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	<title>Socrate Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Sacrificate un gallo alla salute ritrovata</title>
		<link>https://www.borderliber.it/gallo-salute-ritrovata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[yoursocialnoise]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Jun 2024 02:12:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Sacrificate un gallo alla salute ritrovata&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto scattata e rielaborata dall&#8217;autore Si accorse di quanto la verità non esistesse: tutte le cose sono illusioni che i sensi donano per tacito consenso, nel bene e nel male. La conoscenza ammalia gli animi, tant&#8217;è che gli esseri umani [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>&#8220;Sacrificate un gallo alla salute ritrovata&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto scattata e rielaborata dall&#8217;autore</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Si accorse di quanto la verità non esistesse: tutte le cose sono illusioni che i sensi donano per tacito consenso, nel bene e nel male. La conoscenza ammalia gli animi, tant&#8217;è che gli esseri umani sono convinti di giungere a risposte soddisfacenti. Invece, la verità è solo una &#8220;metafora&#8221;, una traduzione approssimativa degli impulsi che riceviamo, che filtriamo e attraverso cui i neuroni rendono manifesti oggetti, soggetti, sentimenti, sensazioni.</p>
<h4>Allora quale gioia ritrovò quell&#8217;uomo goffo, claudicante, dal passo traballante, mentre entrava in un bosco?</h4>
<p>Semplicemente che nulla è vero e che tutto è concesso, così come disse prima di morire <strong>Hasan-i Sabbah</strong>, il Vecchio della Montagna, che costituì i <strong>Nizariti</strong>, la sua setta di assassini e fumatori di hashish. Da <strong>Almut</strong>, nel suo nido d&#8217;aquila, lontano dal mondo e dagli uomini dopo aver tanto peregrinato, egli fondò la sua causa su una concretezza: che l&#8217;uomo non partorisce certezze, ma vani concetti che si avvicinano a ciò che lo aiuta a sopravvivere.</p>
<p>Anche lui era felice, perché quando si uccide e ci si suicida in una intuizione che guida lo spirito, in qualcosa che svela l&#8217;essenza, si giunge alla conclusione di un viaggio. E come fu per il <strong>Vecchio della Montagna </strong>fu per <strong>Nietzsche</strong>, che si vestì prima di scetticismo, poi di nichilismo; e oscillando tra il possibile e il nulla, egli preferì quest&#8217;ultimo. Ma il &#8220;nulla&#8221; non va inteso solo come &#8220;vuoto&#8221; o &#8220;assenza&#8221;, ma anche come &#8220;qualcosa che c&#8217;è, ma che non si può conoscere fino in fondo&#8221;. <strong>Nulla</strong> è pertanto accontentarsi dei nostri limiti percettivi, delle nostre verità monche.</p>
<p><strong>Nulla</strong> è anche essere consapevoli del fatto che tocchiamo, assaporiamo, ascoltiamo, annusiamo e vediamo l&#8217;inganno della coscienza, la quale ci spinge a svegliarci ogni mattina e a sperare che tutto ci sia rivelato. Respirare e riprodurci non per noi stessi, ma in nome della nostra specie umana che, come tutte le altre specie, è guidata dalla volontà di vita.</p>
<h4>Eppure, non aspira a essere &#8220;verità&#8221; questa negazione d&#8217;ogni Verità? </h4>
<p>Oggi come allora; oggi come <strong>Hasan-i Sabbah</strong> e <strong>Nietzsche</strong>, il protagonista di questo racconto cammina nel bosco come uomo tra gli uomini, come fratello tra fratelli e sorelle, come essere tra nulla essente. Può gioire per questa verità che gli fa conoscere l&#8217;unica &#8220;cosa in sé&#8221; conoscibile: <strong>l&#8217;ignoranza</strong>. Splende nella sua impotenza; mette a tacere i venti di guerra, i soffi di dolore per le mete non raggiunte o per i progetti collassati. Neanche la morte ha più potere su di lui, perché essa sarà un&#8217;illusione che aprirà le porte su un&#8217;altra illusione.</p>
