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	<title>società Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Narcisismo patologico: il mercato dell&#8217;io</title>
		<link>https://www.borderliber.it/narcisismo-patologico-articolo-lettura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jan 2026 15:50:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Narcisismo patologico: il mercato dell&#8217;io&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina un&#8217;immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale  Scriveremo un racconto su di lui, anzi su tutti noi. Lo chiameremo &#8220;Narcisismo patologico&#8221;, una materia che oggi piace tanto. Sarà semplice descrivere la vita di ciascuno, inserendo vari elementi comuni in una realtà che richiede competizione, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Narcisismo patologico: il mercato dell&#8217;io&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina un&#8217;immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale </strong></p>
<p>Scriveremo un racconto su di lui, anzi su tutti noi. Lo chiameremo &#8220;Narcisismo patologico&#8221;, una materia che oggi piace tanto. Sarà semplice descrivere la vita di ciascuno, inserendo vari elementi comuni in una realtà che richiede competizione, presenzialismo e dimostrazione costante del proprio valore. L&#8217;etica della compravendita viene sempre messa in primo piano: chi già ha, può già acquistare molto; gli altri imiteranno, si indebiteranno e si specchieranno nei loro oggetti. Poi, si metteranno sul mercato e si venderanno.</p>
<p>Amanti perversi e incestuosi verso loro stessi, poeti dal frasario vago infarcito di qualche riferimento al dolore umano, alla quotidianità che non hanno vissuto, ai sacrifici che non hanno fatto, alla sofferenza che non hanno provato. Così umanitari, fin quando l&#8217;umanità serve a loro. Applausi e schiamazzi senza giubilo. Nessuna pietà e nessuna vergogna, solo vittimismo per risollevare un puerile senso di colpa in chi li scansa.</p>
<p>Così, il racconto di una nazione, di un paese, di un quartiere, del mondo intero, si fa riflessione menzognera. Vorrebbero insegnare, invece si demonizzano. Narcisismo che si spande tra mare e monti, calando giù dalla Groenlandia con furore barbarico. Attuale è il male antico di ciascuno: esistere oltre ogni perplessità. Poi sarà un esame di coscienza, una fune, la gogna pubblica o mediatica. L&#8217;importante è &#8220;uscirne interi&#8221;, anche come cadavere. Corrono i giorni, ma loro cercano e vogliono, pretendono e si somigliano. E ci riflettiamo in loro, facendoci luce a vicenda, come catarifrangenti in una strada buia. Che paura fanno, anche se sembra difficile riconoscerli.</p>
<p>&#8220;Narcisismo patologico&#8221; sarà un racconto contemporaneo, un neo-realismo sempreverde, senza passato o futuro, con un unico riferimento: &#8220;Io sono&#8221;. Sarà un prevedibile massacro, una deportazione di idee e di uno stile di vita, magari una casa accogliente, una donna o un uomo servizievole, un servo sciocco per cause momentanee. E una volta scoperti, corrono a nascondersi tra la folla, a saccheggiare la vita altrui, ad accusare e a odiare chi li ha portati allo scoperto.</p>
<p>Nessuno chiederà scusa. Ci vuole un autentico amore per le autopsie per scovare la natura umana e la sua ambiguità.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Uomini di mezzo</title>
		<link>https://www.borderliber.it/uomini-di-mezzo-ciano-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Oct 2025 22:01:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Uomini di mezzo&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina un&#8217;immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale Noi siamo gli uomini di mezzo: posti a metà del baratro, tra capire e fingere, tra silenzio e grida assordanti strozzate dal clamore dei balordi. Resta il tempo della dissoluzione. Ognuno vuole morire eroe, solo qualcuno vuole scomparire senza [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Uomini di mezzo&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina un&#8217;immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>
