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	<title>Tradimento Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Nuvola</title>
		<link>https://www.borderliber.it/nuvola-racconto-pizzini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Apr 2025 22:01:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Nuvola&#8221; è un racconto di Ilaria Pizzini. In copertina un&#8217;immagine di Martino Ciano creata con l&#8217;Intelligenza Artificiale Vedo le nuvole. Le riconosco sorelle, mentre gravide di umido caldo procedono tronfie sulla mia pelle. Ogni singola fibra del mio corpo stilla lacrime schiacciate come le lenzuola. Un sudario, una camicia di forza opprime il mio fiato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Nuvola&#8221; è un racconto di Ilaria Pizzini. In copertina un&#8217;immagine di Martino Ciano creata con l&#8217;Intelligenza Artificiale</strong></p>
<p>Vedo le nuvole.<br />
Le riconosco sorelle, mentre gravide di umido caldo procedono tronfie sulla mia pelle. Ogni singola fibra del mio corpo stilla lacrime schiacciate come le lenzuola. Un sudario, una camicia di forza opprime il mio fiato in questa notte di luglio scirocco. Boccoli di fiato grigio mi entrano nel naso e nella bocca spalancata in un urlo muto. La gatta entra dalla finestra e si insinua nelle pieghe di una pelle che non ho più.<br />
Sono una nuvola greve di pianto bloccata sul letto.<br />
Questo letto, che abbiamo scelto insieme ma non è mai stato il nostro letto.<br />
Questa casa, che abbiamo visto per la prima volta insieme ma non è mai stata la nostra casa.<br />
Solo una sera ti sei fermato, poco più di un mese fa – già era iniziato il caldo di questa estate infinita &#8211; comunque controvoglia. Ero venuta in paese, con la scusa di sistemare qualche scatolone. Mi hai raggiunto: «Usciamo a cena». Il tuo <strong>leitmotiv</strong>, quella galanteria da falso signore, stretta come la tua mano che mi artiglia il gomito mentre attraverso la strada.</p>
<p><strong>Possesso.</strong><br />
Abbiamo cenato, una tagliata di chianina che tu hai scelto e che ha invaso prepotente il mio stomaco.<br />
Siamo rientrati, il divano non era ancora arrivato. Niente da fare se non andare a letto, le lenzuola spostate e la finestra aperta in un finto frescume. Ho preso un libro – dieci minuti neanche – sentendo la tua agitazione crescere al mio fianco.<br />
«Me ne vado. È evidente che preferisci un libro a me».<br />
Ti ho guardato stranita rivestirti di corsa e aprire la porta, tu che mi hai obbligata per mesi davanti a <strong>una tv che odiavo</strong> e che ti faceva addormentare in fretta– e guai a muovermi o fare altro, ti svegliavi all&#8217;istante facendo l&#8217;offeso.<br />
Te ne sei andato davvero, io qui a piangere incredula, il senso del nulla drappeggiato addosso come una toga.<br />
Fuori, nella piazza qui dietro le mura, una musica <strong>anni Ottanta</strong> condisce la notte dei molti turisti di questo paese d&#8217;inverno così quieto. Mi metterei a cantare se avessi fiato, ma la fatica del respiro non lascia tregua.<br />
Arrivano a fiotti anche i ricordi, onde di mare increspato con una schiuma di acido muriatico.<br />
Le tue bugie – tante, troppe. Le prime anche inutili, da bambino sciocco che sta ancora imparando a mentire.<br />
«Non ho fumato» detto con il mozzicone ancora tra le mani.<br />
«Torno presto, voglio cenare con mia figlia» mentre esci con gli amici.<br />
Quando sono iniziate quelle vere? Forse la prima è stata quel «Ti capisco, anch&#8217;io sono solo» sospirato con empatico trasporto alla vedova del tuo amico appena scomparso, che ti confidava il suo senso di solitudine. Seduta di fianco a te sul divano – a evidente portata d&#8217;orecchio – ti ho guardato perplessa e te ne ho chiesta ragione, una volta posato il telefono. Hai negato di averlo detto.<br />
Nemmeno tre mesi più tardi, era metà maggio, il weekend in moto con amici sconosciuti. Il ritrovo fissato nello stesso paese dove viveva lei, me ne rendo conto solo ora. Destinazione Francia del sud, dove mi hai portato in vacanza la scorsa estate. Neppure lo sforzo di cambiare meta, che squallore.<br />
Lampi di ricordi squarciano la notte incapace di pioggia.<br />
