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	<title>sogno Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>L&#8217;esercizio involontario del sogno di Nicola Argenti</title>
		<link>https://www.borderliber.it/lesercizio-involontario-del-sogno-di-nicola-argenti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 10:45:12 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Narrativa contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Articolo di Leonardo Floriani. In copertina: &#8220;L&#8217;esercizio involontario del sogno&#8221; di Nicola Argenti, Les Flâneurs Edizioni, 2025 C&#8217;è un momento, nelle prime pagine di questo romanzo, in cui il tempo sta quasi per fermarsi davvero. Iperione, il Titano della luce primordiale, scende sulla Terra a quindici minuti dal sopraggiungere della fine del mondo e, [&#8230;]</p>
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<p><strong>Articolo di Leonardo Floriani. In copertina: &#8220;L&#8217;esercizio involontario del sogno&#8221; di Nicola Argenti, Les Flâneurs Edizioni, 2025</strong></p>
<p>C&#8217;è un momento, nelle prime pagine di questo romanzo, in cui il tempo sta quasi per fermarsi davvero. Iperione, il Titano della luce primordiale, scende sulla Terra a quindici minuti dal sopraggiungere della fine del mondo e, il suo solo contatto con il suolo, imbavaglia ogni atomo, ogni corpuscolo, ogni molecola.</p>
<p>Il Bernardi rimane quasi immobile con il braccio teso verso casa, Padre Pasquali con un piede a mezz&#8217;aria, la Torre di Tokyo intrappolata in una caduta che ha il respiro lungo delle maree. Il mondo resta quasi paralizzato in una posa grottesca e solenne allo stesso tempo, come un&#8217;espressione storta che troppo si trattiene sul viso.</p>
<p>Il volto ritroverà la sua compostezza, il mondo finirà – già lo sappiamo – dovremo aspettare soli quindici minuti, eppure anche il lettore, da questo punto in poi – questa soglia – sarà costretto a solfeggiare sulle pagine quasi alla stessa lentezza che gli impone il ritmo dettato dai passi di Iperione. La giusta lentezza del sogno, in fondo. I patti sono chiari fin da subito, il lettore deve partecipare allo sforzo, ne deve divenire complice e, infine, parte integrante.</p>
<p>L&#8217;avvio è folgorante e Nicola Argenti non fa nulla per nascondere l’ambizione del suo lavoro:<strong> “L&#8217;esercizio involontario del sogno”</strong> è un&#8217;allegoria costruita con la precisione di un orologiaio (dato che abbiamo parlato di tempo) e l&#8217;audacia di un acrobata sulla fune, impegnato ad attraversare lo strapiombo con il viso regalato ai planetes che movimentano il cielo. Come l&#8217;incipit ci avverte che il tempo è quasi fermo, lo spettacolo che andrà in scena è quasi mitologia, è quasi filosofia, è quasi commedia – e Iperione, allo stesso modo, è quasi un uomo.</p>
<p>Il testo è strutturato in dodici capitoli, un vero e proprio percorso iniziatico, ciascuno dei quali conduce il lettore fino a un diverso pertugio dell’immaginifico, accompagnato da Iperione, il Titano che ha visto nascere il tempo, ma che pure s&#8217;accosta all’umano nel modo più insignificante possibile e, cercando di comprenderlo finalmente immergendosi, al contempo se ne infetta. Assaggiare il riso basmati, sentire i capelli spettinati dal vento, oppure un fastidio irrilevante, una scheggia di legno o la vista disturbata da diafani filamenti – gesti minimi, segni transitori, che nella meticolosa architettura eretta dall’autore, acquistano il peso di autentiche rivelazioni cosmiche.</p>
<p>Dodici passi che danno accesso ad altrettante stanze, zodiaco sincretico e surreale popolato da personaggi che vivono in bilico sulla punta della penna, asterismi di un cielo rovesciato, simboli per la cui genesi si riesce a percepire il gran lavoro al quale Nicola Argenti si è costretto, amalgamando con pazienza tradizioni distanti nello spazio e nel tempo.</p>