<p>D&#8217;altronde, fu lo stesso <strong>Nietzsche</strong> che esaltò il <strong>Vecchio della Montagna</strong>, perché nessuno in Occidente aveva saputo lanciare alla filosofia e al pensiero comune una frase così audace. <strong>Se nulla è vero, allora tutto è concesso</strong>&#8230; Cosa resta, dunque? Ora, sacrificate un gallo alla salute ritrovata.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Ciò che non muta</title>
		<link>https://www.borderliber.it/cosa-non-muta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jan 2024 00:48:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Ippolita Luzzo. Foto di Martino Ciano Ciò che non muta nel continuo fluire. Certamente non muta il nostro continuo incessante interrogarci sul perché e sul per come le cose siano andate proprio in quel modo invece che in un altro, sul perché ci troviamo ora su questa strada che sembra non vada da [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Articolo di Ippolita Luzzo. Foto di Martino Ciano</strong></em></p>
<p>Ciò che non muta nel continuo fluire. Certamente non muta il nostro continuo incessante interrogarci sul perché e sul per come le cose siano andate proprio in quel modo invece che in un altro, <strong>sul perché ci troviamo ora su questa strada che sembra non vada da nessuna parte. Come mai ci siamo finiti?</strong></p>
<p>Un interrogarci lungo, continuo, stupito, con lo stesso identico stupore che da piccoli avevamo davanti ogni nostra scoperta. <strong>Ma guarda! non vedi? ma com&#8217;è possibile? com&#8217;è stato possibile? ed ora siam qui, come ci sono arrivata? come ci siamo arrivati?</strong> Ciò che non muta, non muta da secoli, da sempre, è il dialogo interiore con noi stessi, teorizzato e scritto dai nostri filosofi; <strong>da Socrate, vero?</strong> Conosci te stesso, ed i sofisti borbottavano già allora: &#8220;Ma cosa vuoi conoscere tu? porta pazienza, sappiamo noi bene che non è possibile!&#8221;. Nessuno li ascoltò mai.</p>
<p>Riprese Platone a parlarci d’amore, a riportare idee, il mito. Nella caverna stavano gli uomini, la conoscenza era solo illusione; vedevano lì, riflessi sui muri, ombre vaghe e loro prendevano per vero quel che vedevano… <strong>esattamente perfettamente come facciamo ora&#8230;</strong> prendiamo per vero un sogno, un legame, un’amicizia, una notizia del telegiornale! Ma siamo matti!</p>
<p>Ciò che non muta nel continuo fluire son proprio gli inganni, le fregature di chi si fida, di chi ci crede, di chi non sta sempre sul chi vive, attenta, pronta a schivare i colpi anche del suo più caro fratello, di un’amica, di un prossimo prossimo soltanto a parole. Anche questo non muta, così disse Hobbes: <strong>&#8220;Homo homini lupus&#8221;</strong>, lui lo diceva con grande affetto, senza voler proprio infierire, solo per dire: &#8220;Capito questo, poi, certo, noi possiamo parlarci, possiamo poetare, dipingere, cantare ed anche pregare perché non siamo lupi veri, siamo esseri umani… siamo meglio dei lupi, siamo peggio dei lupi, i lupi non hanno le nostre vette, nel bene e nel male, non hanno la fantasia&#8230;&#8221;</p>
<p>Anche questa non muta nel continuo fluire e noi tutti sogniamo un mondo migliore, un anno nuovo e tante promesse e noi tutti diciamo: <strong>&#8220;Domani chissà come sarà il nostro domani? Sicuro più bello, più roseo, perché la speranza non muore non ci abbandona mai&#8221;.</strong></p>
