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	<title>visione Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>L&#8217;odore acre della guerra</title>
		<link>https://www.borderliber.it/lodore-acre-della-guerra-poesia-gervasi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Sep 2025 21:19:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Gervasi]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;L&#8217;odore acre della guerra&#8221; è una poesia di Giuseppe Gervasi. In copertina: &#8220;Madre con bambini in un rifugio&#8221; opera di Henry de Groux I bambini devono correre sulla spiaggia con in mano un aquilone. I bambini devono sporcarsi la bocca con un gelato, con lo zucchero filato, con la nutella dolce, dolcissima. I bambini devono [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;L&#8217;odore acre della guerra&#8221; è una poesia di Giuseppe Gervasi. In copertina: &#8220;Madre con bambini in un rifugio&#8221; opera di Henry de Groux</strong></p>
<p>I bambini devono correre<br />
sulla spiaggia con in mano<br />
un aquilone.<br />
I bambini devono sporcarsi<br />
la bocca con un gelato,<br />
con lo zucchero filato,<br />
con la nutella dolce,<br />
dolcissima.<br />
I bambini devono<br />
inseguire un pallone<br />
ed essere felici per un gioco.<br />
I bambini devono andare a scuola,<br />
devono tornare a casa,<br />
sedersi a tavola con mamma e papà.<br />
I bambini devono nascondersi<br />
solo per scherzo<br />
e devono ridere di gioia.<br />
I bambini non devono<br />
tremare di paura,<br />
non devono soffrire:<br />
sporcarsi del loro stesso sangue.<br />
I bambini devono poter crescere,<br />
sognare, viaggiare,<br />
diventare donne<br />
e uomini del domani.<br />
I bambini non devono mai sentire<br />
il boato di una bomba,<br />
l&#8217;urlo di un dolore.<br />
I bambini non devono<br />
mai sentire l&#8217;odore acre della guerra,<br />
che soffoca il respiro<br />
della loro anima.<br />
I bambini devono solo sentire<br />
il dolce profumo dei fiori,<br />
che inebria i giardini<br />
dei parchi giochi della loro infanzia.</p>
<hr />
<h4><strong>Chi è Giuseppe Gervasi?</strong></h4>
<p>Giuseppe Gervasi, poeta, scrittore e conduttore televisivo, è nato a Siderno (RC) il 6 marzo del 1977. Vive a Riace, un piccolo paese della città metropolitana di Reggio Calabria. Laureato in Giurisprudenza, per qualche anno ha esercitato la professione forense. Ha ideato e condotto “La Terra del Sole” e “Gente di Calabria”, programmi televisivi di approfondimento culturale. Con Laruffa Editore ha pubblicato “I tuoi Passi Lenti… Verso l’Origine dell’Amore” (2015), “Un Nuovo Suono” (2017) e “Desiderio” (2018), un racconto per bambini che parla di utopie e sogni. Con Radici Future Produzioni ha pubblicato “Riace che Incontra il Mare” (2019), il suo primo romanzo, e “Dietro una Porta Ho Atteso il tuo Respiro” (2021). Ha partecipato con un contributo poetico alla pubblicazione di “Croce di Libia” (Ludo Edizioni, febbraio 2020). A febbraio del 2023 ha dato alle stampe la raccolta di poesie “Che non Sia l’Ultimo”, Pace Edizioni. Nel 2025 ha pubblicato “Ho Sognato la mia Terra” (Vintura Edizioni), una denuncia poetica che accompagna il lettore in un viaggio calabrese al limite tra la realtà e il sogno. Intensa la sua attività politica, sociale e culturale.</p>
<hr />
<p><em>Se ti è piaciuta questa poesia, </em><strong>allora clicca qui e leggi anche <a href="https://www.borderliber.it/umilta-rimasta-piccola-gervasi-poesia/">&#8220;Umiltà rimasta piccola&#8221;</a></strong></p>
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		<title>Geremia</title>
		<link>https://www.borderliber.it/geremia-racconto-fucci/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 May 2025 22:01:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Fucci]]></category>
		<category><![CDATA[Geremia]]></category>
		<category><![CDATA[horror]]></category>
		<category><![CDATA[Laura]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Terra]]></category>
		<category><![CDATA[visione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Geremia&#8221; è un racconto di Manuela Fucci. In copertina una foto creata con l&#8217;intelligenza artificiale Tutto è iniziato con Geremia. Geremia era il mio caro amico e il più talentuoso di noi due: aveva la scintilla dello scrittore, lui. Era novembre quando mi chiamò, e mi disse che il suo romanzo aveva trovato una casa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Geremia&#8221; è un racconto di Manuela Fucci. In copertina una foto creata con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>