<p>La scelta del mito come struttura portante non è un vezzo esornativo. Argenti sembra aver meditato a lungo sulla funzione antropologica del racconto mitico, quella capacità peculiare di sedurre emotivamente e intellettualmente il lettore, che poi non molte trame contemporanee riescono a replicare con la stessa potenza archetipica. Il risultato è un testo stratificato, che si offre simultaneamente come favola, come operetta morale e come speculazione filosofica – senza che nessuno dei tre livelli prevarichi o soffochi gli altri. Chi legge per il puro piacere narrativo troverà un bestiario, vivace e surreale, popolato da figure diversissime e a loro modo sempre memorabili – su tutte Vasistas, il Governatore delle fissazioni e delle ansie, nato da un malinteso settecentesco davanti a una finestra: una creatura mitica generata non dall&#8217;Olimpo, ma da un equivoco franco-tedesco. Chi invece cerca riflessioni esistenziali avrà solo l&#8217;imbarazzo della scelta, una tavolozza pressoché illimitata da cui attingere.</p>
<p>Sul piano stilistico, Argenti pratica una lingua sorvegliata e personale, capace di oscillare senza stridori tra il registro alto dell&#8217;epica e quello basso del quotidiano. Periodi ampi, ipotattici, che mimano il respiro lento dell&#8217;eternità, alternandosi a battute secche, quasi beckettiane, nei dialoghi tra Iperione e i suoi interlocutori. Il Titano sbuffa, ironizza, si mostra imperscrutabile con la stessa naturalezza con cui un vecchio professore risponde a domande che ha già ascoltato troppe volte. Questo tono – ironico, ma mai nichilista, distante, ma mai freddo – è forse la conquista più difficile del libro e la più riuscita. Certi dettagli lessicali rivelano una cura quasi artigianale, la perizia di una merlettaia che, seduta su una sedia di paglia, sotto il cielo splendente di un qualche antico borgo di montagna, è capace di intrecciare un ricamo che sta bene sul comò della nonna, come sull&#8217;eburnea epidermide del Titano Iperione, con la forza sintetica e miracolosa di un&#8217;invenzione poetica.</p>
<p>L’atmosfera è l&#8217;altra grande risorsa del romanzo. Densa e riconoscibile fin dalle prime righe, non cede mai, nemmeno quando la narrazione attraversa latitudini e epoche lontanissime tra loro – un manicomio degno del Piranesi, il silenzio perfetto di una casa giapponese, oppure il frastuono polveroso di un cantiere quasi caduto dagli occhi di Ettore Scola. Ogni scenario porta con sé una luce propria, una qualità dell&#8217;aria che Argenti sembra saper calibrare con esattezza quasi pittorica. È un&#8217;atmosfera che riempie i polmoni – e il fatto che resista invariata per l&#8217;intera estensione del testo non è cosa da dare per scontata.</p>
<p>Sotto il vasto caleidoscopio di spunti e suggestioni che l&#8217;opera ci propone, in filigrana, <strong>&#8220;L&#8217;esercizio involontario del sogno&#8221;</strong> porta i segni di una riflessione sulla memoria: la nostra, soggetta al pericolo costante della dissoluzione e quella del Titano Iperione, smarrita negli eoni, come d’altronde, quasi per contrappasso, egli stesso è stato dimenticato, relegato ai margini del mito, celato alle spalle dei più noti fratelli e sorelle. Il romanzo di Nicola Argenti, nel panorama della narrativa italiana recente, ha il merito raro di prendere sul serio sia il lettore sia la letteratura: sa che raccontare non è spiegare, che il mito non è illustrazione di un concetto, ma la sua incarnazione, e che un cappello stretto – come ricorda il barbiere di Pushkar nell&#8217;ultimo capitolo – resterà sempre stretto, anche se a volte vale la pena di provare a cambiarlo.</p>
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		<title>Non mi domandai se&#8230;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/non-mi-domandai-prosa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Dec 2025 11:16:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Distanza]]></category>