<p>Ed anche essa non muta nel continuo fluire. Sarà per questo che ogni anno noi sempre più belli, sempre più giovani, sempre più convinti di essere giusti, brindiamo felici all&#8217;anno nuovo, pensando, erroneamente, di brindare al nuovo mentre stiamo solo festeggiando ciò che non muta nel nostro stupore, <strong>la gioia infinita di esserci ancora, di essere indenni ai fuochi incrociati degli ultimi giorni di un anno passato.</strong></p>
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		<title>La Theia Mania di un Platone poeta: sul libro di Stefano Cazzato</title>
		<link>https://www.borderliber.it/la-theia-mania-di-un-poeta-stefano-cazzato-e-il-suo-divino-platone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Jul 2022 01:20:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;La Theia Mania di un Platone poeta&#8221; è la recensione di Giuseppe Cappello al libro &#8220;Il divino Platone&#8221; di Stefano Cazzato Stefano Cazzato arriva a questa pubblicazione già forte di un importante cammino esegetico ed editoriale sulla filosofia platonica. Ci arriva dopo aver studiato il filosofo ateniese per anni e, lungo una decade, dato alle [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;La Theia Mania di un Platone poeta&#8221; è la recensione di Giuseppe Cappello al libro &#8220;Il divino Platone&#8221; di Stefano Cazzato</strong></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-4091 alignleft" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2022/07/9788871868646_0_536_0_75-1.jpg?resize=300%2C300&#038;ssl=1" alt="" width="300" height="300" srcset="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2022/07/9788871868646_0_536_0_75-1.jpg?resize=300%2C300&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2022/07/9788871868646_0_536_0_75-1.jpg?resize=150%2C150&amp;ssl=1 150w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" data-recalc-dims="1" />Stefano Cazzato arriva a questa pubblicazione già forte di un importante cammino esegetico ed editoriale sulla filosofia platonica. Ci arriva dopo aver studiato il filosofo ateniese per anni e, lungo una decade, dato alle stampe <em>Dialogo con Platone</em>. <em>Come analizzare un testo filosofico</em> (Armando Editore 2010), <em>Una storia platonica</em>. <em>Ione e la stirpe degli interpreti</em> (Ladolfi Editore 2017), <em>Il racconto del Timeo</em>. <em>Platone e la letteratura</em> (Ladolfi Editore 2019). La lunga «ruminazione» di Cazzato, come la chiamerebbe Nietzsche, giunge però in questo testo a un vero e proprio manifesto dell&#8217;autore. Un manifesto personale, nel senso più profondo che la venatura religiosa ha dato a questo termine epocale, un manifesto esistenziale, e però anche un manifesto della relazione con il mondo che la persona ha scelto nella sua dimensione di studioso e di insegnante. Dunque un manifesto pubblico. Un manifesto pubblico e sul pubblico in cui la persona si muove e si fa, pur nel codice della sua irriducibile eccezionalità.</p>
<p>Ne <em>Il divino Platone</em> vi è profusa tutta la <em>theia manìa</em>, la divina mania, che ha rappresentato e rappresenta la ricerca di Cazzato nel suo rapporto con Platone, con la filosofia; con una filosofia che investe l&#8217;intera sfera della persona perché di essa innanzitutto si nutre. Una divina mania, quasi un&#8217;ossessione, un mantra, dentro cui l&#8217;autore e la persona ci dicono la loro parola su Platone: se è vero che Platone, seguendo Socrate, si innalzò da un&#8217;interpretazione sensistica del mondo a quella che è l&#8217;interpretazione concettuale e poi idealistica della realtà, è pure vero che Platone dovette trascendere la stessa interpretazione concettuale per innalzarsi, attraverso il mito e la poesia, recuperati da una giovinezza presocratica, a quella dimensione metalogica che la stessa dimensione metafisica sopravanza.</p>