Ti rivedo, la tuta da motociclista che ti sta appena larga sulle spalle &#8211; sarà perché le tieni sempre un po’ inclinate in avanti, soprattutto quando cammini, con quell’andatura buffa e affrettata, a piccoli passi.<br />
È quasi mezzanotte, la musica non accenna a diminuire. Siamo passati agli <strong>anni Sessanta</strong> – un evergreen in tutte le feste di paese e non solo. Sono i miei anni. Ogni canzone è scolpita dentro di me; conosco e ricordo ogni parola, questa memoria musicale mi affligge da sempre al pari di quella olfattiva.<br />
L&#8217;odore del caldo mi avvolge la gola, un&#8217;ovatta persistente che vorrei mi bloccasse il cuore invece del respiro.</p>
<p><strong>Affanno.</strong><br />
Lo stesso che costringe i miei sensi da quando mi hai mandato l’ultimo messaggio.<br />
«Ciao, la donna di servizio è a casa mia il lunedì e il giovedì dalle 14.30 alle 16.30. Ti lascio il suo numero per accordarti ed aiutarti a prendere le tue cose. Ti lascio le chiavi di casa tua sul ripiano della libreria e, per favore, lascia le mie. Buon Vento!»<br />
Buon vento. L&#8217;augurio più semplice e potente, quello che il vento ti sia amico e ti conduca dove vuoi andare. Ma non c&#8217;è vento in questa estate torrida e pesante, che non ci lascia scampo.<br />
Sono tornata, di nascosto, in quella che avrebbe dovuto essere la nostra casa.<br />
Le mie cose non ci sono più, la mia esistenza cancellata da un&#8217;ondata furibonda di maestrale. In compenso, in camera da letto un paio di ciabattine viola, una borsetta di paglia e una valigia piena di abiti. E il suo nome.<br />
Sono tornata a casa – questa casa, la mia casa – strisciando come l&#8217;ombra appiattita dal sole di mezzogiorno. I giorni si disfano in gomitoli di pianto; le notti trasudano ricordi strazianti come il blues del clarinetto di un improbabile jazz.<br />
E stasera sono qui, in questa notte di luglio scirocco, a guardare le nuvole ingannatrici di false promesse entrare di soppiatto dalla finestra e premere sul mio corpo per spremerne il dolore che profuma di aspro come i limoni dell&#8217;albero sotto casa.<br />
Mi arrendo al loro abbraccio, non ho più forza per contrastarle.<br />
Si insinuano in ogni piega, in ogni poro e obnubilano la mia mente sfinita. Sono parte di me, o io di loro.<br />
Uno strappo, la carne martoriata sbrindella come fiocco e io, non più bloccata sul letto dalla gravità del pianto, danzo nel cielo d&#8217;estate e di stelle.<br />
Sono una nuvola, e sono libera di volare.</p>
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		<title>Tengo n&#8217;ata</title>
		<link>https://www.borderliber.it/tengo-n-ata-racconto-giannella/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Mar 2025 23:01:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[Disturbi alimentari]]></category>
		<category><![CDATA[Giannella]]></category>
		<category><![CDATA[Mal di amore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Tengo n’ata&#8221; è un racconto di Adalgisa Giannella. La foto in copertina è stata fornita dall&#8217;autrice Si sarebbe mangiato il mondo se glielo avessero permesso piuttosto che brioche e nutella, salami, mortadella, vasi di gelato, alette di pollo piccanti, lasagne bolognesi, nocciole, freselle e crostoni con salse di ogni tipo. Mangiarsi il mondo le sarebbe [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4><strong>“Tengo n’ata&#8221; è un racconto di Adalgisa Giannella. La foto in copertina è stata fornita dall&#8217;autrice</strong></h4>
<p>Si sarebbe mangiato il mondo se glielo avessero permesso piuttosto che brioche e nutella, salami, mortadella, vasi di gelato, alette di pollo piccanti, lasagne bolognesi, nocciole, <em>freselle</em> e crostoni con salse di ogni tipo.<br />
Mangiarsi il mondo le sarebbe costato meno.<br />
Invece teneva fame <em>assaie</em> da quando Lino l’aveva lasciata con quattro parole scritte su di uno scontrino del supermercato, tenuto stretto dal tergicristallo della sua Cinquecento: <strong><em>“Tengo n’ata. Addio”</em></strong>.</p>
<p>Da quel giorno ci stava un buco dentro la pancia che parlava e ripeteva ossessivamente: fame, fame, fame.<br />
Dopo averlo riempito con ogni sorta di munnezza, la voce si faceva cattiva: libera, libera, libera.<br />