<p>Noi siamo gli uomini di mezzo: posti a metà del baratro, tra capire e fingere, tra silenzio e grida assordanti strozzate dal clamore dei balordi. Resta il tempo della dissoluzione. Ognuno vuole morire eroe, solo qualcuno vuole scomparire senza essere ricordato.</p>
<p>«Facciamoci saltare in aria. Portiamo via con noi l&#8217;umanità che passeggia disincantata in cerca del momento di gloria».</p>
<p>Kamikaze, mio kamikaze, nessuno sente questa autodistruzione che abbraccia con ambo gli arti superiori, per poi fare scivolare le mani sul collo. Ora, ascolta questa preghiera: il figlio tende al Padre, ma il Padre disprezza il figlio. Ha gettato sulla Terra il Figlio dell&#8217;Uomo per farne tribolazione. Si è evirato e mai più procreerà.</p>
<p>Uomini di mezzo, cos&#8217;è un nome? Cosa c&#8217;è di peggio di un cognome? Preme un&#8217;etichetta sul cuore. C&#8217;è impressa una data di scadenza invisibile agli occhi, ignota a chi la porta e a chi l&#8217;appiccica sulla pelle. Incita al godimento, all&#8217;avventura, al presenzialismo. È come un cerotto che rilascia insulina e morfina. Provoca una allucinazione chiamata realtà. Ascendere per tornare senza pelle e carne al cielo inviolato. «Dio esiste, tutto è concesso».</p>
<p>Marana thà: ma il Signore non è mai più venuto ad aprire la porta della sua dimora. Bussiamo e mai ci stancheremo di farlo. Ma lui si è barricato dentro, nella stanza dell&#8217;Eden neanche le vergini entreranno più.</p>
<p>Inferno ci prese mostrandoci i seni, ballando nudo davanti ai nostri occhi, strappandoci le palpebre come petali di margherita. Ci hanno detto che mai moriremo, poi ognuno di noi si è fatto a pezzi ed è scomparso, a decomporsi in un unico delirio. «Coro dannato di amore e di pace, chi è il migliore del reame?».</p>
<p>Uomini di mezzo, che occhi ha il creato? E ha una voce il Signore? C&#8217;è qualcosa al di là del sogno che spezza le catene del reale per unirci all&#8217;increato? Oppure è un incesto la volontà di esistere? Nessuno risponderà. Non interessano più le parole e le disquisizioni. Compreremo i nostri figli. Li progetteremo e li programmeremo secondo la regola della domanda e dell&#8217;offerta. Marinetti ha vinto, velocità e autarchia, superomismo ed esistenza illimitata. L&#8217;uomo ha partorito sé stesso: Mafarka non è più utopia ma svelamento. Ora solo l&#8217;illuminazione per pochi adepti conta: scoprire le colonne della distruzione, salvare il meglio, distruggere il peggio. La morte ancora esisterà per molto tempo.</p>
<p>Uomini di mezzo, la pietà ha scelto di migrare. Ogni cosa ha un prezzo, anche banale, persino minimo, ma pur sempre fa sentire la sua forza. È così che si può garantire la riproduzione dei migliori, ossia non dando peso all&#8217;inflazione, al costo del denaro. Ha senso l&#8217;economia di guerra. Ha un valore il kit di sopravvivenza. La prova ontologica del fallimento è qui. La specie umana ha cambiato volto: è un insieme di plastica e reagenti chimici. Esemplari al silicone.</p>
<p>«Ha vinto il mio dolore, ma sono riuscito a nasconderlo in me. Non vi ho disturbato, sono andato via in silenzio.», dice un uomo davanti al cappio, prima di lasciarsi andare. Tutto intorno a lui dondola, mentre pende.</p>
<p>Uomini di mezzo, salviamoci, proteggiamoci l&#8217;uno con l&#8217;altro. Restiamo uniti nella fine, nell&#8217;estinzione. L&#8217;umana commedia sta finendo. Il sipario sta calando.</p>
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		<title>Decoro</title>
		<link>https://www.borderliber.it/decoro-azzini-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Sep 2025 21:44:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Azzini]]></category>
		<category><![CDATA[Genocidio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Decoro&#8221; è un racconto di Mattia Azzini. In copertina una fotografia tratta dal web È capitato due volte, da quando vivo in questo palazzo, che qualcuno mi suonasse al citofono alle 23. La prima volta era un rider che cercava un vicino che aveva appena traslocato e non aveva il nome sulla placchetta. La seconda, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Decoro&#8221; è un racconto di Mattia Azzini. In copertina una fotografia tratta dal web</strong></p>
<p>È capitato due volte, da quando vivo in questo palazzo, che qualcuno mi suonasse al citofono alle 23. La prima volta era un rider che cercava un vicino che aveva appena traslocato e non aveva il nome sulla placchetta. La seconda, avrei preferito fosse di nuovo il rider.<br />
