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	<title>utopia Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>La città del Sole: sigilli dell&#8217;utopia</title>
		<link>https://www.borderliber.it/la-citta-del-sole-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 15:51:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Gian Mario Quinto. In copertina: &#8220;La città del Sole&#8221; di Tommaso Campanella, a cura di Stefano Cazzato, con un saggio di Alfredo Imbellone, Isolario Edizioni 2026 “L’utopia del Rinascimento è il cielo secolarizzato del Medioevo” scriveva Horkheimer in un testo giovanile dedicato agli inizi della filosofia borghese della storia in cui trova forse [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Gian Mario Quinto. In copertina: &#8220;La città del Sole&#8221; di Tommaso Campanella, a cura di Stefano Cazzato, con un saggio di Alfredo Imbellone, Isolario Edizioni 2026 </strong></p>
<p>“L’utopia del Rinascimento è il cielo secolarizzato del Medioevo” scriveva Horkheimer in un testo giovanile dedicato agli inizi della filosofia borghese della storia in cui trova forse già in incubazione il cuore della futura teoria critica. Il fondatore della Scuola di Francoforte indicava la naturale ambivalenza di ogni pensiero utopico, almeno per come emerge in Moro e Campanella: “critica di ciò che è e rappresentazione di ciò che dovrebbe essere”. Una duplicità che se da un lato sfugge all’apologia dell’esistente, mostrando lucida consapevolezza circa la miseria reale dell’ordinamento borghese in statu nascenti, dall’altro non evita il misconoscimento del processo storico-politico che potrebbe sopprimerla: il sogno egualitario è sempre proiettato in isole lontane.</p>
<p>Della stagione dell’utopia – come tópos letterario non meno che come nucleo di verità – il celebre trattato di Campanella è uno dei punti di massima espressione. Appare così assai meritoria la pubblicazione di una nuova edizione dell’opera, edita da Isolario Edizioni, splendidamente curata e introdotta da Stefano Cazzato e arricchita da un ampio saggio storico-epistemologico di Alfredo Imbellone.</p>
<p>L’introduzione di Cazzato (Utopie, pp. 5-19) – che per ricchezza di riferimenti si pone come sintesi del concetto stesso dal Cinquecento a oggi – insiste con ragione sul momento internamente “tensionale” dell’utopismo campanelliano, che non ha nulla di ingenuamente palingenetico, evita illusioni storicistiche o prospettive teleologiche e trova il suo punto di svolta in una sorta di immaginazione produttiva che muove dalle contraddizioni del reale per tematizzarne la possibile alterità: “l’utopia è una riserva di senso, di ipotesi, di possibilità, di scenari, di prospettive non ancora sperimentate – scrive Cazzato – e non ancora condannate dalla storia, perché solo ciò che è stato si può giudicare e non quello che sarà. È l’altra strada, quella che non abbiamo intrapreso, la cui esistenza ci è stata nascosta e dalla quale, forse, qualcosa si può imparare” (p. 15).</p>
<p>Una strada “altra” è anche quella che percorre Imbellone ricostruendo il ricchissimo sfondo scientifico su cui si muove il testo di Campanella (Natura, sapere e utopia in Tommaso Campanella, pp. 21-48): la crisi dell’aristotelismo scolastico, la compresenza di eredità magico-platoniche e attrazione per gli sviluppi della matematizzazione galileiana, ma anche la paura, la morte, la censura (dal rogo di Giordano Bruno alla condanna dello stesso Galileo) costituiscono la base di un incredibile mix di prospettive. La provenienza teologica (Campanella domenicano come Bruno), l’eredità di Telesio, la saldatura tra filosofia della natura e prassi orientata alla costruzione di un nuovo ordo politico tratteggiano un pensiero “liminare” in cui la critica della tradizione aristotelica si giova della rivalutazione del sensibile, mentre una natura dinamica e vivente si fa nutrimento di un’inedita politica del sapere: la “mediazione tra scienza e teologia, innovazione e tradizione, osservazione empirica e visione unitaria del reale” (p. 36) svela la Città del Sole come geniale tentativo di traduzione politico-pedagogica volto a naturalizzare l’ordine sociale schiudendo uno spazio “integralmente conoscitivo” ma non libresco, che si traduce nel sogno di un’esposizione visiva e ordinata del cosmo.</p>
