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	<title>Voland Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Quattro testimonianze sul fiume Erinnio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2026 10:04:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Quattro testimonianze sul fiume Erinnio&#8221; di Angela Dimitrakaki, traduzione di Elisabetta Garieri, Voland, 2026 Ioanna, Katerina, Sofia e Rahil sono quattro adolescenti che vogliono verificare se il fiume sotterraneo Erinnio esiste. Ne hanno sentito parlare a scuola, da una loro professoressa, e ne sono rimaste affascinate. Credere o non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Quattro testimonianze sul fiume Erinnio&#8221; di Angela Dimitrakaki, traduzione di Elisabetta Garieri, Voland, 2026</strong></p>
<p>Ioanna, Katerina, Sofia e Rahil sono quattro adolescenti che vogliono verificare se il fiume sotterraneo <strong>Erinnio</strong> esiste. Ne hanno sentito parlare a scuola, da una loro professoressa, e ne sono rimaste affascinate. Credere o non credere a questo mito contemporaneo? Ma soprattutto perché non fare un&#8217;esperienza?</p>
<p>Da qui lo spunto che dà il via a questo romanzo breve, ambientato nell&#8217;<strong>Atene</strong> degli anni <strong>Ottanta del Novecento.</strong> L&#8217;autrice delinea prima di tutto l&#8217;ambiente in cui l&#8217;azione si svolge, quella <strong>Grecia</strong> che era uscita da poco dalla <strong>dittatura dei Colonnelli</strong>. I giovani non avevano vissuto il <strong>Sessantotto</strong> europeo, ma si mischiarono subito con la cultura <strong>post-punk, </strong>marcatamente nichilista.</p>
<p>Ma la prima cosa che salta all&#8217;occhio è la struttura del romanzo. Infatti, questa vicenda viene tirata fuori da un&#8217;antropologa che sta svolgendo una ricerca sui miti urbani degli anni <strong>Ottanta del Novecento</strong>. La vicenda viene ricostruita quindi a posteriori, grazie alle testimonianze raccolte nei primi anni del XXI secolo.</p>
<p>Insomma, &#8220;<strong>Quattro testimonianze sul fiume Erinnio</strong>&#8221; è una ricostruzione storica e sociale di un periodo cruciale per la <strong>Grecia</strong>. La sua uscita dalla dittatura, nonché il processo di democratizzazione, offrono parallelismi interessanti con la nostra storia nazionale. Anche lo sviluppo urbanistico, con tanto di corsi d&#8217;acqua <em><strong>tombati </strong></em>e sfregi urbanistici, offrono uno spunto di lettura ulteriore.</p>
<p>Possiamo affermare che ci sono stati anni in cui l&#8217;Europa ha subito l&#8217;influsso di una cultura che, nel bene e nel male, ha indirizzato il futuro. Ciò che oggi raccogliamo, con cui continuano a fare i conti, è solo il risultato di un processo alimentato da &#8220;<strong>illustri miti</strong>&#8220;. Infatti, come viene sottolineato in più punti, <strong>Angela Dimitrakaki</strong> porta in superficie i cosiddetti &#8220;<strong>miti urbani</strong>&#8220;. Ogni epoca ha i suoi.</p>
<p>Senza spoilerare troppo, questo romanzo è la storia di una tragedia. Senza andare a scomodare la filologia, &#8220;<strong>Erinnio</strong>&#8221; richiama le mitologiche <strong>Erinni</strong>, quelle <strong>Furie</strong> che si vendicano di coloro che hanno colpito i propri familiari. E se quella a cui assisteremo è la vendetta della natura nei confronti di uno dei suoi figli, l&#8217;uomo, allora possiamo sbizzarrirci con le interpretazioni.</p>
<p>Come dobbiamo interpretare questo libro? Sicuramente, &#8220;<strong>Quattro testimonianze sul fiume Erinnio</strong>&#8221; è un romanzo che, nonostante la sua brevità, svela e apre spunti di ricerca non indifferenti, tanto da dover essere definito come un esempio di letteratura sociale. In secondo luogo, siamo di fronte a un romanzo che senza &#8220;<strong>finzioni</strong>&#8221; e &#8220;<strong>astrusi protocolli per sembrare originali</strong>&#8221; sa narrare fatti che interrogano la quotidianità.</p>
<p><strong>Morale della favola:</strong> avremmo bisogno di più romanzi così, perché il nostro periodo storico richiede di essere vigili. Il parallelismo tra <strong>Grecia</strong> e <strong>Italia</strong> cade in un momento propizio. Dall&#8217;altra non possiamo non riconoscere che da anni <strong>Voland</strong> dà voce a quegli autori balcanici, che al momento stanno dando prova di grande vivacità; vivacità da cui qualcuno dovrebbe prendere spunto.</p>
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		<title>Daniela Di Sora: una vita per l&#8217;editoria</title>
