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	<title>spirito Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Malus Domestica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Jul 2025 22:01:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Malus Domestica&#8221; è un racconto di Simona Visciglia. In copertina una immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale Malus domestica (Suckow) Borkh, 1803 Melo domestico, pianta appartenente alla famiglia delle Rosacee. Ho sposato Sergio solo perché ha una casa con giardino. Ci siamo conosciuti all’ufficio postale dove lavora. Tra una bolletta del gas e le multe di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Malus Domestica&#8221; è un racconto di Simona Visciglia. In copertina una immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Malus domestica (Suckow) Borkh, 1803</em><br />
<em>Melo domestico, pianta appartenente alla </em><br />
<em>famiglia delle Rosacee.</em></p>
<p>Ho sposato Sergio solo perché ha una casa con giardino.<br />
Ci siamo conosciuti all’ufficio postale dove lavora. Tra una bolletta del gas e le multe di mio padre, lui ha iniziato a farmi gli occhi dolci, si fa per dire. Il suo sguardo, infatti, ha dell’inquietante, con quelle palpebre rigonfie e cadenti che si ritrova. Il suo viso è una maschera orrida, cui contribuiscono le labbra sottili congelate in un ghigno disgustoso.<br />
Sono cresciuta in un appartamento minuscolo, tirata su da mia nonna e da mio padre. Madre non pervenuta, pare che avesse inseguito i suoi sogni di gloria e un uomo più interessante di quello che si era portato all’altare perché incinta. Voci di paese, ché di questo a casa non si parlava mai. Mia nonna era una donna di poche parole, mio padre lo vedevo pochissimo. Trascorrevo molto tempo da sola, perché anche a scuola non è che avessi degli amici. E desideravo tanto un cane, come quelli che vedevo nei cartoni.<br />
«Nonna, prendiamo un cucciolo?» azzardai l’estate dopo la terza media.<br />
«Tuo padre non sarebbe d’accordo. E poi sporcano e hanno bisogno di spazio, se avessimo un giardino magari…»<br />
La questione per lei era finita lì. E anche per me. Dopo gli esami di terza media, iniziai a lavorare da una sarta.<br />
«Devi imparare un mestiere, studiare non ti serve a niente» aveva ordinato mio padre.<br />
Niente giardino, niente cane, niente scuola.<br />
Gli anni sono trascorsi tra orli da rifare, toppe da cucire sulle maniche di giacche sdrucite, cerniere lampo da sistemare. E la convinzione che un pezzetto di verde avrebbe potuto rendermi felice.<br />
Mio padre è morto all’improvviso e mia nonna nel giro di pochi mesi l’ha seguito. Io ho dovuto lasciare quel buco di casa in affitto dove abitavamo e cercarmi una nuova sistemazione con Sergio, sposandolo con una cerimonia organizzata in fretta e furia: una formalità davanti al sindaco e fine della festa.<br />
«Lascia perdere ago e filo, a te ci penso io. In casa c’è tanto da fare» ordina mio marito.<br />
Niente amore, niente distrazioni, niente lavoro.<br />
E anche il giardino non è che fosse un Eden quando sono arrivata. Ma il tempo non mi manca e, dopo le faccende, mi dedico a quel ritaglio di verde crespo da rimettere a nuovo.<br />
Sergio a pranzo non rientra mai e anche quando è in casa le nostre conversazioni sono rade come i suoi capelli, quattro peli che lui si spalma alla bell’e meglio sulla calotta lucida.<br />
A un certo punto, gli è presa la fissazione di metter su i bicipiti e di scolpire quell’addome flaccido che mi sbatte addosso tutte le volte che facciamo sesso. Secondo lui dovremmo sfornare tre o quattro miniature con il suo codice genetico. Per fortuna ci ha pensato Madre Natura a risolvere la questione: siamo sterili, io o lui, chi se ne frega.<br />
