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	<title>Sicilia Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Eldorado</title>
		<link>https://www.borderliber.it/eldorado-poesie-giudice-lettura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Oct 2025 22:01:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Eldorado]]></category>
		<category><![CDATA[giudice]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Eldorado&#8221; è il titolo che abbiamo dato a queste quattro poesie di Rocco Giudice. L&#8217;immagine in copertina è realizzata con l&#8217;intelligenza artificiale BERESHIT Come seconda colomba si posò la luce. Bastava al suo volo un cielo che non sfiorasse ancora l’albero sorto per l’eco del tuo sonno. A staccarla dal ramo diede un’ombra a chi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Eldorado&#8221; è il titolo che abbiamo dato a queste quattro poesie di Rocco Giudice. L&#8217;immagine in copertina è realizzata con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>
<p><strong>BERESHIT</strong></p>
<p>Come seconda colomba si posò<br />
la luce. Bastava al suo volo<br />
un cielo che non sfiorasse ancora<br />
l’albero sorto per l’eco del tuo sonno.<br />
A staccarla dal ramo diede un’ombra<br />
a chi fece omaggio della notte, a chi<br />
portò in dono un angelo, a chi diede<br />
in offerta tutti i segreti del giardino<br />
e nessun canto. Fu tardi di nuovo.</p>
<p>Qualcuno, che nulla ha fatto per averlo,<br />
ha ancora in pegno il segreto che cerchi<br />
e l’altro ancora, che, senza neppure<br />
conoscerlo, difendi, sarà del primo<br />
che lo tradirà – ancora parole<br />
senza nome per chi le trovò per dirle<br />
solo a te che le hai dimenticate.<br />
Conserva fra le mani il suo respiro.</p>
<p>È sempre per una voce che passano<br />
le aurore dietro la cecità che le nasconde.<br />
Oggi che tutto sembra chiuso<br />
dentro una scatola di vetro<br />
sospesa al vento che l’abbatterà,<br />
basterebbe un lampo per illuminare<br />
per sempre tutta la terra – sognata<br />
nella folgore scesa a te<br />
che la porti in questa veglia.</p>
<p>Una è la fonte. Ora, puoi sentirlo<br />
tremare l’albero che in te ricalca<br />
le sue filigrane, filtrare la tua voce<br />
nel silenzio che ha dorato, ferire<br />
di verde le tue icone, che nessuno<br />
saprà rimarginare, che niente potrà<br />
più sanare del sole lontano da qui,<br />
che non conoscerà luce più calda<br />
della lacrima in cui è rifusa<br />
nello sguardo di chi non ci ama più.</p>
<p>Che il mondo esista, che sia<br />
per sempre benvenuto il mattino,<br />
bellezza sfuggita o svanita<br />
che lasci negli occhi lo spavento,<br />
o cieca vertigine dorata – solo aria, luce</p>
<p>che il vento più lieve ha sciolto dalla fiamma<br />
per essere te per un istante e solo te perdendo<br />
te sola, mia musica che vai, mia leggerezza.</p>
<p>***</p>
<p><strong>NEL TEMPO DEL SOGNO</strong></p>
<p>Perché tutto divenne così che nessuno<br />
potrà più ricordare come ebbe inizio<br />
una storia come questa se non come<br />
follia – improvvisamente, si alzò<br />
l’aurora come nebbia e a voce alta<br />
la polvere rispose, più in alto, assai<br />
più su di ogni accusa ripetuta<br />
nella sua pigra e fatua cantilena<br />
e di tutte le chimere che insinuava,<br />
laddove soltanto si trovava<br />
l’albero oscurato che cresce al sole<br />
il sole annuvolato che tenta di redimere<br />
l’ombra che non ce la fa a somigliare<br />
alla notte, le aiuole senza peccato<br />
dove una ragnatela s’è tessuto il grido,<br />
perduto al primo avviso quest’addio<br />
al silenzio, al guizzo prigioniero<br />
già oltre il paradiso, oltre le parole<br />
con cui dirlo o da indovinare<br />
come il futuro che ne ha già deciso<br />
– il viso accovacciato nella mano<br />
che ne vorrebbe espungere il profilo<br />
è lo stesso che il Volto su di Sé ha<br />
modellato più di quanto l’acqua<br />
non Ne rispecchiasse i tratti: così<br />
è chiaro perché su tutto scenda<br />
come Grazia la stessa pesantezza<br />
e ogni cosa ne grondi, ogni cosa<br />
da quando, come pietra, l’uomo cadde.</p>
<p>Pubblicate in Atlante Degli Addii, Newl’Ink, Acireale, 2017.</p>
<p>***</p>
<p><strong>ELDORADO</strong></p>
<p>Cosa desta il vento quando sorge<br />
– riflette la luce solo quel che la luce<br />
pare che non tocchi o espella –,<br />
luce che non scalfisce le ombre<br />
da cui poco si distingue, ombre<br />
che la luce lascia intatte, un cerchio<br />
scosso dal vento che non spinge<br />
solo cose morte, che non scuote solo<br />
rampicanti ottusi e disseccati, l’edera<br />
che impiomba quanto frana<br />
in uno scialle verde sul cancello.</p>