Correva in bagno e si ficcava l’indice in gola, solleticando l’ugola fino a che un vomito in technicolor non si spandeva sulle pareti del water, qualche schizzo pure per terra e sul bidet accanto.<br />
L’aveva scoperto da un mese che il vomito faceva più dei lassativi, perché il giorno dopo la bilancia, anziché segnare sessanta segnava cinquantacinque e poi cinquanta e poi quarantaquattro, fino a che non si era pesata più, perché era svenuta per strada. E <em>mò</em> guardava le pareti bianche della stanza nella quale era ricoverata e fissava incazzata la goccia che stilla a stilla cadeva per trovare posto<em> into sang com foss na zuppiera da abbuttà</em>.</p>
<p><strong><em>“Tengo n’ata. Addio”</em></strong><br />
Ci <em>sfarfalliava</em> <em>sta fras tutti i juorn inta capa soa e guai a piangerla comm na puvuriella sfurtunat</em>, lei <em>n’ata</em> voleva essere, a costo di sparire.<br />
In ospedale corsero mamma e papà, i fratelli Titina e Alex, due amici che ancora non la mandavano affanculo, aspettando che le tornassero le forze, senza capire che quelle forze fatte di grasso e muscolatura, che l’avrebbero sostenuta e forse salvata, lei non le voleva. Solo a pensarci tornavano nausee e confusione.<br />
<em>S’appresentò</em> come dottoressa Eugenia Forti, la neuropsichiatra.<br />
Sembrava caduta dal cielo come un angelo per il peso, perché nonostante la faccia bella, ci stavano settantacinque chili di grasso <em>&#8216;ncopp all’oss</em>.<br />
Era proprio chiatta e stonava con le figure celesti, diafane e <em>lieggìe</em>.<br />
Preparata, era preparata assai e mannaggia agli studi, alla <em>capa tost</em>, a quella sicurezza che Mila non teneva, fu difficile rispondere alle domande di rito.<br />
<em>“Perchè stu smazziamiento? Togli il cibo e poi? Almeno l’hai risolto il problema?&#8221;</em><br />
Sta figlia e <em>n’drocchie</em> l’aveva subito svelato il segreto suo.</p>
<p><strong><em>“Tengo n’ata.  Addio”</em></strong><br />
Davanti all’evidenza si sentiva <em>scarpisàta</em> perché <em>nisciuno</em> meritava la vita sua. <em>Nisciuno</em> la poteva trasformare in<em> palummèlla, nu pizzico e femmen</em> dopo averla tradita con Bastiana, che di chili ne pesava ottanta.<br />
Bastiana la puttana, felice con mezzo chilo di tagliatelle al ragù, maialino arrosto e patate, vino e tiramisù, ci aveva rubato Lino suo che e <em>chiatt nun</em> l’aveva mai <em>suppurtate.</em><br />
Teneva a dieta Mila, il gentiluomo, e si scopava montagne di grasso e civetteria.<br />
<em>Inta a cap soa</em>, Lino se lo sarebbe conquistato pesando quarantacinque chili da cinquantacinque, e <em>mò</em> era arrivata a quaranta, di conseguenza si sarebbe <em>spicciàto</em> a tornare.<br />
Mila uscì dall’ospedale che ne pesava quarantasette. La reggevano il padre e il fratello con le lacrime agli occhi.<br />
Eugenia Forti la dottoressa <em>re cervell impazzut</em>, la volle nello studio tre volte a settimana e là veramente ci vomitò l’inferno tra stampe di <em>nièrvi</em>, specializzazioni e trattati di neurochirurgia.</p>
<p>Nella stanzetta dove solo l’acquario coi pesci d’oro si collegava alla vita, ci stavano martiri e confidenze e gli occhi celesti della psicoterapeuta troppo chiari per accogliere bugie e sotterfugi.<br />
I dottori sono come le scarpe, <em>chiù so stritt e chiù te fann male</em> e la Forti non dava scampo.<br />
Una domanda e quarantacinque minuti di silenzio. Un disegno, un’ora per osservarlo e inserirlo nella cartellina denominata <em>“aucellùzzo”</em>, la sua.<br />
Due anni per uscirne dal mal d’amore.<br />
Cadute, risalite, fame, vomito, scorticate, cucù di mestruazioni, ricoveri, bugie e verità.</p>
<p>Na <em>matina</em> Mila si svegliò quieta.<br />
Erano le cinque e c’era odore di caffè e sfogliatelle. Le aveva preparate la sorella e <em>mò</em> ci stava mettendo dentro la crema pasticciera.<br />
Con una siringa iniettava il goloso carburante alle paste che avrebbero allietato tutta la famiglia, meno che Mila. La osservò con gli occhi spalancati come margherite in sboccio, quella mano sottile sporca di uova e farina, e per la prima volta non le si strinse lo stomaco, anzi si avvicinò, infilò l’indice nella zuppiera ricolma di crema e se lo mise in bocca.</p>