«Fai benissimo a prenderti cura del tuo corpo, Sergio caro. Tranquillo, non mi secca restare a casa anche oggi, ho mille faccende da sbrigare. Come dici? Gli integratori? Sì, certo, li ho ordinati online così risparmiamo anche qualcosina».<br />
Vai pure a perdere il tuo tempo con i pesi, che meno ti ho davanti, meglio sto. Ovviamente non glielo dico, ho imparato a tenermi le mie cose dentro, come ho sempre fatto del resto. Nonna me lo ripeteva spesso: «Non rispondere a tuo padre, è tempo perso. Gli uomini parlano, parlano ma non sanno ascoltare».<br />
In giardino ho iniziato dalla siepe. Volevo qualcosa che mi nascondesse dalla strada e dai quei maledetti vicini ficcanaso: «Buongiorno, Luciana, tutto bene? Ogni giorno che passa sei sempre più simile a tua madre. Ah, ma tu non te la puoi ricordare, povero tesoro» sono le cose che mi devo sentire dire da quella megera che abita qui di fronte. Non mi vedrà più.<br />
Tra me e lei un bel ligustro che nel giro di poco tempo crescerà alto e fitto.<br />
Mi piacerebbe farmi anche un piccolo orto, qualche pomodoro, magari anche delle zucchine e della borragine per fare delle belle frittatine, o dei cipollotti, perché no. Ma soprattutto vorrei che il melo tornasse a dare frutti, Sergio dice che è morto. Che ne sa di alberi, di piante, di fiori, lui che ha fatto marcire questo piccolo quadrato di terra, che non ha cura di nulla se non dei suoi muscoli flosci.<br />
Non che io sia un’esperta, ma su internet trovo tutte le dritte di cui ho bisogno. Con una buona potatura questi rami spogli torneranno a fiorire.<br />
Mia nonna preparava delle torte di mele deliziose. Ci metteva anche la cannella e la cucina si riempiva di un odore dolcissimo che piaceva persino a mio padre. Mi insegnava a impastare la frolla, le sue mani ruvide incontravano le mie, mi scollava dalle dita i grumi burrosi, li riportava sul piano di lavoro: «Devi essere rapida, sennò l’impasto si scalda e non va bene». Io speravo che durasse in eterno quel momento, le mie mani nelle sue e il mondo che si fermava in quei gesti familiari.</p>
<p><strong>***</strong></p>
<p>Certi pomeriggi mi siedo sulla poltrona di Sergio, quella dove lui trascorre le serate a guardare lo sport in tv o a leggere la Gazzetta.<br />
La sposto fin sotto la finestra e resto a guardare fuori: ho piantato begonie e gerani nei vasi lungo il vialetto che porta al cancello. La siepe ha iniziato a cospargersi di piccoli fiori bianchi e profumati, i pomodori sono spuntati con il loro verde acerbo e promettente e il melo ha ripreso a mettere su foglie tenere ma rigogliose. Immagino che prima o poi ci sarà anche un bel cucciolo che scorrazzerà sull’erba, venendomi incontro agitando la coda.<br />
Sergio non mi mai ha detto niente del lavoro che sono riuscita a fare, i suoi mezzi occhi non vedono la bellezza.<br />
«Mi hai preparto la cena, Lucia’?»<br />
«Un bel minestrone, ci ho messo anche qualcosa dell’orto»<br />
«Te l’avrò ripetuto non so quante volte, mi servono proteine per i muscoli, che me ne faccio di ‘ste erbacce lessate?»<br />
«Sergio caro, hai bisogno di un’alimentazione equilibrata. Lascia fare a me. La carne te la preparo domani, con una bella insalata di pomodori e una crostata di mele, le nostre mele».<br />
Mi guarda con sufficienza, da sotto quelle palpebre edematose, e ingolla tutto, come un animale.<br />
E come un animale gli viene voglia di prendermi dopo cena, perché ancora spera di potermi ingravidare.<br />
Per non vomitargli addosso, ripenso al profumo dell’erba appena falciata, alla morbidezza della terra nella quale affondo le mani, al mio melo che ha lottato insieme a me ed è rinato.<br />
