<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>Visciglia Archivi - BORDER LIBER</title>
	<atom:link href="https://www.borderliber.it/tag/visciglia/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.borderliber.it/tag/visciglia/</link>
	<description>Sguardi al limite</description>
	<lastBuildDate>Sun, 07 Sep 2025 21:34:21 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.0</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">206201238</site>	<item>
		<title>Campo Sant&#8217;Agnese</title>
		<link>https://www.borderliber.it/campo-santagnese-visciglia-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Sep 2025 21:34:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Campo]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[modernità]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Visciglia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.borderliber.it/?p=14921</guid>

					<description><![CDATA[<p>&#8220;Campo Sant&#8217;Agnese&#8221; è un racconto di Simona Visciglia. In copertina una foto di Stefania Manzi «Finalmente una panchina!» Benedetta afferra la mano di Federico, suo marito, trascinandolo come un peso morto. Lui si sfila lo zaino dalle spalle, lo lascia cadere sul legno rosso e umido. Si siedono, quasi si lasciano cadere anche loro, stanchissimi. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/campo-santagnese-visciglia-racconto/">Campo Sant&#8217;Agnese</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Campo Sant&#8217;Agnese&#8221; è un racconto di Simona Visciglia. In copertina una foto di Stefania Manzi</strong></p>
<p>«Finalmente una panchina!» Benedetta afferra la mano di Federico, suo marito, trascinandolo come un peso morto. Lui si sfila lo zaino dalle spalle, lo lascia cadere sul legno rosso e umido. Si siedono, quasi si lasciano cadere anche loro, stanchissimi.</p>
<p>Lei si accende una sigaretta: «Campo Sant’Agnese, bellino qui, no?» dice leggendo la targa sul muro scrostato di una palazzina bassa alla loro destra.<br />
Federico si guarda intorno: «Mah, non direi. Un po’ anonimo».</p>
<p>La piazza è delimitata dalla facciata laterale della chiesa intitolata alla santa; al centro, una vera da pozzo in pietra d’Istria, con la copertura stondata in metallo opaco. Benedetta stende le gambe, si massaggia le cosce. Si alza, si avvicina al pozzo, ci gira intorno, accarezzando la pietra bianca: «C’è una figura di donna in rilievo, sarà la santa. Sicuramente matta come tutte le altre, anoressica o schizofrenica».</p>
<p>Federico prende il cellulare: «Vediamo cosa dice Wikipedia: “Subì il martirio durante la persecuzione dei cristiani sotto Diocleziano, all’età di dodici anni”…»<br />
Benedetta si appoggia alla struttura esagonale, il suo sguardo scivola sulle pareti della chiesa: mattoni rossastri in cotto, nessun abbellimento particolare, qualche archetto cieco: «Sembra una casa di campagna,» commenta, senza ricevere risposta da lui «tipo quella dove abbiamo fatto il Capodanno nel… che anno era?»</p>
<p>Ma Federico sta continuando a leggere: «La chiesa fu costruita a cavallo tra il X e l’XI secolo…», per lei solo un movimento di labbra senza suoni.<br />
Benedetta torna a sedersi: «Abbiamo ancora i biscotti comprati nel Ghetto?»<br />
Lui posa il cellulare, estrae dallo zaino il sacchetto di carta della pasticceria e glielo porge.<br />
«Guarda là» gli dice lei, con la bocca piena, indicando una giovane coppia sulla panchina dall’altra parte del campo.<br />
I due se ne stanno aggrovigliati l’uno all’altra, le labbra incollate come se non avessero bisogno di respirare, le mani a frugarsi sotto i giubbotti.<br />
Federico rimane in silenzio, le spalle contro la panchina, le braccia distese sullo schienale, come in una crocifissione improvvisata.<br />
Benedetta si pulisce dalle briciole che le si sono appiccicate addosso: «Vabbè… Senti, i biscotti li finisco o ne vuoi uno anche tu?»</p>
<p>Il marito le fa cenno di no con la testa, ha di nuovo gli occhi dentro il display del telefono.<br />
Una donna, proveniente dal sotoportego su uno dei lati della piazza, passa loro davanti. Porta al guinzaglio un cane, al quale manca una zampa. L’animale salterella e scodinzola, nonostante l’handicap.</p>
<p>«Sembra felice» dice Benedetta, mentre manda giù l’ultimo boccone già mezzo sbriciolato.<br />
«Il cane o la coppia?» ribatte lui, con tono apatico.<br />
«Il cane, la coppia, pure i gabbiani che stanno beccando nel cestino dell’immondizia. Tutti tranne noi».<br />
«L’idea di Venezia è stata tua. A me ‘sta città mi fa cagare, è un circo per turisti e l’aria è irrespirabile. E poi dovevo finire una relazione al lavoro, ma ovviamente per te non è importante».<br />
Benedetta sospira: «Fosse solo il lavoro&#8230; Comunque qui intorno non vedo turisti. Solo i due pomicioni laggiù e questo albero secco. Magari in primavera ci sono i fiori»<br />
«Ho una app per riconoscere le piante» dice puntando la fotocamera.<br />
Lei si alza di nuovo, si avvicina all’arbusto spoglio: «Sei preciso solo quando ti fa comodo… Questi rami non ti sembrano, che ne so, artigli o delle braccia ossute? Metti via il cellulare per una volta».<br />
Federico, senza battere ciglio, prende lo zaino e si rimette in piedi: «Siamo alle solite, con te è impossibile parlare. Tu sei l’artista e io invece quello noioso. Torniamo in albergo, sono stanco e inizia a fare freddo».</p>
<p>Benedetta dà un’ultima occhiata al campo, una scacchiera grigia e verde: tra i <em>masegni</em> ciuffi di erba che l’autunno non ha ancora inaridito.<br />
Nel silenzio, d’improvviso si sentono suonare le campane. Lei alza gli occhi e solo in quel momento nota il campanile a vela che incornicia un pezzo di cielo rosa-azzurro.<br />
Federico sta cercando sul navigatore la strada per rientrare: «È lontano, quanto cazzo abbiamo camminato da stamattina?»<br />