<p>Come vista dal fondo su cui converge<br />
cauta ogni visuale dal vertice<br />
da cui sgorga o dall’angolo in basso,<br />
dalla cornice che deborda oltre il segno<br />
– una linea retta da una curva descritta,<br />
una linea curva in una franta infitta –<br />
sia la strada che affonda in discesa<br />
o l’androne del palazzo in disuso<br />
dove folgore è l’arco che si spezza<br />
in ali d’aria su cui la polvere si libra.</p>
<p>Vibra più d’un sottile vetro<br />
quanto su quello schermo logoro<br />
brilla senza mai farsi immagine<br />
– solo riflesso, tutta visione</p>
<p>ma così perfetta che quasi manca<br />
la scena ch’è di linee di caduta,<br />
come tutta in primo piano vista<br />
da un fondale senza prospettiva.</p>
<p>****</p>
<p><strong>FÉERIE D’AGOSTO</strong></p>
<p>Perché mai di lei non dite nulla<br />
che mai disse di sé quanto soffriva<br />
– lo sa questo paesaggio di granito<br />
di pietre urbane ignare del cemento<br />
parcheggiato in attesa di volare,<br />
cupi basalti, dispiegate altane,<br />
catalpe appisolate sullo sfondo<br />
e vane, non finte meraviglie – perché.</p>
<p>Non rispondono le anime dal chiostro<br />
ma da una data lontana un sole parla<br />
ancora di te – tanto lontana che non so<br />
se quel passato è il nostro o è quello<br />
che non c’è, cui fa schermo la brezza<br />
quanto il calore che danno le parole.</p>
<p>Il muro origlia l’albero che lo sfiora<br />
da un’altezza perduta cui si leva<br />
per dimenticarsi della luce che vi batte<br />
quasi quell’intarsio fiabesco risonasse<br />
d’ogni sussulto che l’ha reso immaginario.<br />
Ma nell’angolo cui nega il suo fulgore,<br />
duole anche il giorno d’agosto che vi muore.</p>
<p>Al richiamo, una nuvola risponde,<br />
perduta spoglia d’angelo che sogna<br />
d’esser cenere con te, remota nel sonno<br />
cui nessuna notte mai potrà piegarla<br />
che fin dall’esordio ebbe ad astro<br />
fuori dall’ore il giorno. Poi, dentro<br />
l’orbita del sangue che mi scorre da te<br />
dove tu sei, la voce prova l’eco,<br />
l’orecchio sonda il silenzio, come<br />
abitassi dove non ci sarà mai posto<br />
neppure per un semplice sussurro,<br />
all’ombra che cela il nome che non so<br />
più dire – io non potrò più dire niente<br />
dell’isola e di me, del mondo e della gente.</p>
<p>Tratte da In linea d’aria, Qed edizioni, 2025.</p>
<hr />
<h4><strong>Chi è Rocco Giudice</strong></h4>
<p>Rocco Giudice è nato a Palagonia, in provincia di Catania, nel 1957. Ha pubblicato le raccolte di racconti Sotto il trono del pavone (Pellicanolibri, Catania, 1994), Il gong della luna nuova (Res in Artibus, Catania, 2000), Tetralogia minima (Res in Artibus, 2001), Gli ultimi numeri della serie vincente (Newl’ink, Acireale, 2012), La festa dell’ultimo anno (Carthago, Catania, 2016). Ha pubblicato le poesie di Omaggio a mr. Berryman (Res in Artibus, 1999), biografia in versi del poeta americano John Berryman; Versi apocrifi (Newl’ink, 2013), Atlante degli addii (Newl’ink, 2017), Salva in memoria (Res in artibus, 2022), Paesaggio con chimere (Gruppo editoriale Bonanno, Acireale-Roma, 2023), La nuova fiera (Res In Artibus, 2024), In linea d’aria (Qed edizioni, 2025). È autore dei saggi Tre versioni della Natività. Botticelli, Baldung Grien, Caravaggio (Newl’ink, 2020) e Dialogo tra nuvole di immagini e parole. Antonello, Baudelaire, Courbet, Moreau (Newl’ink 2021). È stato co-fondatore e caporedattore della rivista internazionale di Lettere e Arti Colophon (1996-2002). Successivamente, ha collaborato con articoli, racconti e poesie alle riviste Nextl’ink (2008-2011) e Newl’ink (2012-2016). Vive a Catania.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Stranizza d&#8217;amuri</title>
		<link>https://www.borderliber.it/stranizza-damuri-falzone-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 Aug 2025 21:46:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Letizia Falzone. In copertina la locandina del film &#8220;Stranizza d&#8217;amuri&#8221; tratta dal web “Man manu ca passunu i jonna Sta frevi mi trasi ‘nda lI’ossa ‘Ccu tuttu ca fora c’è ‘a guerra Mi sentu stranizza d’amuri… I’amuri” Franco Battiato- Stranizza d’amuri C’erano una volta due giovani innamorati nella provincia siciliana dei primi anni [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Letizia Falzone. In copertina la locandina del film &#8220;Stranizza d&#8217;amuri&#8221; tratta dal web</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>“Man manu ca passunu i jonna</em><br />
<em>Sta frevi mi trasi ‘nda lI’ossa</em><br />
<em>‘Ccu tuttu ca fora c’è ‘a guerra</em><br />
<em>Mi sentu stranizza d’amuri… I’amuri”</em><br />
Franco Battiato- Stranizza d’amuri</p>