<p>Cazzato percorre tutti i gradini filologici, storico-filosofici ed esegetici per arrivare al suo punto di vista. E, in questo procedere per gradi, ciò che viene in primo piano sono la profonda conoscenza dei dialoghi platonici accanto a cui si pone una vastissima conoscenza della filosofia contemporanea; una filosofia contemporanea che tutta appunto trova nel fine del recupero di un Platone metalogico il suo punto di ricaduta totalizzante. Bisognerebbe dire meglio e parlare, piuttosto che di filosofia contemporanea, di filosofia postmoderna. Innanzitutto perché Cazzato sta con il suo studio e la sua riflessione dentro questo orizzonte di cultura, di senso e di spirito. Ma soprattutto perché il luogo del cortocircuito dentro cui si accende la fiamma di questo libro è quello dell&#8217;incontro e della stessa giustapposizione fra due epoche e due cifre concettuali: il postmoderno e il tardoantico.</p>
<p>Insieme e in fondo, in questo libro, ci sono due filosofi che apparentemente sono agli antipodi: il più ricorrente e patente Nietzsche e il latente basso continuo di un Agostino lettore delle <em>Enneadi</em> di Plotino. Se lo volessimo dire, e lo dobbiamo dire, in philosophicis, il libro di Cazzato è il libro dell&#8217;Essere e del Nulla; il libro delle prime due categorie della logica hegeliana. Di quelle due categorie in cui qualcuno ha visto già tutta la logica hegeliana e invece, per dirla con Francesco Valentini, c&#8217;è solo «un&#8217;alba di pensiero». Sennonché ciò che quel «solo» riduce di fronte all&#8217;aristotelico e allo stesso hegeliano, per Cazzato è ciò che innalza oltre l&#8217;aristotelico e l&#8217;hegeliano. Cazzato recupera, dentro questo suo manifesto, il Platone dell&#8217;alba prima del pensiero e del tramonto dopo il pensiero; quel pensiero della prima vera categoria della logica hegeliana che, attraverso il divenire, è l&#8217;essere determinato.</p>
<p>Vuole recuperare, Cazzato, quello che, nel suo studio e nel suo manifesto, è il vero Platone: il Platone che sta oltre il Sofista e il Politico, che sta oltre la dialettica e il principio di individuazione. Il Platone della Lettera Settima a cui nel libro, per radicare la sua tesi e la sua visione, l&#8217;autore dedica un&#8217;intero capitolo soprattutto in quel punto dove la scuola di Tubinga e Giovanni Reale hanno prospettato l&#8217;insufficienza dei dialoghi e della dialogica platonica; e, con una certa interpretazione del Libro Settimo della Repubblica, hanno favorito il passaggio ermeneutico dal <em>logos</em> al <em>mythos</em> lì dove si voglia parlare di ciò che sopravanza l&#8217;essere stesso delle idee e si trascenda dentro la metalogica in cui il sole illumina in un tramonto accecante di pensiero la scaturigine dell&#8217;essere stesso.</p>
<p>L&#8217;Idea del Bene. Questo è il punto in cui l&#8217;autore, abituatici alla sua frequentazione del nichilismo contemporaneo, ci dice che quel nichilismo diviene «filosofia del martello» che innalza intanto che demolisce. Innalza all&#8217;Essere intanto che distrugge l&#8217;essere determinato. Non è un caso che il sottotitolo del libro sia quello di Filosofia e misticismo. E non è un caso che, nella sua consistente frequentazione della filosofia contemporanea, Cazzato citi, anche in exergo, più volte Wittgenstein. Il libro di Cazzato e il manifesto filosofico e personale che in esso si compie &#8211; per leggerlo appunto con Wittgenstein &#8211; fanno chiarezza come le proposizioni filosofiche del Tractatus «fanno chiarezza in questo modo per cui colui che comprende, infine le riconosce sensate, se è salito per esse – su di esse – oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo che vi è salito). Egli deve superare queste proposizioni; allora vede rettamente il mondo».</p>