«E se non guardassimo la mappa? Magari basta tornare sui nostri passi» si ferma, cercando le parole giuste «e tutto si sistema».<br />
Lui non la ascolta nemmeno, sta già studiando il percorso.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/campo-santagnese-visciglia-racconto/">Campo Sant&#8217;Agnese</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">14921</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Più forte del tempo di Ilaria Pizzini</title>
		<link>https://www.borderliber.it/piu-forte-del-tempo-pizzini-romanzo-visciglia-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jun 2025 22:01:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Affiori]]></category>
		<category><![CDATA[indagine]]></category>
		<category><![CDATA[Pizzini]]></category>
		<category><![CDATA[Ricostruzione]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[Tempo]]></category>
		<category><![CDATA[Visciglia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.borderliber.it/?p=14558</guid>

					<description><![CDATA[<p>Recensione di Simona Visciglia. “Più forte del tempo”, edito da Affiori nel maggio 2025, è il romanzo d’esordio di Ilaria Pizzini, già scrittrice di racconti pubblicati in varie antologie e riviste online Da Pavia, Caterina (detta Cate) si è appena trasferita in Toscana per vivere con Giorgio. Durante una passeggiata nello storico borgo, la protagonista [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/piu-forte-del-tempo-pizzini-romanzo-visciglia-recensione/">Più forte del tempo di Ilaria Pizzini</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Simona Visciglia. “Più forte del tempo”, edito da Affiori nel maggio 2025, è il romanzo d’esordio di Ilaria Pizzini, già scrittrice di racconti pubblicati in varie antologie e riviste online</strong></p>
<p>Da Pavia, Caterina (detta Cate) si è appena trasferita in Toscana per vivere con Giorgio. Durante una passeggiata nello storico borgo, la protagonista prova l’inspiegabile sensazione di conoscere già quel luogo. E ancor di più è attratta da una piccola casa che sembra “parlarle” e che acquista senza pensarci troppo.</p>
<p>Mentre il rapporto con il suo compagno si fa teso fino alla rottura definitiva, Cate si ritrova tra le mani un ritratto di donna sul cui retro è riportato il nome di <strong>Maria Caterina Cantoni</strong>. La figura femminile è straordinariamente somigliante alla nonna materna di cui sa pochissimo. Il misterioso dipinto la spinge ad avviare un’indagine per scoprire chi sia la donna vissuta nell’<strong>Ottocento</strong>, in una ricerca che assume i contorni di una ridefinizione della sua stessa identità.</p>
<p><em>“Credo che il destino ̶ chiamiamolo così ̶ ti abbia portato qui e, per folle che possa sembrare, credo anche che tu riuscirai a trovare le risposte che stai cercando, o almeno lo spero. In ogni caso, so che questo è il tuo posto, almeno per ora”</em> sono le parole che un’amica rivolge alla protagonista ed è su questa corda sottile che vibra l’intero romanzo di Ilaria Pizzini, una storia delicata e potente allo stesso tempo, come la sua protagonista.</p>
<p><strong>“Più forte del tempo”</strong> si snoda su due binari temporali: da una parte la Caterina contemporanea, con le sue domande irrisolte e il desiderio di recuperare le sue origini; dall’altra, una galleria affascinante di donne del passato, le “Caterine”, che attraversano quasi un secolo – dal 1812 al 1884 – portandosi dietro una traccia misteriosa, un’eredità fatta di intuizioni, empatia che sconfina nel prodigioso, legami con la terra e con la memoria. La scrittrice alterna i capitoli con maestria, con una scrittura cesellata e visiva che sa essere intensa e ariosa allo stesso tempo.</p>
<p>C’è il racconto di un amore che finisce, di altri che si consumano di nascosto o che nascono inaspettati; c’è un’indagine puntigliosa e piena di colpi di scena che si svolge tra archivi, biblioteche, uffici dell’anagrafe e in vecchie case piene di segreti dimenticati. Ci sono donne che incantano, donne capaci di sfidare le leggi della natura, di curare e guarire. Ci sono descrizioni paesaggistiche in cui ci si perde nei colori e negli odori, in un viaggio sinestetico che ci porta sui luoghi dove tutto si svolge.</p>
<p>Il lettore, infatti, si ritrova immerso nel <em>“profumo del gelsomino che occhieggia da tutti i muri rendendoli un ininterrotto arazzo bianco-verde&#8221; </em>o è rapito dai <em>“campi che offrono tappeti di papaveri vermigli”</em>; passeggia tra le stradine bianche di <strong>Magliano</strong> o rivolge gli occhi al mare così come si può ammirare dalle mura che avvolgono, come un abbraccio, il paese.</p>
<p>Il romanzo si muove tra più generi – il mistero genealogico, il romanzo storico, l’affresco sentimentale, il racconto intimista – ma non perde mai coerenza né ritmo. È, anzi, proprio nella varietà dei toni e delle suggestioni che <strong>“Più forte del tempo”</strong> trova la sua peculiarità. È una storia che profuma di terra e di vento, di enigmi e di verità nascoste. Una storia di donne, soprattutto, e della potenza silenziosa delle loro radici.</p>
<p>In tutta questa ricchezza di contenuti, non è difficile individuare alcuni temi principali, attorno ai quali l’autrice imbastisce la trama intricata che tiene il lettore inchiodato alle pagine fino alla fine. Uno di questi è la <strong>Storia</strong>, quella con la maiuscola, perché gli anni in cui si muovono alcuni dei personaggi sono quelli della Spedizione dei Mille (e non solo): un gruppo di garibaldini, guidato da <strong>Callimaco Zambianchi</strong>, passò proprio da <strong>Magliano</strong>, arruolando tra le sue fila giovani volontari del posto. Su questi grandi eventi trovano il loro posto i piccoli eventi, quelli di una quotidianità vissuta con semplicità e coraggio, con passione e fiducia nel futuro.</p>