		<link>https://www.borderliber.it/daniela-di-sora-una-vita-per-leditoria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Jan 2026 13:02:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Di Sora]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[Voland]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pubblichiamo un’intervista di Leonardo Floriani a Daniela Di Sora. Questo contributo è realizzato in collaborazione con il Centro Culturale Connessioni. La foto in copertina è tratta dal web ed è stata fornita dagli autori Ho conosciuto Daniela Di Sora all&#8217;incirca un anno fa, se la mia memoria bislacca non mi inganna. Fu in occasione di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Pubblichiamo un’intervista di Leonardo Floriani a Daniela Di Sora. Questo contributo è realizzato in collaborazione con il </strong><a href="https://www.centroculturaleconnessioni.it/connessioni"><strong>Centro Culturale Connessioni</strong></a><strong>. La foto in copertina è tratta dal web ed è stata fornita dagli autori</strong></p>
<p><em>Ho conosciuto Daniela Di Sora all&#8217;incirca un anno fa, se la mia memoria bislacca non mi inganna. Fu in occasione di un incontro con il gruppo di lettura Ciampino legge, organizzato per dialogare di Piccole Morti, di Ivana Sajko, appena uscito per i tipi Voland. Incontro, che però, mai si svolse. </em></p>
<p><em>Il mio caro amico Nicola Argenti s&#8217;era preso l&#8217;impegno improbo di raccattarci in giro per Roma e di portarci fino a Ciampino, ma la Città Eterna aveva per noi piani diversi e, a dire il vero, non fu affatto un male. Complice una manifestazione di proporzioni bibliche e il mal tempo, dopo tre ore chiusi in un’automobile nemmeno spaziosa, paralizzati tra i flutti di una fiumana infinita dalla quale non c’era scampo, non eravamo riusciti neppure ad abbandonare il quartiere Esquilino dal quale partivamo. Alla fine decidemmo di rifugiarci in una pizzeria qualsiasi, lasciando il veicolo alla come viene – che il flusso ininterrotto di automobili se lo portasse pure via! – per dare a quel disastro una parvenza di senso.</em></p>
<p><em>Be&#8217;, non me ne vogliano gli amici di Ciampino legge che attesero invano, sprecando ore del loro tempo, ma quel bidone colossale fu, per me e per Nicola, una benedizione. Non solo avemmo modo di curiosare tra i panni dell&#8217;editoria, di venire a parte di aneddoti in bilico sul confine del surreale, di comprendere meglio dinamiche che, nonostante la passione, ci erano del tutto oscure. Godemmo soprattutto del piacere di conoscere la Daniela Di Sora persona, una donna forte, schietta al limite del brusco, preparata da farci vergognare, ma pure simpatica, delicata, disponibile, purtroppo ferita.</em></p>
<p><em>Questa intervista, per la quale devo ringraziare l&#8217;amica Elisa Zumpano, mi riempie di gioia, perché mi dà modo di far conoscere ad altri una mollichina almeno di Daniela Di Sora e della sua Voland, editrice indipendente che pubblica libri di livello altissimo (ne ho letti ormai moltissimi e continuerò), perché la Lady Voland – come per affetto la chiamiamo tra di noi – non solo ama il suo lavoro, ma ama l&#8217;oggetto del suo lavoro, ovvero la letteratura. E non è cosa da poco.</em></p>
<p><strong>Come e quando nasce Voland?</strong></p>
<p>La casa editrice viene fondata da me e da Sergio Giordano, un amico scomparso molti anni fa, con atto costitutivo presso un notaio nel dicembre del 1994 ma i primi 3 libri escono a marzo/aprile del 1995, il che mi consente di giocare su due date, e di creare un po’ di confusione… L’anno scorso abbiamo festeggiato i 30 anni della casa editrice, e quest’anno continuiamo a festeggiare.</p>
<p>Voland nasce soprattutto perché all’epoca mi sembrava inconcepibile (e così continua a sembrarmi ancora adesso) che letterature tanto ricche di opere interessanti e affascinanti fossero poco considerate dal mercato editoriale italiano. Io sono laureata in lingua e letteratura russa, ho studiato con il mitico Angelo Maria Ripellino le letterature russa e ceca, sono andata a lavorare come lettrice di lingua e letteratura italiana in Bulgaria, ho tradotto per varie case editrici da queste lingue, e collaborato spesso con loro… ma non tutte e non sempre le mie proposte venivano accettate dagli editori. E allora un bel giorno ho deciso di scendere in campo di persona. Non a caso uso questa espressione: nel 1994 ci fu un’altra più famosa, e a mio avviso più deleteria, discesa in campo… ma era anche l’epoca in cui molti pensavano che con la cultura si potesse cambiare il mondo. Comunque i primi libri furono tradotti dal russo e dal bulgaro, ed erano: Gogol’, <em>Dall’Italia</em>, Tolstoj/Ripellino <em>Per Anna Karenina</em> e Emilijan Stanev<em> Il ladro di pesche</em>: libri di cui sono orgogliosa ancora adesso…</p>