<p>Vedere rettamente il mondo. Nel libro di Cazzato c&#8217;è misticismo e ascesi; molto bello uno dei capitoli finali su Simone Weil interprete di Platone che ha, in exergo, una poesia di San Giovanni della Croce. Ma questo libro ci aiuta anche a guardare il nostro mondo. E in fondo, con le sue pandemie, le sue guerre, le crisi climatiche e alimentari, con le crisi delle istituzioni democratiche, lo sovrappone e lo rende intellegibile dentro la luce di altre epoche. Quella appunto ellenistica della fine della polis e quella tardoantica della crisi dell&#8217;Impero romano. Il libro ci aiuta a guardare la storia attraverso i paradigmi della filosofia e a sperare plausibilmente che nel misticismo della poesia già un seme possa esserci per una nuova alba dell&#8217;uomo.</p>
<p>Ecco il senso della poesia platonica recuperata dalla giovinezza perché nella vecchiaia del singolo e del pubblico si possano scorgere nei nostri figli i <em>patres conscripti</em> di un nuova età. E nelle eidetiche figlie di Platone l&#8217;ispirazione poetica e poietica di un auspicabile demiurgo dell&#8217;<em>antropocene.</em></p>
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		<title>Fifty Fifty: Sant’Aram nel regno di Marte di Ezio Sinigaglia</title>
		<link>https://www.borderliber.it/ezio-sinigalglia-fifty-fifty-santaram-nel-regno-di-marte-terrossa-edizioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Apr 2022 04:27:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri. In copertina: &#8220;Fifty-Fifty. Sant’Aram nel regno di Marte&#8221; di Ezio Sinigaglia, TerraRossa edizioni Si conclude con questo libro il dittico iniziato con Fifty-fifty. Warum e le avventure Conerotiche. Il narratore è sempre Aram/Warum, la scrittura anche è quell’inconfondibile mix di musicalità e simbolismo che ormai Ezio Sinigaglia [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri. In copertina: &#8220;Fifty-Fifty. Sant’Aram nel regno di Marte&#8221; di Ezio Sinigaglia, TerraRossa edizioni</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Si conclude con questo libro il dittico iniziato con <em>Fifty-fifty</em>. <em>Warum e le avventure Conerotiche</em>. Il narratore è sempre Aram/Warum, la scrittura anche è quell’inconfondibile mix di musicalità e simbolismo che ormai Ezio Sinigaglia ha imposto come suo marchio di fabbrica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se nel primo libro eravamo davanti all’amore sfuggente, che non si lasciava consumare, che si realizzava solo idealmente tra Aram e Fifì; qui siamo al cospetto della passione giovanile, in cui tutto si brucia e si annienta velocemente. Ma c’è anche un altro elemento da tenere in considerazione. Se nel primo libro l’amore idealizzato è forma fissa, immutabile, eterna e comprensibile solo all’anima, in questa seconda opera tutto è terreno, materiale e degradabile. Tant’è che nelle prime pagine del libro leggiamo una sorta di invocazione a Esculapio, il dio della salute ritrovata, colui al quale si sacrificava un gallo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La salute ritrovata, ossia la morte. È questo un chiaro richiamo all’Apologia di Socrate? Lasciamo tutto in sospeso, perché non è l’unico input che Sinigaglia dona al lettore attento, che oltre a leggere un romanzo vuole anche comprendere cosa c’è al di là delle pagine. Anche questo secondo volume può essere letto senza domandarsi troppe cose. Siamo in presenza di una trama lineare, di artifizi linguistici, di un flusso di coscienza che gioca con l’intuitività e con una musicalità della parola. Aram è preda della sua memoria: i ricordi della vita militare, ossia il Regno di Marte. Lì la guerra non esiste. È lontana. Si è come ragazzini che giocano a fare gli uomini, che si sporcano con l’esistenza, che selvaggiamente attraversano <em>la linea d’ombra</em> e che come <em>fanciulli in fiore</em> cercano la propria dimensione e la propria forma tra le pulsioni