<p>Altro tema fondamentale sotto tanti aspetti è il Tempo, come si intuisce già dal titolo. Quando Cate arriva a Magliano per la prima volta, chiede al suo compagno di fare un giro sulle mura che circondano il paese. Poiché hanno appuntamento con degli amici in un ristorante, lui la fa desistere e lei gli risponde: <em>«Ma se mancano ancora dieci minuti all’appuntamento! Vabbè, facciamo dopo, almeno possiamo prenderci tutto il tempo che vogliamo»</em>. Da questa breve e in apparenza insignificante risposta della donna il lettore può già intuire che il tempo è quello che ne facciamo. Caterina infatti dovrà fare i conti con il tempo che ha perso perché le mancano gli elementi per ricostruire il suo passato; con quello che ha inutilmente dedicato alla relazione con Giorgio; con il tempo che impiegherà per scoprire il mistero del ritratto.</p>
<p>Anche il tema delle assenze o della mancanza gioca un ruolo preponderante nello svolgersi della trama di <strong>&#8220;Più forte del tempo&#8221;</strong>. Ovviamente l’apparente mancanza di indizi risolutori per quanto concerne il mistero legato all’identità della donna del ritratto. E poi la mancanza di radici della nostra protagonista, condizione che pesa come un macigno sulla definizione completa della sua identità.</p>
<p>Quando Cate ritorna nella casa che ha condiviso con Giorgio, questa è descritta per sottrazione: “<em>Le sue cose però non ci sono più: non la borsa appesa all’ingresso, non il posacenere appartenuto a suo padre sul tavolino, non i suoi documenti sulla libreria dello studio, non i suoi vestiti nell’armadio”</em>. La ripetizione ossessiva della negazione “non” riempie l’indefinitezza di una parte della sua vita, in un ossimoro doloroso e non più accettabile. Gli oggetti mancanti sono un correlativo di altre assenze e vuoti che piano piano la protagonista colmerà.</p>
<p>Queste pagine, quindi, sono un viaggio nella storia e nell’anima; sono un tributo all’identità, alla memoria e a quella nostalgia di casa che solo pochi luoghi sanno guarire.</p>
<p><em>“È come se tutte la casualità che mi hanno portato qui abbiano per così dire un senso […] io che mi sono sentita provvisoria ovunque andassi, compresa Pavia, che pure è la mia città ̶ tutto sta componendo un disegno che ancora non sono riuscita a decifrare. Più invecchio e più mi mancano le mie radici”</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/piu-forte-del-tempo-pizzini-romanzo-visciglia-recensione/">Più forte del tempo di Ilaria Pizzini</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">14558</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Le notti rosa</title>
		<link>https://www.borderliber.it/le-notti-rosa-visciglia-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 May 2025 22:01:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Madre]]></category>
		<category><![CDATA[malattia]]></category>
		<category><![CDATA[Ospedale]]></category>
		<category><![CDATA[Visciglia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.borderliber.it/?p=14187</guid>

					<description><![CDATA[<p>&#8220;Le notti rosa&#8221; è un racconto di Simona Visciglia. In copertina una foto creata con l&#8217;intelligenza artificiale La caposala mi firma il pass rosa, quello che si dà a un parente stretto per permettergli di far visita al degente anche al di fuori degli orari consentiti e, al bisogno, di passare la notte accanto a [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/le-notti-rosa-visciglia-racconto/">Le notti rosa</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Le notti rosa&#8221; è un racconto di Simona Visciglia. In copertina una foto creata con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>
<p>La caposala mi firma il pass rosa, quello che si dà a un parente stretto per permettergli di far visita al degente anche al di fuori degli orari consentiti e, al bisogno, di passare la notte accanto a lui. Nel mio caso accanto a lei, mia madre.<br />
La donna, dal fisico possente, è gentile e comprensiva, d’altra parte le alleggerisco il lavoro, a lei come agli altri infermieri.<br />
Un intervento complicato ma riuscito, così ci hanno detto.<br />
La maggior parte del tempo dopo l’operazione, mamma rimane in dormiveglia, la fronte aggrottata forse per il dolore, forse per i pensieri. Ne abbiamo avuti di pensieri fino a qui. Adesso sembrano scorrere più lentamente, come le gocce trasparenti delle flebo che controllo scrupolosamente, per avvisare quando finiscono o quando mi sembrano darle fastidio.<br />
Il peggio dovrebbe essere passato. Le accarezzo il viso, ho quasi timore a toccarla, e sistemandole i capelli le dico: «Ce l’abbiamo fatta».</p>
<p>Per l’intervento siamo venute qui soltanto io e lei. Un ospedale specializzato, in una città che non conoscevamo prima e che anche adesso rimane estranea, un nome sulla mappa; il centro un agglomerato rumoroso e tentacolare a pochi chilometri dalla struttura. Abbiamo preso una matrimoniale in un albergo due stelle, dove abbiamo dormito la notte prima del ricovero, lottando con i cuscini troppo bassi, il materasso mezzo sfondato, il bagno minuscolo. Abbiamo lottato con le nostre paure più che altro.<br />
«Torneremo a casa più leggere» ci sussurriamo, abbracciandoci forte, come non abbiamo fatto mai. Non ce lo diciamo, ma temiamo entrambe che possa essere l’ultima volta.</p>
<p>Il primo giorno, dopo l’operazione, resto tutto il tempo inchiodata al suo letto.<br />