<p>Di lì a poco, come sappiamo, quest’utopia lascerà il campo ad una visione più luttuosa e francamente irredimibile dell’universo, quella disperazione che Benjamin sintetizzo magistralmente nel detto per cui “il Rinascimento esplorava l’universo, il Barocco le biblioteche”. È il momento in cui il sapere si perde nella cogitatio melancholica di ogni Amleto moderno, impotente di fronte alla molteplicità di simboli, emblemi e figure in cui si polverizza l’unità della natura rinascimentale. La malinconia inaugurata dal tramonto delle utopie diverrà poi sguardo sempre più cupo sulla pluralità degli oggetti mondani, sui segni dell’effimero – un mero sfondo allegorico per la costruzione soggettiva del mondo. All’uomo del tardo Seicento – così come, nei secoli successivi, più amaramente, agli “scrittori neri” della borghesia, da Sade a Nietzsche – non appariranno realistiche né la sostanza etica né l’utopia conoscitiva dell’esistenza: “l’éidos – il Sole di Campanella, si direbbe – si oscura, la similitudine vien meno e il cosmo in ciò s’inaridisce”, si legge in passi celebri del saggio benjaminiano sul Trauerspiel.</p>
<p>Non però di necessità – sappiamo ormai anche questo – il momento liminare dell’utopia, così come la sua costitutiva tensionalità, dovrà arrendersi ad un destino di catastrofe: non solo nello spirito dell’utopia primo-novecentesco, su cui insiste a ragione Cazzato, ma anche nella freddezza ironica dell’attuale società post-secolare può sempre risuonare l’immagine dialettica con cui lo stesso Benjamin sigillò il saggio sulle goethiane Affinità elettive: “solo per chi non ha più speranza, è data la speranza”. In questo spazio potenziale, senza paura di rischiare la figura del collezionista di farfalle di cui parlava Adorno, quello che ancora si commuove ascoltando Schubert, possiamo di nuovo guardare con interesse al capolavoro di Campanella.</p>
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		<title>Veranio. Giovanni Peli e la ciclicità della natura umana</title>
		<link>https://www.borderliber.it/veranio-peli-romanzo-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[yoursocialnoise]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Dec 2024 23:02:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Veranio&#8221; di Giovanni Peli, EdiKit, 2023 Una catastrofe si è consumata, un nuovo Mondo prende forma pian piano e l&#8217;umanità si riorganizza. La dipendenza dal petrolio è finita, ma ne comincia un&#8217;altra, forse peggiore, ed è quella legata al Veranio. La formula segreta di questo composto la conoscono in [&#8230;]</p>
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<h4>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Veranio&#8221; di Giovanni Peli, EdiKit, 2023</h4>
<p class="wp-block-paragraph">Una catastrofe si è consumata, un nuovo Mondo prende forma pian piano e l&#8217;umanità si riorganizza. La dipendenza dal petrolio è finita, ma ne comincia un&#8217;altra, forse peggiore, ed è quella legata al <strong>Veranio.</strong></p>
<p>La formula segreta di questo composto la conoscono in pochi; viene celata dietro leggende, rielaborazioni teologiche, studi scientifici più o meno attendibili. C&#8217;è una cosa che appare in maniera lampante: <strong>per essa si farebbe di tutto.</strong></p>
<p>Ecco gli elementi del nuovo romanzo di <strong>Giovanni Peli.</strong> Nessun risvolto utopistico, tanto meno distopico, solo una fantasiosa allegoria su ciò che potrebbe avvenire tra qualche decennio.</p>
<p>È come se lo scrittore ci volesse anticipare che, dopotutto, nulla cambierà: <strong>l&#8217;uomo ripete sempre gli stessi errori, mai impara dalle sue cadute.</strong> I pochi dominano, i tanti sono entità sperdute al servizio del potere. Vero è che il potere ognuno lo combatte come può, fatto sta che la sua ambiguità sa tirare nella mischia chiunque, cambiando i ruoli e facendo sempre più proseliti.</p>
<p><strong>Il Veranio</strong> è quindi solo un altro strumento di controllo, di divisione sociale. È una sostanza che legittima l&#8217;impiego della forza da parte di alcune élite, che spinge i governi a utilizzare qualsiasi mezzo. Insomma, tra l&#8217;ipotetico mondo immaginato da Peli e quello attuale non ci sono differenze.</p>