<p>C’erano una volta due giovani innamorati nella provincia siciliana dei primi anni Ottanta. Non è l’inizio di una favola ma la storia del delitto di Giarre, in cui Giorgio e Antonio, da tutto il paese soprannominati li “ziti” in senso dispregiativo, sono stati ritrovati morti, mano nella mano, uccisi da un colpo di pistola alla testa. Una vicenda tragica insabbiata in maniera ignobile dall’omertà del paese e dalla vergogna delle rispettive famiglie. Da qui prende ispirazione l’esordio cinematografico di Beppe Fiorello, da un fatto lontano quattro decenni ma che potrebbe essere avvenuto pochi giorni fa, in una qualunque provincia italiana. Ignoranza, violenza, mascolinità tossica diremmo oggi, ma oltre a tutto questo una storia estiva di amore adolescenziale.</p>
<p>Sicilia, estate 1982. Nino è il figlio maggiore in una famiglia di creatori di fuochi d’artificio: gente onesta, allegra e laboriosa. Il ragazzo ha appena terminato il liceo con profitto e il suo regalo è stato quel motorino con cui scorrazza gioiosamente attraverso la campagna siciliana. Gianni è un suo coetaneo tornato dal riformatorio che vive in un altro paese con la madre e il patrigno che gli ha dato un lavoro nella sua officina e un tetto sopra la testa, ma che lo tratta con continuo disprezzo. Di fronte all’officina c’è il bar i cui avventori si dilettano a prendere in giro il ragazzo additandolo come omosessuale. Un giorno, mentre Gianni sta andando a consegnare un Ciao ad un cliente, Nino lo sperona con il suo motorino: è la scintilla che accende un’amicizia meravigliosa, che potrebbe condurre a qualcosa di molto più profondo. Ma la Sicilia rurale dei primi anni Ottanta non è il luogo per questo tipo di relazioni dai confini incerti.</p>
<p>Mentre le televisioni trasmettono i Mondiali di calcio e gli italiani sperano nella <strong>Coppa del mondo</strong>, due adolescenti sognano di vivere il loro amore senza paura. È una Sicilia profonda, ma soprattutto ripresa da un angolo visuale molto ravvicinato, intimo e familiare, quella che fa da sfondo ai fatti narrati. Ci sono le mani callose di chi lavora umilmente accontentandosi di poco; ci sono gli scorci marittimi e fluviali; e poi ci sono loro, Nino e Gianni. Due ragazzi che il destino decide di far incontrare per puro caso in una giornata uguale alle altre.</p>
<p>Un romanzo di formazione crepato da un clima drammatico, in cui l’ambiente circostante detta le leggi medievali di un tempo sbiadito. Un tempo poi sospeso, scandito dalle cicale che riempiono l’aria calda di un’estate elettrizzata dai gol di Tardelli, e rinfrescata dalla spuma, consumata frettolosamente in un bar che affaccia sulla piazza.</p>
<p>Nino è uno studente spensierato, con la chioma che ricorda <strong>Jimi Hendrix</strong> e con i pantaloni a zampa, forse un po’ ingenuo, cui piace bearsi di lunghe passeggiate in motorino. Inizialmente, le aspettative e il metro di giudizio morale della famiglia coincidono con quelle del figlio, per cui l’effettiva abilità nel maneggiare la rischiosa arte paterna (gli spettacoli pirotecnici) viene considerata alla stregua di un rito di passaggio, di una prova di maturità necessaria per entrare a pieno titolo nell’età adulta. Con la frequentazione di Gianni, invece, l’orizzonte di Nino non coincide più con quello genitoriale ed entra in conflitto con esso. Quanto a Gianni, questi è invece uno che ha già sperimentato la durezza della vita, quella che si concretizza nel bullismo da strada, nello stigma sociale, nel pregiudizio moralistico.</p>
<p>La relazione tra i due giovani esplode con la medesima dirompenza dei fuochi d’artificio, che sembra per un attimo poter spazzare via la dogmatica rigidità delle consuetudini sociali. Questo amore cerca una possibilità di riconoscimento all’interno di una società verso ciò che conosce, ma spietata verso ciò che ancora non comprende. Quella possibilità, a Nino e Gianni non viene data: forse perché i tempi non erano ancora maturi, forse per la responsabilità di quelle persone che avrebbero dovuto saperli amare senza condizioni.</p>
<p><strong>“Stranizza d’amuri”</strong> riesce benissimo a far vivere allo spettatore la sensazione del rimpianto, l’amarezza del reale che entra sottopelle e resta lì a bruciare come una ferita mai chiusa. Di fronte agli eventi raccontati, inevitabilmente ci si domanda come sarebbero potute andare le cose, in un posto e in un tempo diversi. È qui che il film lavora e scava: nella sottile fessura immaginativa tra la vita reale e le vite possibili.</p>