Resto mezza nuda sul letto, lui torna in soggiorno. Mi lascia in compagnia di un temporale che esplode senza preavviso. Sento scrosciare l’acqua impietosa sul tetto e sui vetri. Lampi illuminano a giorno la camera da letto e le impronte delle sue mani sulla mia pelle.<br />
Quando ero piccola avevo il terrore dei tuoni. Era l’unico momento in cui nonna mi tirava a sé, quasi in un abbraccio, e recitava un antico scongiuro a ogni bagliore del cielo: «Santa Barbara, aiutaci e salvaci…»<br />
In quella rima imperfetta, io mi lasciavo andare. Nonna odorava di sapone di marsiglia e soffritto.</p>
<p><strong>***</strong></p>
<p>Ogni giorno che passa le cose tra me e Sergio vanno sempre peggio. I suoi muscoli hanno preso forma, ogni mattina prima di uscire passa interminabili minuti a rimirarsi allo specchio. Cosa stai lì a guardare, gli vorrei dire. Non camperai cent’anni, diventerai vecchio e con la pelle cadente. Ti si ammoscerà anche quel coso che hai tra le gambe. Non darai nuovi frutti, tu.<br />
«Gli uomini bisogna prenderli per la gola,» diceva mia nonna, mentre cucinava manicaretti di ogni sorta per mio padre «impara a cucinare e troverai un uomo che farà follie per te».<br />
A fuoco lento io ho coltivato il fastidio.<br />
Senza fretta, ho raccolto i frutti del mio lavoro in giardino.<br />
«Ai miei tempi non si gettava via nulla, mica come oggi» predicava mia nonna «Ho conosciuto la fame, non sono mica cresciuta nella bambagia io… Mangiavamo anche le bucce delle patate durante la guerra. Ma tu che ne sai? Guarda e impara, Luciana, che nella vita non si sa mai».<br />
E così se l’orto mi regala ortaggi in abbondanza, ne faccio conserve che consumeremo in inverno. Con gli scarti, i gambi o le foglie troppo dure preparo salse gustose da spalmare sul pane o ne faccio brodi succulenti per le nostre minestre.<br />
Persino i semi delle mele possono avere una seconda vita, li metto da parte, così da averli sempre disponibili. Ho trovato in rete una ricetta molto particolare: con qualche accorgimento e alcune modifiche, ne ho ricavato le dosi perfette per un frullato ricco di vitamine e sali minerali per Sergio che sembra apprezzare. Un bel bicchierone al giorno e lo faccio contento, lui e il suo piano alimentare di mantenimento: «Sergino mio, l’ho letto su internet: una dose al giorno per tutta la vita e camperai in eterno, sano come un pesce. Ci vuole pazienza e soprattutto costanza. Tu vai in palestra e io ti supporto con i miei prodotti miracolosi».</p>
<p><strong>***</strong></p>
<p>«Stasera ho il poker con i colleghi, non torno per cena» mi annuncia Sergio al telefono. Aspetto sempre queste sere in cui lui non torna: «Che peccato, stavo preparando l’arrosto che ti piace tanto. Ma sì, meriti un po’ di svago, divertititi… Hai portato l’ombrello? Verrà a piovere di sicuro, ho sentito ora il meteo in tv». Con lui meglio usare toni melliflui per non urtargli i nervi.<br />
In tanti anni, ho appreso l’arte dell’ipocrisia come quella di potare i rami sterili.<br />
Quando rientra, a notte fonda, sento che si lamenta, borbotta qualcosa, inveisce. Mi sono assopita sul divano guardando un vecchio film in bianco e nero, di quelli che piacevano tanto alla nonna.<br />
Sbatte la porta del bagno, un rumore netto che quasi si confonde con il fragore del temporale là fuori. Sento colpi di tosse, ma non mi muovo. Le chiome del mio melo si agitano, proiettano ombre multiformi sulle tende giallo ocra del salotto.<br />
Un lamento soffocato e subito dopo un fulmine. Luce e poi di nuovo buio.<br />
Un tonfo, come qualcosa di pesante che cade, accompagnato da un tintinnio di vetri infranti sul pavimento. Infine un sibilo strozzato appena percettibile.<br />