		<category><![CDATA[Prosa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Non mi domandai se&#8230;&#8221; è una prosa di Martino Ciano. In copertina una foto dell&#8217;autore  Non mi domandai mai se fosse giusto o sbagliato cadere sonnambulo tra le tue braccia, imbambolato dal tepore della passione ritrovata. Era il giorno più lungo dell&#8217;anno, il solstizio di un&#8217;estate che si infrangeva contro il muro del tormento. Come [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Non mi domandai se&#8230;&#8221; è una prosa di Martino Ciano. In copertina una foto dell&#8217;autore </strong></p>
<p>Non mi domandai mai se fosse giusto o sbagliato cadere sonnambulo tra le tue braccia, imbambolato dal tepore della passione ritrovata. Era il giorno più lungo dell&#8217;anno, il solstizio di un&#8217;estate che si infrangeva contro il muro del tormento. Come una poesia declamata nel deserto, tu eri nella tenebra e nell&#8217;aurora del mio giorno eterno.</p>
<p>Non mi domandai se quella che stavo vivendo fosse l&#8217;ultima estate per tante cose, perché non c&#8217;era un soffio vitale in me, bensì un’accondiscendenza mortale. Era una fatale discesa ricercata e sublimata, forse intenzionale, attraverso cui poter cercare riposo. E in quel ristoro doloroso, all&#8217;ombra della morte nel cuore, ho gioito e, nonostante tutto, non volevo essere salvato.</p>
<p>Agli occhi del cuore fustigati dai lampi, così come ai ricordi che se ne vanno liberi a ripescare il passato solo per convincerci di essere ancora vivi, giammai chiesi consolazione. Avrei voluto correre lungo una spiaggia infuocata e sprofondare negli abissi di un vulcano, pur di non cadere nel giogo della clemenza, che a volte inganna e libera dalle proprie mancanze solo per paura di un’onorevole ammissione di colpa.</p>
<p>Architettai la morte delle emozioni, la freddura della mente, il gelo di un&#8217;anima che era giusto rendere martire. Non mi domandai cosa sarebbe successo: era tempo di non esserci più. Non mi domandai del domani: era stato tutto compiuto. Forse.</p>
<p>Si dice che la salvezza sia a volte una condanna, così come l&#8217;amore, che altro non fa se non incatenarci alla Terra per dimostrarci che qualcosa ci trattiene qui, nella realtà, proprio per svelarci ciò a cui siamo chiamati. Anche quando pensiamo di eliminarci, in fin dei conti eseguiamo il disegno di un Demiurgo che ci ha lasciato poco margine di scelta.</p>
<p>Eppure, non mi domandai da dove venisti e dove mi avresti portato. Ho accolto un richiamo che ancora mi trattiene, nel buio, nella luce, nell’esserci di uno spazio che ora si allarga verso mondi possibili.</p>
<p>E sarà sera e sarà mattina, finché la distanza non verrà colmata.</p>
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		<title>Le intermittenze</title>
		<link>https://www.borderliber.it/le-intermittenze-ciano-racconti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Nov 2025 19:44:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[angoscia]]></category>
		<category><![CDATA[Intermittenze]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Le intermittenze&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto creata con l&#8217;intelligenza artificiale Le intermittenze erano tante: ovunque si ammucchiavano ricordi; le dissolvenze erano immediate: si passava da un sogno all&#8217;altro e ci si ritrovava sempre in cucina. Si era accasciato presto sotto l&#8217;impulso di un sonno opprimente. Alle nove di sera, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Le intermittenze&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto creata con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>
<p dir="ltr">Le intermittenze erano tante: ovunque si ammucchiavano ricordi; le dissolvenze erano immediate: si passava da un sogno all&#8217;altro e ci si ritrovava sempre in cucina.</p>
<p dir="ltr">Si era accasciato presto sotto l&#8217;impulso di un sonno opprimente. Alle nove di sera, appena terminato di cenare, si era gettato sulla poltrona con l&#8217;anima e lo stomaco sazi. Poi le palpebre cominciarono ad abbassarsi, intorno a lui il silenzio. La televisione proiettava l&#8217;ennesimo talk politico. Lui si sentiva tra quei parlamentari. Si stava addormentando, poteva quindi decidere delle sorti della nazione. Come loro assaporava il sonno della ragione.</p>