<p>Tutto è iniziato con Geremia. Geremia era il mio caro amico e il più talentuoso di noi due: aveva la scintilla dello scrittore, lui. Era novembre quando mi chiamò, e mi disse che il suo romanzo aveva trovato una casa editrice importante; lo volevano, e volevano che ne scrivesse subito un altro. Fui felice per lui. Aveva lavorato al romanzo per dieci anni scrivendo più di settecento pagine. Nessuno lo aveva letto però. Perché se c’era un pregio che ci accumunava, era la mancanza di fiducia.</p>
<p>Geremia era la scrittura. Anche un bugiardino, una ricetta, se scritti da lui, diventavano racconti straordinari. Non sono mai stato geloso del suo talento: scrivere era per me un modo di atteggiarmi, di riempire le mie giornate inconcludenti.</p>
<p>Quella volta, al telefono, mi chiese di accompagnarlo in montagna, avremmo viaggiato con la sua macchina. Risposi che prima di gennaio non avrei potuto: avevo dei racconti da consegnare. Mentivo. Questo facevo con lui, fingevo di essere uno scrittore vero. Uno scrittore del suo livello. Comunque, accettai. Voleva raggiungere un luogo di attrazione, disse, di cui aveva letto da qualche parte.</p>
<p>Non sapeva o, forse, non volle dirmi altro, ma la sua eccitazione, anche durante il tragitto, mi agitava e mi incuriosiva. Da quando aveva saputo dell’esistenza di quel posto non era più riuscito a darsi pace. Adesso ho due raccomandazioni per te: hai trovato la mia lettera in questa baracca, e adesso bruciala insieme alla casa. Per farlo, usa questi stessi fogli; troverai una scatola di fiammiferi sotto il lavello, attaccati con dello scotch. Potrei appiccare io stesso le fiamme, stracciare la lettera, tornare indietro, ma nessuno saprebbe la verità su di lui, e lui mi troverebbe, in ogni caso. Ma se è la curiosità a mangiarti, come io credo, allora rimarrai.</p>
<p>Il giorno della partenza, Geremia ha così insistito per mettersi alla guida; diceva che chiacchierare e guidare lo rilassava. Lasciata l’autostrada, siamo entrati nella frazione del paese, lo stesso che hai attraversato tu, probabilmente, e che ti ha portato all’entrata del bosco. Il navigatore ci ha detto di guidare nel viale alberato e di proseguire fino al passaggio a livello.</p>
<p>Lì il panorama si è trasformato. Eravamo circondati da alberi di oleandri, campi a vista d’occhio di noccioleti. Dopo qualche chilometro è iniziata la montagna. La salita era molto ripida e ogni curva era peggio della precedente. Tuttavia Geremia non era preoccupato. Parlava: era come se non avvertisse il minimo pericolo. Un animale improvviso, perfino una foglia da un albero, avrebbero potuto farci sbandare e precipitare. Ma non c’erano cristiani o animali vivi.</p>
<p>Arrivati nel parcheggio Geremia ha spento la macchina, la Volkswagen blu, sotto uno dei tre alberi. Così ricordo. Cerco di ripercorrere per filo e per segno tutto il nostro tragitto perché è assolutamente necessario che tu sappia cosa non fare. Siamo entrati nel bosco, con gli zaini in spalla. Abbiamo visto le aree pic-nic, alcune famiglie, dei bracieri e un piccolo chiosco. Sentivamo bambini giocare, odore di carbonelle accese e di carne arrostita.</p>
<p>Più il bosco si infittiva e più la luce si spegneva sopra di noi. Dopo dieci minuti di camminata mi sono accorto che qualcosa mancava. Erano le voci, le voci dei bambini si erano mutate; gli unici suoni erano il cinguettare acuto di qualche uccello e i rami spezzati sotto i nostri piedi.</p>
<p>Faceva freddo, un freddo umido. Geremia camminava davanti a me, con il navigatore attivo. Ci ha portati all’inizio di un sentiero fatto di erba piana, come se, prima di noi, migliaia di piedi l’avessero calpestata. Geremia, a quel punto, ha detto che era certo fosse la direzione giusta. E lo era.</p>
<p>Arrivati in un cerchio di piante di felci ci siamo accorti che i cellulari non avevano linea. Così abbiamo fatto qualche altro metro, e ci siamo imbattuti nella costruzione. Sembrava uno di quei bagni pubblici, un prefabbricato, di quelli nei cantieri. Un parallelepipedo di legno verde, una porta, senza finestre. A mezzo metro da me vedevo la condensa uscire dalla bocca di Geremia, che ha detto: «Ti ho trovata».</p>
<p>Mi sono avvicinato alla struttura. Ho chiesto a Geremia cosa dovessimo fare lì. Lui mi ha risposto che avevamo davanti la storia del suo nuovo romanzo. Poi lo ha detto: «La prima è in Giappone: è la cabina del vento». Gli ho chiesto a cosa servisse. Geremia ha risposto senza guardarmi, fisso sulla porta della cabina.<br />
«Serve a parlare con i morti.»<br />
«Originale come storia, tanto di cappello, amico mio!», ho detto.<br />
Geremia ha girato solo la testa. «Ti sto dicendo la verità. Chiunque lo desideri, può entrare lì dentro, prendere la cornetta e parlare con i morti.» Senza aspettare una mia replica, ha aperto la porta ed è entrato. «Guarda tu stesso.»<br />