<p>L’amore di Gianni e Nino è fulmineo, brevissimo come una notte d’estate; tutto il resto, lo immaginiamo. E immaginandolo, acquista potenza e mistero, acquista vita. Un amore cristallino, puro e dolcissimo, capace però di generare un forte conflitto in essere, coadiuvato dal pregiudizio del paese e delle loro rispettive famiglie: Nino e Gianni, sospesi tra l’istinto e la paura, tirati da due famiglie diverse, sono lo specchio dell’adolescenza palpitante e verace.</p>
<p>Un dramma intimo e delicato che esplora un’amicizia che si trasforma in amore, un sentimento sincero fatto di sguardi dolci, complicità e tenerezza. Ma si sottolineano nello stesso tempo le criticità di una Sicilia degli anni 80 chiusa nei suoi pregiudizi, nella sua intolleranza. Gianni e Nino sono due pesci fuor d’acqua che insieme trovano il loro posto nel mondo e assaporano per qualche tempo la felicità, ma il loro rapporto dà fastidio e attira l’attenzione malsana delle rispettive famiglie e della gente della zona.</p>
<p>&#8220;Stranizza d&#8217;amuri&#8221; tocca la sfera emotiva con discrezione puntando al cuore, ma lascia anche volutamente l’amaro in bocca per quanto accaduto nella realtà con la speranza che non debba ripetersi in futuro.</p>
<p>Gianni e Nino e una corsa in motorino mentre lungo la strada risuona la voce di Battiato. I due corrono felici e liberi: era questo, forse, il loro vero rimpianto, era questo l’epilogo che i due ragazzi sognavano e non hanno potuto vivere. Di certo è l’epilogo che avrebbero meritato, la giusta conclusione della loro storia: è quello che avrebbe potuto essere, e resta solo un’immaginazione dolceamara.</p>
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		<title>La pensione sociale non è solo per “noi”?</title>
		<link>https://www.borderliber.it/la-pensione-sociale-maddalena-articolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Aug 2025 22:01:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p> &#8220;La pensione sociale non è solo per noi&#8221; è un articolo di Angelo Maddalena. In copertina una foto tratta dal web Nel 2000, insieme a Totò Siciliano, mio compaesano, scrivemmo una lettera aperta pubblicata da un giornale locale che stampavano a Leonforte, si chiamava Il Provinciale. La lettera accusava la cultura dei concorsi pubblici, in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong> &#8220;La pensione sociale non è solo per noi&#8221; è un articolo di Angelo Maddalena. In copertina una foto tratta dal web</strong></p>
<p>Nel 2000, insieme a Totò Siciliano, mio compaesano, scrivemmo una lettera aperta pubblicata da un giornale locale che stampavano a Leonforte, si chiamava <strong>Il Provinciale.</strong> La lettera accusava la cultura dei concorsi pubblici, in particolare quello “a cattedre” (che era uscito in quel periodo e che mi chiamava in causa in quanto appena laureato in materie umanistiche). Ci rivolgevamo a una certa logica che dovrebbe garantire il posto fisso e alle sue conseguenze psicologiche e sociali, senza dimenticare gli addentellati di potere e corruzione, per esempio: una direttrice di una scuola che tiene corsi di preparazione per il concorso a cattedra potrebbe generare un conflitto di interessi oppure un “favore” per chi frequenta i suoi corsi?</p>
<p>Parlavamo con cognizione di causa ma senza intenzione di accuse personali, anche se la lettera si intitolava proprio così: J’accuse. Notavamo allora l’”avventatezza” di molti (forse una cosa nuova rispetto al precedente concorso? Una tendenza storica inusitata?) che provavano a fare il concorso per insegnare senza una preoccupazione minima di una vocazione, di una motivazione personale di fondo, insomma: un posto fisso come un altro. Negli anni, avendo scelto di vivere pienamente delle mie risorse creative (come direbbe Ivan Illich), mi è capitato di confrontarmi con questa dimensione del “posto fisso” sicuro da preferire a ogni altra alternativa possibile.</p>
<p>Prima che arrivasse il fenomeno <strong>Checco Zalone</strong> a celebrare l’epopea del posto fisso “sacro”, avevo scritto la canzone <strong>Pani picca e libertà</strong> che diede il titolo all’album di canzoni che mi ha fatto conoscere al “grande pubblico”. Ma ancora prima di quella canzone, era uscito il libro <strong>Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese</strong>, di Aldo Nove. È chiaro che, viaggiando sempre di più per coltivare l’arte di vivere e la creatività produttiva, mi sono confrontato con molte “proposte” e diversi raffronti, nella linea: “ma chi te lo ha fatto fare?”, “potevi fare il professore con lo stipendio fisso” e menate del genere. Però ogni tanto arrivava qualcuno a remare contro corrente, pur avendo lo stipendio fisso, per esempio il mio amico e critico musicale Sebastiano Toscano.</p>