<p><strong>Quanti editori donna c&#8217;erano quando hai iniziato e cosa comportava esserlo?</strong></p>
<p>Non so quante fossimo, i primi nomi che mi vengono in mente sono di sicuro quelli di Emilia Lodigiani di Iperborea e Sandra Ozzola di E/O, donne straordinarie che sicuramente sono state almeno in parte prese da me a modello… Inoltre c’erano Elvira Sellerio, Claudia Tarolo di Marcos y Marcos… Prima ancora c’era Laura Lepetit, che aveva fondato La tartaruga, poi c’è stata Ginevra Bompiani, di Nottetempo… Quello dell’editoria indipendente è un mondo popolato da molte donne, anche oggi. Molte editrici, molte traduttrici, molte redattrici e addette stampa…</p>
<p>A me non sembra di ricordare di aver avuto problemi particolari o di averne ora per il fatto di essere donna. Ma forse è solo perché sono una inguaribile ottimista per natura. Sono però anche pronta e ben disposta a difendere a spada tratta le mie scelte, e a pagare di persona quando sbaglio.</p>
<p><strong>Oggigiorno ritieni che la situazione sia cambiata per le donne al vertice nella tua professione?</strong></p>
<p>Oggigiorno siamo forse più consapevoli della nostra forza, e delle nostre capacità. Ma spesso anche più stanche, almeno quelle della mia generazione…. I meccanismi della professione sono però sempre gli stessi, mi sembra. Semmai più complessi ma non solo per le donne.</p>
<p><strong>Di quale risultato vai più fiera?</strong></p>
<p>Domanda a cui è difficilissimo rispondere… Forse la risposta più vera è che sono fiera dell’aspetto grafico dei miei libri, della cura con cui sono stati concepiti e vengono realizzati. E in questo è stato molto importante l’apporto e la grandissima professionalità da Alberto Lecaldano. Quando ci siamo incontrati Voland era nata da poco, e alcuni libri di quei primi anni sono piuttosto, diciamo così, approssimativi. Quando Alberto ha iniziato a occuparsi dell’aspetto grafico della casa editrice ha rivoluzionato molte cose: il tipo di carta, il suo colore e il suo peso, la foliazione in sedicesimi o in trentaduesimi, la gabbia. Poi a un certo punto, in uno dei pochi momenti in cui in cassa c’era qualche soldo, io gli ho comunicato il mio desiderio di avere una font con il nostro nome, una font Voland. Disegnata apposta per noi. Lui mi ha preso selvaggiamente in giro, dicendomi che non ricordo quale Luigi di Francia fosse stato l’ultimo a farsi disegnare appositamente una font a lui dedicata. Ma ha contattato un suo bravo e giovane collega, Luciano Perondi, che si è messo all’opera. Hanno lavorato per mesi, io non avevo la minima idea di cosa volesse dire “disegnare” una font, i caratteri maiuscoli e minuscoli, la punteggiatura, il corsivo, il grassetto, i numeri… un lavoro infinito e certosino. Ma da quel fatidico 2010 abbiamo una font che porta il nome Voland, e che ha una microscopica codina del diabolico diavolo bulgakoviano nella V, maiuscola e minuscola. Il primo libro uscito con la nuova font è stato Viaggio d’inverno, di Amélie Nothomb. Ecco, questa cosa mi fa sorridere e mi riempie di gioia ancora oggi.</p>
<p>Ma non è l’unica cosa di cui vado fiera: vado fiera di aver portato in Italia Amélie Nothomb, Georgi Gospodinov, Mircea Cartarescu… Vado fiera dei miei autori in generale, e dell’amicizia profonda che mi lega ad alcuni di loro… Vado fierissima di ciascun premio vinto da loro, e dai premi vinti dalla casa editrice. Vado fiera delle mie ragazze, la redazione che non si risparmia mai. Vado fiera di pubblicare 24 titoli l’anno e di non cedere alla tentazione di farne di più.</p>
<p>Non so se si è capito che, nonostante tutte le indicibili difficoltà, la fatica, la rabbia di non riuscire spesso a vendere in modo decente un titolo in cui credo, nonostante tutto questo, amo il mio lavoro.</p>
<p><strong>Hai mai pensato di arrenderti? Se sì, perché (grazie al cielo) hai desistito?</strong></p>