ormonali. C’è qui quell’omoerotismo che non è tensione animalesca, ma linguaggio tra l’uomo e il dio, perché il Demiurgo ha pensato a noi sia carnalmente sia spiritualmente, e dopo la morte, a seconda della nostra condotta, ci reincarneremo in qualcosa che ha a che fare con la nostra precedente natura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarà che Aram sia anche un provetto Timeo? Ma continuiamo, perché anche questa volta, Sinigaglia non dà solo un nome ai suoi personaggi, ma diversi, perché il molteplice è solo il nostro perverso tentativo di ordinare l’Uno. Quell’Uno che a noi appare sempre e solo caotico. Tante cose invece vivono in noi, ecco perché nessuna nostra azione è simile o coerente all’altra. Basta vedere le scelte che fa Sciofí, il milite-amante di Aram. Ed ecco che la storia d’amore, solo platonica, tra Aram e Fifì inizia e finisce sempre in quella villa in Versilia in cui si riannodano i fili della memoria e del destino, giacché un ricordo chiama l’altro e un evento ne genera un altro per pura necessità; tant’è che Aram termina anche la sua <em>ricerca del tempo perduto</em> e scopre che non è stato tempo sprecato, ma spensierato, libero da quel bisogno di attribuire a ogni istante un senso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così Sinigaglia ci consegna un’altra opera ironica, allegra, spensierata, ma ricca di quei richiami che la rendono enciclopedica.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/ezio-sinigalglia-fifty-fifty-santaram-nel-regno-di-marte-terrossa-edizioni/">Fifty Fifty: Sant’Aram nel regno di Marte di Ezio Sinigaglia</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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		<title>Il senso del Bello?</title>
		<link>https://www.borderliber.it/il-bello-come-necessita-di-senso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Apr 2020 16:36:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Bello]]></category>
		<category><![CDATA[Platone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Il senso del bello?&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina una foto della Venere di Botticelli Il Bello abita nel nostro bisogno di dare un senso alla vita. Nasce dal nostro stato di inquietudine e dalla necessità di comunicare con la vita. Lontani dall’alienazione quotidiana, che parla il sintomatico linguaggio della reificazione, ci [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Il senso del bello?&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina una foto della Venere di Botticelli</strong></p>
<p>Il Bello abita nel nostro bisogno di dare un senso alla vita. Nasce dal nostro stato di inquietudine e dalla necessità di comunicare con la vita. Lontani dall’alienazione quotidiana, che parla il sintomatico linguaggio della reificazione, ci riappropriamo delle sembianze dell’Essere, ossia, <em>ciò che è e mai gli è concesso</em><em> di non essere. </em>Ma il Bello è un giudizio, pertanto, un valore che appartiene al nostro linguaggio <em>privato</em>. In nostro soccorso può venire Wittgenstein.</p>
<p>Nel suo celebre <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Tractatus_logico-philosophicus"><strong><em>Tractatus</em></strong></a>, nella proposizione 6.432, egli afferma <em>una proposizione è solo un’altra proposizione; un fatto è solo un altro fatto. Ossia: nessuna proposizione, nessun fatto, ci avvicina al senso del mondo (della vita) o ce ne allontana. Allo stesso modo, nessuna proposizione, nessun fatto, ci avvicina a Dio o ce ne allontana: “Dio non si rivela nel mondo”.</em></p>
<p>Insomma, il filosofo austriaco ci pone su un binario logico, <em>anaffettivo</em>, ma ci rivela una grande verità, a patto che non ci consideriamo avulsi dalla natura e dallo spazio logico nel quale si muove l’Universo.</p>