Mi sono sporto. C’erano una mensola di legno e un telefono, un comunissimo telefono a gettoni, con la rotella dei numeri e la cornetta. Lungo il perimetro della cabina, non c’erano fili.<br />
«Non è straordinario?»</p>
<p>Lo era. Ho pensato che Geremia stesse scherzando. Tuttavia Geremia era uno che non si prendeva mai gioco degli altri. Così mi ha detto di aspettarlo fuori. Ormai eravamo lì, e se Geremia voleva togliersi questo sfizio, che male c’era? Dall’esterno non sentivo suoni o voci provenire dalla cabina. Per un attimo ho pensato di bussare, mettere fine a quella pagliacciata. Chi ero io per farlo? Era il suo romanzo, non il mio.</p>
<p>Ho camminato nell’erba alta. Si sentivano dei motori di auto o altro in lontananza. La solitudine di quello spiazzo rendeva tutto molto pesante. Il cielo era bianco latte, avevo di nuovo freddo e più camminavo nell’erba umida più i piedi si gelavano. Come mai nessuno ci aveva raggiunti? Sono tornato indietro dopo una ventina di minuti. Geremia era uscito. Era pallido e stanco, come se avesse ore di sonno arretrate. Ho raccolto lo zaino e gli chiesto, tanto per dargli soddisfazione, com’era andata.</p>
<p>«Abbiamo parlato.»<br />
Non accennava a schiodarsi dalla zolla di terra su cui era piantato.<br />
«Ah, davvero? In macchina mi racconterai tutto.»<br />
«Ho parlato con Laura.»<br />
Gli ho riso in faccia. E ancora oggi me ne pento. Non avrei dovuto prendermi gioco di lei. Geremia aveva solo sua sorella al mondo, morta cinque anni fa.<br />
«Devo riprendermi un attimo.»<br />
Gli ho detto: «Torniamo all’area pic-nic».</p>
<p>Dopo pochi minuti ci siamo accorti di aver sbagliato percorso, perché siamo arrivati vicino a questa baita; era quasi ora di pranzo. La porta era aperta. Ho visto subito un foglio sul tavolo: Qui i vostri cari si sentono al sicuro. Abbiate cura di questo luogo: è stato costruito per chi desidera stare con loro. Troverete cibo e acqua potabile e coperte pulite. Geremia si è chiuso nel bagno. Io mi sono guardato intorno: un tavolino con due sedie, un bollitore dell’acqua, decine di pacchetti monodose di biscotti al miele, una ciotola con della frutta matura e un paio di forchette.</p>
<p>Anche io sono andato in bagno. Quando sono uscito ho trovato Geremia accasciato su una sedia, con le braccia penzoloni. Sembrava molto magro, aveva l’aria di un profugo. Si è massaggiato le orbite con i palmi e poi ha detto che voleva dirmi cosa era successo lì dentro. In quel momento ho avuto una strana paura, tuttavia mi sono seduto anche io e l’ho ascoltato in completo silenzio.</p>
<p>Una volta nella cabina, ha preso la cornetta ed ha aspettato, finché dall’altro lato ha sentito un crepitio. Il crepitio si è intensificato, assordante, poi è cessato del tutto, ed è allora che è arrivata la voce. La voce di Laura. Una voce raffreddata, tappata. Laura che lo chiama per nome. Lui che risponde e lei che gli racconta il vuoto dove vive lei e dove vivono gli altri come lei. Volevo ridere, ero nervoso, ma se mi fosse scappato anche solo una smorfia, Geremia non mi avrebbe perdonato. Con lui ho vissuto la migliore amicizia che si possa avere, e mai avrei sospettato, neanche nell’immaginario più lugubre, di arrivare a quello. Anche quando lui è tornato, e qualcosa noi abbiamo iniziato a capirlo subito, quando Geremia ha manifestato i primi segni di cedimento, anche allora, ha provato a rimanere vigile.</p>
<p>Dietro la casa c’è un grande masso grigio vicino a uno più piccolo ricoperto di muschio. Bisogna mettersi di spalle ai due massi e camminare contando fino a dieci, in direzione nord. Troverai una collinetta di terra. A circa un metro, sotto il cumulo, dovrebbe esserci Geremia. Dico dovrebbe, perché forse gli animali hanno nel frattempo scavato fino ai suoi resti. In tal caso troverai una fossa vuota. Ma sappi che, nel momento in cui scrivo, Geremia è ancora lì, vestito dei suoi abiti, con la fotografia di Laura sul petto. Sono giorni che non tocco cibo. Giorni che non piove, che non si vede un animale. Come se la vita si fosse spostata da qui. Per lungo tempo ho creduto di essere morto anche io. Che questa casa, questo rifugio, dove ci siamo nascosti, sono state delle allucinazioni.</p>
<p>Poi è successo. In casa è entrato il gelo di cento corpi morti. Lo sentivamo vicino a noi, sfiorarci la pelle della faccia e dei vestiti. Geremia era stranamente tranquillo. Ho pensato che mi avesse organizzato uno scherzo: Amico mio, ti ho giocato un tiro con la storia della cabina! Ma ha iniziato a parlare a voce alta, a fare domande, come se ci fosse una terza persona. Aspettava, guardando il soffitto, e poi rispondeva. Geremia non si sarebbe mai sognato di scherzare sulla morte o su Laura, che ha detto essere qui, e ha aggiunto che a lui dispiaceva, oh sì, terribilmente gli dispiaceva di non averlo potuto evitare.</p>