<p>Titina la guardava<em> ‘mbarazzata.</em> Ci tenne a dire che le paste erano per Adelia, la vicina che compiva ottantotto anni, e nessuno, tranne loro, l’avrebbe festeggiata.<br />
Mila rise e per la prima volta non corse al bagno ma rimase sulla sedia a farsi raccontare la storia della donna che aveva perso due figli per malattia. Davanti a quella storia il cuore le si scorticò e capì quanto fosse stata<em> fèss ad arrugnarse per chi nun</em> meritava un grammo della carne sua, figuriamoci il cuore.</p>
<p>Questa volta il senso di nausea le arrivò prepotente per essersi fatta manipolare e convincere da quel porco di Lino.<br />
<em>Chi rire, fòtte chi chiàgne.</em><br />
Una violenza diventa tale quando permetti agli altri di annientarti. Quando credi di amare il diavolo e diventi sua complice.<br />
Era così agile e bella prima <em>ra malatìa</em> con il seno sodo, i fianchi da femmina, i capelli che le coprivano il sedere. Così bella.<br />
Due anni sono lunghi ma ce l’avrebbe fatta a recuperare. A ritrovare la propria frenesia e una bellezza di cuore che non se n’era mai andata.<br />
Avrebbe ringraziato chi si era preso la responsabilità di farla guarire.<br />
La famiglia, gli amici e la dottoressa Eugenia del “devi voler vivere e ce la farai!”.</p>
<p>Afferrò la terza sfogliatella e la inzuppò nella tazza ricolma di caffè e latte e poi guardando Titina le urlò sorridendo: “Cazzo che buone!”</p>
<hr />
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		<title>Miriam o della purezza ritrovata</title>
		<link>https://www.borderliber.it/miriam-racconto-caterina-torchio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Feb 2025 23:02:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[Miriam]]></category>
		<category><![CDATA[Praia a Mare]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Miriam o della purezza ritrovata&#8221; è un racconto di Caterina Torchio. La foto in copertina è dell&#8217;autrice Quel giorno il sole tradiva il cielo, infilandosi tra nuvole che non volevano esserci. L’aria, nella limpidezza di un tempo d’estate, rendeva visibili anche le più piccole cose. Neppure un granello di polvere sarebbe rimasto invisibile agli occhi: [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Miriam o della purezza ritrovata&#8221; è un racconto di Caterina Torchio. La foto in copertina è dell&#8217;autrice</strong></p>
<p>Quel giorno il sole tradiva il cielo, infilandosi tra nuvole che non volevano esserci. L’aria, nella limpidezza di un tempo d’estate, rendeva visibili anche le più piccole cose. Neppure un granello di polvere sarebbe rimasto invisibile agli occhi: tutto aveva la sua dignità e la sua consistenza e la vita si dispiegava in una varietà di situazioni senza ordini e regole.</p>
<p>Non era necessario esser grandi per occupare uno spazio, in quel giorno tutto aveva la grandezza della vita che era altra cosa dall’esistenza. La consistenza delle cose veniva rapita dagli occhi attraverso emozioni diverse. Miriam sentiva che qualcosa stesse per succedere, che dopo aver raggiunto il fondo lo slancio per la risalita sarebbe stato forte e deciso. Era un gioco misterioso in cui a vincere o a perdere non sarebbe stato il cuore.</p>
<p>E poi la vita stava imparando a dipanarsi in un grosso arcobaleno in cui la volta era più grande di ogni luogo e per questo Miriam perdonò il sole che esitava ad uscire dalle nuvole, come un armigero che teme di uscire dalla trincea per non restare ferito. Aveva solo vent’anni e se avesse potuto, avrebbe scelto di morire in quell’istante per dare alla vita un vero senso, un pregiato retrogusto amaro ma pericoloso come quello di un buon vino che bevuto troppo rischia di ubriacare.</p>
<p>Poggiò il libro che stava leggendo sul tavolo, che attendeva di essere sparecchiato dopo cena e decise di affidare quell’emozione al calore di una doccia che l’avrebbe canalizzata verso il progetto che non sapeva elaborare. L’acqua lavò la mente insieme al corpo e scivolò tra la seta di una camicia bianca senza null’altro sotto.</p>
<p>Era scalza e ancora accaldata dal vapore che le aveva arrossato il viso e ritornò a pensare a come avrebbe potuto disegnare il tempo senza più sprecarne il corso. Ripensò all’amore che ormai non conosceva più e che il profumo sul cuscino del divano raccontava senza consolazione. Un’emozione, mai provata prima, la spinse lontano e compose il numero che conosceva a memoria, che sfuggiva alle dita meccanicamente, ma che poi interruppe per passare a scrivere un messaggio.</p>