Il campanello interruppe la mia spasmodica ricerca di un grillo infiltratosi nella credenza. Mi spiace, ma il loro richiamo sessuale in casa mia non è ben accetto. Con sommo stupore, dallo spioncino vidi Monica e il marito. Vorranno sapere l’indirizzo del vicino nuovo, pensai. Che altro potrebbero volere da me? Mi salutano a stento. Ogni volta che mi vedono, mi guardano come si guarderebbe una nutria investita.<br />
«Buonasera, Laura», esordì lei, con tono greve. Aveva zigomi arrossati e una vena pulsante sulla tempia.<br />
Il marito, dietro di lei, fece un cenno del capo. Erano entrambi in abiti formali, al contrario di me, che indossavo una maglietta fucsia in cui Platone siede a un tavolo con Spongebob, mentre Patrick Stella dietro si diverte a fare ombre.<br />
«Buona…sera», dissi. «Volete entrare? È un po’ disordinato, ma…»<br />
«No», disse lapidaria.<br />
«Se volete, posso offrirvi della grappa trentina.»<br />
«Lo sai cosa vogliamo.» Il marito fece un passo in avanti e mi fissò con sguardo torvo.<br />
«Te l’abbiamo anche detto con largo anticipo», aggiunse Monica.<br />
Ci fu qualche istante di silenzio, in cui ci guardammo, aspettando che l’altro rivelasse qualcosa.<br />
«Sto affinando le mie abilità telepatiche, ma purtroppo non sono ancora efficaci.»<br />
«Signorina, io so dove insegni», ribatté Monica, facendosi ancora più paonazza.<br />
«Anch’io.»<br />
«Domani c’è l’evento di beneficenza organizzato da noi. La strada viene chiusa. Ci saranno alcune persone della televisione», disse il marito, come fosse una minaccia.<br />
«Oh, già.» In quel momento, un ricordo del mese precedente riaffiorò.</p>
<p>Si sentì uno schiarimento glottico: il testone calvo di Mauro, sporto dal parapetto, al piano superiore, con espressione compiaciuta, stava aspettando un istante di silenzio per infilare il suo commento.<br />
«Ci vergogniamo tutti, Monica, non solo voi.» La sua voce riecheggiò per tutto il vano scala. «E questa è pure un’insegnante.» Aggiunse una risata che somigliava a un colpo di tosse.<br />
Monica e il marito lo guardarono come se stesse facendo una serenata.<br />
«Ragazzi, quando avete finito di danneggiarmi moralmente, io andrei a dormire.», dissi io «Domani devo spiegare l’espansione coloniale spagnola, giusto per rimanere in tema.»<br />
«Vedi di farla sparire!» urlò Monica. A questo seguì un diluvio di voci sovrapposte e incomprensibili, in mezzo a gesticolii nervosi che indicavano la finestra.<br />
«Mio nonno è morto nei campi di concentramento, vergognati!», cantilenò Mauro.<br />
Optai per la scelta più codarda: chiusi la porta. Pensavo che avrei potuto piegarli con il ragionamento logico, ma avrebbero piegato me a bastonate, come nel bojutsu.<br />
«Attenta! Abbiamo un regolamento condominiale!», disse il marito, poi un pugno colpì la porta.<br />
«Che vada nei centri sociali ad appendere bandiere», fu l’ultimo commento acuto che sentii.<br />
Silenzio. Poi il grillo riprese il suo frinire. Lo rivalutai, non era più così fastidioso.<br />
Mi diressi verso la finestra in sala e, con gesti automatici, rimossi la bandiera. Non volevo inimicarmi Monica, sapevo che avrei avuto guai se non l’avessi fatto. La distesi sul letto, ben visibile in tutta la sua interezza.<br />
Quella sera non riuscivo a prendere sonno, e, come al solito, mi ritrovai a controllare le notizie. La prima che mi apparve fu:<br />
MASSACRO NEL QUARTIERE DI TAL AL-HAWA.<br />
Decine di edifici rasi al suolo dall’IDF.<br />
Mi alzai, presi un lenzuolo bianco, un pennarello indelebile e delle forbici. Trasformai il lenzuolo in uno striscione e scrissi a caratteri cubitali:</p>
<p>Se questa bandiera ti disturba, è perché:<br />
Sei disinformato<br />
Sei un individuo moralmente riprovevole<br />
Sei entrambe le cose</p>
<p>Appesi il risultato alla finestra, poi rimisi la bandiera a posto.<br />
Lasciai le finestre aperte, mi sedetti sulla poltrona e guardai i lembi delle bandiere agitarsi al vento di mezz’estate; con quell’immagine scivolai in un sonno inquieto.<br />
L’indomani mi svegliò una cacofonica musica pop dalla strada. La via era già transennata e decine di persone erano all’opera, montando banchetti e palco. Guardai l’orologio: 10:17.<br />