<p>«Non riesco più a seguirti, Geremia.»<br />
«Amico mio, siamo qui per lei.»<br />
«Sei fuori di testa.»</p>
<p>Geremia rideva e urlava, urlava e piangeva. Geremia parlava, prima nell’angolo tra la porta e il muro, poi al soffitto, poi nel bagno e infine rannicchiato a terra in posizione fetale. Ha preso dal portafogli la foto di Laura e l’ha tenuta in mano, per tutto il tempo. Ha detto che se ne fotteva del romanzo, lui voleva parlare con lei, e che se proprio ci tenevo potevo usarla io questa storia, così sarei diventato famoso.<br />
Non ci ho visto più.</p>
<p>Gli ho messo le mani al collo. Gli urlavo, sputando, in faccia e intanto stringevo con tutta la forza le mani intorno al collo, forte, più forte, fino a spremermi le vene. Lui ha smesso di ridere, non ha opposto resistenza. Ecco che la porta si è aperta. Una folata di vento, come due braccia, ci separano e io finisco a terra. Geremia di fronte a me, sudato e violaceo. «Moriremo.»<br />
«Muori tu, allora!» Mi sono alzato, ho raccolto lo zaino da terra e ho provato a uscire ma devo essere inciampato in una lastra del pavimento perché sono caduto di nuovo, sbattendo la testa. Seppure stordito ho messo a fuoco Geremia e ho visto che aveva una forchetta in mano. «Che fai?» Lui mi ha sorriso, come quando lo riaccompagnavo a casa ubriaco e lo mettevo a letto vestito.</p>
<p>Il tempo di chiudere gli occhi e di riaprirli, qualcosa mi ha colpito la faccia e i vestiti. Geremia si è accasciato sulle ginocchia nel proprio sangue, fiotti scuri che gli uscivano dal petto, dove si conficcava la forchetta. Sono rimasto a guardarlo anche quando è finito tutto. È arrivato il tramonto e noi eravamo ancora lì. Lui in un ovale di sangue.</p>
<p>A un certo punto mi sono alzato e ho preso l’asciugamano che avevo messo nello zaino. Ho coperto la faccia di Geremia. Mi sono inginocchiato vicino al suo corpo. Ho aspettato che facesse buio. Poi l’ho trascinato per i piedi, sul retro, dove ti ho detto dei due massi e ho iniziato a scavare con le mani, con Geremia vicino. Vedevo la punta delle scarpe, e non riuscivo a guardare il collo e tutto il resto. Quando ho finito di scavare ho preso le sue caviglie e l’ho trascinato dentro la buca. La sua mano sinistra stringeva qualcosa. Era la foto di Laura. Istintivamente l’ho sfilata e l’ho appoggiata sul suo petto.</p>
<p>È arrivata l’alba. Mi sono lavato. Pensavo a Geremia: il mio amico perché non reggeva più la morte di Laura. Sono andato via. Nessuno mi ha visto. Appena ho visto la macchina di Geremia mi sono ricordato delle chiavi. Dovevo tornare indietro.</p>
<p>Ho corso fino alla baita. Sono andato sul retro e ho scavato con le mani. La vista di Geremia mi ha paralizzato, ma dovevo avere quelle chiavi. Le chiavi erano in una delle tasche. Ho coperto la fossa, ma quando mi sono alzato dal terreno, ho sentito un alito gelido. Non è niente, mi sono detto, ti stai impressionando. Qualcuno ha soffiato il mio nome. Un’allucinazione! La stanchezza o la paura, per forza. Ma quella voce insisteva: Paolo, Paolo!, più vicina, come nel cervello.</p>
<p>«Geremia!»<br />
L’ho supplicato di lasciarmi vivere, che non avevo colpe, che volevo solo tornare nel mio appartamento, alla mia vita insignificante.<br />
«La terra è fredda, amico.»<br />
L’ho implorato di smettere, ma lui ha insistito: «Siamo amici e gli amici non si abbandonano così.»<br />
Sono riuscito a muovermi, a correre dentro la baita; ho bloccato la porta con le sedie, sperando servisse a qualcosa. Così per ore, e giorni.<br />
Finché ti ho visto.</p>
<p>Camminavi nel bosco. Eri solo. Nel pericolo. Allora ho capito. Ti ho seguito fino alla cabina del vento, dove tu sei entrato. Ho lasciato lo zaino e i cellulari in bella vista, mentre eri dentro, e tu hai seguito le tracce, fino a qui. Nel frattempo ti ho scritto questa lettera, da bravo scrittore, quale sono.<br />
E adesso voglio che tu abbia la mia seconda raccomandazione: lascia che Laura e Geremia facciano.<br />
Io devo scrivere il mio romanzo.</p>
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		<title>A Cataratta</title>
		<link>https://www.borderliber.it/cataratta-racconto-giannella/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Jan 2025 23:03:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Occhio]]></category>
		<category><![CDATA[Patologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;A Cataratta&#8221; di Adalgisa Giannella. In copertina un disegno di Mia Bandinu Sai quando ti sfronzoleiano avanti all’uocchie macchiulelle e lummenarie tutt’assieme e la vita è un’altra, perché non sa di reale, ma scombinìo di forme e colori che poi non ci capisci più niente? Accadeva a Rita specialmente la sera, come desiderasse vedere meglio [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;A Cataratta&#8221; di Adalgisa Giannella. In copertina un disegno di Mia Bandinu</strong></p>