La compagna di stanza, una giovane donna, è lì da molto prima di noi e cerca di rincuorarmi, mi tiene compagnia, mi parla della vita in corsia, come fosse una serie tv turca. Conosce tutti e gli inciuci sono il suo passatempo preferito; mi appassiono anche io e sono sollevata di non dover per forza parlare di malattie, lo sa, è così anche per lei, nonostante non sia nella posizione di prendersi una vacanza da se stessa. Accenna brevemente alla sua situazione, ma poi cambia argomento e ci regaliamo sorrisi di cui abbiamo entrambe bisogno. Si chiama Isola, «Che nome particolare» le dico.<br />
Scherza: «Qui siamo tutti un po’ isole in mezzo al mare in tempesta, no? O un piccolo arcipelago, ora che ci siete tu e la mamma» accenna una specie di occhiolino, ma i suoi occhi sono perennemente socchiusi.</p>
<p>Le ore si moltiplicano, la stanchezza si concentra tutta nelle gambe, come se avessi camminato per chilometri, anche se sono incollata alla sedia dalla mattina. Mi alzo solo per andare in bagno e per fare scorta di caffeina al bar del piano di sotto.<br />
«Vai tranquilla», mi dice un’infermiera del turno pomeridiano, «mangia qualcosa, fai due passi. C’è un bel giardino qui fuori, prendi una boccata d’aria. Vedi, la mamma è tranquilla, dormirà per un bel po’».<br />
Do un’occhiata a mia madre, solo un sollevarsi impercettibile delle lenzuola allontana da me il grumo pesante della morte temuta per troppo tempo.<br />
Esco, incrociando medici, infermieri, visitatori, degenti avvolti nelle loro vestaglie, qualcuno che si trascina l’asta della flebo o una gamba ingessata. Sono frastornata, le voci mi rimbombano nella testa, che inizia a farmi male. Mangio una brioche seduta al tavolino del bar, mando giù i bocconi a fatica, giù anche una pasticca per placare il dolore alle tempie. Chiamo mio fratello e qualche parente per tranquillizzarli.<br />
In giardino il sole mi toglie il respiro, quasi avessi dimenticato che è ancora giorno. Mi nascondo dal viavai, faccio il giro del padiglione, sul retro è tutto più silenzioso. Frugo nella borsa sperando di avere ancora il pacchetto di sigarette, ho un disperato bisogno di fumare, ho messo in pausa persino la mia dipendenza in questa giornata che sembra eterna.<br />
Quando rientro in camera, mamma è ancora nel suo mondo lontanissimo, al sicuro.</p>
<p>Il tramonto è un cielo infuocato che dipinge di rosso le tende immacolate. Ceniamo, io e Isola, portano un pasto anche per me, sono tutti estremamente premurosi. Mamma accenna dei piccoli movimenti, apre gli occhi, li richiude. L’infermiera le cambia la flebo, le prende la temperatura, segna i suoi parametri sulla cartella: «È tutto ok, è in gamba questa bella signora» mi rassicura.<br />
Poi il cielo si spegne, come anche i neon del corridoio. Il bianco cede il posto al violetto delle luci notturne, un bagliore fioco che dovrebbe accompagnare il sonno dei malati, ma non il mio. Non restavo sveglia tutta la notte dalla maturità, prima dell’esame, che credevo fosse una prova al di là delle mie forze, che credevo fosse il peggio che mi potesse capitare.<br />
Con gli auricolari spremuti nelle orecchie, guardo sul cellulare un episodio di Breaking Bad, ma faccio fatica a tenere gli occhi aperti e la sedia mi sembra sempre più dura, ho la schiena a pezzi. Mi alzo, mi avvicino a mia madre. Non sento il suo odore, adesso sa di disinfettante, sa di ospedale. Le sfioro la fronte con un bacio, come faceva lei quando ero bambina e mi metteva a letto.<br />
Forse sta sognando, me lo auguro.<br />
Esco dalla stanza, non si sente nemmeno un fruscio lungo il corridoio. Lo percorro tutto fino alle scale e do un’occhiata giù. Adesso l’ospedale è deserto, quasi spettrale. Scendo, con circospezione, come se dovessi davvero incontrare un fantasma o chissà cosa. Arrivo sana e salva nell’atrio principale al pian terreno, mi dirigo verso l’uscita, ma la grande porta a vetri è chiusa. Mi assale come una specie di claustrofobia.<br />
Mi guardo intorno, intravedo una seconda uscita e una luce, delle ombre. C’è una guardia giurata, nella sua postazione. Mi avvicino, saluto con imbarazzo, lui non mi sembra neanche sorpreso.<br />
«Pass rosa?» mi chiede e io farfuglio di sì e che avrei bisogno di uscire, solo qualche minuto: «So che non dovrei, ma se potessi fumare almeno una sigaretta, la notte è lunga…»<br />
Come tutti, anche lui è disponibilissimo. Preme un pulsante, sento il rumore di apertura del portoncino e l’aria, finalmente.<br />
Viene fuori anche lui, ci stringiamo entrambi a noi stessi perché la notte ha portato con sé un accenno di inverno.<br />
Gli offro una sigaretta, educatamente la rifiuta. Restiamo qualche attimo in silenzio, mi lascio invadere dal sollievo dei primi tiri, che sono profondi, ristoratori.<br />
Gli racconto di mia madre, dell’intervento complicatissimo, delle nostre speranze da questo momento in poi. Mi sfogo come se non aspettassi altro. Lui si limita ad ascoltarmi, accenna sorrisi rassicuranti, le parole che non dice mi scaldano, mentre il fumo disegna davanti a noi spirali dense che si confondono con il vapore tiepido dei nostri respiri.<br />
Rientriamo: «Mi ha fatto bene questa cosa,» gli dico «ne avevo bisogno».</p>
<p>Il giorno irrompe sulle mie palpebre pesanti. Aspetto di parlare con i medici per poi precipitarmi in albergo per una doccia veloce e per cambiarmi, i vestiti mi si sono incollati addosso come la stanchezza.<br />
Faccio tutto di corsa, con un’energia quasi parossistica, di cui non mi credevo capace. Dopo poco più di un’ora sono nuovamente di fianco a lei. È sveglia e cosciente, mi sorride con gli occhi non appena mi vede. Faccio fatica a non commuovermi. Isola mi saluta con gioia, mi dice che si sono già presentate. Con un filo di voce mamma mi chiede come sto. E io la butto sul ridere: «Come vuoi che stia? Mezza rotta, tutta la notte sulla sedia, mica come te!»<br />