<p dir="ltr">Il passaggio verso l&#8217;oltre era prossimo. Vedeva la soglia che separava la realtà dal miraggio: una porta viola spalancata. Ebbe però paura di andare, voleva restare un altro po&#8217; dove tutto poteva essere sotto il suo dominio. Attuò una sorta di autocontrollo, ma invano, perché ora sentiva che stava scoppiando, che dal suo corpo uscivano pezzi di sé simili a lui.</p>
<p dir="ltr">Sentiva che si stava sgretolando molecola dopo molecola. Avvertiva il richiamo del passaggio. «La veglia è un inganno, la realtà è come questo momento. Girati e apri gli occhi», sussurrò la sua coscienza. Lui obbedì e gli sembrò che potesse vedersi, che fosse davanti a lui. Sentì di essere salato come il mare, liquido come l&#8217;acqua, solido come la crema.</p>
<p dir="ltr">Le intermittenze erano tante: ovunque si ammucchiavano le sue paure. C&#8217;era una donna che agitava un coltello mentre faceva avanti e indietro su un davanzale. Rideva e canticchiava che avrebbe preso il volo. C&#8217;era una stanza vuota, sul pavimento un tappeto di calce bianca su cui erano impresse delle orme. Lui le seguì, portavano davanti al bagno nel quale qualcuno vomitava. C&#8217;era qualcuno di faccia nel water. Grugnendo sembrava che stesse cantando una nenia. C&#8217;era lui allo specchio, in un corridoio illuminato da una luce rosso rubino. Era impalato davanti al vetro, come se fosse affacciato su un altro mondo.</p>
<p dir="ltr">«Le intermittenze erano tante, una vita non basterebbe per raccontarle. Ecco il puzzle della nostra esistenza», disse inginocchiandosi come se avesse avviato una preghiera. Lui si avvicinò e guardò nello specchio. Si vide mentre dormiva sulla poltrona della cucina. Tutto si era fermato: una mosca era immobile a mezz&#8217;aria, sua madre era una statua seduta su una sedia, l&#8217;immagine della televisione era bloccata.</p>
<p dir="ltr">L&#8217;alter ego inginocchiato davanti allo specchio era un mucchio di sabbia. Lui era l&#8217;unica cosa viva e in movimento. Si guardò intorno. Cercava qualcosa&#8230; le parole per raccontare, per sfuggire alla paralisi di ogni cosa. Provò a dire qualcosa, a pronunciare una sillaba. Non ci riusciva. «Svegliati», pensò, e si ritrovò sulla poltrona, tra il fumo denso, in una stanza avvolta tra le fiamme, il suo personale inferno.</p>
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		<title>Matematica di passaggio</title>
		<link>https://www.borderliber.it/matematica-passaggio-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[yoursocialnoise]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 May 2025 22:01:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Logica]]></category>
		<category><![CDATA[Matematica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Matematica di passaggio&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina un&#8217;immagine creata dall&#8217;autore con l&#8217;intelligenza artificiale Nel cervello i pensieri sfilavano, correvano a nascondersi, poi riapparivano ma portando stimoli nuovi rispetto al primo passaggio in quell&#8217;area che prova a decifrare gli input. A lui, però, sembrava di non avere nulla in quella testa che, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>&#8220;Matematica di passaggio&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina un&#8217;immagine creata dall&#8217;autore con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel cervello i pensieri sfilavano, correvano a nascondersi, poi riapparivano ma portando stimoli nuovi rispetto al primo passaggio in quell&#8217;area che prova a decifrare gli input. A lui, però, sembrava di non avere nulla in quella testa che, in alcuni giorni, non aveva voglia di partecipare ad attività ludiche o seriose, persino a un dialogo.</p>