Abbandonai la maglietta di Spongebob e Platone, bevvi un caffè e uscii. Sopra lo zerbino c’erano un pacco di fogli ingialliti, graffettati, una lettera e un post-it: rispettivamente il regolamento condominiale, una richiesta formale di rimozione e un &#8220;sappiamo dove insegni&#8221;, scritto in un corsivo da dottore della mutua.<br />
Alzai la testa e vidi Mauro, appostato al parapetto, che mi scrutava, silenzioso come uno Shinobi. «Compagno!», gli dissi, alzando il pugno.<br />
Mentre mi dirigevo verso le scale, il telefono squillò: GIULIO BASSETTI.<br />
«In presidenza», disse senza preamboli.<br />
Uscii dal palazzo; Monica tentò di richiamarmi, ma io proseguii. Ero già abbastanza in ritardo e satura di seccature gratuite.<br />
Bassetti mi aspettava impettito davanti al cancello: mani in tasca, sguardo fisso all’orizzonte, sembrava fosse uscito da un romanzo di Cormac McCarthy.<br />
«Vada pure a casa.»<br />
«Con “casa’’ lei si riferisce alla 5B?»<br />
«L’hanno già sostituita.»<br />
«Posso entrare?», dissi, avanzando.<br />
Si voltò verso di me, dilatò le narici e trasse un respiro profondo, come a bocciare la mia richiesta. Poi, mentre si avviava verso l’ingresso, si girò di scatto:<br />
«Ci manca appena che pensino che qui sosteniamo il terrorismo… lei ha un ruolo pubblico.»<br />
«Non ho mica esposto la bandiera Israeliana.»<br />
«La aggiornerà la segreteria.»<br />
Troncò la conversazione e se ne andò a passo svelto.<br />
Rimasi a guardarlo finché sparì dal mio campo visivo. Il mio primo impulso fu di alzare il pugno e colpire la cassetta della posta, ma lo abbassai vedendo uno studente uscire in quel momento.<br />
Mi ripetevo una citazione di Marco Aurelio: “Sii come il promontorio contro cui si infrangono incessantemente i flutti.” In quel momento, però, non aveva il potere calmante che solitamente esercitava su di me; avevo solo voglia di colpire il dirigente.<br />
Lo studente passò e mi disse qualcosa di ironico. Feci un cenno del capo, senza staccare gli occhi dalla porta.<br />
Tornai a casa. Mentre ero in metro ripetevo mentalmente la lezione, fingendo che i passeggeri fossero tutti miei alunni.<br />
«Ragazzi, fate sparire i telefoni. Ho qualcosa di più interessante delle serie che guardate su Netflix. Dunque, ripartiamo da Bartolomé de las Casas…»</p>
<p>Nel quartiere, il clima di festa era palpabile: il profumo di cibo fritto aleggiava nell’aria. Mi feci largo tra la folla e le bancarelle, e li vidi, Monica, il marito e Mauro, fissare la facciata del palazzo. Una scala era appoggiata alla mia finestra, e un tizio dalle braccia enormi stava salendo. Corsi come un pendolare che sta per perdere l’ultimo treno. Entrai in casa, trafelata e con una micro goccia di sudore che scendeva lenta dal naso che mi stava incattivendo. Mi sporsi dal davanzale; il tizio nerboruto stava già allungando la mano verso la bandiera. Tolsi i due magneti che le impedivano di prendere il volo, e la afferrai. Spalancai entrambe le finestre, in modo da rendermi ben visibile.<br />
«Monica», gridai, feci sventolare per un po’ la bandiera attirando l’azione degli astanti. Il tizio sulla scala borbottò qualcosa di incomprensibile con una voce cavernosa.<br />
«Ti dico solo che a 10 anni ho steso un ragazzino più grande di me con un colpo alla tempia, non mi fare incazzare», dissi.<br />
Presi anche l’altra bandiera, mentre il tizio muscoloso mi fissava come se stesse tentando di scuoiarmi con lo sguardo. Mi venne spontaneo infilarle nella borsa, e quel gesto mi suggerì che dovevo far ritorno a scuola. Così feci.<br />
Stavolta vicino al cancello d’ingresso c’era solo un gatto bianco, con il pelo insudiciato e zoppo. Smise di avanzare, fissando il mio passo rapido. Mi abbassai per non essere vista dalle segretarie. Fortunatamente erano tutte ipnotizzate dallo scrolling compulsivo, quindi potei procedere, accovacciata. Il corridoio era deserto e puzzava di disinfettante al limone. Mi infiltrai nel primo bagno disponibile.<br />
Mi spogliai, infilai pantaloni e camicetta nella borsa. Mi avvolsi nella bandiera, la fissai con una spilla che trovai in borsa. Uscii, dirigendomi verso la 5B.<br />
«Laura, come stai bene!», sentii la voce squillante della bidella.<br />