<p>Nelle sue <em>Ricerche filosofiche</em>, Wittgenstein ci parla del linguaggio <em>privato</em>, ossia, quello attraverso cui traduciamo in malo modo i nostri sentimenti. Il linguaggio è fatto di segni, siano essi parole o suoni; tali segni possono dare voce alle nostre emozioni, al nostro sentire, ma non spiegano bene ciò che davvero sentiamo. Per comprendere nella loro totalità gioie e dolori della nostra anima, l’altro dovrebbe entrare completamente in noi, e sappiamo che questo è impossibile. Pertanto, spiega, Wittgenstein, <em>tutti noi parliamo un linguaggio privato e così rimane</em>. Ogni parola ha solo un carattere generale, capace di catalogarlo, ma non di spiegarlo. Davanti ai nostri segni o alle nostre parole, l’altro legge il <em>proprio </em>sentire e gli attribuisce il <em>proprio </em>significato. Pertanto, deduciamo che ogni concetto e ogni parola esistono e trovano piena esplicazione solo nel <em>soggetto</em>.</p>
<p>Il Bello è quindi edulcorato eticamente, sociologicamente, pedagogicamente, in quanto, in un primo momento, rimane una impressione. Pertanto, solo nel processo di traduzione, che avviene all’interno del soggetto, prende forma e diventa significato attivo so<em>lo-per-me</em>.</p>
<p>In quest’ottica, cos’è il Bello? E soprattutto è Esso la porta di ingresso della nostra anima? Se il mondo logico non è né bello né brutto, né buono né cattivo, né utile né inutile, il Bello è il concetto cardine del non-senso, capace di comunicare con il senso, quindi, con l’ordine?</p>
<p>Partiamo da un concetto: <em>l’ordine genera il senso; il disordine è tutto ciò che agita il non senso.</em> Dunque, abbiamo bisogno del Bello per dare vita al nostro <em>senso</em>. Bello e Brutto sono per noi sinonimi di Giusto e Sbagliato, Buono e Cattivo, ma, per ognuno di noi, questa scala di valori è soggettiva, privata. Saliamo e scendiamo lungo questi valori, e quando la logica corregge le nostre affinità col mondo noi sappiamo che tutto diventa solo uno spazio contenente <em>enti </em>oggettivi, anaffettivi.</p>
<p>Abita qui il suicidio?</p>
<p>Il Bello risponde quindi alla nostra necessità di dare un senso alle <em>cose</em> ma, paradossalmente, questo grido di allarme proviene dal non-senso, da quel luogo in cui il soggetto è solo epifania senza meraviglia.</p>
<p>Emanuele Severino parte da <em>Thauma</em>, che significa <em>Meraviglia</em>, che in questo caso, secondo il concetto aristotelico, è uno stupore che nasce davanti a ciò che è <em>Sconosciuto e Mostruoso</em>. Il non-senso è per noi mostruoso; solo ricercando il Bello di ogni <em>ente</em><em>, </em>che abita questo luogo ostile, lo portiamo nella dimensione del senso e lo incastoniamo nell’ordine. Questo processo di riappropriazione, di fuoriuscita dal limbo dell’incertezza, in alcuni casi ci fa giustificare il Male e la Cieca Volontà che attanagliano l’esistenza.</p>
<p><em>Il Bello risponde quindi alla nostra esigenza di sicurezza.</em></p>
<p>Termino con un esempio. In <em>La morte a Venezia </em>di Thomas Mann, l’anziano scrittore protagonista, Gustav von Aschenbach, dice <em>meglio non conoscere l’origine di alcuni lirismi che fanno commuovere. Sulla loro provenienza è meglio non indagare</em>, in riferimento al suo amore, al limite della pederastia, nei confronti del giovanissimo Tadzio. Un amore che rimane legato a un sentimento che non sfocerà mai in contatto carnale, ma che trasformerà un turpe concetto in qualcosa di sublime, di Bello.</p>
<p>Questo processo di giustificazione rende il Bello un concetto privato, che può essere incastonato in un ordine, in un senso che rimane <em>proprio </em>e senza il quale è lo stesso concetto-del-mondo, in sé e per sé, che verrebbe meno.</p>
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