Finalmente possiamo di nuovo scherzare. Una specie di smorfia traduce un suo sorriso, di più non riesce a fare, ma va bene così, va benissimo così. Le stringo la mano, ha la pelle ingiallita, tenera. Le passo il burro cacao sulle labbra screpolate e le dico che è andato tutto bene, che ce ne andremo davvero leggere, presto, come mi hanno assicurato i medici. Resto con lei fino al primo pomeriggio, finché cedo. Gli oggetti mi si sfocano davanti e la mia stessa voce sembra galleggiare nell’aria. Devo riposare, dormire almeno un po’.<br />
«Ti lascio solo un paio d’ore, ok? Se non dormo, inizio ad avere le allucinazioni, mami». Mi risponde con un cenno della mano, come a dire di stare tranquilla.<br />
La lascio alle cure delle attentissime infermiere. Uscendo, guardo verso il gabbiotto delle guardie giurate, lui non c’è, quasi speravo di poterlo salutare e ringraziare di nuovo.<br />
Ho voglia di rivederlo. Devo rivederlo.</p>
<p>Dormo un sonno pesante, senza sogni, senza movimenti. Sento i muscoli distendersi, il corpo diventare un tutt’uno con quel letto che ci era sembrato scomodissimo solo due notti prima.<br />
La sveglia mi riporta alla realtà, fuori qualche nuvola grigia si è mangiato il sole del mattino, mi rivesto e mi precipito in ospedale.<br />
Sono bastate poche ore per ridarle un po’ di colore, le guance di mamma hanno una lieve sfumatura di rosa, gli occhi sono più vigili, riesce a parlare senza più affanno.<br />
Le racconto del suo intervento, delle telefonate, di mio fratello che non vede l’ora di poterla sentire. Lo videochiamiamo e lui si mette a piangere come un bambino, lo prendiamo in giro; i suoi bimbi le mandano i baci con le manine, «Fai ciao alla nonna», la voce fuori campo di mia cognata.<br />
Troppe emozioni la stancano, prendo io il telefono, saluto tutti. E mamma si riaddormenta, mi sembra che scotti, chiamo l’infermiera, «Un po’ di febbre, ma ci sta, lasciamola riposare» mi rassicura.<br />
Resto lì a guardarla. Sottovoce, io e Isola riprendiamo a spettegolare, le sue storie si arricchiscono di nuovi particolari, i suoi occhi però sono sempre più spenti, fanno a pugni con il suo entusiasmo o almeno con qualcosa che lei spaccia per allegria.<br />
«Riposati anche tu,» le dico «io vado a prendere il mio terzo caffè, oggi non voglio esagerare!»<br />
Le ore scorrono lente. Flebo da cambiare, infermieri che si danno il cambio, qualcuno che si lamenta nella camera vicino alla nostra; e poi l’orario delle visite, il vocio che si infittisce, rumore di carrelli, il profumo della minestra, mamma che apre gli occhi, «Sei ancora qui?», poi li richiude.<br />
E infine di nuovo i neon che si spengono, la notte che incombe.<br />
Aspetto quel momento, la mia sigaretta notturna e fugace con lui.</p>
<p>Come la sera prima, sorrido, lui preme subito il pulsante. E siamo fuori, l’umidità condensata in piccole gocce che sembrano pioggia ci fa rabbrividire. Gli racconto della mia giornata, di come stia reggendo con sole due ore di sonno addosso. Gli parlo dei progressi repentini di mia madre. Gli spiego perché non c’è anche mio padre, che l’ho perso quando ero piccolissima, che mia madre ci ha tirati su da sola. Ancora una volta mi ascolta, mi culla con la sua presenza riservata, aggiunge piccoli cenni del capo che sono come virgole al mio groviglio di parole.<br />
«Volevo chiederti scusa,» gli faccio proprio mentre spengo la sigaretta «non ho fatto altro che parlare di me. Di solito non sono così, mi credi, vero? Sarai stanco anche tu, con il tuo lavoro, le mie chiacchiere…»<br />
Mentre mi apre il portoncino, per farmi rientrare, mi mette una mano sulla spalla: «Ci facciamo compagnia e non sono più tanto stanco. Ti racconterò un’altra volta, torna da tua madre adesso».</p>
<p>Al mattino presto faccio un salto dalla caposala, per rinnovare il pass. «Non ce n’è motivo» mi bacchetta, severa ma con garbo, «Tua madre non ha più bisogno che la vegli giorno e notte e faresti bene a riposare anche tu, guarda che occhiaie hai! Ci vediamo oggi pomeriggio alle sei, qui ci pensiamo noi. E stanotte dormi nel tuo letto, niente più eccezioni». Mi spedisce in albergo, senza darmi la possibilità di controbattere.</p>
<p>Dovrei essere sollevata e in realtà lo sono, per mamma. Ma mi sento un groppo in gola. Mi manca lui, mi mancherà, perché per due notti e per pochi minuti mi è sembrato di stare bene, di poter essere felice, persino di riuscire ad amare.<br />
Percorro la strada verso l’albergo con questi pensieri assurdi in testa.<br />
Riesco ad assopirmi un po’e persino a sognare. E sogno lui.<br />
Poi faccio le solite telefonate, mangio qualcosa anche se non ho fame, fumo mille sigarette che hanno un gusto diverso da quelle delle notti scorse, e mi precipito in ospedale, abbiamo solo un’ora per stare insieme con mamma. La trovo seduta, è più rilassata, mi aggiorna su quanto le hanno detto i medici.<br />
Le chiedo di Isola, perché non è in camera: «Si è alzata? O è andata a fare qualche esame?», mia madre rimane un attimo perplessa e mi chiede: «Di chi stai parlando?»<br />
Indico il letto sotto la finestra: «Isola!» ripeto. Ma lei si porta una mano alla testa, con una smorfia di dolore, chiedendomi di aiutarla a stendersi.<br />
«Quanta luce in questa stanza» bisbiglia quasi infastidita. Chiude gli occhi, affondando la testa nel cuscino. Si addormenta e la piccola ruga tra gli occhi si scioglie.<br />
Poi arriva un infermiere che mi chiede di andare.</p>
<p>È la prima notte che sono sola. Esco per prendere le sigarette al distributore automatico, per strada non c’è quasi nessuno, se non un gruppetto di ragazzi con le birre in mano, davanti alla saracinesca mezzo abbassata di un bar vicino al mio albergo.<br />
Faccio due passi, ho bisogno di muovermi dopo due giorni di immobilità forzata. Cerco le stelle tra le nuvole fitte che pesano sulla città. Prendo la strada per l’ospedale. Arrivo davanti all’ingresso, spio all’interno, lo cerco. La guardia giurata di turno si affaccia per chiedermi di cosa abbia bisogno, non è lui.<br />