<p>Mi ha ospitato un po’ di volte a Firenze nella sua casa del quartiere Rifredi, nei miei passaggi o nei “day off”, come li chiama lui, cioè i giorni liberi tra una data e un’altra di una tournée. Sebastiano, figlio di un padre che ha fatto la carriera militare e lui stesso impiegato come tecnico informatico alla Banca Monte dei Paschi di Siena, oggettivamente una volta mi disse: “Effettivamente tu e quelli come te avete fatto la scelta giusta, non solo perché seguite la vostra passione per realizzarvi e vivere di quello che scrivete, cantate e proponete in forma teatrale, ma se ci pensi, oggi come oggi conviene anche a un livello lavorativo e pensionistico, perché per lo meno tu hai scelto il precariato in forma creativa e la pensione sai che non ce l’avrai, ma mica sono messi meglio di te molti laureati che lavorano nei call center o anche gente che lavora in settori privati o pubblici che comunque non ha la certezza di una pensione come era per i nostri genitori o per quelli delle generazioni dei nati fino agli anni Sessanta”.</p>
<p>Ogni tanto, negli anni, alle parole di Sebastiano, poi una sera ho ricevuto una testimonianza che è andata oltre quello che potevo immaginare, oltre il libro di Aldo Nove e forse anche oltre le parole di Sebastiano o, meglio, come accade per le testimonianze dirette, la “notizia” che ho ricevuto, entra nel dettaglio. E torniamo a venticinque anni prima, quando con Totò Siciliano scrivemmo quella lettera o, meglio, quel J’accuse. Totò, nel frattempo, è emigrato negli Stati Uniti, però venticinque anni fa lavorava come “articolista” al Comune di Pietraperzia. L’articolo cui si riferisce la tipologia di lavoro è quello di una legge, presumo, approvata negli anni in cui c’era al Governo D’Alema o comunque in quel periodo, e rientra in quella tipologia di lavoro che, per renderlo più digeribile, fu definito “flessibile”.</p>
<p>Se Totò è emigrato venti anni fa, altri e altre come lui (miei coetanei) sono rimasti a lavorare al Comune di Pietraperzia in vari uffici e con diverse mansioni. Quella sera ho cenato insieme con una di loro, Serena (nome fittizio per delicatezza), con suo marito e mio padre, ebbene io pensavo che lei e altri ex “articolisti” come lei, fossero diventati impiegati comunali regolarmente stipendiati e in attesa di “regolare” pensione. Con mia grande sorpresa, ho scoperto invece che, detto in modo brutale (ma totalmente vero, anche perché è questo il nocciolo della “testimonianza”), a loro converrebbe percepire la “pensione sociale” di 650 euro al mese perché, in base agli anni non dichiarati (i primi sette anni, come stabilito dal contratto), al lavoro part time (o dichiarato come tale?) che quindi comporta il versamento di contributi al 50%, la tanto attesa pensione sarà inferiore alla cifra della pensione sociale.</p>
<p>Quindi, le parole come “lavoro precario”, “flessibilità” e altri termini simili, nascondono una realtà ben più “interessante” di quella che io immaginavo. Con la conclusione comica e tragica che io e altri come me per brevità chiamati “artisti” e considerati fannulloni, secondo una visione che attraversa i secoli, potremmo finire per percepire la stessa pensione di altri coetanei che hanno lavorato per più di trent’anni alle dipendenze dello Stato: “sfruttamento o precariato di Stato”, come dice qualcuno, e qui penso a quella canzone di un altro che potrebbe percepire la stessa pensione degli impiegati sottoposti alla “flessibilità”, lui si chiama Davide Di Rosolini e non ha mai lavorato per lo Stato né avuto un posto fisso, ha sempre cambiato posti dove cantare e suonare, e una delle sue canzoni che forse potrebbe essere una corrispondente di<strong> Pani picca e libertà</strong>, con un titolo più “brutale”, è quella che trovate su youtube digitando queste parole: “Mi nni futtu e ma a spacchìu”.</p>
<p>La canzone si riferisce a un altro argomento in realtà, e quindi io non concluderei così, preferisco studiare oltre che cantare, studiare i cambiamenti sociali e psicologici, aiutato anche dalla lettura di libri come Disoccupazione creativa, un’alternativa desiderabile all’attuale declino delle forme tradizionali di impiego, di Ivan Illich.</p>
<p>Come altri studiosi e osservatori acuti e appassionati, Illich non propone una ricetta o una via d’uscita, bensì un’analisi, poi ognuno trova la sua strada personale, ma l’analisi deve essere collettiva, nel mio caso mi sono appassionato all’argomento a tal punto da scrivere un piccolo libello dal titolo <strong>La disoccupazione creativa è ancora viva?</strong>, pubblicato dopo quasi venticinque anni dalla lettera che avevamo scritto con Totò. Il libro è uscito con uno pseudonimo e non ci sono più copie in vendita, a meno che non sarà ristampato o messo in vendita in formato digitale (cosa probabile).</p>