<p>Invitava Luca a raggiungerla. Subito. Si era abituata ai suoi tradimenti e questo era grave. Si era assuefatta a un tipo di rapporto che non era mai esistito e allora decise di farsi violenza più di quanto non gliene stesse facendo lui. Si riprese quell’amore solo suo per farlo morire dentro e, senza riflettere, inoltrò il messaggio che avrebbe spezzato quella storia.</p>
<p>In fondo Luca non la conosceva per davvero e, quella sera, ne diede prova. Citofonò senza rispondere, come al solito, ed entrò con la sua solita espressione disgustosamente boriosa. Miriam detestava i suoi occhi azzurri e il bacio che le sferrava sul volto, entrando, più aggressivo di uno schiaffo. Si diresse verso il divano sedendosi, come al solito, dove i cuscini facevano angolo come se, poggiandosi, cercasse qualcosa con cui attutire il colpo che stava per ricevere. Sorrise, chiedendole cosa significasse quello sguardo triste. Un muro si sollevo da solo tra sguardi che ormai non sapevano comunicare e il gelo riempì l’aria.</p>
<p>Miriam rispose che era finita, che quella fine avrebbe significato l’inizio della sua vita. Luca non manifestò alcuna reazione, convinto che fosse una delle sue solite reazioni. Pensò che Miriam stesse esagerando come sempre e che l’avrebbe richiamato di lì a poco. E la seguì con lo sguardo mentre si dirigeva alla porta, invitandolo ad andare via. Prima di uscire tentò di avvolgerla con un braccio, sollevandole la camicia sui fianchi e provò a baciarla, avanzando nuovamente verso il divano, ma la rigidità della sua reazione lo spinse a staccarsi. Abbassò lo sguardo e senza voltarsi andò via.</p>
<p>Quella sera fu la più bella della vita di Miriam: aveva estirpato il cancro che le aveva invaso l’anima. Prese un calice e la bottiglia di prosecco che teneva in frigo, si sedette, sola, sul divano in sala e brindò alla purezza recuperata, al coraggio di essere se stessa e a sé. Il far del giorno la trovò ancora così: accovacciata sul cuscinone del sofà e con i capelli scompigliati dalla posizione. Non aveva riposato come avrebbe dovuto ma stava bene.</p>
<p>Accolse il tremolio timido dei primi raggi che ferivano, incerti, le finestre e il profumo dell’alba. Era un’alba nuova, diversa nei colori e nella luce che saliva dal mare, lottando timidamente contro le ultime forze della notte ancora resistenti per quanto deboli. L’acqua sul viso sembrò cancellarle insieme alla stanchezza la ruga scavata sotto l’occhio destro. Sembrava un’anomala cicatrice inferta della vita.</p>
<p>Uscì sul terrazzo e l’aria frizzate di novembre le aggredì le narici che si sfogarono in starnuti ripetuti. Era presto per uscire, tuttavia infilò velocemente i leggings grigi mentre con lo sguardo scrutava la mensola dell’armadio che conteneva le felpe piegate. La sveglia suonò obbediente all’orario fissato la sera prima e nello spegnarla spinse sulla testa una blusa blu. Sarebbe scesa sulla spiaggia per correre lungo la riva, ma doveva prendere un caffè perché la giornata iniziasse davvero. E la moka sul fuoco, poggiata meccanicamente profumò l’aria caricandola di energia.</p>
<hr>
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		<title>Wilderness. Il tradimento&#8230; e non vissero mai felici e contenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Feb 2024 01:48:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Letizia Falzone. In copertina la locandina di &#8220;Wilderness&#8221; presa dal web Quella tra Liv e Will sembra una relazione perfetta: giovani, belli e innamorati, sono l’immagine ideale della coppia felice. Dopo un anno di matrimonio, decidono di lasciare l’Inghilterra per partire insieme alla volta degli Stati Uniti, affinché Will possa perseguire la sua [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Letizia Falzone. In copertina la locandina di &#8220;Wilderness&#8221; presa dal web</strong></p>
<p>Quella tra <strong>Liv e Will</strong> sembra una relazione perfetta: giovani, belli e innamorati, sono l’immagine ideale della coppia felice. Dopo un anno di matrimonio, decidono di lasciare<strong> l’Inghilterra</strong> per partire insieme alla volta degli <strong>Stati Uniti</strong>, affinché Will possa perseguire la sua carriera. Liv abbandona quindi la sua casa, la sua famiglia, i suoi amici e il suo lavoro da giornalista per accompagnare il marito in questa nuova avventura.</p>
