<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>Tristezza Archivi - BORDER LIBER</title>
	<atom:link href="https://www.borderliber.it/tag/tristezza/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.borderliber.it/tag/tristezza/</link>
	<description>Sguardi al limite</description>
	<lastBuildDate>Thu, 27 Mar 2025 11:28:00 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.0</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">206201238</site>	<item>
		<title>Assenze di una vita che non c’è</title>
		<link>https://www.borderliber.it/assenze-vita-racconto-sabato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Nov 2023 01:08:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Non senso]]></category>
		<category><![CDATA[Racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessione]]></category>
		<category><![CDATA[Senso]]></category>
		<category><![CDATA[Treno]]></category>
		<category><![CDATA[Tristezza]]></category>
		<category><![CDATA[Vita]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.borderliber.it/?p=8489</guid>

					<description><![CDATA[<p>Racconto e foto di Adriana Sabato Da tempo si era rotto qualcosa dentro di sé. Così, all’improvviso. Come d’incanto, senza preavvisi, senza segnali. Sentiva vuoto, vuoto intorno e dentro. Niente aveva senso e, pensando fosse cosa passeggera, non diede molto peso. Invece il vuoto l’assaliva ogni giorno di più, la rendeva sempre più sensibile a [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/assenze-vita-racconto-sabato/">Assenze di una vita che non c’è</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Racconto e foto di Adriana Sabato</strong></em></p>
<p>Da tempo si era rotto qualcosa dentro di sé. Così, all’improvviso. Come d’incanto, senza preavvisi, senza segnali. Sentiva vuoto, vuoto intorno e dentro. Niente aveva senso e, pensando fosse cosa passeggera, non diede molto peso. Invece <strong>il vuoto l’assaliva ogni giorno di più, la rendeva sempre più sensibile a tutto ciò che accadeva &#8211; bello o brutto che fosse &#8211; e la paura prese il sopravvento in un crescendo incontrollabile</strong> e con un’alternanza fra stati d’animo così diversi fra loro, cangianti, da non riuscire neanche a classificarli.</p>
<p>Non riusciva a svolgere le normali attività quotidiane, a stento riusciva ad alzarsi dal letto al mattino ma, una volta in piedi, i suoi pensieri ed anche il suo corpo barcollavano! <strong>Cosa mi sta succedendo?</strong> Questa la domanda costante. Forse l’età che avanza, forse i pensieri che vanno avanti e indietro, <strong>diventando chiodo fisso alcuni e pensieri più lievi altri.</strong> I tasti del suo computer erano all’improvviso divenuti pesanti come fossero di piombo, sembrava avvertissero queste strane sensazioni, perché a volte sbagliava a scrivere le parole e sembrava che il pc volesse dire la sua!</p>
<p>Osservava tutto e tutti nei minimi dettagli. Classificava, a volte giudicava e riusciva a giudicare anche solo dagli sguardi le sofferenze e il dolore, <strong>il dolore infinito che attraversava e trafiggeva come una lama, le vite altrui… ed anche la sua.</strong> Faceva paragoni fra la sua di vita e quella degli altri; si consolava, a volte, pensando che forse quel dolore aveva un senso e che certamente qualcuno stesse peggio di lei. Ma c’è sempre quella maschera sul viso di ognuno di noi che si nutre di modi di dire e di luoghi comuni, quel velo che non sai mai cosa possa celare. <strong>La felicità? L’insoddisfazione? La stupidità?</strong></p>
<p>Ah, come sarebbe più semplice essere stupidi, pensava&#8230; o forse dietro ad una bella, sciocca risata ci potrebbe essere una vita meno difficile, chissà. Ci sono però anche maschere di tristezza e sguardi persi nel vuoto: <strong>l’umana comprensione scavalca tutti i limiti, a volte, andandosi a perdere in facili dicerie e frasi fatte.</strong> Facile giudicare, comodo: <strong>più che offrire se ancora esiste, la giusta pietas del caso.</strong> Eh, troppo facile!</p>
<p>Per lei la giusta <strong>pietas</strong> non era mai esistita. Lei era stata solo uno strumento offerto per di più nelle mani sbagliate che volevano solo patteggiarne l’esatto prezzo e il preciso valore. Merce di scambio in una società che imprigiona l’essere umano in una continua, orrenda progressione, dietro le sbarre della schiavitù della dipendenza dal danaro! Il danaro, <strong>il nuovo dio che ci ha privato per sempre del libero arbitrio attraverso un’altra delle sue dipendenze: il lavoro disumano, il continuo produrre senza un attimo di tregua, un veleno ormai circolante nelle vene di ognuno.</strong></p>