«Grazie cara», dissi, facendo un inchino, «pensa che sei la prima che mi fa i complimenti.»<br />
Feci un paio di rampe di scale, poi giunsi alla porta blu, da cui entravo ogni giorno. In cui nell’angolo c’era una scritta ‘’Holiday in Cambogia’’, la fissai qualche secondo. Spalancai la porta di colpo.<br />
«Fuori di qua, questa è la mia lezione», dissi a Giordani, strizzandogli l’occhio. Il mio sostituto era cintura nera di pavidità: abbandonò la cattedra senza opporre resistenza. Rimase sotto l’atlante, con la bocca semichiusa, ad osservarmi. Gli alunni avevano tutti la stessa espressione inebetita di Giordani. Srotolai lo striscione sulla cattedra, poi estrassi il manuale di storia.<br />
«L’ultima volta, stavamo affrontando la colonizzazione sul territorio americano…» dissi, mentre cercavo la pagina.<br />
I presenti erano pietrificati. Si risvegliarono allo scalpiccio di Bassetti, che arrivò con la giacca piegata sull’avambraccio. L’espressione si era fatta ancora più dura. Incrociai le braccia, ricambiai lo sguardo cupo.<br />
«Se vuole ascoltare anche lei c’è il posto di Lisi libero», dissi, indicando la sedia vuota in prima fila.<br />
Il dirigente e Giordani si guardarono, i loro volti dicevano «ho sentito bene?». I ragazzi iniziarono a bisbigliare e ridacchiare.<br />
«Vai a dire a Maria di chiamare i carabinieri», disse Bassetti a Giordani, che scomparve in pochi secondi.<br />
«Loro dovranno ascoltare in piedi», dissi «i banchi sono esauriti.» Le mie parole vennero accompagnate da un ‘’uuh’’ provocatorio dei ragazzi, che provavano a sostenermi.<br />
Arrivarono carabinieri e giornali locali, e la mia lezione finii. La mia carriera fu messa in pausa.<br />
«Io questa bandiera non la tolgo proprio da nessuna parte, è bene che la vediate. Dobbiamo ricordarci dell’orrore che i Palestinesi vivono quotidianamente come ricordiamo ai nostri alunni di commemorare le vittime dell’Olocausto.» Queste furono le ultime parole che dissi prima di venire allontanata dall’istituto, in quel lontano settembre 2025, periodo in cui era stato approvato il piano per l’occupazione totale di Gaza.<br />
Mi è venuto in mente questo triste episodio di 25 anni fa oggi pomeriggio, mentre sfogliavo il manuale nuovo. Non sono stati introdotti cambiamenti sostanziali, però è stato inserito un nuovo buio capitolo: Il genocidio Palestinese.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Stranizza d&#8217;amuri</title>
		<link>https://www.borderliber.it/stranizza-damuri-falzone-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 Aug 2025 21:46:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[Coppa del Mondo]]></category>
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		<category><![CDATA[società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Letizia Falzone. In copertina la locandina del film &#8220;Stranizza d&#8217;amuri&#8221; tratta dal web “Man manu ca passunu i jonna Sta frevi mi trasi ‘nda lI’ossa ‘Ccu tuttu ca fora c’è ‘a guerra Mi sentu stranizza d’amuri… I’amuri” Franco Battiato- Stranizza d’amuri C’erano una volta due giovani innamorati nella provincia siciliana dei primi anni [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Letizia Falzone. In copertina la locandina del film &#8220;Stranizza d&#8217;amuri&#8221; tratta dal web</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>“Man manu ca passunu i jonna</em><br />
<em>Sta frevi mi trasi ‘nda lI’ossa</em><br />
<em>‘Ccu tuttu ca fora c’è ‘a guerra</em><br />
<em>Mi sentu stranizza d’amuri… I’amuri”</em><br />
Franco Battiato- Stranizza d’amuri</p>
<p>C’erano una volta due giovani innamorati nella provincia siciliana dei primi anni Ottanta. Non è l’inizio di una favola ma la storia del delitto di Giarre, in cui Giorgio e Antonio, da tutto il paese soprannominati li “ziti” in senso dispregiativo, sono stati ritrovati morti, mano nella mano, uccisi da un colpo di pistola alla testa. Una vicenda tragica insabbiata in maniera ignobile dall’omertà del paese e dalla vergogna delle rispettive famiglie. Da qui prende ispirazione l’esordio cinematografico di Beppe Fiorello, da un fatto lontano quattro decenni ma che potrebbe essere avvenuto pochi giorni fa, in una qualunque provincia italiana. Ignoranza, violenza, mascolinità tossica diremmo oggi, ma oltre a tutto questo una storia estiva di amore adolescenziale.</p>