<p>Alcuni anni fa c’è stato un momento molto brutto e molto faticoso in cui mi è sembrato di aver sbagliato tutto, in cui avevo – per mia imperizia soprattutto – accumulato un numero tale di debiti che non mi faceva dormire la notte… In quei mesi maledetti sono stata sul punto di mollare, non vedevo vie d’uscita. Dopo molte notti insonni, ho invece preso la decisione di vendere la casa che possedevo, di cercare pian piano di saldare i debiti e di continuare. Non so bene cosa rispondere al “perché hai resistito?”. Forse perché sono testarda, un ariete con ascendente in ariete, forse perché amo questo lavoro e mi sento viva quando trovo un libro che mi interessa, che mi prende, che mi intriga e vorrei far leggere ad altri, a molti altri… di certo anche perché ho avuto vicino persone che mi hanno capito e sostenuto. E posso dire che adesso, in un momento per me doloroso e complicato al livello personale, sapere di dovermi occupare del piano editoriale dei prossimi mesi mi dà forza e speranza. E’ un lavoro totalizzante e coinvolgente, che ti occupa ogni momento della giornata… Di certo posso dire che non ho resistito perché penso di essere insostituibile.</p>
<p><strong>Fammi un&#8217;istantanea del mondo editoriale di oggi.</strong></p>
<p>90.000 novità l’anno ti bastano come istantanea? Siamo un paese in cui aumenta il numero dei libri pubblicati ogni anno e diminuisce il numero dei lettori: secondo l’ISTAT in Italia legge il 39,3 % della popolazione (in Francia il 63%, in Spagna il 54%)… dunque leggono in pochi ma scrivono in moltissimi… Un paese in cui le librerie indipendenti chiudono e le catene sopravvivono malamente e cercano di far cassa vendendo spazi sugli scaffali. Un paese in cui gli editori hanno dovuto lottare a lungo per ottenere il prezzo fisso del libro (il prezzo fisso garantisce soprattutto le librerie indipendenti, che non potevano permettersi di fare sconti insostenibili come le catene). Un paese in cui i grandi gruppi editoriali dominano il mercato e possiedono catene di librerie…</p>
<p>Forse non è un’istantanea, piuttosto un quadro di Bosch.</p>
<p><strong>In che maniera si dovrebbe intervenire per salvarlo o quantomeno stabilizzarlo questo paziente, secondo te?</strong></p>
<p>Non ho formule magiche, e credo sempre meno che si possa davvero modificare qualcosa… un tempo avevamo creato un’associazione di editori indipendenti, i Mulini a vento, e abbiamo cercato di lottare: qualcosa di importante l’abbiamo ottenuto con Adei e AIE, come il prezzo fisso del libro sul modello della legge Lang in Francia che ha reso impossibile alle catene di fare sconti insostenibili per le librerie indipendenti. Penso ancora che ci si debba battere per ottenere una maggiore protezione per le librerie indipendenti, sgravi fiscali, tariffe postali vantaggiose per la spedizione dei libri per competere con Amazon, fondi per le biblioteche scolastiche…</p>
<p><strong>L&#8217;immagine che i non addetti ai lavori hanno dell&#8217;editore è spesso astratta. Un&#8217;entità senza volto, rinchiusa in un eremo, oppure appollaiata all&#8217;ottantesimo piano di un grattacielo, dalla cui algida volontà dipendono le fortune di uno scrittore. Facci sapere com&#8217;è davvero e, se vuoi, per farlo raccontaci un aneddoto.</strong></p>
<p>A parte che la redazione Voland è composta di tre stanze abbastanza piccole e al piano terra di un immobile nei pressi di piazza Vittorio, non escludo che ci siano editori chiusi all’ultimo piano di un grattacielo… Posso solo dire che esistono tanti tipi di editori, ognuno con la sua esperienza e con suo carattere. Io, come molti altri editori indipendenti, amo molto essere presente alle fiere, parlare dei miei libri, incontrare i lettori, accompagnare le autrici e gli autori nelle librerie, intervenire durante le presentazioni, spiegare perché ho scelto un libro… ovviamente posso permettermelo perché pubblichiamo 24 titoli l’anno, e conosco tutto il mio catalogo a memoria. Io però mi diverto, anche se è una fatica improba. E anno dopo anno ritrovo delle persone che mi dicono “mi è piaciuto molto il libro che mi ha consigliato…” Mi piace indovinare che tipo di lettore ho davanti, se è un lettore “Nothomb” o un lettore “Cartarescu” o “Gospodinov” o invece preferisce gli italiani…</p>
<p>C’è un brano di Fisica della malinconia del bulgaro Georgi Gospodinov che leggo spesso alle fiere, a pagina 126 nella nuova edizione, che io trovo geniale e con cui conquisto immancabilmente un lettore, ed è il seguente, cito:</p>
<p>“In sostanza tutta la mia pubertà può essere descritta attraverso la situazione politica degli anni ’80.</p>
<p>Primo bacio a una ragazza.<br />
Muore Brežnev.<br />
Secondo bacio (a un’altra ragazza).<br />
Muore Černienko.<br />
Terzo bacio…<br />
Muore Andropov.<br />
Sono io che li ammazzo?<br />
Primo goffo amplesso nel parco.<br />
Černobil…”</p>
<p><strong>Qual è il libro che ti ha fatto innamorare della letteratura?</strong></p>