Con un leggero imbarazzo mi presento, gli spiego che ho la mamma ricoverata: «Cercavo un suo collega, era qui ieri e anche la notte prima. È stato così gentile con me da farmi uscire a fumare una sigaretta. Avevo il pass rosa, ero qui dall’alba, ne avevo davvero bisogno. Volevo ringraziarlo».<br />
Si alza, mi viene incontro e mi fa: «Credo che si sbagli, signorina. Ieri c’ero io qui e anche la notte prima».<br />
«Non è possibile, le dico che ieri ero qui con lui: un ragazzo sulla trentina, non troppo alto, occhi chiari, capelli castani, con la barba. Un tipo di poche parole ma veramente a modo».<br />
Si spazientisce e quasi mi incalza: «Se è uno scherzo, è di pessimo gusto. Gabriele…», fa una lunga pausa: «Sta parlando di lui, no? Non mi faccia perdere tempo, devo fare il mio giro».<br />
Mentre mi chiude il portone in faccia, lo sento borbottare: «Che stronza questa!»<br />
Me ne vado confusa e anche indispettita.<br />
Quando arrivo in camera, mi siedo sul letto e inizio a ripensare a lui, a noi. Prendo il cellulare e digito su Google: Gabriele, con il nome dell’ospedale.</p>
<p><em>Gabriele Moroni, giovane guardia giurata, si toglie la vita. </em><br />
<em>Non riusciva a darsi pace per la prematura scomparsa della moglie Isola, deceduta pochi mesi fa nello stesso ospedale dove il ragazzo prestava servizio.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/le-notti-rosa-visciglia-racconto/">Le notti rosa</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">14187</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Come equilibristi: l&#8217;esordio di Caterina Fiume</title>
		<link>https://www.borderliber.it/come-equilibristi-fiume-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Apr 2025 22:01:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Bari]]></category>
		<category><![CDATA[Crusca]]></category>
		<category><![CDATA[Equilibrio]]></category>
		<category><![CDATA[Fiume]]></category>
		<category><![CDATA[incipit]]></category>
		<category><![CDATA[Puglia]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Scatole Parlanti]]></category>
		<category><![CDATA[Visciglia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.borderliber.it/?p=13729</guid>

					<description><![CDATA[<p>Recensione di Simona Visciglia. In copertina: &#8220;Come equilibristi&#8221; di Caterina Fiume, Scatole Parlanti, 2023 Come equilibristi è il romanzo d’esordio di Caterina Fiume. Quando ho finito di scrivere la mia recensione e ho riletto quello che avevo messo giù di getto, ho trovato un errore imperdonabile per chiunque scriva: la ripetizione quasi ossessiva di una [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/come-equilibristi-fiume-recensione/">Come equilibristi: l&#8217;esordio di Caterina Fiume</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Simona Visciglia. In copertina: &#8220;Come equilibristi&#8221; di Caterina Fiume, Scatole Parlanti, 2023</strong></p>
<p><strong>Come equilibristi </strong>è il romanzo d’esordio di Caterina Fiume. Quando ho finito di scrivere la mia recensione e ho riletto quello che avevo messo giù di getto, ho trovato un errore imperdonabile per chiunque scriva: la ripetizione quasi ossessiva di una parola, <strong>equilibrio</strong>, cosa imperdonabile persino per un bambino di dieci anni. Ma il lettore mi perdonerà e converrà con me che non esiste altro termine per fare riferimento alla struttura, alla lingua e alla storia di questo romanzo.</p>
<p>Il debutto di<strong> Caterina Fiume</strong> è ammirevole: non basta avere un’idea e costruire una trama attorno a personaggi interessanti se non la si sa raccontare. E lei sa raccontare. Se scendiamo nel dettaglio, si resta colpiti dalla struttura ben congegnata, equilibrata, di questo romanzo. Partire dal presente per poi riavvolgere il nastro è un ottimo escamotage.</p>
<p>Un incipit sa catturare l’attenzione del lettore solo se è buon incipit e questo indubbiamente lo è: non si può fare a meno di cercare di capire cosa sia successo nel passato di Paolo e degli altri protagonisti. Le prime pagine sono un’alchimia difficilissima da mettere insieme. Ci si gioca tutto su quelle prime righe: <strong>sarà capitato a ognuno di noi di scegliere un libro soltanto leggendone l’inizio. </strong>Come equilibristi funziona da subito.</p>
<p>Appare interessante l’alternanza dei punti di vista: c’è il narratore onnisciente e ci sono i capitoli affidati invece al racconto in prima persona. Essendo un romanzo corale, questo modo di procedere aderisce alla perfezione agli intenti della scrittrice: <strong>tutti hanno un ruolo da protagonisti, hanno la possibilità di esprimere i loro sentimenti, le perplessità, i dubbi, la rabbia, la gioia di vivere.</strong> Non manca, per contro, la voce dell’autrice che fa progredire l’azione, che si insinua nelle vite dei ragazzi, senza diventare preponderante, senza disturbare la vena intimista della voce dei singoli personaggi. Ancora una volta, tutto in perfetto equilibrio.</p>
<p>La scelta, poi, di dare un titolo a ogni capitolo, attitudine che forse l’autrice ha ereditato dallo scrivere racconti, è una cosa che dà carattere e spessore a tutte le parti in cui è suddivisa la storia, attribuendo a ogni episodio la sua importanza, il suo rilievo. Dal punto di vista linguistico, ci troviamo immersi in un ottimo italiano, che non si trova sempre nei romanzi attualmente sul mercato.</p>
<p><strong>Caterina</strong>, di origini pugliesi, riesce a dosare dialettismi e costrutti che si rifanno al parlato regionale senza mai risultare stucchevole, in perfetto equilibrio tra <strong>l’Accademia della Crusca</strong> e lo slang barese. L’ordine meticoloso della struttura e della lingua mettono in risalto, per contrasto, l’equilibrio del titolo, che in realtà è una mancanza di equilibrio.</p>