<p>Il protagonista è un uomo che ha trovato riparo in una vecchia biblioteca, che si dà allo studio e che viene perciò denigrato. Viene considerato un amante delle cose immateriali, di quel cibo per la mente che per molti ha procurato più problemi di quanti ne abbia risolti. È quasi un nemico di Stato, che, però, non viene eliminato fisicamente, ma solo marginalizzato, apparendo come un profeta che grida nel deserto.</p>
<p>Anche questo aspetto non si discosta troppo dai tempi che stiamo vivendo. <strong>&#8220;Il sapere&#8221;</strong> serve davvero a qualcosa? È utile educare il proprio sguardo alla totalità delle cose? È importante svegliare noi stessi e gli altri dal torpore? Certo che &#8220;no&#8221;, lo sa bene tanto l&#8217;autore, quanto coloro che leggeranno questo libro.</p>
<p>Peli infatti non crea un mondo governato dalla <strong>&#8220;non conoscenza&#8221;</strong>, ma in cui ognuno è felicemente ignorante. D&#8217;altronde, proprio come accade oggi, in quest&#8217;epoca di tecnologia performante, l&#8217;apatia di ciascuno appare come <strong>&#8220;una libera scelta&#8221;</strong>, sospinta dall&#8217;incapacità di <strong>&#8220;ribellarsi attivamente&#8221;</strong>. A ben vedere, la rivolta resta solo una chimera, una soluzione contemplata in uno stato di dormiveglia.</p>
<p>Attraverso la fantasia e la costruzione di un mondo che è, dopotutto, naturale evoluzione del precedente, il breve romanzo di Peli è un&#8217;opera realista figlia di una sensibilità solitaria e indagatrice.</p>
<p>Scorrendo queste piacevoli pagine si viene a contatto con tutta la frammentarietà che domina la nostra quotidianità. Pensare che <strong>&#8220;il dopo&#8221;</strong> sia migliore è davvero impossibile; in fondo, anche qualche anno fa, durante l&#8217;epoca del Covid-19, siamo stati allevati con la filastrocca <strong>dell&#8217;andrà tutto bene</strong>, e poi &#8230;</p>
<p>&#8230; e poi così.</p>
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		<title>Anna Freud. Lombardo e la storia di una &#8220;donna dimenticata&#8221;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/anna-freud-lombardo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Apr 2024 00:05:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Berggasse 19. Una donna di nome Anna Freud&#8221; di Lucrezia Lombardo, Les Flâneurs Edizioni, 2024 Complessata, ombrosa, sempre pronta a mettersi in competizione con la sorella Sophie, considerata la cocca di papà. L&#8217;adolescenza e la giovinezza di Anna Freud, ultima dei sei figli di Sigmund Freud, sono tormentate ma [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Berggasse 19. Una donna di nome Anna Freud&#8221; di Lucrezia Lombardo, Les Flâneurs Edizioni, 2024</strong></p>
<p>Complessata, ombrosa, sempre pronta a mettersi in competizione con la sorella <strong>Sophie</strong>, considerata la cocca di papà. L&#8217;adolescenza e la giovinezza di <strong>Anna Freud</strong>, ultima dei sei figli di <strong>Sigmund Freud</strong>, sono tormentate ma anche ricche di spunti di riflessione, soprattutto per lei.</p>
<p>Nessuno, neppure lei, avrebbe mai pensato di diventare così decisiva grazie alle intuizioni da cui presero forma la <strong>&#8220;Psicologia infantile e quella dell&#8217;Io&#8221;</strong>. Proprio Anna, convinta che il padre non la amasse, visto che la metteva sempre in disparte, fu poi la seguace più accanita del dottor Freud che, a sua volta, la incitò a non abbandonare la strada intrapresa.</p>
<p>La storia ha però dimenticato <strong>Anna e le sue ricerche</strong>; da qui il libro di <strong>Lucrezia Lombardo</strong>, che inaugura la collana <strong>&#8220;Le Innominate&#8221;</strong>, curata da <strong>Annachiara Biancardino</strong>, per il marchio editoriale <strong>Les Flâneurs</strong>.</p>