<p><em>Delitto e castigo</em>, di Dostoevskij. A 17 anni, più o meno. Non mi ricordo come fosse capitato in casa mia, non provengo da una famiglia di intellettuali, i libri erano rari e poco importanti, mia madre leggeva Annabella e Novella (dove c’erano però i racconti di Giorgio Scerbanenco e Brunella Gasperini, che divoravo). Comunque lo ebbi in mano e non riuscivo a staccarmene. Fu lì che mi innamorai della letteratura. E decisi anche di studiare la lingua, per leggerlo un giorno in originale…</p>
<p><strong>Grazie.</strong></p>
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		<title>Il giardiniere e la morte di Georgi Gospodinov</title>
		<link>https://www.borderliber.it/il-giardiniere-e-la-morte-ciano-voland/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Aug 2025 22:01:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Gospodinov]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Il giardiniere e la morte&#8221; di Georgi Gospodinov, Voland, 2025 Mi trovo d&#8217;accordo con Giuseppe Dell&#8217;Agata, traduttore di questo testo, che definisce &#8220;Il giardiniere e la morte&#8221; un libro che parla della &#8220;nostalgia della vita che passa&#8221;, proprio perché in questo romanzo la &#8220;morte&#8221; viene sempre trattata con rispetto, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Il giardiniere e la morte&#8221; di Georgi Gospodinov, Voland, 2025</strong></p>
<p>Mi trovo d&#8217;accordo con Giuseppe Dell&#8217;Agata, traduttore di questo testo, che definisce <strong>&#8220;Il giardiniere e la morte&#8221;</strong> un libro che parla della &#8220;nostalgia della vita che passa&#8221;, proprio perché in questo romanzo la &#8220;morte&#8221; viene sempre trattata con rispetto, come evento naturale, senza demonizzazioni, senza tentativi di assegnarle compiti o responsabilità che non ha.</p>
<p><strong>Gospodinov</strong> ci mette sotto gli occhi la malattia di suo padre, ci fa entrare nel loro rapporto, ci porta per mano in un itinerario di sofferenza e dolore in cui l&#8217;elaborazione del lutto comincia fin dal primo rigo. Nonostante ciò l&#8217;autore non cade nel patetico, nel tragico che a volte può diventare comico, resta sempre in quel campo sensibile in cui &#8220;accettazione&#8221; e &#8220;legittime domande sul senso dell&#8217;esistenza&#8221; si confrontano.</p>
<p><strong>&#8220;Il giardiniere e la morte&#8221;</strong> è però anche un romanzo che mostra come si può affrontare il trapasso, come prepararsi a tale evento pur sapendo che non esiste un metodo. Il padre malato di Gospodinov è immerso nella storia della sua nazione, tra gli echi dell&#8217;ex Madre Russia, nella Bulgaria in cui le parole dolci verso i figli erano tabù.</p>
<p>In questi passaggi, in cui l&#8217;autore delinea un&#8217;esistenza, veniamo a contatto con l&#8217;essenza di questo romanzo: <strong>lo scorrere del tempo e la sua famelicità</strong>. E in questo &#8220;incedere inarrestabile&#8221;, uguale per tutti, si nasconde il lato crudele di questo &#8220;libro&#8221;. Anzi, in questo modo viene espressa proprio la naturalezza della fine, il cinico addio alle cose del mondo.</p>
<p>Lo scrittore non si affanna a rievocare il padre. Non è per lui importante narrare ciò che è destinato a &#8220;non essere più&#8221;. Il suo intento è solo quello di mostrare un passaggio, un uomo in divenire, una consapevolezza che cresce giorno dopo giorno e che pian piano si incanala in ciò che &#8220;così deve andare&#8221;. Sicuramente, nessuno accetta la morte di un suo caro, tantomeno pensa alla propria. Eppure, l&#8217;autore bulgaro costruisce con semplicità una sorta di memoir che non è un resoconto, ma la storia di ciascuno.</p>
<p>Anche il tumore che divora giorno dopo giorno il padre dell&#8217;autore non ruba mai la scena e non è di certo il protagonista, ma è quasi un &#8220;accidente&#8221;, una sorta di traghettatore che accelera l&#8217;evento ultimo. Mentre leggevo <strong>&#8220;Il giardiniere e la morte&#8221;</strong> mi è venuta spesso in mente la famosa frase di Foucault: <strong>&#8220;Noi non moriamo perché ci ammaliamo, ma ci ammaliamo perché fondamentalmente dobbiamo morire&#8221; </strong>che, sono sicuro, anche Gospodinov conoscerà, perché è proprio lungo questa direttrice che quest&#8217;opera si muove.</p>
<p>Infatti, al di là del dolore per la perdita di un proprio caro, <strong>&#8220;l&#8217;essere per la morte&#8221;</strong> di cui parla Heidegger non è una cinica, o peggio ancora nichilista, visione della vita, ma è l&#8217;unica certezza che dovrebbe porre l&#8217;uomo di fronte a sé per vivere a pieno e con &#8220;consapevolezza&#8221;. Ed è anche la &#8220;consapevolezza&#8221; un altro elemento che spicca in questo romanzo, perché tanto il figlio quanto il padre sanno come finirà, quindi non possono che comprendere ciò che è ineluttabile.</p>