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		<title>Se la luna mi porta fortuna di Achille Campanile</title>
		<link>https://www.borderliber.it/se-la-luna-mi-porta-fortuna-campanile-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Aug 2025 22:01:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Allegoria]]></category>
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		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
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		<category><![CDATA[Umorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Marco Ponzi. In copertina: “Se la luna mi porta fortuna” di Achille Campanile, edizioni Bur, prima uscita 1927 Non so se io sia l’unico a cui capiti questa cosa, sicuramente no, ma tutte le volte che accade me lo domando. Mi spiego: i generi letterari sono tanti e aumentano sempre di più mescolandosi [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Marco Ponzi. In copertina: “Se la luna mi porta fortuna” di Achille Campanile, edizioni Bur, prima uscita 1927</strong></p>
<p>Non so se io sia l’unico a cui capiti questa cosa, sicuramente no, ma tutte le volte che accade me lo domando. Mi spiego: i generi letterari sono tanti e aumentano sempre di più mescolandosi tra loro per intercettare, possibilmente, i gusti di un pubblico nuovo o semplicemente curioso. Data l’omologazione imperante, il proposito di chi pubblica libri pare opportuno, o meglio, opportunistico.</p>
<p>Vanno forte i gialli, i thriller e, ultimamente, i romance. Un tempo, era stata la volta dei young adult o delle saghe familiari o di vampiri, passando per le storie di gatti, di biblioteche maledette, di storia egizia e nazisti. Non dimentichiamoci i fantasy con draghi e maghetti in auge qualche era letteraria fa. Tutta roba adatta anche al cinema.</p>
<p>Insomma, ci sono le mode e pare che le case editrici si mettano d’accordo per essere sicure di vendere ognuna la propria parte di carta. Uno dei generi che, però, non vedo mai andare forte, è quello umoristico. Sarà che sui vampiri non c’è nulla da scherzare? Nemmeno i gatti amano la celia, da quel che mi risulta. Ma tant’è.<br />
Strano, mi dico: se il lettore ha voglia di leggerezza, come mai non sceglie l’umorismo? A memoria, ma potrei sbagliarmi, non ricordo di casi eclatanti di libri umoristici in vetta alle classifiche (per quanto queste siano poco credibili). Vero è che ci sono quelli di giornalisti pieni di nei che non scherzano affatto (o scherzano davvero, dipende dai punti di vista), bisogna pur riconoscerlo…</p>
<p>Mi domando anche se il desiderio di leggerezza, alla fine, non si tramuti in letture che con l’umorismo hanno poco a che fare e questo allora spiega perché troviamo le saghe familiari, i romance e tutto quanto citato in cima alle classifiche. A questo punto, ci sarebbe da domandarsi cosa sia l’umorismo e quale tipo possa piacere al lettore di oggi che è diverso da quello di ieri.</p>
<p>Eppure se una cosa fa ridere dovrebbe continuare a fare ridere, continuo a osservare. Faccio questo preambolo perché quel che mi capita è di avere delle aspettative alte solo quando mi approccio a un testo umoristico. Con gli altri libri mi posso aspettare di rimanere deluso e lo accetto ma con i testi umoristici la cosa è diversa. Non accetto di rimanere deluso, vai a sapere perché.</p>
<p>A volte è accaduto anche che io abbia riso di gusto leggendo un testo drammatico ma in quel caso era colpa degli strafalcioni a ripetizione che l’incauta autrice aveva disseminato per le oltre cinquecento pagine del libro. Aveva scritto un libro umoristico senza saperlo. Comunque, sarà che sbaglio io, ma mi aspetto sempre di ridere a crepapelle quando ho per le mani un libro umoristico e forse mi sarà successo solo una volta o due.</p>
<p>Sono arrivato quindi alla conclusione che, come molte cose, l’umorismo sia una questione soggettiva, anche quando alcuni testi si portano dietro un’aurea di oggettività e, si dice, piacciano a tutti.</p>
<p>Ho voluto leggere, a riprova di quanto detto, un testo di Achille Campanile, celebre umorista novecentesco famoso soprattutto per “Agosto moglie mia non ti conosco” ma, dato che non mi fidavo delle aspettative, ho optato per <strong>“Se la luna mi porta fortuna”</strong>, un libro di quasi un secolo fa.</p>
<p>Si raccontano, in questo volume, le storie surreali di diversi personaggi e, mai come in questo caso, la “sospensione dell’incredulità” si mescola alla vita reale.<br />
Troveremo personaggi che, a seguito di svariati duelli persi, si ritrovano della dimensione di una lenticchia e che vantano di essere dei tombeurs de femmes, altri che vanno in paranoia per una bombetta (non l’esplosivo, il cappello), altri ancora che rispondono in modo strampalato a diverse questioni, chi noleggia bambini per tenere occupati i posti in treno, chi fa l’eco di mestiere e chi mangia di professione in cambio di uno stipendio da fame, e così via.</p>