Dal bagno, poi, più nulla.<br />
Mi alzo, resto ancora in ascolto per esserne sicura.</p>
<p>Guardo fuori il mio amato albero, sferzato dalla tempesta ma tenace: quanti frutti mi ha regalato in così pochi anni! Ho preparato centinaia di barattoli di marmellata e frullati energizzanti, con tutti quei semini. Nonna sarebbe stata fiera di me, mi sembra di risentirla mentre aggeggiava in cucina “Bisogna prendere gli uomini per la gola”.<br />
Che tempo da lupi… Santa Barbara aiutami e salvami…</p>
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		<title>Il sogno di Iris</title>
		<link>https://www.borderliber.it/sogno-iris-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jan 2025 23:01:50 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Cura]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Il sogno di Iris&#8221; è un racconto di Stefania De Mitri. Foto di Martino Ciano</strong></p>
<p>La pelle diafana, talmente chiara che potevi distinguere il percorso delle vene come i fiumi sulla carta geografica. Gli occhi celesti, gocce d’acqua contro il cielo. Le labbra esangui, rosa pallido. Esile come un fuso, piccolina. Un sorriso illuminava i lineamenti del volto.</p>
<p>Generosa, pulita come l’aria di montagna. Se avessi potuto assaggiarla avresti sentito il gusto dei fiordalisi. Si chiamava Iris. Aveva trent’anni e da tempo faceva volontariato in ospedale, aggirandosi fra le corsie e i letti dei malati. In quell’ambiente riusciva a percepire il fruscio degli angeli.</p>
<p>Prendendo su di sé la sofferenza della gente aveva imparato a sentire il respiro delle cose, però avrebbe voluto essere capace di non sentire il male delle persone, il rumore del dolore, l’angoscia dell&#8217;infermità.</p>
<p>Dolcemente cercava di lasciarsi andare al pensiero di diventare un angelo, per assistere i malati assicurandosi protezione dalle emozioni. Non era sposata. La sua aria eterea produceva un effetto straniante sugli uomini. Pur essendo attraente, stando vicino a lei nessuno riusciva a superare la sensazione di avere accanto un&#8217;essenza.</p>
<p>Aveva avuto alcuni fidanzati che in breve l’avevano abbandonata volgendo le loro attenzioni verso compagne dotate di maggiore fisicità. Non che le importasse molto, stava bene da sola. Aveva perso i genitori da giovanissima. Era abituata al dialogo interiore.</p>
<p>Per dedicarsi completamente alle persone malate aveva iniziato a frequentare un corso da infermiera. Sperava di diplomarsi velocemente. Essere in grado di addormentare il dolore, produrre un anestetico. Per questo desiderava diventare un angelo. Tutti i suoi malati già la chiamavano così.</p>
<h3>Il sogno di Iris è una preghiera</h3>
<p>Ogni sera, nel chiuso della sua stanza da letto, pregava: ”Angeli di Dio che siete i miei custodi, illuminatemi e proteggetemi. Pregate il Signore affinché mi accolga nelle vostre schiere. Amen.”</p>
<p>Il sapore del cioccolato, il gusto frizzante delle bollicine di champagne, lo sfrigolio di una salsiccia di maiale appena arrostita. Nulla di ciò le interessava. Sarebbe vissuta bene anche a pane e acqua.</p>
<p>Magari avesse potuto smettere di mangiare. In effetti si nutriva pochissimo, quanto bastava per avere la forza di assistere i suoi malati. Aveva pochi amici, non le piacevano le discoteche, i pub, le birre. Non le piaceva uscire a fare shopping con le amiche, colorarsi i capelli, chattare on line.</p>
<p>Voleva aiutare i bisognosi, sollevarli da terra. Apprendere la leggerezza del volo, farsi spuntare le ali. Il suo sogno ricorrente era di svegliarsi una mattina e di avere le ali. Portava amore e sollievo ma non era vaccinata dai sentimenti, dalla paura, dal dolore. Voleva l’immunità.</p>