<p>Sicilia, estate 1982. Nino è il figlio maggiore in una famiglia di creatori di fuochi d’artificio: gente onesta, allegra e laboriosa. Il ragazzo ha appena terminato il liceo con profitto e il suo regalo è stato quel motorino con cui scorrazza gioiosamente attraverso la campagna siciliana. Gianni è un suo coetaneo tornato dal riformatorio che vive in un altro paese con la madre e il patrigno che gli ha dato un lavoro nella sua officina e un tetto sopra la testa, ma che lo tratta con continuo disprezzo. Di fronte all’officina c’è il bar i cui avventori si dilettano a prendere in giro il ragazzo additandolo come omosessuale. Un giorno, mentre Gianni sta andando a consegnare un Ciao ad un cliente, Nino lo sperona con il suo motorino: è la scintilla che accende un’amicizia meravigliosa, che potrebbe condurre a qualcosa di molto più profondo. Ma la Sicilia rurale dei primi anni Ottanta non è il luogo per questo tipo di relazioni dai confini incerti.</p>
<p>Mentre le televisioni trasmettono i Mondiali di calcio e gli italiani sperano nella <strong>Coppa del mondo</strong>, due adolescenti sognano di vivere il loro amore senza paura. È una Sicilia profonda, ma soprattutto ripresa da un angolo visuale molto ravvicinato, intimo e familiare, quella che fa da sfondo ai fatti narrati. Ci sono le mani callose di chi lavora umilmente accontentandosi di poco; ci sono gli scorci marittimi e fluviali; e poi ci sono loro, Nino e Gianni. Due ragazzi che il destino decide di far incontrare per puro caso in una giornata uguale alle altre.</p>
<p>Un romanzo di formazione crepato da un clima drammatico, in cui l’ambiente circostante detta le leggi medievali di un tempo sbiadito. Un tempo poi sospeso, scandito dalle cicale che riempiono l’aria calda di un’estate elettrizzata dai gol di Tardelli, e rinfrescata dalla spuma, consumata frettolosamente in un bar che affaccia sulla piazza.</p>
<p>Nino è uno studente spensierato, con la chioma che ricorda <strong>Jimi Hendrix</strong> e con i pantaloni a zampa, forse un po’ ingenuo, cui piace bearsi di lunghe passeggiate in motorino. Inizialmente, le aspettative e il metro di giudizio morale della famiglia coincidono con quelle del figlio, per cui l’effettiva abilità nel maneggiare la rischiosa arte paterna (gli spettacoli pirotecnici) viene considerata alla stregua di un rito di passaggio, di una prova di maturità necessaria per entrare a pieno titolo nell’età adulta. Con la frequentazione di Gianni, invece, l’orizzonte di Nino non coincide più con quello genitoriale ed entra in conflitto con esso. Quanto a Gianni, questi è invece uno che ha già sperimentato la durezza della vita, quella che si concretizza nel bullismo da strada, nello stigma sociale, nel pregiudizio moralistico.</p>
<p>La relazione tra i due giovani esplode con la medesima dirompenza dei fuochi d’artificio, che sembra per un attimo poter spazzare via la dogmatica rigidità delle consuetudini sociali. Questo amore cerca una possibilità di riconoscimento all’interno di una società verso ciò che conosce, ma spietata verso ciò che ancora non comprende. Quella possibilità, a Nino e Gianni non viene data: forse perché i tempi non erano ancora maturi, forse per la responsabilità di quelle persone che avrebbero dovuto saperli amare senza condizioni.</p>
<p><strong>“Stranizza d’amuri”</strong> riesce benissimo a far vivere allo spettatore la sensazione del rimpianto, l’amarezza del reale che entra sottopelle e resta lì a bruciare come una ferita mai chiusa. Di fronte agli eventi raccontati, inevitabilmente ci si domanda come sarebbero potute andare le cose, in un posto e in un tempo diversi. È qui che il film lavora e scava: nella sottile fessura immaginativa tra la vita reale e le vite possibili.</p>
<p>L’amore di Gianni e Nino è fulmineo, brevissimo come una notte d’estate; tutto il resto, lo immaginiamo. E immaginandolo, acquista potenza e mistero, acquista vita. Un amore cristallino, puro e dolcissimo, capace però di generare un forte conflitto in essere, coadiuvato dal pregiudizio del paese e delle loro rispettive famiglie: Nino e Gianni, sospesi tra l’istinto e la paura, tirati da due famiglie diverse, sono lo specchio dell’adolescenza palpitante e verace.</p>