<p>Completamente dedita al consorte, trascorre le sue giornate ad occuparsi della casa, in attesa che lui faccia ritorno. Tutto sembra andare per il meglio, quando le capita per le mani un messaggio inaspettato, che le apre gli occhi su una verità sconcertante e dolorosa: <strong>Will è andato a letto con un’altra donna</strong>. Confusa e ferita, Liv decide di vendicarsi.</p>
<p>Adattamento dell’omonimo romanzo di<strong> B.E. Jones</strong>, la serie scritta e ideata da <strong>Marnie Dickens</strong> racconta in modo accattivante la storia di vendetta di una donna in guerra:<strong> con il marito, con la madre, con il suo passato e con sé stessa.</strong> La serie fa parte del genere <strong>revenge-thriller</strong> con una forte impronta da procedurale poliziesco e una spiccata attenzione ai moventi psicologici, nonché ai condizionamenti sociali subiti dalla protagonista.</p>
<h3>O eroina, o strega, o arpia, o vendicatrice&#8230;</h3>
<p>Rifiutando la logica schematica e piatta, bidimensionale, della tinta unita, <strong>Olivia</strong> ingolfa la serie con la sua voce fuori campo per farci capire che lei, e non solo, è l’incastro caotico di un mucchio di sfumature. La sua storia sembra la più classica delle rivincite. <strong>Liv</strong> è fieramente determinata a ottenere la sua vendetta, e il fatto stesso che sia la voce narrante ci dice che, in qualche modo, otterrà un risultato. Ma a inquietare è proprio il modo perseguito dalla moglie tradita. <strong>Ed è inquietante perché non si capisce quanto e fino a quando sia giusto “tifare” per lei.</strong></p>
<p>Il personaggio, interpretato dalla bravissima e bellissima <strong>Jenna Coleman,</strong> cattura il pubblico con sentimenti veri, autentici, in cui è facile immedesimarsi, per poi trascinarlo in una zona del cervello dove la <strong>giustizia personale</strong> schiaccia tutto il resto, a prescindere dall’etica.</p>
<p><strong>Wilderness</strong> è costruita in modo molto furbo: narrata dal punto di vista di Olivia, <strong>la moglie tradita</strong>, spinge il pubblico a simpatizzare con lei,<strong> vittima del marito egoista e bugiardo</strong>, ma le cose sono destinate a cambiare. L’intento è quello di mostrare cosa si può arrivare a fare quando dedichiamo tutta la vita a qualcuno, sbagliando, senza riservarci un <strong>piano B</strong>, e quel qualcuno manda a far benedire i nostri piani.</p>
<h3>In <strong>Wilderness</strong>, passiamo da un “e vissero felici e contenti” a cui, in effetti, non crede nessuno, a “vissero un incubo che li ha trasformati per sempre”&#8230;</h3>
<p>La trasposizione televisiva del romanzo ruota attorno alla curiosità dello spettatore, in particolare nella sua immedesimazione in una delle due “parti” in gioco nella coppia. Che, per esperienza o semplici timori, ci si identifichi nel tradito o nel traditore, poco importa: <strong>il coinvolgimento emotivo è presente.</strong></p>
<p>Ci chiediamo se il traditore verrà scoperto, e cosa gli succederà. Ci chiediamo se il tradito scoprirà il tradimento, e come reagirà. Siamo curiosi, quando ci troviamo nei panni di <strong>Liv o di Will</strong>, perché le esperienze che vivono sono esperienze universali.</p>
<p>La <strong>mini-serie</strong> <strong>&#8220;Wilderness&#8221; </strong>ha il pregio di saper cambiare prospettiva, sorprendendo il fruitore con guizzi di scrittura che spiazzano e lasciano interdetti, spinti a proseguire la visione in un <strong>binge watching</strong> il cui epilogo non delude e porta anche a qualche riflessione. Limitandosi al rapporto di coppia, c’è la violenza che si innesca quando l’uomo fa pressioni psicologiche per nascondere i suoi scheletri nell’armadio. Ci sono la forza e il coraggio delle donne nel reagire, presto o tardi, agli abusi mentali subiti per troppo tempo.</p>
<p>Certo nella miniserie si arriva agli estremi, la protagonista Olivia fa cose che neppure lei si aspettava di poter mai combinare (fuori controllo per l’appunto); ma il messaggio è lo stesso e sembra dire all’uomo: <strong>fai attenzione, perché non sai di cosa sono capace.</strong></p>