<p><strong>Bergasse 19</strong>, ossia la strada di <strong>Vienna</strong> in cui la famiglia Freud ha vissuto fin quando l&#8217;avvento del nazismo, con l&#8217;annessione dell&#8217;<strong>Austria</strong> alla <strong>Germania</strong>, non fece decidere all&#8217;ormai anziano, stanco e malato Sigmund di trasferirsi a <strong>Londra</strong>. Era il <strong>1938</strong>, il dottor Freud morirà nel <strong>1939</strong>. Fu uno strappo doloroso, infatti, in quella casa, Anna era nata e cresciuta come donna e scienziata. La famiglia era giunta tra le mura di quella villetta nel 1891, lei era venuta alla luce nel <strong>1895</strong>.</p>
<p>Il merito di <strong>Lucrezia Lombardo</strong> è sicuramente quello di farci immergere nella vita della studiosa, grazie a una scrittura delicata che non scade mai nel sentimentale, ma resta sempre ancorata alla necessità di fare emergere la figura di Anna in tutta la sua dignità e maturità. Impresa non facile, visto che l&#8217;autrice ha immaginato una Freud anziana che compone una lunga lettera indirizzata alla sua collega, nonché amante <strong>Dorothy Burlingham</strong>.</p>
<p>La confessione di Anna non inventa nulla dal punto di vista biografico, sicuramente dà al lettore importanti spunti che ci fanno scendere negli anfratti di questa scienza tanto citata, ma poco conosciuta, spesso vittima del pregiudizio. <strong>Anna infatti parla tanto del suo rapporto con il padre; lo adula, ma lo odia anche nel momento in cui la delude.</strong> Per Anna, il fondatore della psicanalisi è un uomo che studia per liberare l&#8217;umanità dal male, che pone l&#8217;amore al centro di tutto, che pian piano cade nel pessimismo a causa della violenza che vede sia prima che dopo la Grande Guerra, sia con l&#8217;avvento del nazismo.</p>
<p>Eppure, è anche un uomo che si mostra imperturbabile, che non riesce a manifestare il proprio dolore, che non ci pensa proprio di mettersi a nudo, soprattutto davanti ai suoi familiari. <strong>Prima la morte della figlia prediletta Sophie, poi del nipote, lo demoliscono.</strong> Sigmund prova a nascondere tutto, ma non ce la fa, tant&#8217;è che si ammala anche lui.</p>
<p><strong>Ma cos&#8217;è il dolore?</strong> Nessuno lo sa e neanche il padre della psicanalisi ne è immune. Ed è proprio in questo momento che interviene Anna. La sua sensibilità scruta nell&#8217;intimo del padre e arriva alla conclusione che è proprio l&#8217;infanzia, ossia quel periodo in cui rispondiamo a tutti gli impulsi per la prima volta, il nostro momento formativo. È lì che si formano crepe, piaghe, cicatrici, atteggiamenti più o meno buoni. Vero, <strong>anche papà Sigmund sosteneva questo, ma poi aveva abbandonato quella strada, bazzicandola sporadicamente.</strong></p>
<p>C&#8217;è un aspetto fondamentale all&#8217;interno di questo libro che viene ricalcato in più occasioni: <strong>Sigmund Freud dice che alla base della psicologia c&#8217;è la filosofia. </strong>Infatti, questa scienza non è nata nel nome di una &#8220;catalogazione&#8221; dei comportamenti umani, ma con lo scopo di dare all&#8217;uomo la possibilità di conoscere i meccanismi che lo governano. Questo per dire che il libro di Lucrezia Lombardo oltre a ridare luce a un personaggio messo ingiustamente in secondo piano, tende a rimarcare i veri propositi della psicanalisi.</p>
<p><strong>Freud utopico?</strong> Forse sì, come d&#8217;altronde tutto ciò che chiede di avere fede; ma possiamo anche rispondere &#8220;no&#8221; visto che lo stesso si abbandona al pessimismo, riconoscendo nell&#8217;uomo una irrazionalità indomabile. Certamente, il libro che abbiamo di fronte ricostruisce alla perfezione la figura di Anna, del suo rapporto con il padre, con la <strong>collega-amante Dorothy</strong> che sostiene l&#8217;intero racconto del libro, anche quando la figura appare più camuffata.</p>
<p>Ma Anna insegna anche qualcosa di profondo al padre, infatti, la sua indipendenza, la sua reticenza verso la vita matrimoniale, quindi anche verso la volontà di diventare madre, meravigliano Sigmund fino a sconvolgere i suoi schemi. Secondo una logica tutta da confermare, ma avallata dal periodo storico che non faceva sconti sugli obblighi imposti alla donna, la figlia fu quella che più di tutti seppe leggere la psicologia infantile; proprio lei che, in forza di certi pregiudizi, avrebbe dovuto essere priva di &#8220;istinto materno&#8221;.</p>
<p>In poche parole, <strong>Anna dimostra che non esistono schemi precostituiti. L&#8217;unica cosa vera nell&#8217;uomo è la sua imprevedibilità</strong>.</p>