<p>Quella sensazione di assenza dalla realtà l&#8217;aveva sentita già altre volte, soprattutto quando il cielo era senza nuvole e il sole, anche se non riscaldava, appariva invadente. «Il meteo mi guida e mi influenza», si diceva ridendo ad alta voce; dopotutto non gliene fregava nulla, era così apatico che, per ammazzare il tempo, ripeteva nella sua mente le tabelline, rievocando davanti ai suoi occhi quel giorno in cui la maestra gli tirò così forte l&#8217;orecchio destro da fargli uscire un fiotto di sangue dal naso, e tutta quella violenza gli venne somministrata solo per non aver saputo rispondere in dieci secondi alla domanda «Quanto fa 7&#215;8?».</p>
<h3>Composizione logica della matematica di passaggio</h3>
<p>Ora, adulto e libero di agire, fissando una parete nuda e bianca, che la sua immaginazione trasformava in una lavagna, riusciva a fare calcoli complessi, seguendo un filo logico tutto suo, addizionando, sottraendo, mettendo in moto l&#8217;intuito, pronunciando formule algebriche che inventava in quel momento. Sembrava quasi che dialogasse con i numeri. La matematica gli sembrava dolce come una mamma.</p>
<p>Altre volte, le cifre arabe erano protagoniste dei suoi incubi. Gli capitava di vedersi mentre correva lungo un corridoio illuminato da una luce viola. Era inseguito da un «otto» gigante e peloso che voleva sbranarlo. In alcune occasioni, lungo quel corridoio incontrava invece un «sette» che altro non era se non una lama di coltello che voleva trapassarlo.</p>
<p>Quando faceva questi sogni, si svegliava di soprassalto; sudato correva in bagno, si specchiava e scrutando attentamente il riflesso del suo viso stropicciato, anche se la visione era ancora velata dal sonno, contava fino a cinquantasei. Era il suo modo per riprendere il fiato, per ridarsi pace. Ripeteva questa operazione finché non gli tornava il sonno; fin quando non avvertiva la pesantezza delle palpebre. Solo allora, ciondolando e ripetendosi in mente che quella maestra era morta da molti anni, si addormentava di nuovo.</p>
<h3>Scomposizione in fattori primi</h3>
<p>Fu nel giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, intorno alle ore diciotto, mentre del sole restava solo un segno sottile e arrossato all&#8217;orizzonte, che, durante una passeggiata, si vide sorpassato da tutte le cifre che vanno da «zero» a «nove». Osservava come si addizionavano a vicenda e come la somma spiccava il volo, e come, man mano che essa planava nel cielo, si scomponeva in fattori primi; dopodiché le cifre riapparivano e riprendevano a sommarsi, per poi abbandonarsi alla scomposizione che riportava tutto a «uno».</p>
<p>Lui guardava meravigliato quel fenomeno che si ripeteva con foga isterica; e volteggiando nell&#8217;etere diventato oscuro, somma e scomposizione brillavano ed esplodevano, suggerendo ai suoi occhi spaesati un gioco pirotecnico. In quell&#8217;andirivieni armonioso, fu la sua logica a non accontentarsi dell&#8217;Uno. Infatti, attraverso un ragionamento estremo e convincente essa sapeva come giungere a «zero».</p>
<p>Fu per lui un sollievo sapere che la sua logica ancora lo proteggeva; e proprio per gratitudine lui legò uno «zero» al ramo di un pioppo che sovrastava la strada. Sentì il bisogno di salire sul muretto di cemento che costeggiava l&#8217;albero. Avvertì il brivido di infilare la testa in quella cifra che tutto annienta e nulla somma e sottrae, lasciando le cose così come le ha trovate. Fu bello osservare il mondo che soffocava nella logica; i numeri avvolti dalle nuvole, disciolti in una matematica perfezione.<br /><br /><br /></p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;</p>
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		<title>Il sogno di Iris</title>
		<link>https://www.borderliber.it/sogno-iris-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jan 2025 23:01:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Cura]]></category>
		<category><![CDATA[malattia]]></category>
		<category><![CDATA[materia]]></category>