<p>Sembra una storia sulla femminilità e su come si viene spinte verso un punto di non ritorno, una sensazione che seppur estrema è molto più comune di quanto si pensi; il viaggio di Liv è però complesso, spiazzante e stratificato. <strong>Cosa definisce, a conti fatti, l’identità di una persona?</strong> Le circostanze, i condizionamenti della società, la guerra dei sessi, la famiglia, le cose che ci portiamo dentro e che non confessiamo a nessuno?</p>
<p>Può una donna liberarsi dal giogo senza pagare dazio al marcio che una società ingiusta e maschilista le ha riversato contro per tutta una vita? <strong>Libera e innocente, è possibile?</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/wilderness-il-tradimento-e-non-vissero-mai-felici-e-contenti/">Wilderness. Il tradimento&#8230; e non vissero mai felici e contenti</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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		<title>Amarcord. Lavoro di ieri e di oggi</title>
		<link>https://www.borderliber.it/amarcord-lavoro-ieri-oggi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Jan 2023 01:05:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[lettere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Gattonero &#8220;Mi ricordo&#8221;, poi assemblato da Fellini in Amarcord nell&#8217;omonimo film, divenuto sinonimo dei ricordi personali, il più delle volte nostalgici e amaricanti. Già all&#8217;uscita di quella pellicola, nel &#8217;73, lo avevo tradotto, a mio uso e consumo, in Amari ricordi, con un romagnolo maccheronico, visto che all&#8217;epoca ricordi dolci del mio passato [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/amarcord-lavoro-ieri-oggi/">Amarcord. Lavoro di ieri e di oggi</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Articolo di Gattonero</strong></em></p>
<p><em>&#8220;Mi ricordo&#8221;</em>, poi assemblato da Fellini in Amarcord nell&#8217;omonimo film, divenuto sinonimo dei ricordi personali, il più delle volte nostalgici e amaricanti.</p>
<p>Già all&#8217;uscita di quella pellicola, nel &#8217;73, lo avevo tradotto, a mio uso e consumo, in <em>Amari ricordi</em>, con un romagnolo maccheronico, visto che all&#8217;epoca ricordi dolci del mio passato non è che ne avessi molti.</p>
<p>Col passare degli anni il conto di questi ricordi è poi andato quasi in pareggio, tanto da consentirmi di pescare alla cieca, trovandone di dolci anche in situazioni di convivenza lavorativa.</p>
<p>Da tempo cercavo la lettera che segue questa presentazione, mi ero quasi convinto di averla buttata, pur essendo questa operazione lontanissima dal mio modo di conservare le cose, soprattutto se simpaticamente piacevoli. L&#8217;ho ritrovata quasi casualmente, dentro una scatola da scarpe, tra l&#8217;altro bene in vista, con altri biglietti di auguri vari, cartoline di saluti (che allora ancora si usavano), qualche &#8220;santino&#8221; listato a lutto di persone care che mi hanno preceduto, e il cui ricordo non ha bisogno di essere supportato da immaginette, tanto è impresso a fuoco nel mio cuore.</p>
<p>Racconto sommariamente (chi ci crede, non mi conosce&#8230;) da cosa è nata questa missiva, che risale alle feste natalizie del 1989.</p>
<p>Nella primavera di quell&#8217;anno, dopo oltre 24 anni di fedele servizio presso una società, avevo ricevuto il lampo, assolutamente inatteso, una &#8220;vocazione&#8221;, una chiamata impossibile da rifiutare.</p>
<p>Oltre al fedele servizio suo diretto, la mia casa madre mi aveva appioppato, su esplicita richiesta delle interessate, una specie di collaborazione <em>extra moenia</em>, con altre due sue consorelle, non concorrenti dirette pur operando nello stesso ramo, che mi avevano cooptato non tanto per meriti miei particolari quanto per motivi logistici ed economici.</p>
<p>I rapporti con queste erano gli stessi che con la società che mi aveva in libro paga, soprattutto quelli con i dipendenti fissi di questi due gruppi; che, con la frequentazione telefonica quotidiana e quella fisica un po&#8217; di volte nel corso dell&#8217;anno e degli anni, erano divenuti rapporti di cordiale amicizia.</p>