<p>Sai quando ti sfronzoleiano avanti all’uocchie macchiulelle e lummenarie tutt’assieme e la vita è un’altra, perché non sa di reale, ma scombinìo di forme e colori che poi non ci capisci più niente?<br />
Accadeva a Rita specialmente la sera, come desiderasse vedere meglio falene o stelle e ci stavano solo lumere senza senso, cammere disordinate, misterìo di voci, anche se gli occhi li sgranava assai.<br />
E che significa sgranare?<br />
Allargare per vedere meglio, vedere ciò che va visto e non farfalle e grilli a estate conclusa, i sorrisi Durbans di mamma e papà seppelliti da vent’anni, i vestiti bui che in realtà le avevano venduto con fragole e fiordalisi.<br />
Brutta cosa le cataratte scese come tende grige davanti agli occhi, proprio una scucciatura.<br />
Rita rimarcava alle amiche che lei era centosettantacinquesima in coda per l’intervento e quanto tempo sarebbe passato? Un anno, massimo due e poi ci avrebbe visto il mondo coi cristallini nuovi.<br />
Ci sarebbero stati i colori giusti, avrebbe riconosciuto le persone che la salutavano trattate spesso con malacrianza, avrebbe indossato il vestito di lana piuttosto che quello di cotone quando il freddo sconvolge le carni e arriva u male e cap che neanche e pillole ru miraculo fanno passare.<br />
Vedere bene.<br />
Tanti lo danno per scontato, lei no.<br />
A settantanni almeno una volta nella vita, voleva vedere bene.<br />
Quel mondo che aveva osservato dietro un tenda di voile, una ragnatela, un vetro opaco per altri assai chiaro, lei non lo vedeva esplicito da cinquant’anni.<br />
Chissà se da<br />
𝒎𝒊𝒐𝒑𝒆𝒑𝒓𝒆𝒔𝒃𝒊𝒕𝒆𝒂𝒔𝒕𝒊𝒈𝒎𝒂𝒕𝒊𝒄𝒂𝒊𝒑𝒆𝒓𝒎𝒆𝒕𝒓𝒐𝒑𝒆 si dovesse accontentare di non vederla bene una realtà.<br />
Magari non le sarebbe neanche piaciuta.<br />
Feroce, confusa, dietro a mode sconvenienti e assurde fatte di accessori turpi tipo cinte con teschi, jeans strappati fino all’inguine, cappelli con orecchie di lupo, umanità che si fotografava tutto il giorno perché i ritratti non si pavavano chiù come na vota.<br />
Questo era tutt chell che sapeva dalle amiche non cegate o con la cataratta fatta prima di lei per canoscenza e buonasciorte.<br />
La sua miopia prevedeva occhiali spessi e brutti che non indossava mai, così l’uocchi malati ci facevano apparire belli pure gli amori tristi e non necessari.<br />
Alberto, Vincenzo, Lorenzo le sarebbero piaciuti dieci decimi su dieci?<br />
Forse no&#8230; anzi, no sicuramente!<br />
Povera Rita delusa, oscurata, maltrattata da amori non visti per una lettura del tutto sballata di sorrisi e smorfiaggini.<br />
Non solo.<br />
Nella vita sua ci stavano pure due figli sconosciuti, con facce spiritose e comportamenti di malaffare. La offendevano e non la chiamavano neanche mamma e purtroppo sulle anime ci vedeva chiaro: non l’amavano sti figli qua.<br />
Le rendevano la vita difficile anche ora che li guardava con Ilde la vicina, attraverso i selfie di Feibuks senza occhiali. Sembravano angeli, nonostante anche per loro fossero arrivate rughe e scarnità, ci diceva Ilde.<br />
Ai giardinetti incontrava Sciuè l’amico napoletano purosangue che la scherniva per il cappello di lana indossato ad agosto, l’ombrello nella borsa della spesa in una giornata in cui il sole &#8211; e se lo chiedeva anche il sole, affermava Sciuè &#8211; a cosa le sarebbe servito quell’attrezzo rosa infilato di fianco a baguette e cavolfori dato che in cielo non ci stava neanche una nuvola?<br />
Rideva Sciuè e lei pensava che presto sarebbe stata una donna bionica.<br />
Dopo l’operazione avrebbe visto ed escluso dalla vita tutti gli obbrobri, i falsi amici, le tele pittate da Lorenzo che a detta di Sciuè erano solo un impapucchiamento di colori e sarebbe stata alla larga da Benito che lei pensava fosse un volpino, ma che poi tentava di azzannarla perché in realtà era un rotwailer.<br />
Gli occhiali li detestava.<br />
Se li appiccicava al naso solo in casa, quando guardava la televisione e li toglieva all’improvviso quando in quella scatola ci schiaffavano delitti, guerre e nudità.<br />
Davanti allo specchio si rimirava con l’accricco pagato seicento euro. Gli occhiali con la montatura nera acquistata assieme ai figli che d’accordo con l’oculista, avevano avuto il coraggio di affermare che quelle lenti ci davano massimo quarant’anni.<br />
Invece i bifocali antiriflesso opachi la facevano assomigliare a na fattucchiara.<br />
Con le cataratte scese, gli occhiali erano volati dentro la monnezza.<br />
Li aveva guardati con un’alleria curiosa e ci aveva fatto pure un balletto attorno al bidone.<br />