<p>Uno dei pretesti usato in <strong>“Se la luna mi porta fortuna”</strong>, per fare in modo che tutto questo accada, è un viaggio in treno che diventa occasione di incontro per questi personaggi. Ognuno di loro racconta la sua storia nell’inconsapevolezza di far parte di un racconto surreale e ritenendo, di conseguenza, perfettamente normale e accettabile ciò che dichiara.</p>
<p>Ogni tanto, l’autore buca la quinta e si rivolge al lettore ricordandogli che si tratta di un libro. Questa cosa potrebbe fare ridere: l’autore impiccione che si immischia negli affari dei suoi personaggi. Nel complesso, si potrebbe definire un libro pieno di sketch spiritosi ma sono un po’ slegati perché il surrealismo è tale da non permettere di seguire un filo conduttore nitido. Oserei dire che, ogni tanto, il lettore venga distratto dalle battute.</p>
<p>È un po’ come quando si ride tanto al punto da non riuscire a fermarsi e, nel frattempo, altri fanno battute spiritose che però non possono godere del risultato della risata perché questa viene soffocata dalla precedente. È un caso di tempi comici non rispettati.</p>
<p>Alla fine, non si sa più di cosa ridere e l’autore, che è un umorista, avendolo capito, chiude la questione con un finale malinconico. Anche questo dovrebbe fare ridere.</p>
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		<title>Angela Caputo: Come nasce la passione per la scrittura?</title>
		<link>https://www.borderliber.it/angela-caputo-scrittrice-letteratura-libri-intervista-moscariello/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Aug 2025 22:01:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Caputo]]></category>
		<category><![CDATA[Catania]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Moscariello]]></category>
		<category><![CDATA[scrittrice]]></category>
		<category><![CDATA[Sicilia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;intervista ad Angela Caputo è di Clelia Moscariello Lei è una scrittrice e una redattrice, nella vita quotidiana fa la docente, ma per me è soprattutto una cara amica, una persona instancabile, propositiva e generosa che non si risparmia mai e mette le sue energie positive in tutto ciò che fa. Parlo di Angela Caputo. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L&#8217;intervista ad Angela Caputo è di Clelia Moscariello</strong></p>
<p>Lei è una scrittrice e una redattrice, nella vita quotidiana fa la docente, ma per me è soprattutto una cara amica, una persona instancabile, propositiva e generosa che non si risparmia mai e mette le sue energie positive in tutto ciò che fa. Parlo di <strong>Angela Caputo.</strong></p>
<p>Angela Caputo nasce a Giarre in provincia della splendida Catania e, dopo essersi diplomata al Liceo Classico, si laurea in Lettere Classiche, iniziando a collaborare con molteplici testate locali in qualità di giornalista pubblicista e, in seguito, dedicandosi all’attività di editing e correzione di bozze. Angela successivamente consegue anche un diploma di specializzazione per l’insegnamento, destinando il suo tempo e le sue risorse, così, all’insegnamento nelle scuole di diversi ordini e gradi.</p>
<p>L’esordio letterario di <strong>Angela Caputo</strong> avviene nel 2023, col suo primo romanzo, <strong>Bianca vestita di nero</strong>, pubblicato da Atile Edizioni e seguito, a ruota, a febbraio 2024 dal suo secondo progetto, <strong>Amarti in una clessidra</strong>, uscito ancora per la stesso editore. Angela, inoltre, ad aprile 2024, decide di pubblicare una’altra versione di <strong>Bianca vestita di nero</strong>, questa volta di genere romance, partecipando anche a due antologie di racconti, tra i quali la silloge <strong>10 Musei 10 Gialli</strong> (PAV Edizioni).</p>
<p>Attualmente, l’autrice di origini catanesi è prossima alla pubblicazione di ben 4 lavori: Il primo, intitolato: <strong>Nel nome dei Padri</strong>, uscirà con Atile Edizioni, ed è un romanzo thriller, noir e paranormal, che parte da una maledizione del passato che si ripercuote sul presente. Il secondo progetto: <strong>Alchimie di smalto e inchiostro</strong> consiste in un lavoro a quattro mani di arte e scrittura con la <strong>Strega aborigena Ines de Leucio</strong>, curato e prefato da Emanuela Sica per Delta 3 Edizioni.</p>
<p>Gli altri due manoscritti prossimi alla pubblicazione sono invece due raccolte poetiche, entrambe vincitrici di concorso, rispettivamente del <strong>Premio inedito Sulle tracce</strong> del De Sanctis e del <strong>Premio internazionale di letteratura italiana</strong>.</p>