<p>Tutto il romanzo si basa sulla ricerca costante di un punto fermo, sul desiderio di stabilità, soprattutto emotiva, e di pienezza. Nelle prime pagine Paolo, uno dei protagonisti, si lascia andare a un ricordo del padre prematuramente scomparso. Lo rivede mentre sistemava il tavolo traballante della loro sala da pranzo e dice: «Quando quel pezzo di cartone ho cominciato a mettercelo io, il tavolo non è più tornato stabile».</p>
<p>La perdita della stabilità aleggia fin dal principio sulle pagine del romanzo che ci racconta vite a tratti spensierate, bravate giovanili, amori innocenti. E poi le prime esperienze con il sesso, le canne, le macchine rubate ai genitori, i pomeriggi al mare, la scuola. Il lettore incomincia a traballare insieme a quel tavolo che non tornerà mai più in equilibrio.</p>
<p>Nessuno tornerà all’equilibrio irrimediabilmente perso. Perderà l’equilibrio Paolo, cadendo rovinosamente. Farà fatica Fabio a restare in piedi nel corridoio di Vanni, verso la fine della storia. Sono precarie le vite di Rosanna e Lucia che hanno perso il punto di riferimento materno troppo presto. È instabile Isabella che fatica a gestire il suo ruolo di moglie, medico, donna.</p>
<p>Tutti, chi più chi meno, vacillano come quel pezzo di legno all’inizio. Che si tratti di un “disequilibrio” fisico o psicologico, la sensazione di cadere non lascia mai il lettore fino all’ultima pagina. Gli indizi di queste imminenti, possibili cadute sono ovunque. È tutto in bilico, lo sono tutti e lo sono da sempre. Quello che farà precipitare gli eventi è solo una spinta ulteriore verso il baratro.</p>
<p>Le vite dei personaggi sono come una lunga adolescenza turbolenta mai risolta. Senza spoilerare, è doveroso un accenno al finale che deve essere ben costruito, come l’incipit, perché altrimenti si rischia di far perdere valore a tutto il resto. E qui il finale è l’unico possibile, viste le premesse: l’equilibrio è una conquista quasi impossibile.</p>
<p>Come risolvere una storia così complicata? La scrittrice lo fa con un altro evento drammatico e definitivo. Una sorta di cerchio che si chiude, perché l’equilibrio probabilmente ha bisogno delle sue vittime sacrificali o perché forse non esiste, non per tutti.</p>
<h4>Dalla quarta di copertina di &#8220;Come equilibristi&#8221;</h4>
<p>Cosa succede se un evento tragico, inaspettato e ineluttabile entra di forza nella vita di quattro giovani amici? Resteranno gli stessi o cambieranno per sempre?<br />
1983: Paolo, Giacomo, Fabio e Vanni, legati da una profonda amicizia, si ritrovano ogni sera al bar di Rino Lo Zozzo, sulla piazzetta n’bacc o mar. Bevono Peroni, chiacchierano, fumano, si divertono, a volte litigano, s’innamorano. Fino alla sera del 18 luglio che stravolgerà irrimediabilmente le loro vite. Nel 2010, grazie a un messaggio inatteso, si ritrovano di nuovo insieme: uno di loro è pronto a dire la verità su ciò che è accaduto quella notte di ventisette anni prima. Si può sopravvivere a un evento tragico, ma l’anima non sarà mai più la stessa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/come-equilibristi-fiume-recensione/">Come equilibristi: l&#8217;esordio di Caterina Fiume</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">13729</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Connessione in corso: IncontriAMOci</title>
		<link>https://www.borderliber.it/connessione-in-corso-incontriamoci/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Apr 2025 22:01:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[Connessione]]></category>
		<category><![CDATA[Incontro]]></category>
		<category><![CDATA[leggere]]></category>
		<category><![CDATA[Visciglia]]></category>
		<category><![CDATA[Web]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.borderliber.it/?p=13611</guid>

					<description><![CDATA[<p>&#8220;Connessione in corso: IncontriAMOci&#8221; è un racconto di Simona Visciglia. In copertina: &#8220;Connettere la vita&#8221; immagine di Martino Ciano creata con l&#8217;intelligenza artificiale Connessione in corso… Accesso effettuato chat privata (ospiti online: L., N.) L.: Allora è deciso N.: Sì, albergo prenotato L.: Quindi ci vediamo giovedì alle 6 in piazza Verdi, davanti all’edicola N.: [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/connessione-in-corso-incontriamoci/">Connessione in corso: IncontriAMOci</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Connessione in corso: IncontriAMOci&#8221; è un racconto di Simona Visciglia. In copertina: &#8220;Connettere la vita&#8221; immagine di Martino Ciano creata con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>
<p>Connessione in corso…<br />
Accesso effettuato chat privata<br />
(ospiti online: L., N.)</p>
<p>L.: Allora è deciso<br />
N.: Sì, albergo prenotato<br />
L.: Quindi ci vediamo giovedì alle 6 in piazza Verdi, davanti all’edicola<br />
N.: Perfetto. Decidiamo già ora la parola di sicurezza? Un classico “Rosso”?<br />
L.: Direi che va bene. Non vedo l’ora di incontrarti, lo sai.</p>
<hr />
<p>Luca guarda la caffettiera sul fuoco. Alle sue spalle la moglie, seduta sullo sgabello di fronte alla penisola, legge distrattamente qualcosa sul cellulare.<br />
«Ehi, ma non senti che è venuto su? Il caffè sta bruciando, spegni! E meno male che stavi lì a guardarlo».<br />
Luca si gira con uno scatto repentino verso di lei, quasi si fosse appena accorto della sua presenza: «Ah, sì, scusa, è che…»<br />
«È che hai sempre la testa altrove», addenta un biscotto, passando sul tavolo la mano per ripulirlo dalle briciole. «Stasera li porti tu i ragazzi agli allenamenti?» chiede con aria seccata.<br />
«Non posso, te lo avevo detto che esco con mio fratello»<br />
«Cristo santo! Ancora preso male per quella cretina che lo ha mollato?»<br />