Nel bosco vicino casa sua Sciuè le aveva preso una canna di bambù che mò teneva per vedere meglio o liett, a caffettera, e seggiole del soggiorno, u mazz e chiav col pupazzotto giallo che le aveva regalato Peppina la sorella prima che l’infarto non la scetasse cchiù.<br />
Ci pareva di stare dentro le stanze quando scoppiano gli incendi, solo che a puzz e bruciat non si sente e le fiamme non ci stanno, solo fumo denso.<br />
Poi Luana capoinfermiera al Sanigalli e dirimpettaia sua, le aveva spiegato l’operazione pure se Rita non c’aveva capito granchè.<br />
Aveva detto che la cataratta è na bella cosa, perché dopo l&#8217;intervento torni a vedere come una guagliuncella.<br />
Un mistero, ma che ce ne fregava a lei della soluzione scientifica se finalmente il mondo si sarebbe fatto limpido come raccontava Cinzia la poeta che dopo l’intervento aveva scritto un racconto dal titolo “ Senza fantasmi”.<br />
Lo aveva ascoltato con ardore attraverso lo smartofone che Sciuè le aveva regalato per il compleanno.<br />
Sciuè che aveva accompagnato il pacchettiello con le camelie che Rita amava assaie perché venivano dal Giappone dove la nervosaggine non esiste.<br />
Ce lo aveva spiegato lui il perché.<br />
Là ci sta Kodama dio degli alberi che li calma tutti con il tè, mentre loro si pigliano u cafè che li rende pazzi e scriteriati.<br />
Fu proprio dallo smartofone che arrivò l’appuntamento per l’intervento prima della data prevista.<br />
Da centosettantacinquesima a sessantesima perché tanti erano morti e altri si erano ammalati e mò toccava a lei, Rita Pastorini.<br />
Dopo due notti insonni, Rita non era più sicura di volerseli cagnà l’uocchi, s’appaurava.<br />
E se non c’avesse visto più neanche l’ombre? Se l’operazione andava male e sarebbe rimasta cegata?<br />
Con voce tremolante lo comunicò a Sciuè che l’avrebbe accompagnata in ospedale e quello non la finiva più di ridere come avesse parlato la scema che davanti al miracolo se ne scappa.<br />
Poi ci si erano messi pure i figli sconsiderati a dire che c’aveva le cervella fritte.<br />
Per finire Lucia, amica ru core, cieca dalla nascita, aveva attaccato col piagnisteo ca furtuna viene a chi non la merita.<br />
Come na guarattella era corsa a casa e nella borsa di tela aveva infilato una vestaglietta, due pantofole sgarrupate, le mutandine pulite e u cuorn che mamma sua ci aveva regalato a un compleanno: rosso come il sangue ma che pareva na carota sfurmata. Ci aveva ficcato pure na lettera dove lasciava in caso di guai, le poche cose di casa sua alla Chiesa Celeste dove ascoltava messa e chiedeva grazie mai arrivate.<br />
Dopo due giorni era in ospedale.<br />
Sciuè l’aveva lasciata davanti alla camera operatoria dove si sentiva puzza di carne bruciata.<br />
Prima di lei toccava a Giovanna Sempallera che chiagneva per la paura e Rita ce lo disse subito che si sentiva cummare con issa, che pure a lei ci veniva da vommicare tanto era lo spavento.<br />
S’erano strette in un abbraccio e a tutte e due erano tornati coraggio e speranza.<br />
Dopo due mesi Rita lo vedeva bene il mondo e non si era mai accorta di quanto fosse sporco e affollato. Pure casa sua non riconosceva più, pareva proprio abbandunata.<br />
Ragnatele, macchie d’olio, schizzi di pomodoro, asciugamani e lenzuola che da bianchi erano diventati rosa ciclamino, quadri con due dita di polvere, la televisione con sopra lo schermo una cataratta gigante fatta di manate, alcool e moscerini deceduti.<br />
Na schifezza.<br />
Passò un mese per farle scintillare quelle stanze e quando Sciuè passò a prenderla per festeggiare con una pizza gli occhi nuovi, s’innamorò del pizzetto sale e pepe, del sorriso buono e questa volta in cuor suo sapeva che era quello giusto o forse lo sapeva pure da cegata&#8230; chissà.</p>
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		<title>Occhio non vede, cuore non duole e speranza salva l’onore</title>
		<link>https://www.borderliber.it/compassione-speranza-occhio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jan 2025 23:01:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Occhio non vede, cuore non duole e speranza salva l’onore&#8221; è un articolo di Giuseppe Milite. Foto in copertina di Martino Ciano Il significato del termine compassione è: “patire con”. Ovvero, condividere fino al punto di arrivare a sentire il dolore dell&#8217;altro. Quindi, fino a prova contraria, è un partecipare al patire dell’altro che solo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Occhio non vede, cuore non duole e speranza salva l’onore&#8221; è un articolo di Giuseppe Milite. Foto in copertina di Martino Ciano</strong></p>
