, sudate, testarde. È ancora giorno, qualcuno di fronte potrebbe vederli, ma a Ivan non importa, anzi, in quel preciso istante lo spera, il pensiero lo eccita. Sfila il soprabito che scivola a terra. Le morde l’orecchio, prende i seni tra le mani, li vede riflessi nel vetro. Il suo membro eretto, puntato dritto nel mezzo delle natiche. Comincia a spingere, poi con una mano manda giù i pantaloni, lo sente libero, duro e forte. Vivo.

“Lo vuoi vero? Ti prendi gioco di me eh? Ti piace, dillo che ti piace!”

Silenzio.

“Non parli, vuoi che ti scopi… allora eccomi, ti sto scopando.”

D’un tratto Ivan si blocca: sul balcone di fronte è comparso un bambino. Da quanto tempo è lì? C’era già prima? È biondo, pallido, con uno sguardo innocente. Non ricorda di averlo mai visto. Il bambino lo sta fissando. Ivan d’istinto butta giù la persiana e la stanza rimane sospesa nella penombra.

Sente lo sperma che come colla che impasta i peli alla pelle. Si siede sul pavimento, il suo membro afflosciato tra le gambe gli appare come un tulipano appassito. Rivede per un attimo lo sguardo del bambino, il volto bianco tra le foglie verdi di una pianta, le mani appoggiate sul davanzale e un punto di domanda negli occhi immobili. L’odore del suo sperma gli dà il voltastomaco.

Osserva i pezzi di vetro sparsi per la stanza, con il dorso della mano si asciuga le lacrime, appoggia la testa al muro e rimane così, senza voglia di alzarsi, ad oscillare la testa da una parte all’altra, avvolto in una bolla fuori dal mondo che là fuori pure continua a girare.

“Il prossimo venerdì ti porto dei tulipani amore mio.” Sussurra.

Si alza, prende il soprabito giallo dal pavimento e va ad appenderlo nella parte dell’armadio che era di Clara. Il giallo urla nel vuoto dell’anta, come i ranuncoli selvatici che coprono i dorsi delle colline nel sole d’aprile.

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