<p>La giornata era stata pesante, una malata terminale era andata via stringendole la mano. Aveva sentito uno strappo dentro di sé nel momento del trapasso, un risucchio di energia.</p>
<p>La sera aveva i piedi gonfi per le tante ore passate in piedi a vegliare, la testa confusa, le ginocchia che si piegavano. Arrivata a casa andò difilata a letto, addormentandosi tutta vestita. La notte fece ancora quel sogno, col passare delle ore sentiva aumentare il senso di leggerezza.</p>
<p>La mattina dopo il sole filtrava attraverso le imposte. Si stropicciò gli occhi, allungò le braccia per sgranchirsi e si trovò sospesa nella stanza. Riuscì a spalancare la finestra sollevandosi in volo. Finalmente.</p>
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		<title>Indagini su Hegel. Benedetto Croce e le perplessità di Sanseverino</title>
		<link>https://www.borderliber.it/indagini-hegel-croce/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[yoursocialnoise]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jan 2025 23:05:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina &#8220;Indagini su Hegel&#8221; di Benedetto Croce, curatore Michele Ciliberto, Adelphi, 2024 &#8220;Indagini su Hegel&#8221; nasce così: in una notte in cui il sonno latitava, Benedetto Croce buttò giù l&#8217;idea di questa novella nella quale immagina un giovane napoletano, di nome Francesco Sanseverino, che, nel 1831, si reca da Hegel, [&#8230;]</p>
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<h4>Recensione di Martino Ciano. In copertina &#8220;Indagini su Hegel&#8221; di Benedetto Croce, curatore Michele Ciliberto, Adelphi, 2024</h4>



<p><strong>&#8220;Indagini su Hegel&#8221; nasce così:</strong> in una notte in cui il sonno latitava, <strong>Benedetto Croce</strong> buttò giù l&#8217;idea di questa novella nella quale immagina un giovane napoletano, di nome <strong>Francesco Sanseverino</strong>, che, nel 1831, si reca da Hegel, il ciarlatano dagli oscuri discorsi, per attestare al filosofo tanto la sua stima quanto alcune remore sulla sua <strong>&#8220;dottrina&#8221;</strong>.</p>
<p><strong>&#8220;Indagini su Hegel&#8221;</strong> è semplicemente questo? No, come ci viene detto nella prefazione scritta da <strong>Michele Ciliberto</strong>, il testo rappresenta un lascito importante, sia perché è la prima volta che Croce scrive un racconto il cui protagonista è un suo &#8220;doppio&#8221;, sia perché l&#8217;intellettuale italiano fa trasparire qualcosa di intimo.</p>
<p>Insomma, nel settembre del <strong>1948</strong>, circa quattro anni prima che morisse, il <strong>Benedetto nazionale</strong> si confrontò con il suo amore più grande: <strong>Hegel</strong>, filosofo, forse teologo, forse idolo fin troppo amato e odiato, che, anche quando denigrato, è stato posto come uno dei pensatori più influenti dell&#8217;epoca moderna; in fondo, non si può negare che ognuno abbia tratto da lui qualcosa di positivo e di negativo.</p>
<p>Per <strong>Croce</strong>, il merito di <strong>Hegel</strong> è stato quello di risolvere nella <strong>Dialettica</strong> quell&#8217;opposizione inconciliabile tra enti e concetti. Bene e male, amore e odio, bello e brutto, non sono l&#8217;uno davanti all&#8217;altro, ma uno nell&#8217;altro. La <strong>Dialettica</strong>, arma bianca del <strong>Vitalismo,</strong> categoria intesa come movimento costante che pone tutto in balia delle passioni, del peccato, del sentire di ciascuno, mette in moto anche il &#8220;male necessario&#8221;, qualcosa che quindi non è tale, che non è schiavo dei nostri giudizi, che si sottrae alla ragione, perché segue il percorso del <strong>&#8220;Divenire&#8221;</strong>.</p>