<p>Il significato del termine compassione è: <strong>“patire con”</strong>. Ovvero, condividere fino al punto di arrivare a sentire il dolore dell&#8217;altro. Quindi, fino a prova contraria, è un partecipare al patire dell’altro che solo così, per forza di un’unica accezione, dovrebbe essere vissuto. Un sentimento indiscutibilmente nobile ma anche molto impegnativo da accogliere in sé con sincerità.</p>
<p>Talvolta riusciamo a provarlo con pienezza ma, in genere, solo quando il sofferente ci è vicino, se non vicinissimo. Al contrario, quando il dolore è così tanto, e magari pure di tanti, ma lontano da noi nello spazio, allora il sentire, il vivo percepire, è più difficile se non addirittura impossibile. Ciò è quanto sta avvenendo in questo momento storico dal punto di vista umano e sociale in molteplici luoghi nel mondo. In poche parole, preferiamo non vedere e ignorare intenzionalmente.</p>
<p>Scegliamo di rifuggire. Ci impegniamo, a tal fine, con ogni sotterfugio, per evitare accuratamente che qualche sentimento ci raggiunga. Tanto che per molti di noi, diventati fin troppo “cosa per sé&#8221; fino a renderci incalliti pianeto-usuranti, nonché sovralimentati “turbo” consumatori di benessere vacuo, illusorio e fittizio, la compassione è diventata ben altro sentimento. Quanto affermo spesso accade dentro di noi, magari, pur essendo consapevoli della realtà dei fatti, pur essendone, a volte e del tutto, in totale contezza.</p>
<h3>Occhio non vede&#8230;</h3>
<p>Ci rifugiamo nella speranza, che ci autosomministriamo in pillole. Una per ogni <strong>prima</strong> e un’altra, magari, per ogni <strong>dopo</strong> quei pasti rigorosamente lauti delle feste, ormai diventati quotidiani. Culliamo così il desiderio che qualcosa, magari un accadimento, oppure intervento umano o divino che sia, cambi in meglio lo stato delle cose.</p>
<p>&#8220;D&#8217;altronde, la speranza non delude mai&#8221;, ci dicono. Io, al contrario, affermo che pur essendo la speranza un tranquillante metafisico indiscutibilmente benefico per la nostra psiche è, sostanzialmente, un adagiarsi ad un amaro o, talvolta, dolce far nulla. Dopo più di duemila anni di lette e vissute soteriologiche attese, mi considero stanco e deluso dalla speranza, perché troppo simile all’indifferenza.</p>
<p>Sono terribilmente incazzato per una cosiddetta virtù che ci induce ad accettare in ozio, troppo spesso, gli eventi più nefasti e crudeli. Chissà che mai, più d’ora, la <strong>Speranza</strong> incarni il mitico <strong>“Timor del futuro”</strong>.</p>
<h4>Come disse Esiodo&#8230;</h4>
<p>Ma quella femmina il grande coperchio del doglio dischiuse,<br />
con luttuoso cuore, fra gli uomini, e i mali vi sparse.<br />
Solo il Timor del futuro restò sotto l&#8217;orlo del doglio,<br />
nell&#8217;infrangibile casa, né fuori volò dalla porta,<br />
perché prima Pandora del vaso il coperchio rinchiuse,<br />
come l&#8217;egíoco[8] Giove, che i nuvoli aduna, le impose.<br />
Ma vanno gli altri mali fra gli uomini innumeri errando,<br />
perché piena è la terra di triboli, il pelago è pieno.<br />
E vagolano morbi di giorno sugli uomini, ed altri<br />
giungon di notte, improvvisi, recando cordoglio ai mortali,<br />
muti, ché ad essi tolse la voce l&#8217;accorto Croníde:<br />
sicché, modo non c&#8217;è di sfuggire ai voleri di Giove..[9]</p>
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		<title>Rafał Wojaczek. Nota sul poeta che incantava le stagioni</title>
		<link>https://www.borderliber.it/poeta-ucciso-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Dec 2024 23:03:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Poeta]]></category>
		<category><![CDATA[Polonia]]></category>
		<category><![CDATA[Rimbaud]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>
		<category><![CDATA[visione]]></category>
		<category><![CDATA[Vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Marco Masciovecchio. Le foto di &#8220;Rafał Wojaczek&#8221; sono state fornite dall&#8217;autore dell&#8217;articolo La primavera è passata, l’estate è passata, e l’autunno, e l’inverno E il poeta non incanta più bestemmia. Alla fine, come sempre, sono sempre i poeti che vengono a trovarci e lo fanno sempre in modo inaspettato squarciando le tenebre del [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Marco Masciovecchio. Le foto di &#8220;Rafał Wojaczek&#8221; sono state fornite dall&#8217;autore dell&#8217;articolo</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>La primavera è passata, l’estate è passata, e l’autunno, e l’inverno</em><br />
<em>E il poeta non incanta più bestemmia.</em></p>
<p>Alla fine, come sempre, sono sempre i poeti che vengono a trovarci e lo fanno sempre in modo inaspettato squarciando le tenebre del nostro piccolo universo.</p>