<p>Insomma, siamo di fronte a un libro che può essere un taccuino, un diario, un romanzo, semplicemente un insieme di pagine e di pensieri, di tutto ciò che arricchisce di presenza una vita che non c&#8217;è più.</p>
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		<title>Valerio Aiolli: Portofino Blues e l&#8217;allegoria di una cronaca</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jun 2025 22:01:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Alessio Barettini. In copertina: &#8220;Portofino Blues&#8221; di Valerio Aiolli, Voland, 2024 Immaginare la storia della fine della contessa Vacca Agusta dentro un romanzo è possibile farlo in molti modi. Valerio Aiolli ha scelto una strada che conduce quell&#8217;episodio su un piano socialmente allegorico. Come in un giallo o in un documentario di Lucarelli, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Alessio Barettini. In copertina: &#8220;Portofino Blues&#8221; di Valerio Aiolli, Voland, 2024</strong></p>
<p>Immaginare la storia della fine della contessa <strong>Vacca Agusta</strong> dentro un romanzo è possibile farlo in molti modi. <strong>Valerio Aiolli</strong> ha scelto una strada che conduce quell&#8217;episodio su un piano socialmente allegorico. Come in un giallo o in un documentario di Lucarelli, Aiolli racconta come fosse un inviato speciale del passato, lascia che la sua voce si senta, che prenda per mano questo racconto e lo restituisca ai suoi spettatori/lettori/ascoltatori. Del resto un romanzo si legge ma si ascolta e si vede, e questo non fa eccezione, anche perché ogni volta che sembra scendere sul piano del giallo, del mistery, si ferma sul ciglio, guarda giù dal burrone e lascia che le onde raccontino la loro storia di cronaca.</p>
<p><strong>Valerio Aiolli</strong> ripercorre le tappe dei giorni di gennaio 2001, dalla scoperta del corpo della contessa alle indagini, senza seguire un ordine cronologico, anzi lasciando flashback e ricostruzioni nella narrazione attraverso i vari punti di vista. L&#8217;autore scava nel passato, fino alle origini di Villa Altachiara, ben oltre i momenti bui dei fatti di cronaca, ben oltre i giorni e i momenti precedenti la sua morte. Questa indagine letteraria, questa ricostruzione che cerca di legare un fatto qualunque a un momento storico preciso che riguarda non solo <strong>Portofino</strong>, e come un blues si propaga ad abbracciare un intero mondo, si spinge in diverse direzioni.</p>
<p>Uno dei suoi centri è senza ombra di dubbio la persona dentro il corpo sociale di <strong>Francesca Vacca Agusta</strong>, su cui l&#8217;autore si interroga guardando nel suo passato e lasciando parlare quel fatto di cronaca, sapientemente parcellizzato tra tutte le voci di chi le era stato vicino. Portofino, con la sua storia di nobiltà, di imperialismo, di capitalismo, di lussi e feste, depressioni e droghe, ne è lo sfondo costante, ne accompagna ininterrottamente il suo ricordo, nel tentativo di capire.</p>
<p>Ma questo avviene con l&#8217;obiettivo di guardare in modo diverso da quell&#8217;onda mediatica che fu il caso della morte della contessa, forse la prima volta, di molte, che un caso di cronaca venne portato, per mezzo della televisione, dentro le case degli italiani affamati di questo tipo di narrazioni. In modo diverso perché il fine di <strong>Valerio Aiolli</strong> non è quello di un detective, o meglio è quello di un detective dell&#8217;anima, perché a seguire queste narrazioni si finisce per parteggiare, per avere ipotesi certe che si fanno opinioni, per giocare con la tv, dimenticando il centro di tutto questo, ovvero che dentro quel corpo depresso e invidiato c&#8217;era davvero una persona.</p>
<p>È proprio questa la forza, il pregio maggiore di <strong>Portofino Blues</strong>, la scelta di raccontare in questo modo conduce a mostrare come eravamo in modo molto netto e preciso. Perché questo si possa offrire ai lettori bisogna che ci sia qualcuno che ne parli, della contessa. <strong>Aiolli</strong> lascia che a farlo sia prima di tutto Susanna, la grande amica di quei mesi, ma è un gioco di matrioske. La memoria della contessa si compone, pezzo dopo pezzo, ora di quelle voci, ora dello sguardo esterno che assomiglia a quello televisivo che ne ricompone la storia.</p>