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		<title>La vita è altrove. Kundera e ciò che resta dell&#8217;utopia e della poesia</title>
		<link>https://www.borderliber.it/la-vita-altrove-kundera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Nov 2023 01:59:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La vita è altrove&#8221; di Milan Kundera, Adelphi, edizione 1994 &#8220;La vita è altrove&#8221; scriveva Rimbaud e questa frase può essere letta come una dichiarazione di indipendenza o come una condanna a morte; di sicuro, afferma una negazione: la realtà non è. Con queste poche parole ecco delineata la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La vita è altrove&#8221; di Milan Kundera, Adelphi, edizione 1994</strong></p>
<p><strong>&#8220;La vita è altrove&#8221;</strong> scriveva <strong>Rimbaud</strong> e questa frase può essere letta come una dichiarazione di indipendenza o come una condanna a morte; di sicuro, afferma una negazione: <strong>la realtà non è</strong>.</p>
<p>Con queste poche parole ecco delineata la personalità di <strong>Jaromil</strong>, un disadattato che si aggrappa alla poesia, all&#8217;arte e al socialismo. Attraverso questi elementi si dà una forma e combatte contro l&#8217;angoscia per la morte. Ha paura, come tutti noi, di ritornare a quel nulla primordiale in cui nessuno può essere ritrovato, a meno che non lasci qualcosa di concreto qui, nella Storia.</p>
<p>Quante contraddizioni si muovono in questo ragazzo boemo, <strong>frutto di un rapporto fugace tra una donna e un ingegnere</strong>. Viene al mondo mentre il <strong>Tempo</strong> distribuisce da Occidente a Oriente le sue atrocità. Lui cresce negli anni in cui la sua nazione passa dal nazismo al socialismo.</p>
<p>Al suo fianco c&#8217;è sua madre, così amorevole e gelosa, e alla quale lui si avvinghia, creando un rapporto intenso, simbiotico, di reciproca dipendenza, che limita entrambi. Lei come donna vorrebbe un amore carnale, lui sente a volte il peso d&#8217;essere solo un figlio e di non potere ambire ad altro ruolo.</p>
<p>Ma come detto, <strong>la vita è altrove</strong>, magari nei sogni e Jaromil è un &#8220;uomo-vuoto&#8221; che si riempie di &#8220;altro&#8221;. Per un certo periodo di un suo alter ego di nome <strong>Xavier</strong>, che lo porta di sogno in sogno, di storia in storia, di sé stesso in sé stesso.</p>
<p>Ecco il romanzo di <strong>Milan Kundera</strong>, quello che gli editori non volevano pubblicare, perché lo considerarono &#8220;debole&#8221;. Infatti, <strong>parlare di poesia è sbagliato. Nel sistema socialista l&#8217;arte anche è reale, si mischia alla quotidianità, edifica l&#8217;uomo nuovo, fa dell&#8217;utopia qualcosa di concreto.</strong> Jaromil è attento a questo aspetto; non scrive versi astratti, ma composizioni estratte dal <strong>qui-ora</strong>, quindi dall&#8217;unico mondo possibile. Sono componimenti lirici, ma pur sempre mondani.</p>
<p>Egli non è come quel pittore che frequentava da bambino, con cui la mamma ebbe una breve storia di sesso, con cui sempre sua madre ebbe modo di rompere quel patto segreto di <strong>&#8220;amore platonico dalle tinte incestuose&#8221;</strong> stretto con lui, il suo figlio-poeta. No, Jaromil sogna e compone versi nel ristretto cerchio del regime socialista, non ha tentazioni borghesi.</p>
<p>Ma nonostante questo, lui è e resterà un disadattato. E quando incontrerà l&#8217;amore, <strong>una ragazza rossa e una avvenente cineasta</strong>, che disastri si creeranno nella sua mente, che ambigui tormenti solleticheranno la sua anima. Tutte cose che non avevano diritto di esistere nel mondo socialista. Insomma, Kundera indaga quegli intellettuali di regime che si accontentano di inseguire la <strong>Storia</strong>, piuttosto che farsene fautori, contravvenendo proprio a quel principio che vuole la <strong>Storia</strong> come una sostanza che si plasma. D&#8217;altronde, qualcuno diceva che <strong>la vita dà forma alla coscienza e da questa anche una nuova Storia.</strong> Ma come detto, Jaromil è contraddittorio, come coloro che non sanno fare i conti con le proprie nevrosi e con la difficoltà di aderire al<strong> reale già dato.</strong></p>