<p>Il <strong>&#8220;Divenire&#8221;</strong> stesso è per Hegel l&#8217;<strong>Essere</strong>. La fuga del male al controllo del bene, il bene che prevale sul male, è l&#8217;incedere della <strong>Storia</strong>. Infatti, per il filosofo di Stoccarda la <strong>Storia</strong> è la somma delle contraddizioni risolte. Dal canto suo, Croce non affida la <strong>Dialettica</strong> alla <strong>Logica</strong>, anzi la toglie dalle sue grinfie, e questo è proprio un punto di rottura con il suo maestro che, nel racconto, compare con forza.</p>
<p>Eppure, secondo questo ragionamento quasi logico, <strong>Hegel</strong> arrivò alla sua abusata formula &#8220;ciò che è reale è razionale e ciò che è razionale è reale&#8221;. Il principio di fondo è la storia come <strong>continuum</strong>, nulla può essere tolto da essa, perché scompiglierebbe l&#8217;intera trama, fin dall&#8217;inizio.</p>
<p>Croce ha i suoi dubbi, ma resta fedele al pensatore tedesco; mai deride il suo mentore, mai vedremo in questo libro un gesto demolitore. Se volete le polemiche, vi consiglio <strong>&#8220;Il crepuscolo dei filosofi&#8221;</strong> di <strong>Giovanni Papini</strong> che, con ironia, seppellisce <strong>Hegel</strong> e tutte le sue opere, considerate figlie di uno sforzo mentale che è solo pura astrazione. Oggi la chiameremmo<strong> &#8220;masturbazione&#8221;.</strong></p>
<p>Dal canto suo, <strong>Croce</strong> riconosce il male dell&#8217;eccessiva astrazione, vede in tutto questo uno dei limiti, proprio perché, secondo lui, <strong>Hegel</strong> era partito dalla concretezza. Sia ben chiaro, parliamo di un libricino di 119 pagine, che arricchisce ma non risolve certi passaggi &#8220;incomprensibili&#8221; dell&#8217;uomo di Stoccarda.</p>
<p>D&#8217;altronde, l&#8217;affascinante sistema del filosofo tedesco sarebbe stato più godibile proprio se lo stesso &#8220;ideatore fosse stato più chiaro nell&#8217;esposizione&#8221;. Non diciamo una bestemmia affermando che <strong>Hegel</strong> non era questo <strong>&#8220;maestro di chiarezza&#8221;</strong>, e, mi suggerisce qualcuno, anche di grammatica. Ma ciò c&#8217;entra poco con la novella di Croce, capace invece di affascinare chi, come me, guarda al pensiero come patrimonio aperto a cui ognuno contribuisce.</p>
<p>E proprio questa mia ultima affermazione l&#8217;ho trovata anche in questo libro. Infatti, <strong>Croce</strong> spiega che tutte le opere, pure quelle contenenti pessimi pensieri, sono utili in quanto in loro traspare ciò che verrà, quel prevalere del bene, della libertà, <strong>di un reale che è razionale e viceversa</strong>.</p>
<p>D&#8217;accordo, Benedetto è un ottimista, forse troppo, ma ancora oggi è pur sempre degnissimo di attenzione.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/indagini-hegel-croce/">Indagini su Hegel. Benedetto Croce e le perplessità di Sanseverino</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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		<title>Ai miei defunti</title>
		<link>https://www.borderliber.it/defunti-memoria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Nov 2024 03:40:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Ai miei defunti&#8221; è un articolo di Martino Ciano Ai miei defunti ho tappato la bocca; preferisco che non parlino, che non si facciano più sentire. Non voglio che si preoccupino di me e prometto che non li disturberò più con qualche richiesta di consiglio. È un loro diritto essere lasciati nella pace, nella luce, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Ai miei defunti&#8221; è un articolo di Martino Ciano</strong></p>