<p>Quel giorno lei doveva partire. Prendere il treno risultò essere una fatica immane ma, appena salita sulla carrozza dove aveva il posto prenotato, sentì un alito di vita risvegliare la sua mente intorpidita. Prendeva dei farmaci ma non risolvevano appieno le sue aspettative…<strong>aspettative di cosa?</strong> Di un eterno torpore? Mah! Ci voleva una sferzata di energia, ci voleva. Sarebbe stata la cura migliore! <strong>(Mens sana in corpore sano: saranno vere le parole di Giovenale? Cominciava a dubitarne!)</strong></p>
<p>Uno splendido sole le accarezzò il viso e i capelli; un lieto presagio accompagnò quel momento. Fu solo un attimo però: intanto l’angoscia riappariva, era dietro di lei, la guardava,<strong> l’attendeva ancora ai limiti di una strada senza senso…</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/assenze-vita-racconto-sabato/">Assenze di una vita che non c’è</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">8489</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Barbie e ciò che siamo diventati</title>
		<link>https://www.borderliber.it/barbie-falzone-film-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Jul 2023 02:39:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Barbie]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[critica]]></category>
		<category><![CDATA[Depressione]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<category><![CDATA[Giocattolo]]></category>
		<category><![CDATA[Mattel]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Plastica]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[Tristezza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.borderliber.it/?p=7588</guid>

					<description><![CDATA[<p>&#8220;Barbie e ciò che siamo diventati&#8221; è una recensione di Letizia Falzone. In copertina una foto dell&#8217;autrice “Fin dalla notte dei tempi sono esistite le bambole, erano sempre bambolotti con i quali le bambine giocavano a fare le madri, poi è arrivata lei, Barbie.” Inizia così il film. Mentre la voce fuori campo racconta l’avvento [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/barbie-falzone-film-recensione/">Barbie e ciò che siamo diventati</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Barbie e ciò che siamo diventati&#8221; è una recensione di Letizia Falzone. In copertina una foto dell&#8217;autrice</strong></p>
<p>“Fin dalla notte dei tempi sono esistite le bambole, erano sempre bambolotti con i quali le bambine giocavano a fare le madri, poi è arrivata lei, Barbie.”</p>
<p>Inizia così il film. Mentre la voce fuori campo racconta l’avvento della bambola più <strong>cool del pianeta</strong>, una meravigliosa <strong>Margot Robbie</strong> vestita in costume da bagno e occhiali da sole giganteggia sullo schermo.</p>
<p><strong>Le Barbie vivono.</strong> Parallelamente al mondo reale esiste infatti un’utopia <strong>rosa shocking di nome BarbieLand</strong>, in cui a ogni bambola della nostra realtà corrisponde una Barbie in carne e ossa. Loro, sempre felici e inconsapevoli, si godono un’esistenza perfetta, dove ogni giorno è il giorno più bello. Sembra di entrare proprio nel mondo di Barbie, nella sua casa di plastica, con i suoi oggetti e gli abiti glam, dove il rosa ed ogni sua sfumatura campeggia su <strong>Barbieland</strong>. Qui vivono tante <strong>Barbie e tanti Ken</strong>, tra cui il biondo <strong>Ryan Gosling</strong>, che esiste solo in funzione dello sguardo di lei.</p>
<p>Il sorriso, la leggerezza e la spensieratezza coabitano in questo <strong>“luogo giocattolo”</strong>, finché quella che sembra la più stereotipata del gruppo non semina il panico manifestando dal nulla intrusivi pensieri di morte e i suoi piedi diventano piatti.</p>
<p><strong>Che cosa sta succedendo?</strong> Per scoprirlo Barbie Stereotipo deve confrontarsi con la bambina che giocava con lei nel mondo reale. Determinata a ritornare all’innocenza perduta, Barbie affronterà insieme a Ken un inedito e avventuroso viaggio nel mondo reale alla ricerca della bambina i cui pensieri tristi hanno incrinato la paradisiaca spensieratezza di <strong>BarbieLand</strong>.</p>
<p>Barbie e Ken attraversano un portale che li conduce nel mondo degli umani. Qui si confrontano con una realtà completamente diversa dalla loro. Le donne non sono il punto di riferimento assoluto come accade a Barbieland: <strong>Ken scopre infatti che vige il cosiddetto patriarcato, mentre Barbie scopre dei sentimenti mai provati prima, come la tristezza.</strong> Qui incontrerà un’alleata in <strong>Gloria,</strong> ma anche un’inaspettata ‘distopia’ fatta di molestie, depressione, insicurezza e maschilismo. Tutto quel che metterà in crisi Barbie galvanizzerà invece Ken. Tra un balletto e l’altro, momenti di musical, battute divertenti, i due vanno alla ricerca di sé stessi.</p>