<p>Dopo oltre 50 anni dalla loro stesura arrivano finalmente in Italia i versi di <strong>Rafał Wojaczek</strong>, grazie a <strong>Francesco De Luca</strong> che, rimasto ammaliato dalla forza dei versi del<strong> Rimbaud</strong> polacco, pubblica 66 poesie come libro d’esordio della neonata casa editrice romana <strong>Delufa Press: Rafał Wojaczek &#8211; Il poeta andava fucilato – Poesie Scelte 1964-1971.</strong></p>
<p>Rafał Wojaczek, poeta e prosatore polacco, è annoverato nel gruppo dei poeti maledetti, nasce a <strong>Mikołów</strong> (in Slesia) il 6 dicembre 1945 e muore suicida a <strong>Wrocław</strong> (Breslavia) l’11 maggio 1971. L’esordio letterario avviene con la pubblicazione di sette (simbolo di completezza e di perfezione) poesie inedite su rivista <strong>Poezja</strong> (Poesia). Il debutto editoriale è del 1969 con la raccolta Sezon (La stagione), accolta con lusinghieri giudizi dalla critica.</p>
<p>Nel 1970 uscì la sua seconda raccolta <strong>Inna bajka</strong> (Una diversa favola). Postume uscirono <strong>Którego nie było</strong> (Colui che non c’era, 1972) e <strong>Nie skończona krucjata</strong> (La crociata non finita, 1972).</p>
<p><strong>Wojaczek</strong> era un provocatore nato, tentò più volte il suicidio. Gli fu diagnosticata la schizofrenia. Diagnosi che rappresentò un macigno per tutta la sua vita. Chiese lui stesso di trascorrere una settimana in clinica psichiatrica e lì conobbe l’infermiera che diventò sua moglie e gli diede una figlia, <strong>Dagmara</strong>. Il matrimonio durò appena un anno, concludendosi con l’inevitabile divorzio. L’ultimo tentativo di suicidio, l’11 maggio del 1971, ebbe successo, lo stesso poeta, sopra un biglietto, scrisse a mo’ di testamento, le dosi esatte e i nomi dei medicinali che avrebbe assunto per suicidarsi.</p>
<p>La sua poetica è una cruda esplorazione della disperazione esistenziale, del sesso, dell&#8217;amore e della condizione umana, sullo sfondo c’è la sua terra, la Polonia del dopoguerra, durante l’oscurantismo del regime sovietico. <strong>L’urlo di Wojaczek</strong> è un urlo disperato: “La sentenza su di me è stata già emessa.” (Poema).</p>
<p>Come spesso accade, il plauso della critica e una notevole attenzione avvenne, purtroppo, solo dopo la sua morte. Oggi <strong>Wojaczek</strong> è considerato una figura di primo piano della letteratura polacca del XX secolo e la sua opera continua a essere studiata e per la sua profondità e complessità.</p>
<p>Questo poeta così tragicamente inquieto, dalla vita così imprevedibile, morto ad appena ventisei anni non ancora compiuti, è stato uno dei fenomeni più controversi nella poesia polacca. E’ stato una sorta di cometa lasciando dietro di sé una vera e propria “leggenda”, soprattutto tra i giovani degli anni ’60.</p>
<p>Come in tutte le leggende è “controversa” la storia sulla sua modalità di scrittura, c’è chi afferma che scriveva sotto effetto dell’alcol e chi afferma che nell’atto “creativo” si chiudesse in casa scrivendo ininterrottamente, completamente sobrio limando di continuo i suoi versi. <em>(Siedo in un angolo/nella mia stanza/chiuso a chiave//Di tanto in tanto/per controllare/se sono vivo ancora/mi pungo con uno spillo/e m’inserisco un piccolo/trapano nel cranio …)</em></p>
<h3>Alcune poesie di Rafał Wojaczek presenti nella raccolta</h3>
<h4>Dice che le fa male l’amore</h4>
<p>Dice che le fa male l’amore<br />
questo fiore nero<br />
che cresce in una testa compressa</p>
<p>Un fiore che preme<br />
così da sforzare gli occhi</p>
<p>Lei guarda da cespuglio<br />
che in me si accende</p>
<p><em>22/23 IV 1966</em></p>
<p><strong>***</strong></p>
<h4>Chi è questo che mi appare allo specchio</h4>
<p>Chi è questo che mi appare allo specchio<br />
Non una donna né una persona<br />
Di nebbia, ma così crudelmente se stessa,<br />
Che il posto nell’almanacco finora è vuoto?</p>
<p>Chi è questo che dal mio bicchiere<br />
Bevendo non un ubriacone è, anche se<br />
Raccolto dalla polizia dal fango<br />
È preso come compagno di gilda?</p>
<p>Chi è questo che con la mia penna<br />
Scrive le mie poesie<br />
E nel mio letto prende mia moglie?</p>
<p>Chi è questo che è appena uscito</p>
<p><strong>***</strong></p>
<h4>Deve essere qualcuno</h4>
<p>Deve essere qualcuno, che non conosco, ma che si è impossessato<br />
Di me, della mia vita, della mia morte; di questo foglio</p>
<p><em>I testi sono tratti da: Rafał Wojaczek – Il poeta andava fucilato – Poesie scelte 1964-1971</em><br />
<em>Traduzione e cura di</em><br />
<em>Francesco De Luca e Bożena Topolska</em></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-11442 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2024/12/Poeta_Fucilato_Copertina.jpg?resize=597%2C806&#038;ssl=1" alt="Rafał Wojaczek, il poeta andava fucilato" width="597" height="806" data-recalc-dims="1" /></p>
<p>&nbsp;</p>
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