<p>Ai miei defunti ho tappato la bocca; preferisco che non parlino, che non si facciano più sentire. Non voglio che si preoccupino di me e prometto che non li disturberò più con qualche richiesta di consiglio.</p>
<p>È un loro diritto essere lasciati nella pace, nella luce, forse anche nel nulla, visto che di rappresentazioni sull&#8217;Oltre ne abbiamo costruite tante, troppe, e nessuno di quelli che è andato di là ci ha mandato qualche testimonianza.</p>
<p>Tuttavia, neanche mi importa sapere quali porte si spalancheranno nel giorno del mio trapasso, quali giardini attraverserò, se sarò tra le fiamme o tra i campi dei beati; d&#8217;altronde, nessuno ci ha garantito che ci sia qualcosa; ci hanno solo detto che bisogna aver fede. Che soddisfazione!</p>
<p>Ma la fede, dopotutto, è un bel regalo che l&#8217;uomo si fa da sempre; anzi, certi dicono che sia un dono, di chi però non si sa con esattezza, anche perché queste entità donatrici e astratte ognuno se le immagina come vuole; spesso ne avvertiamo la presenza come quando siamo smossi dagli stimoli corporali. Che degrado!</p>
<p>Diciamo anche che queste entità astratte, questi Dei che imperano sui vivi e sui morti e su cui l&#8217;umanità si scervella, cambiano i loro usi e costumi a seconda delle epoche. Addirittura, tali entità non sono così convinte di quello che fecero mettere per iscritto su tavolette o su rotoli e rotoli di carta; il più delle volte si sono persino contraddette. Alla faccia dell&#8217;onnipotenza!</p>
<p>Ai miei defunti, quindi, dico anche quest&#8217;anno &#8220;di stare dove stanno e di non tornare più&#8221;. L&#8217;unica resurrezione che auguro a loro è quella su un altro pianeta distante miliardi di anni luce da quello che hanno abitato per un certo lasso di tempo.</p>
<p>Noi vivi ce la caveremo, in un modo o nell&#8217;altro.</p>
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		<title>Memorie provvisorie e altre dispersioni</title>
		<link>https://www.borderliber.it/memorie-provvisorie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[yoursocialnoise]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Aug 2024 03:04:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Dispersione]]></category>
		<category><![CDATA[Dissociazione]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
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		<category><![CDATA[Vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Memorie provvisorie e altre dispersioni&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina una foto scattata e rielaborata dall&#8217;autore Ti ricordi quei momenti in cui persone e oggetti sbiaditi si impongono all&#8217;improvviso davanti agli occhi della mente, materializzandosi nei cunicoli della memoria che tu stai attraversando per altri motivi, per cercare cose di poco conto, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>&#8220;Memorie provvisorie e altre dispersioni&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina una foto scattata e rielaborata dall&#8217;autore</strong></p>



<p>Ti ricordi quei momenti in cui persone e oggetti sbiaditi si impongono all&#8217;improvviso davanti agli occhi della mente, materializzandosi nei cunicoli della memoria che tu stai attraversando per altri motivi, per cercare cose di poco conto, magari sfiorite, appassite, bruciate da un sole che emana raggi di angoscia? Ecco, loro ti fanno cadere in fallo, bloccandoti nel viaggio e imprigionandoti nella suggestione, in una molesta disquisizione con il tuo passato.</p>