<p>Un dramma intimo e delicato che esplora un’amicizia che si trasforma in amore, un sentimento sincero fatto di sguardi dolci, complicità e tenerezza. Ma si sottolineano nello stesso tempo le criticità di una Sicilia degli anni 80 chiusa nei suoi pregiudizi, nella sua intolleranza. Gianni e Nino sono due pesci fuor d’acqua che insieme trovano il loro posto nel mondo e assaporano per qualche tempo la felicità, ma il loro rapporto dà fastidio e attira l’attenzione malsana delle rispettive famiglie e della gente della zona.</p>
<p>&#8220;Stranizza d&#8217;amuri&#8221; tocca la sfera emotiva con discrezione puntando al cuore, ma lascia anche volutamente l’amaro in bocca per quanto accaduto nella realtà con la speranza che non debba ripetersi in futuro.</p>
<p>Gianni e Nino e una corsa in motorino mentre lungo la strada risuona la voce di Battiato. I due corrono felici e liberi: era questo, forse, il loro vero rimpianto, era questo l’epilogo che i due ragazzi sognavano e non hanno potuto vivere. Di certo è l’epilogo che avrebbero meritato, la giusta conclusione della loro storia: è quello che avrebbe potuto essere, e resta solo un’immaginazione dolceamara.</p>
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		<title>La pensione sociale non è solo per “noi”?</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Aug 2025 22:01:05 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong> &#8220;La pensione sociale non è solo per noi&#8221; è un articolo di Angelo Maddalena. In copertina una foto tratta dal web</strong></p>
<p>Nel 2000, insieme a Totò Siciliano, mio compaesano, scrivemmo una lettera aperta pubblicata da un giornale locale che stampavano a Leonforte, si chiamava <strong>Il Provinciale.</strong> La lettera accusava la cultura dei concorsi pubblici, in particolare quello “a cattedre” (che era uscito in quel periodo e che mi chiamava in causa in quanto appena laureato in materie umanistiche). Ci rivolgevamo a una certa logica che dovrebbe garantire il posto fisso e alle sue conseguenze psicologiche e sociali, senza dimenticare gli addentellati di potere e corruzione, per esempio: una direttrice di una scuola che tiene corsi di preparazione per il concorso a cattedra potrebbe generare un conflitto di interessi oppure un “favore” per chi frequenta i suoi corsi?</p>
<p>Parlavamo con cognizione di causa ma senza intenzione di accuse personali, anche se la lettera si intitolava proprio così: J’accuse. Notavamo allora l’”avventatezza” di molti (forse una cosa nuova rispetto al precedente concorso? Una tendenza storica inusitata?) che provavano a fare il concorso per insegnare senza una preoccupazione minima di una vocazione, di una motivazione personale di fondo, insomma: un posto fisso come un altro. Negli anni, avendo scelto di vivere pienamente delle mie risorse creative (come direbbe Ivan Illich), mi è capitato di confrontarmi con questa dimensione del “posto fisso” sicuro da preferire a ogni altra alternativa possibile.</p>
<p>Prima che arrivasse il fenomeno <strong>Checco Zalone</strong> a celebrare l’epopea del posto fisso “sacro”, avevo scritto la canzone <strong>Pani picca e libertà</strong> che diede il titolo all’album di canzoni che mi ha fatto conoscere al “grande pubblico”. Ma ancora prima di quella canzone, era uscito il libro <strong>Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese</strong>, di Aldo Nove. È chiaro che, viaggiando sempre di più per coltivare l’arte di vivere e la creatività produttiva, mi sono confrontato con molte “proposte” e diversi raffronti, nella linea: “ma chi te lo ha fatto fare?”, “potevi fare il professore con lo stipendio fisso” e menate del genere. Però ogni tanto arrivava qualcuno a remare contro corrente, pur avendo lo stipendio fisso, per esempio il mio amico e critico musicale Sebastiano Toscano.</p>
<p>Mi ha ospitato un po’ di volte a Firenze nella sua casa del quartiere Rifredi, nei miei passaggi o nei “day off”, come li chiama lui, cioè i giorni liberi tra una data e un’altra di una tournée. Sebastiano, figlio di un padre che ha fatto la carriera militare e lui stesso impiegato come tecnico informatico alla Banca Monte dei Paschi di Siena, oggettivamente una volta mi disse: “Effettivamente tu e quelli come te avete fatto la scelta giusta, non solo perché seguite la vostra passione per realizzarvi e vivere di quello che scrivete, cantate e proponete in forma teatrale, ma se ci pensi, oggi come oggi conviene anche a un livello lavorativo e pensionistico, perché per lo meno tu hai scelto il precariato in forma creativa e la pensione sai che non ce l’avrai, ma mica sono messi meglio di te molti laureati che lavorano nei call center o anche gente che lavora in settori privati o pubblici che comunque non ha la certezza di una pensione come era per i nostri genitori o per quelli delle generazioni dei nati fino agli anni Sessanta”.</p>