<p>Come in <strong>&#8220;L&#8217;insostenibile leggerezza dell&#8217;essere&#8221;</strong>, Kundera ci pone davanti a un altro romanzo in cui le &#8220;epoche&#8221; sono al servizio dell&#8217;umanità. E quest&#8217;opera uscita nel 1973, ancora oggi ci ricorda che &#8220;la vita è altrove&#8221;, che ognuno determina nel bene e nel male i suoi e gli altrui passi. Ma ci dice anche che in questa reciprocità, <strong>la poesia è un potente antidoto attraverso cui lo Spirito parla. Essa è scandalosa e rivoluzionaria.</strong></p>
<p>Lo capirono Rimbaud, Breton, Majakovskij, Celan e Baudelaire, poeti che troveremo tra queste pagine in cui vengono presi a pesci in faccia gli zerbini delle utopie e delle intellighenzie di ogni epoca.</p>
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		<title>&#8220;Poco più di niente&#8221;. Masciovecchio e la poesia della testimonianza</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Nov 2023 01:19:41 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Poco più di niente&#8221; di Marco Masciovecchio, Edizioni Ensemble, 2023</strong></p>
<p>Sa di salvezza e di condanna a morte, sa di speranza e di accettazione; versi lucidi e affilati fanno di queste poesie delle testimonianze forti, in cui la vita scorre insieme ai ricordi mentre tutto si rinnova, <strong>anche quando la morte è l&#8217;unica cosa che si lascia percepire nitidamente.</strong></p>
<p>Storie di borgate, di scelte che non cambiano le sorti degli ultimi. I vinti restano tali e persino Dio fa le sue preferenze. È un mondo che non c&#8217;è più quello che Masciovecchio annota sul suo taccuino; <strong>siamo immersi in qualcosa di peggio</strong>, ossia nella consapevolezza che non ci sono più ideali collettivi ai quali aggrapparsi.</p>
<p><em>Ho conosciuto Cristo a sedici anni/seduto sopra al cesso, il dito sul grilletto/in attesa di un briciolo di coraggio/per scrivere l&#8217;ultima parola&#8230;. Una ragazza bionda vendeva abbonamenti/&#8221;Lotta Continua&#8221; e si fermò a parlare/pensai all&#8217;istante che Cristo è vivo&#8230;</em></p>
<p>Così, se da una parte l&#8217;apparizione di una attivista di <strong>Lotta continua</strong> è stata capace di salvare un ragazzo dalle sue manie suicide, relegando a una utopia il suo riscatto, dall&#8217;altra rimane un vuoto che non può più essere riempito, in cui il diseredato continua a sguazzare; <strong>in lui infatti si è spenta la voglia di lottare.</strong></p>
<p>Veniamo così catapultati in componenti nei quali convivono desiderio e disillusione, <strong>in cui svanisce ogni forma di riscatto in favore di un silenzio atroce</strong> che aiuta a mandare giù i soprusi.</p>
<p><em>L&#8217;insonnia è la mia badante/di notte pulisce la mia bocca/sporca d&#8217;infetto sangue/veleno ingoiato durante il giorno/dagli orifizi spurgo.</em></p>
<p>Il lamento si fa arte e richiama a sé l&#8217;amore. <strong>Amare è appartenersi e donarsi, ma è anche rivolta contro Dio e contro la Necessità.</strong> L&#8217;amore è anche ricordare che tutti apparteniamo allo stesso destino.</p>
<p><em>Giulio scese di casa, farfugliava ancora,/l&#8217;elastico legato, stretto al braccio/rosso, com&#8217;era rossa la puntura/tirava calci con forza smisurata/ridendo come un pazzo, urlava:/&#8221;m&#8217;avete tutti rotto er cazzo!&#8221;/lacrime e sudore scendevano sul viso/tornò bambino, s&#8217;accovacciò in silenzio vicino al palo/s&#8217;addormentò per sempre, solo com&#8217;era nato.</em></p>
<p><strong>Puzza di Novecento</strong> questa raccolta di poesie e ciò è il miglior profumo che possa invadere un branco di disillusi. Ci sono ricordi che trafiggono come spade, che lasciano ferite sempre pronte a riaprirsi; <strong>l&#8217;autore romano strappa via la crosta e fa defluire il sangue, le sue liriche sono un coagulo di parole infette.</strong></p>
<p>Il poeta sembra quasi avere misericordia dei suoi ricordi, che sono ormai <strong>poco più di niente</strong> di una vita comune, ma che di umanità avrebbe voluto cibarsi.</p>
<p><em>Dentro i tuoi occhi cercavo/un attimo di eterno/prima di sanguinare durante il giorno.</em></p>
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