<p>Dopo quegli anni di onorato, rispettato, leale e, per certi versi, divertente servizio, una sera a casa mi era arrivata una telefonata, sintetica ma precisa: &#8220;Ci interessi, a te interessa?&#8221;, così, tronca, senza tanti fronzoli.</p>
<p>(Ho un amico ferrarese, che a ogni domanda precisa riguardante, che so, un piatto, un film, una canzone, una città, una ragazza&#8230; proposta con un &#8220;Ti piace?&#8221;, risponde invariabilmente con un &#8220;Veh!&#8221; che lascia il tempo che trova; io ci casco sempre con &#8220;Ma veh! sì o veh! no?&#8221;; bisognerebbe distinguere l&#8217;intonazione di quel veh! per avere la risposta immediata all&#8217;una o all&#8217;altra versione, e io questa sottigliezza vocale non l&#8217;ho ancora individuata).</p>
<p>Di sicuro, alla domanda telefonica avrò risposto affidandomi a un termine straniero, di quelli che ci consentono di non passare per parolacciai scostumati, altrettanto tronca: &#8220;Cazzo!&#8221;.<br />
Dall&#8217;altra parte: &#8220;Ma cazzo sì, o cazzo no?&#8221;.<br />
&#8220;Cazzo e stracazzo, sì!&#8221;.</p>
<p>Come non ho detto, era una di quelle proposte che non si possono rifiutare, senza bisogno di teste di cavallo fatte trovare nel letto, a sollecitare una risposta positiva.</p>
<p>Detto fatto, avevo cambiato casacca. Senza concorsi o test di ammissione che, se richiesti, mi avrebbero tagliato da subito le gambe e rispedito alle origini. Solo successivamente, alla firma su un contratto, avevo appreso che avevano accumulato su di me tutte le informazioni utili; vita e miracoli, risultava che di me sapevano già tutto..</p>
<p>Vita e miracoli&#8230; morte, toccando tutt&#8217;ora ferro, no.</p>
<p>All&#8217;indomani avevo comunicato al mio capo galattico l&#8217;offerta ricevuta.</p>
<p>Telefonicamente dispiaciuto, mi aveva chiesto se avevo già deciso in merito. Nel rispondere era emerso il mio lato femminile, mentendo come solo le donne sanno fare (superate, peraltro, in questo dai politici e dai parcheggiatori abusivi), avevo dato per &#8220;ci sto pensando&#8221; una decisione già presa d&#8217;emblée.</p>
<p>Gli avevo poi mandato due righe, quasi a giustificare il mio &#8220;tradimento&#8221;, in cui attribuivo al desiderio pre-senile di verificare se davvero l&#8217;erba del vicino era più verde, il taglio a un passato collaborativo durato cinque lustri, incredibilmente senza screzi importanti, visti i nostri caratteri occasionalmente spigolosi, con sporadici umani periodi di tensione.</p>
<p>Un paio di mesi dopo ero pienamente operativo, nel percorso che mi era stato assegnato, con le stesse modalità di quello precedente, solo con altra maglietta e altro numero di matricola.</p>
<p>E, nota secondaria assolutamente insignificante, altre condizioni economiche, che peraltro non avevano avuto alcun peso importante nella decisione (qui è ancora il mio lato femminile che prevale; però mascolinamente qui arrossisco leggermente&#8230;). Ma la nuova matrigna (detto in modo affettuoso), aveva voluto l&#8217;esclusiva assoluta del mio tempo e della mia, modesta, opera. Per cui avevo salutato i precedenti amici per andarne a conoscere di nuovi.</p>
<p>Tra quelli lasciati ci sono i due &#8220;delinquenti&#8221; che mi hanno mandato questa lettera, rimasta nel cuore e nella mente, nonostante siano passati trentaquattr&#8217;anni. La frase della lettera che mi fa ancora sorridere da un lobo all&#8217;altro è quella riferita al fatto che &#8220;&#8230; se ce l&#8217;hai fatta tu, perché non possiamo farcela anche noi?&#8221;.</p>
<p>Mi piacerebbe dire ai giovani d&#8217;oggi: &#8220;Se ce l&#8217;ho fatta io, potete farcela anche voi!&#8221;, senza falsa modestia, ma i tempi sono cambiati, troppo diversi dai miei, e oggi questa frase, a fronte della disoccupazione che maciulla tutte le capacità e tutte le intelligenze, di giovani e meno giovani, suonerebbe veramente come un ignobile, assurdo sfottò.</p>
<p>La posso solo offrire come un invito alla speranza, che qualcosa cambi e che le persone che meritano riescano a imbroccare la strada giusta, quella strada che consenta di vedere e vivere un futuro dignitoso.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/amarcord-lavoro-ieri-oggi/">Amarcord. Lavoro di ieri e di oggi</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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