<p>Ogni tanto, negli anni, alle parole di Sebastiano, poi una sera ho ricevuto una testimonianza che è andata oltre quello che potevo immaginare, oltre il libro di Aldo Nove e forse anche oltre le parole di Sebastiano o, meglio, come accade per le testimonianze dirette, la “notizia” che ho ricevuto, entra nel dettaglio. E torniamo a venticinque anni prima, quando con Totò Siciliano scrivemmo quella lettera o, meglio, quel J’accuse. Totò, nel frattempo, è emigrato negli Stati Uniti, però venticinque anni fa lavorava come “articolista” al Comune di Pietraperzia. L’articolo cui si riferisce la tipologia di lavoro è quello di una legge, presumo, approvata negli anni in cui c’era al Governo D’Alema o comunque in quel periodo, e rientra in quella tipologia di lavoro che, per renderlo più digeribile, fu definito “flessibile”.</p>
<p>Se Totò è emigrato venti anni fa, altri e altre come lui (miei coetanei) sono rimasti a lavorare al Comune di Pietraperzia in vari uffici e con diverse mansioni. Quella sera ho cenato insieme con una di loro, Serena (nome fittizio per delicatezza), con suo marito e mio padre, ebbene io pensavo che lei e altri ex “articolisti” come lei, fossero diventati impiegati comunali regolarmente stipendiati e in attesa di “regolare” pensione. Con mia grande sorpresa, ho scoperto invece che, detto in modo brutale (ma totalmente vero, anche perché è questo il nocciolo della “testimonianza”), a loro converrebbe percepire la “pensione sociale” di 650 euro al mese perché, in base agli anni non dichiarati (i primi sette anni, come stabilito dal contratto), al lavoro part time (o dichiarato come tale?) che quindi comporta il versamento di contributi al 50%, la tanto attesa pensione sarà inferiore alla cifra della pensione sociale.</p>
<p>Quindi, le parole come “lavoro precario”, “flessibilità” e altri termini simili, nascondono una realtà ben più “interessante” di quella che io immaginavo. Con la conclusione comica e tragica che io e altri come me per brevità chiamati “artisti” e considerati fannulloni, secondo una visione che attraversa i secoli, potremmo finire per percepire la stessa pensione di altri coetanei che hanno lavorato per più di trent’anni alle dipendenze dello Stato: “sfruttamento o precariato di Stato”, come dice qualcuno, e qui penso a quella canzone di un altro che potrebbe percepire la stessa pensione degli impiegati sottoposti alla “flessibilità”, lui si chiama Davide Di Rosolini e non ha mai lavorato per lo Stato né avuto un posto fisso, ha sempre cambiato posti dove cantare e suonare, e una delle sue canzoni che forse potrebbe essere una corrispondente di<strong> Pani picca e libertà</strong>, con un titolo più “brutale”, è quella che trovate su youtube digitando queste parole: “Mi nni futtu e ma a spacchìu”.</p>
<p>La canzone si riferisce a un altro argomento in realtà, e quindi io non concluderei così, preferisco studiare oltre che cantare, studiare i cambiamenti sociali e psicologici, aiutato anche dalla lettura di libri come Disoccupazione creativa, un’alternativa desiderabile all’attuale declino delle forme tradizionali di impiego, di Ivan Illich.</p>
<p>Come altri studiosi e osservatori acuti e appassionati, Illich non propone una ricetta o una via d’uscita, bensì un’analisi, poi ognuno trova la sua strada personale, ma l’analisi deve essere collettiva, nel mio caso mi sono appassionato all’argomento a tal punto da scrivere un piccolo libello dal titolo <strong>La disoccupazione creativa è ancora viva?</strong>, pubblicato dopo quasi venticinque anni dalla lettera che avevamo scritto con Totò. Il libro è uscito con uno pseudonimo e non ci sono più copie in vendita, a meno che non sarà ristampato o messo in vendita in formato digitale (cosa probabile).</p>
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