Luca versa il caffè in due tazzine e ne porge una alla moglie: «E che ci vuoi fare? Ci vediamo dopo il lavoro e poi ceniamo insieme da lui. Fammi il favore, ai ragazzi pensaci tu»<br />
«Come sempre del resto» lo dice alzandosi e finendo di bere il caffè velocemente. Mentre va via, aggiunge: «Scappo, di’ ai ragazzi di sbrigarsi e almeno qui in cucina sistema tu».</p>
<hr />
<p>Nina rimbocca le coperte a sua madre, le passa una mano sulla fronte, la donna apre gli occhi e la saluta con voce flebile.<br />
Esce dalla stanza che sa di disinfettante e di sofferenza. Nel corridoio in penombra, infila nella borsa le ultime cose, indossa il trench e si affaccia sulla porta della cucina.<br />
«Nadja, la mamma sta riposando. Per stasera siamo d’accordo? Puoi fermarti qualche ora in più, vero?»<br />
«Tranquilla! Esci con fidanzato nuovo?»<br />
Nina sorride, mentre la donna con movimenti curati si dà da fare tra le stoviglie e gli avanzi della sera prima.<br />
«Macché fidanzato, chi ce l’ha il tempo! Esco con delle amiche, una cosa tra donne». Le fa un occhiolino, mentre stacca il cellulare dalla carica e lo infila in tasca.<br />
«Divertiti! Sempre troppo da fare tu. A signora penso io. Bevi vodka con tue amiche, sicuro manda via i pensieri».</p>
<hr />
<p>I palazzi storici che circondano la piazza hanno appena inghiottito la luce del sole.<br />
Nei bar dai vetri appannati si sorseggiano aperitivi, un movimento vorticoso affolla l’ingresso della metro, il rumore del traffico è un sottofondo a cui nessuno fa caso.<br />
Lei è già da qualche minuto davanti all’edicola, finge di dare un’occhiata a riviste che la gente oramai non compra più. Lui arriva di corsa, attraversando i portici; si ferma, si avvicina, le mette una mano sulla spalla con delicatezza. Lei si volta senza sorpresa e si guardano. Come in una scena di un film romantico, sembra che tutto all’improvviso si fermi o addirittura scompaia. Si protendono l’uno verso l’altra e allo stesso tempo indietreggiano, quasi dondolando in una bolla di indecisione. Poi si abbracciano.<br />
«Eccoci! Ci diamo anche la mano per presentarci per bene?»<br />
Ridono entrambi.<br />
«Sei davvero bella, Nina. Cioè, lo sapevo, ma dal vivo sei perfetta» le dice guardandola dritto negli occhi.<br />
«Anche tu non sei male, Luca» risponde lei, accarezzandogli il viso, senza quasi toccarlo.<br />
«Sei nervosa?» le chiede, prendendole la mano e chiudendola nella sua.<br />
«No…Ma beviamo lo stesso qualcosa prima di avviarci»<br />
«Per rompere il ghiaccio» che non è una domanda.<br />
Davanti a uno spritz, finiscono di studiarsi a vicenda.<br />
«Pensavo fossi un po’ più alto», «Non mi avevi detto che fai le fossette quando sorridi», «Quindi gli occhiali non li porti sempre», «I capelli sembravano più scuri nelle foto».<br />
È già buio quando escono dal locale, l’umidità è quasi visibile nei coni tremolanti di luce disegnati dai lampioni sulle strade.<br />
«Hai freddo? Andiamo in taxi, anche se l’albergo non è distante, vuoi?»<br />
Luca prende il cellulare dalla tasca posteriore dei jeans per chiamare e guarda le notifiche.<br />
Lei abbassa la testa, le mani in tasca, sente il suo cellulare vibrare per un messaggio.<br />
«Devo rispondere» gli dice, schiarendosi la voce.<br />
«Sì, anche io. E poi chiamo il taxi».</p>
<p>Al check-in entrambi si scoprono a sbirciare l’uno il documento dell’altra. Poi, con passi misurati, si dirigono verso la camera, al secondo piano di un palazzo anni Settanta.<br />
In ascensore, i loro sguardi cambiano: si illuminano del desiderio che conoscono bene, di cui hanno scritto per mesi.<br />
Lei si umetta le labbra, lui gliele sfiora con il pollice, in un movimento al rallentatore.<br />
Davanti alla porta, restano un attimo come bloccati. Lui cerca il consenso negli occhi di lei, che gli fa cenno di sì con la testa, senza aggiungere altro.<br />
Il rumore della maniglia è come un’esplosione improvvisa, nel silenzio del corridoio tappezzato di rosso cardinale.<br />
Dentro c’è odore di altre vite e di moquette appena pulita.<br />
«Lasciamo una luce accesa» dice lei, mentre si sfila il trench che ha assorbito l’aria della sera.<br />
Lui guarda fuori dalla finestra e tira le tende, a coprire completamente i vetri che danno su una stradina secondaria. Poi si toglie il giaccone, lo lascia cadere senza cura sulla poltrona di velluto damascato.<br />
Si ritrovano l’uno di fronte all’altra, le parole chiuse fuori dalla stanza, un dialogo interrotto lasciato ai corpi.<br />
La mano di lui scivola sul braccio di lei che con un movimento impercettibile prende le distanze, un lieve allontanarsi pur restandogli vicino.<br />
Poi è lei a fare un tentativo: gli prende la mano e la accompagna sul suo collo, sente pulsare la vena sotto il calore delle sue dita.<br />
Lui stringe, ma poi molla la presa, con lo stesso automatismo con cui lei un momento prima si è divincolata.<br />
E allora Nina si siede sul bordo del letto, con un’ombra di delusione che si traduce in movimenti lenti e impacciati.<br />
Luca si inginocchia davanti a lei, le posa le mani sulle ginocchia avvolte dai collant neri, e le sussurra: «Non doveva andare così, c’è qualcosa che non va, lo senti anche tu, no? E adesso, che facciamo?»<br />
Lei gli accarezza i capelli, come si farebbe con un bambino. Poi prende il cellulare, lo sblocca e, con il viso rischiarato dal display, gli dice: «Quello che sappiamo fare meglio».</p>
<p>Connessione in corso…<br />
Accesso effettuato chat privata:<br />
N: Allargherei le gambe, mentre tu faresti scivolare il frustino lungo le mie cosce.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/connessione-in-corso-incontriamoci/">Connessione in corso: IncontriAMOci</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">13611</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>