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		<category><![CDATA[Racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Il sogno di Iris&#8221; è un racconto di Stefania De Mitri. Foto di Martino Ciano La pelle diafana, talmente chiara che potevi distinguere il percorso delle vene come i fiumi sulla carta geografica. Gli occhi celesti, gocce d’acqua contro il cielo. Le labbra esangui, rosa pallido. Esile come un fuso, piccolina. Un sorriso illuminava i [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Il sogno di Iris&#8221; è un racconto di Stefania De Mitri. Foto di Martino Ciano</strong></p>
<p>La pelle diafana, talmente chiara che potevi distinguere il percorso delle vene come i fiumi sulla carta geografica. Gli occhi celesti, gocce d’acqua contro il cielo. Le labbra esangui, rosa pallido. Esile come un fuso, piccolina. Un sorriso illuminava i lineamenti del volto.</p>
<p>Generosa, pulita come l’aria di montagna. Se avessi potuto assaggiarla avresti sentito il gusto dei fiordalisi. Si chiamava Iris. Aveva trent’anni e da tempo faceva volontariato in ospedale, aggirandosi fra le corsie e i letti dei malati. In quell’ambiente riusciva a percepire il fruscio degli angeli.</p>
<p>Prendendo su di sé la sofferenza della gente aveva imparato a sentire il respiro delle cose, però avrebbe voluto essere capace di non sentire il male delle persone, il rumore del dolore, l’angoscia dell&#8217;infermità.</p>
<p>Dolcemente cercava di lasciarsi andare al pensiero di diventare un angelo, per assistere i malati assicurandosi protezione dalle emozioni. Non era sposata. La sua aria eterea produceva un effetto straniante sugli uomini. Pur essendo attraente, stando vicino a lei nessuno riusciva a superare la sensazione di avere accanto un&#8217;essenza.</p>
<p>Aveva avuto alcuni fidanzati che in breve l’avevano abbandonata volgendo le loro attenzioni verso compagne dotate di maggiore fisicità. Non che le importasse molto, stava bene da sola. Aveva perso i genitori da giovanissima. Era abituata al dialogo interiore.</p>
<p>Per dedicarsi completamente alle persone malate aveva iniziato a frequentare un corso da infermiera. Sperava di diplomarsi velocemente. Essere in grado di addormentare il dolore, produrre un anestetico. Per questo desiderava diventare un angelo. Tutti i suoi malati già la chiamavano così.</p>
<h3>Il sogno di Iris è una preghiera</h3>
<p>Ogni sera, nel chiuso della sua stanza da letto, pregava: ”Angeli di Dio che siete i miei custodi, illuminatemi e proteggetemi. Pregate il Signore affinché mi accolga nelle vostre schiere. Amen.”</p>
<p>Il sapore del cioccolato, il gusto frizzante delle bollicine di champagne, lo sfrigolio di una salsiccia di maiale appena arrostita. Nulla di ciò le interessava. Sarebbe vissuta bene anche a pane e acqua.</p>
<p>Magari avesse potuto smettere di mangiare. In effetti si nutriva pochissimo, quanto bastava per avere la forza di assistere i suoi malati. Aveva pochi amici, non le piacevano le discoteche, i pub, le birre. Non le piaceva uscire a fare shopping con le amiche, colorarsi i capelli, chattare on line.</p>
<p>Voleva aiutare i bisognosi, sollevarli da terra. Apprendere la leggerezza del volo, farsi spuntare le ali. Il suo sogno ricorrente era di svegliarsi una mattina e di avere le ali. Portava amore e sollievo ma non era vaccinata dai sentimenti, dalla paura, dal dolore. Voleva l’immunità.</p>
<p>La giornata era stata pesante, una malata terminale era andata via stringendole la mano. Aveva sentito uno strappo dentro di sé nel momento del trapasso, un risucchio di energia.</p>
<p>La sera aveva i piedi gonfi per le tante ore passate in piedi a vegliare, la testa confusa, le ginocchia che si piegavano. Arrivata a casa andò difilata a letto, addormentandosi tutta vestita. La notte fece ancora quel sogno, col passare delle ore sentiva aumentare il senso di leggerezza.</p>
<p>La mattina dopo il sole filtrava attraverso le imposte. Si stropicciò gli occhi, allungò le braccia per sgranchirsi e si trovò sospesa nella stanza. Riuscì a spalancare la finestra sollevandosi in volo. Finalmente.</p>
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