<p><em>I giornalisti inseguono e incalzano chiunque dia l&#8217;idea di essere coinvolto nelle ricerche in corso (…) Programmi televisivi pomeridiani e serali dedicano servizi e approfondimenti alla sparizione della contessa. Si muovono i grossi calibri: Emilio Fede, Maurizio Costanzo, Bruno Vespa, tutte persone che probabilmente l&#8217;avevano conosciuta a qualche festa. (p.51)</em></p>
<p>E poi Tirso e Maurizio, Corrado e Rocky, gli uomini al centro di questa storia. Ma è una memoria, quella che si offre ai lettori, che in modo centrifugo esce da Portofino e viene ad abbracciare tutta la nazione. C&#8217;è un parallelo continuo fra il movimento dell&#8217;interesse mediatico e quello di <strong>Portofino Blues</strong>, che fa diventare il mistero della morte della contessa, sospeso fra ipotesi di suicidio e sospetti di omicidio, un&#8217;emblema di una nazione durante un momento storico ben preciso, quello che ha sovrapposto, d&#8217;altro canto, la cronaca mediatica con la cronaca stessa, mentre la politica di quegli anni, così vicina al mondo della contessa, è qualcosa di più di essere semplice cornice. In questa ricostruzione accurata la voce del narratore è molto presente:</p>
<p><em>Come sempre quando parla pacatamente, Di Pietro dà l&#8217;impressione di un motore tenuto a bassi giri, che da un momento all&#8217;altro potrebbe scatenare tutta la sua potenza. (…) “Io non ho conosciuto di persona la contessa Vacca.” dice (proprio così: Vacca e basta) “ho però indagato sulla sua persona. (p.82)</em></p>
<p>Perché <strong>Valerio Aiolli</strong> fa in modo che la propria voce entri così evidentemente tra le pieghe del racconto? Ha bisogno di guidarci? Teme che quel tipo di racconto possa obnubilarci, come succede con le narrazioni televisive di questi episodi? Vuole dirci qualcosa? Evidentemente vuole mostrarci dove guardare, vuole portarci a usare il suo romanzo come strumento che definisce un&#8217;epoca.</p>
<p>Credo che il limite principale di questo romanzo stia qui, perché Aiolli alterna parti di narrazioni accurate storicamente, che dimostrano il lavoro di sbobinatura della storia che c&#8217;è dietro, a parti in cui nel racconto entra una dimensione immaginaria che cerca di mostrare i comportamenti dei personaggi e le relative motivazioni, che in questa storia sono anche implicazioni. Ecco, era veramente necessario?</p>
<p>Appare superflua quest&#8217;atmosfera ovattata che si crea in queste parti, la voce narrante sembra indecisa se entrare nella villa o continuare a guardare dalla finestra, forse per pudore, non perché non si potesse dividere in questo modo questo racconto, ma perché non viene fatto in modo netto. La sua voce resta così molto presente senza esserlo mai del tutto. Fra i libri presentati in dozzina, questo assomiglia molto a <strong>La ribelle, Van Straten</strong> viene addirittura citato da <strong>Valerio Aiolli</strong> nello stesso romanzo.</p>
<p>I due procedono in una ricostruzione analoga, ma compiono poi scelte diverse quando si tratta di dare una forma romanzesca al materiale. A ben guardare ci sono altri romanzi che si muovono lungo questa direttrice, che in linea generale lasciano che la soggettività dell&#8217;autore emerga in tutta l&#8217;evidenza possibile. <strong>Aiolli</strong> sembra quasi voglia sparire, ma non può farlo, perché quella storia è anche la sua storia, anche solo perché è così mediaticamente universale e così vicina a noi. E che questo produca dissonanza, sfumature, ambiguità, non sembra curarsi, come se potesse proteggersi dietro l&#8217;ambiguità intrinseca della storia che racconta. O forse, e questa è un&#8217;altra ipotesi riconoscibile, tutto si gioca, in questa parte di rielaborazione romanzesca, sulla volontà di mantenere tutto su un piano malinconico, blues.</p>
<p><em>L&#8217;Italia ti frega. C&#8217;è troppa bellezza. Se nasci nel posto sbagliato non ne esci più, quella bellezza ti tiene ancorato peggio di un magnete. Portofino è un posto così, piccolissimo e bellissimo, ti può soffocare, ti soffoca.(p.91)</em></p>
<p>Ma allora perché non concedere ai personaggi l&#8217;ipotesi di un destino differente, meno infelice, anche solo intravisto e lasciare invece al blues tutta l&#8217;inevitabilità del caso, come se questo fosse, senza appello, l&#8217;unico modo di manifestazione delle cose della società italiana?</p>
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		<title>Sotto la pelle. David Machado e l&#8217;excursus di un trauma</title>