<p><strong>Ciao Angela, presentati pure ai nostri lettori.</strong></p>
<p>«Ti ringrazio per avermi ospitato in questa intervista e ringrazio anche i lettori che la leggeranno. Sono siciliana della provincia di Catania ai piedi dell’Etna ma vivo e lavoro in Friuli. Sono un’insegnante di Lettere delle Scuole Medie e mi divido tra lavoro, casa e tre bambini, Azzurra, Davide e Francesco. Fin dai tempi del liceo la mia passione è stata la lettura e la scrittura. Ci ho messo però molto tempo prima di lanciarmi e farmi conoscere tramite la scrittura perché era un&#8217;attività che dovevo riservare solo a me stessa. Poi nel 2023 a seguito di un periodo un po&#8217; difficile sotto l’aspetto personale ho deciso di “metterci la faccia” e da lì ho spiccato il volo. Prima però preferivo rimanere nell’ombra facendo la ghostwriter e scrivendo su commissione. Non considero un periodo negativo questo. Sinceramente mi è servito da palestra. Oltre alla scrittura e lettura mi dedico alla cucina, faccio lunghe passeggiate e viaggi».</p>
<p><strong>Come nasce la tua passione per la scrittura?</strong></p>
<p>«È nata forse per il mio bisogno di chiudermi in me stessa e raccontare senza essere letta da nessuno. Era una specie di sfogo. Col tempo è diventata prima una professione, adesso credo sia la voce per chi non riesce a esprimersi e tramite la lettura trova spunti di riflessione o un porto sicuro».</p>
<p><strong>In Bianca vestita di nero fanno da padroni la storia e l’amore. Cosa vuoi svelarci a proposito di questa tua opera?</strong></p>
<p>«In questa storia possiamo dire che l’amore è in grado di sconfiggere le atrocità della storia. Solo si vuole, la forza dei sentimenti e l’umanità possono davvero ribaltare tutto. Amore e Storia sono intrecciate perché racconto di una relazione impossibile tra un medico ebreo e una ragazza fascista. Chissà cosa succederà tra i due…».</p>
<p><strong>Di cosa tratta, invece, il tuo ultimo lavoro e perché il titolo: “Amarti in una clessidra&#8221;?</strong></p>
<p>«Questo romanzo è un multigenere, nel senso che unisce generi letterari diversi (romance, time travel, fantascienza, fantasy) per una storia politematica (amore irrisolto, amicizia ambigua tra uomo e donna, amore concluso, tempo del presente in contrasto col passo). Il titolo gioca sul capovolgere la clessidra: da qualunque parte giri l’ampolla la sabbia scende lo stesso, il che significa: il tempo passa, le decisioni che prendi oggi hanno delle conseguenze, ipoteticamente puoi anche tornare indietro ma quello che ti appartiene al presente nel passato non ci sarà più. Diventa quasi una reazione a catena».</p>
<p><strong>Se la clessidra simboleggia il trascorrere del tempo, che funzione assegneresti a quest’ultimo elemento nella tua vita e nei tuoi scritti?</strong></p>
<p>«La clessidra è il tentativo illusorio di fermare il tempo che scorre lento come i granelli di sabbia ma all’improvviso ci accorgiamo che i granelli sono finiti quando l’ampolla è vuota. Questo significa che certe occasioni, certi amici, certi treni sono passati quando ci accorgiamo di volerli. Nella vita è successo di perdere qualche occasione, nei miei scritti spero di vivere abbastanza per raccontare tutte le storie che ho in mente».</p>
<p><strong>Anche tu sei molto attiva sui social ed oltre a essere una docente e una scrittrice in gamba, ti occupi anche di giornalismo. Quale è tra queste l’attività a cui proprio non sapresti rinunciare e dove trovi le energie per fare tante cose?</strong></p>
<p>«Non rinuncerei per nulla al mondo al mio lavoro. La scuola è linfa vitale per me. Adoro il contatto con gli alunni, lo scambio di idee con i colleghi e l’occasione ogni giorno di mettermi in gioco anche con argomenti nuovi. Per quanto riguarda la stanchezza, non posso dire di non esserlo ma l&#8217;energia prima di tutto arriva dai figli. Loro mi danno la forza per andare avanti»..</p>
<p><strong>A chi consigli di leggere, in particolare, la tua ultima opera?</strong></p>
<p>«Consiglio “Amarti in una clessidra” a chi ha intenzione di dare una svolta alla propria vita».</p>
<p><strong>Tra i tuoi prossimi progetti rientrano anche altri libri?</strong></p>
<p>«Sì, ho ben 4 manoscritti in attesa di essere pubblicati, se il destino (casa editrice) vorrà [ride]. Tre testi sono poetici e uno è in prosa».</p>
<p><strong>Rivelaci un tuo sogno come donna e un tuo sogno come scrittrice</strong></p>
<p>«Come donna vorrei tanto tornare a Parigi e salire sulla Tour Eiffel e godermi tutto il panorama. Come scrittrice spero di fare più presentazioni dei miei libri e di aumentare il numero dei lettori».</p>
<p>&nbsp;</p>
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