<p><strong>Ken ritorna a Barbieland per trasformarla in Kenland</strong>, sulla falsa riga del mondo degli uomini, mentre Barbie cerca di ripristinare il suo mondo e riordinare le sue idee: qualcosa è scattato in lei dopo aver conosciuto la sua creatrice e chi giocava con lei da bambina. Forse quei piedi che non stanno più sulle punte non sono così male e quelle gocce che scendono ogni tanto dagli occhi, seppur sintomo di dolore, fanno sentire vitali perché nella vita vera si soffre e si ride.</p>
<p>Questo film si apre a tante cose, perché riesce a essere fedele a chi la Barbie la ama, difendendone la bontà dietro all’idea di chi l’ha ideata; e riesce a essere vicino a chi la bambola la odia, condannando il sessismo e le moderne forme di patriarcato, ma anche ogni tipo di società utopica che accetta le disparità tra generi. <strong>La riflessione più importante è quella sulle Barbie come giocattolo;</strong> sul loro merito di lasciar intravedere le potenzialità di un futuro da astronauta, da mamma, da esploratrice o da impiegata e sulla colpa di inculcare l’insicurezza davanti all’irraggiungibilità di modelli irrealistici di bellezza e perfezione.</p>
<p><strong>Barbie può essere tutto: un’astronauta, una pilota di aereo, una chirurga, la presidente degli Stati Uniti d’America, un’operaia edile e persino una sirena.</strong> Il limite di Barbie, forse, è proprio il fatto che possa essere tutto e il contrario di tutto, contemporaneamente: uno stereotipo plasmato dallo sguardo maschile e una figura che rappresenta in maniera emblematica indipendenza ed emancipazione; il simbolo del consumismo più sfrenato, con i suoi accessori infiniti e le innumerevoli varianti, e qualcosa che già di per sé stimola l’immaginazione; un pezzo di plastica che ci fa pensare a tutto quello che non va nella nostra società e un caro ricordo della nostra infanzia da conservare in una vecchia scatola che non apriamo da anni, ma la cui stessa esistenza è motivo di felicità.</p>
<p><strong>Sogno o merce? Il giocattolo più amato o il più odiato?</strong> Barbie è un paradosso e dunque il lungometraggio ispirato alla bambola ideata da <strong>Ruth Handler</strong> e commercializzata dalla <strong>Mattel a partire dal 1959</strong>, che da sessantaquattro anni rappresenta nel bene e nel male la cultura occidentale, non poteva non essere paradossale, contraddittorio e pervaso da una costante tensione tra la volontà di celebrare un’icona e il desiderio di demolirla e ricostruirla per farla somigliare un po’ di più a una donna reale. Non un problema da poco, perché le icone, per loro stessa definizione, sono immagini statiche e immutabili, mentre il cambiamento è instabile, vorticoso e furioso.</p>
<p><strong>Il film di Greta Gerwig convince con un mix di ironia e femminismo, senza nascondere il suo lato intelligente e profondo</strong>, cercando di parlare a tutti. Barbie è un film che ha due anime: <strong>una frivola, profondamente non-sense, che è perfetta, </strong>perché riesce a non prendersi sul serio con grande intelligenza, prendendosi in giro da sola e mettendo al proprio centro una sagace auto-rappresentazione dello spirito corporativo di un’azienda come Mattel, che diventa grottesca e stereotipata.</p>
<p>Ma c’è anche un’altra anima:<strong> è una pellicola femminista che sa esserlo senza diventare pretestuosa.</strong> Incarnando ciò che è sempre stata Barbie: un giocattolo che, tra vizi e frivolezze, riflette tutto ciò che vogliamo essere.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/barbie-falzone-film-recensione/">Barbie e ciò che siamo diventati</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">7588</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Non è casa mia</title>
		<link>https://www.borderliber.it/non-e-casa-mia-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Mar 2023 01:19:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[anima]]></category>
		<category><![CDATA[casa]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[Disguido]]></category>
		<category><![CDATA[Emma]]></category>
		<category><![CDATA[Francè]]></category>
		<category><![CDATA[Parco]]></category>
		<category><![CDATA[Personaggi]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[Tristezza]]></category>
		<category><![CDATA[Umanità]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.borderliber.it/?p=6658</guid>