<p>Fa luce il tuo cervello su enigmi irrisolti, di cui nemmeno avevi idea che fossero diventati problemi su cui il tuo inconscio si sarebbe ripiegato, e morso la lingua, e  impegnato con tutto sé stesso, richiamando in suo soccorso persino qualche ricordo proveniente dalle innumerevoli vite passate che hai sopportato, nelle quali sei stato donna, uomo, animale, pianta, insetto, granello di sabbia, magari un pezzo di nuvola che attraversava il cielo mentre in Terra, a Roma, Giulio Cesare veniva assassinato.</p>
<p>Ti sembra giusto soffermarti sul discorso secondo cui in una parola si segrega una cosa di cui si ha o si avrà conoscenza, che sta nel mondo in base all&#8217;ordine assegnatale e secondo la sostanza di cui è fatta? Riconosci che una sostanza è capace di unirsi e di respingersi con le altre, che talvolta c&#8217;è tra loro simpatia e talaltre c&#8217;è antipatia?</p>
<p>Mettiamo che tu risponda &#8220;sì&#8221; perché in fondo non c&#8217;hai capito niente, e niente è sempre meglio di nulla; lo sai che la memoria fa così con te, quindi mischia, ordina, produce, ti mette alla prova, ti inganna e ti salva, anche se tu non riconosci a lei se non pochi poteri, come farti sopravvivere senza lasciarti smarrito per strada, infilandoti sempre in una coscienza durevole che era, è, sarà?</p>
<h3>Lui che pose le colonne dell&#8217;Universo e che ci donò memorie provvisorie</h3>
<p>&#8230; nessuno sa come fece Dio a costruire l&#8217;Universo, magari anche lui è troppo infognato nella sua memoria, in un viaggio in cui non si riconosce più né l&#8217;andata né il ritorno; per questo, essendo a sua immagine e somiglianza, siamo confusi come lui; girovaghiamo tra stretti tunnel che nascondono le cose viste e consumate dall&#8217;esperienza, così come quelle che sono sfuggite al nostro controllo e alla nostra manipolazione. Perciò lui, come noi, cerca sempre di dare a tutto un nuovo inizio, e quando finisce il moto di rivoluzione della Terra, egli pianta nuovamente una base su cui ognuno si rinnova, persino nella malvagità.</p>
<p>Ora, tu ricordi che ti spingesti fino all&#8217;uscita di un tunnel illuminato e lì hai visto uno spazio vuoto che pian piano si delineava di alberi e case, di animali, di mele della sapienza. Poi ti tirò indietro qualcosa, come la mano di un amico che ti salva dall&#8217;attraversamento distratto di una strada percorsa da automobili cieche. E infatti ti sei risvegliato in un letto di ospedale: un&#8217;auto ti aveva sfiorato e tu eri caduto per un attimo privo di respiro, per un attimo privo di battito cardiaco, per un attimo privo del tuo corpo, privato della possibilità di ribellarti a chi ti stava ammazzando. Però ti eri sentito <em>tirare indietro</em> da qualcuno, da qualcosa, che era invisibile ai tuoi occhi, e forse quel contatto non è avvenuto in questo mondo, ma in un altro, ossia quello in cui stavi entrando, in cui vedevi delinearsi le cose.</p>
<p>E che la tua vita fosse uno schizzo a matita su un foglio bianco ti è venuto in mente diverse volte. Un giorno hai pensato così intensamente a questa cosa che ti sei sentito come spalmato su un muro; non avevi spessore e non riuscivi a muoverti. Invece eri sul letto, sdraiato, tra sonno e veglia, nel territorio di mezzo in cui un po&#8217; esistiamo e un po&#8217; svaniamo. Eri come inchiodato a un corpo estraneo, ti sentivi uno zaino in spalla. </p>
<p>Sono tutte rimembranze e accumuli queste cose messe in fila l&#8217;una con l&#8217;altra; insieme non fanno nulla di concreto. Sai che anche così c&#8217;è chi vive e progetta fino al giorno della sua morte e, magari, quando muore si risveglia altrove e si accorge di aver sognato. Poi, in qualche modo, insegue i frammenti delle sue memorie provvisorie.</p>
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