		<link>https://www.borderliber.it/sotto-la-pelle-machado-voland-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[yoursocialnoise]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Apr 2025 22:01:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Assoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Sotto la pelle&#8221; di David Machado, Voland, 2025 Un&#8217;aggressione dalla persona che diceva di amarla e la vita di Júlia cambia in maniera irreversibile, modificando la sua percezione del mondo e il modo di confrontarsi con gli altri. &#8220;Sotto la pelle&#8221; è un excursus sulla potenza del &#8220;trauma&#8221;, su [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Sotto la pelle&#8221; di David Machado, Voland, 2025</strong></p>
<p>Un&#8217;aggressione dalla persona che diceva di amarla e la vita di <strong>Júlia</strong> cambia in maniera irreversibile, modificando la sua percezione del mondo e il modo di confrontarsi con gli altri. <strong>&#8220;Sotto la pelle&#8221;</strong> è un excursus sulla potenza del <strong>&#8220;trauma&#8221;</strong>, su come la violazione della propria intimità possa distruggere la capacità di stare nel mondo.</p>
<p>Ambientato in <strong>Portogallo</strong>, in tre momenti dislocati <strong>tra il 1994 e il 2017</strong>, ossia da quando la protagonista è una adolescente fino a quando è ormai adulta e madre, il romanzo di <strong>David Machado</strong> è costellato da personaggi influenzati dal proprio dolore, da una sofferenza che è lì, nascosta, e che nessuno riesce a spazzare via.</p>
<p>Le conseguenze di un trauma possono essere molteplici, in <strong>Júlia </strong>hanno generato un forte <strong>&#8220;senso di protezione&#8221;</strong> verso <strong>Catarina</strong> e, più tardi, nei riguardi di suo figlio <strong>Manuel</strong>. Lo sviluppo della trama, ricca di colpi di scena, metterà in mostra quei meccanismi di difesa che la protagonista ha ormai fatto confluire nella stessa area in cui si addensano gli istinti. Ma ciò ha anche creato un altro pericoloso aspetto: <strong>una mania di controllo distruttiva</strong>.</p>
<p>La capacità di <strong>Machado</strong> è stata quella di costruire un filo conduttore tra storie diverse senza mettere in campo delle forzature. I narratori delle varie vicende, soprattutto nel secondo episodio in cui prevale la voce dell&#8217;enigmatico <strong>Salomão</strong>, sentono la necessità di raccontare a loro stessi ciò che li turba, creando però figure ideali sospese tra <strong>finzione e realtà</strong>. </p>
<p>In qualche modo ogni personaggio prova ad assolversi, ma non lo fa intenzionalmente, bensì seguendo quel bisogno di sopravvivenza che riduce il mondo a un habitat domestico, facilmente gestibile e modificabile.</p>
<p>Infatti, <strong>Júlia</strong> si sente libera solo nella sua stanza da letto, luogo in cui passa le sue giornate da adolescente spaventata e disarmata; <strong>Salomão</strong> è in cella mentre scrive le vicende che lo hanno portato all&#8217;incontro con <strong>Catarina</strong>, ormai diventata una ragazza bella e in fuga da sé stessa; <strong>Manuel</strong> è invece circoscritto all&#8217;area rurale in cui la madre lo ha costretto a vivere, isolandolo dalla società, dalla tecnologia e persino dai vicini di casa. In tutti e tre però c&#8217;è il momento della ribellione: anche questo elemento è <strong>&#8220;sotto la pelle&#8221;</strong> di ciascuno e innescherà, in vari modi, un percorso di redenzione.</p>
<p><strong>Machado</strong> instaura un costante confronto tra i personaggi e il loro<strong> &#8220;senso di colpa&#8221;. </strong>In alcuni momenti, proprio <strong>la voce dei rimorsi</strong> assume le sembianze di uno spirito guida. Insomma, siamo davanti a un romanzo improntato sulla dimostrazione delle cause e degli effetti delle azioni dei personaggi, in cui le parole dipingono delle istantanee di vita. Tutto ciò ci fa rivivere quel conflitto tra <strong>&#8220;colpa e assoluzione&#8221;</strong> che sempre affascina, perché pone al centro l&#8217;essere umano e la sua condizione.</p>
<p>In risalto viene posto <strong>&#8220;il rimosso&#8221;</strong>, che ormai si mostra con naturalezza, oserei dire felicemente come compagno delle nostre patologie. Non so quanto tutto questo sia stato voluto o quanto sia stato ricercato. Di sicuro, la naturalezza della prosa elimina tutti quegli elementi edonistici che riempiono fin troppo una certa <strong>&#8220;letteratura del disagio&#8221;</strong>.<br /><br /><br /><br /></p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;</p>
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