					<description><![CDATA[<p>Racconto di Wanda Lamonica. In copertina una foto di Giuliana Moscovini “Non è il mio posto, questo, signora. Non è il mio solito parco. Elisa non mi porta mai qui. Mio nipote forse non lo sapeva. È lui che mi ha accompagnata. Chiamatelo. Sì. Chiamatelo. Che lui ha un ufficio. E un telefono che suona [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/non-e-casa-mia-racconto/">Non è casa mia</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Racconto di Wanda Lamonica. In copertina una foto di Giuliana Moscovini</strong></em></p>
<p>“Non è il mio posto, questo, signora. Non è il mio solito parco. Elisa non mi porta mai qui. Mio nipote forse non lo sapeva. È lui che mi ha accompagnata. Chiamatelo. Sì. Chiamatelo. Che lui ha un ufficio. E un telefono che suona sempre”.</p>
<p>Lea è agitata. Vorrebbe scappare ma le sue vecchie gambe non sono d&#8217;accordo.</p>
<p>“Si sieda qui, Lea. Fa fresco, non trova? Mettiamo questo bellissimo scialle?” chiede la donna-azzurra poggiando sulle spalle dell&#8217;anziana signora uno scialle di lana morbida.<br />
“Non voglio sedermi. Non ho nemmeno il mio cuscino. Ha ben 18 mattonelle quadrate fatte all&#8217;uncinetto, il mio cuscino, sa?”.</p>
<p>Lea si guarda attorno, confusa. Ha un sussulto ogni volta che qualcosa di sconosciuto la turba profondamente. Le trema il mento. Il suo bastone da passeggio, ora, è soltanto un punteruolo con cui poter bucare un mondo cattivo.</p>
<p>“E poi la mia panchina ha un segno inciso con una chiave. Me l&#8217;ha fatto Pinuccio mio. Un cuore, sa? Intagliato con la chiave del portone della nostra prima casa”.</p>
<p>Sorride, inclina la testa. Bacia la medaglietta che porta sul petto, con la piccolissima fotografia dell’uomo che ha amato per 54 anni. La lucida con il pollice.</p>
<p>“E poi qui non ci sono i miei bambini. Ci sono solo vecchietti come me. Al mio parco, invece, c’è Paolino che mi porta la palla, Amelia che alle 10 in punto mangia la frutta frullata, seduta nel passeggino. (Sta imparando a usare il cucchiaino da sola, sa? ). E devo preparare le molliche di pane per Rodolfo, altrimenti i piccioni non ci vanno mai da lui. Eh.”</p>
<p>Un lampo di gioia illumina per un attimo il suo sguardo. “Guardi, mi lasci pure fuori da quel cancello. Mi appoggio al muretto e aspetto Elisa. Verrà. Elisuccia verrà”.</p>
<p>Lea vuole raggiungere il cancello. Costruisce ogni singolo passo appoggiandosi saldamente al suo bastone di legno. Mastica a vuoto per digerire meglio lo sforzo. La donna-azzurra la sostiene meglio che può.</p>
<p>“Lea, entriamo. Aspettiamo dentro. C’è una signora che vuole conoscerla”.</p>
<p>Lea è visibilmente stanca. Sfinita, si lascia guidare dalla donna-azzurra. Insieme raggiungono una camera al primo piano di un grande edificio giallo. C’è l’ascensore.</p>
<p>“Elisa ha paura dell’ascensore, sa? E io per mia figlia salivo e scendevo le scale pur di non lasciarla mai sola, sa? Adesso non posso più seguirla. Le gambe non ce la fanno. Lo devo prendere per forza l’ascensore. Ma appena le porte si aprono, io l’aspetto al piano di casa nostra e le canto Gioia mia, per tenerle compagnia finché lei sale su. Una mamma le fa queste cose, sa?”</p>
<p>La donna-azzurra e Lea raggiungono la stanza numero 23. Due letti, un tavolo, tre sedie, un armadio di metallo, un’orchidea finta.</p>
<p>“Adele, ecco Lea”, annuncia la donna-azzurra. Adele è una vecchina minuta, seduta davanti alla finestra. Guarda lontano. Poi si gira verso le due donne. Sorride. Le mancano due denti. E soprattutto l’allegria.</p>
<p>“Siediti, Lea “, dice indicando la sedia vuota. Lea si siede, sospira. Comincia anche lei a guardare lontano abbracciata stretta stretta al suo bastone.</p>
<p>“Posso stare davvero poco qui”, si giustifica Lea.<br />
“Mia figlia Elisa verrà a prendermi tra non molto. Questo non è il mio letto, non è casa mia. Non è il mio parco. Non è la mia vita”.</p>
<p>Un tintinnio di posate annuncia la cena.</p>
<p>“È quella nuova?”, chiede la collaboratrice Rosa all’uomo-azzurro, alle prese con le scodelline di purè.<br />
“Già. È Lea”, risponde l’uomo-azzurro Francesco. “Aspetta sua figlia Elisa. Non sa ancora che non c’è più. E che il nipote non ha tempo per lei”.<br />
“Vado io da Lea”, dice Rosa, prendendo un vassoio con il cibo caldo e una mela cotta.<br />
“Che c’ho ancora il vizio dell’umanità, Francè”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/non-e-casa-mia-racconto/">Non è casa mia</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">6658</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>
