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	<title>Seconda Guerra mondiale Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern</title>
		<link>https://www.borderliber.it/il-sergente-nella-neve-rigoni-stern-ponzi-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jun 2025 22:01:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Marco Ponzi. In copertina: &#8220;Il sergente nella neve&#8221; di Mario Rigoni Stern, prima edizione del 1965 Non è il primo libro di guerra-prigionia-deportazione che leggo perché ritengo che la letteratura di guerra sia imprescindibile, per quanto questa non sia prettamente considerabile come un passatempo. Ma è importante che le nuove generazioni sappiano cosa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Marco Ponzi. In copertina: &#8220;Il sergente nella neve&#8221; di Mario Rigoni Stern, prima edizione del 1965</strong></p>
<p>Non è il primo libro di guerra-prigionia-deportazione che leggo perché ritengo che la letteratura di guerra sia imprescindibile, per quanto questa non sia prettamente considerabile come un passatempo. Ma è importante che le nuove generazioni sappiano cosa potrebbero perdere in caso di conflitto, dato che negli ultimi anni, almeno in Europa, siamo stati tutti abituati a una vita piuttosto comoda che ci ha fatto considerare la guerra come una cosa lontana, che non ci riguarda. E anche nelle guerre in corso, stiamo alla finestra facendo finta che ci interessi porre fine a esse.</p>
<p>Prima di questo libro, avevo letto Fenoglio, Eric Maria Remarque, Primo Levi, Carlo Levi, Solženicyn, Curzio Malaparte e tanti altri; il tema non è nuovo ma riesce in un certo senso a esserlo sempre, in quanto, nella maggior parte dei casi, chi scrive questo genere di libri parla per esperienza diretta facendosi testimone del suo tempo. Molto spesso la narrazione è in prima persona, come a voler ribadire il fatto che si tratti di un racconto reale, vero, incontestabile e proveniente da una voce alla quale si possano fare domande. È una narrazione che prevede un dibattito che seguirà.</p>
<p>Non si possono quindi fare grandi paragoni tra i libri dei diversi autori “di guerra” perché le vicende vissute in prima persona sono quelle di gente sopravvissuta a degli orrori e ogni “visione” è valida quanto le altre, né tantomeno biasimabile. In comune, però, questi autori hanno l’impotenza rispetto al desiderio di fuggire o di trovarsi altrove e l’urgenza di raccontare la storia di una sopravvivenza.</p>
<p>Quel che cambia, in questi racconti, è lo stile e, a volte, la focalizzazione su determinati punti. Cambia, ogni tanto, l’atmosfera che l’autore riesce a restituire e il barlume di speranza, più o meno forte, che traspare dalla narrazione. In altri casi c’è rassegnazione, quasi incredulità per tutto ciò che sta accadendo ed è questo che fa conoscere meglio la sensibilità di chi scrive.</p>
<p>Nel caso de <strong>“Il sergente nella neve”</strong> di <strong>Mario Rigoni Stern</strong>, quel che percepisco è la freddezza, il distacco dell’autore che vuole rimanere lucido durante la ritirata dalla campagna di Russia, che si sa, è stata una ecatombe. Non vi è spazio per la compassione verso i suoi compagni morti e nemmeno il tempo per sognare il ritorno. Lui è pragmatico mentre sono gli altri personaggi che sognano, ma non lui.</p>
<p>Egli non pare provare grande empatia, forse scegliendo consapevolmente di ignorare l’orrore per non finirne schiacciato, per non doversi, un domani, porsi domande scomode sul proprio operato. È come se si volesse creare un alibi, come se volesse essere una persona informata dei fatti senza troppo coinvolgimento dato che, chi lo sa, l’autore potrebbe essere stato cosciente di non essere stato dalla parte giusta della storia. Anche le descrizioni dei morti trovati nella neve, i drammi delle ferite e tutto quanto comporti l’essere a al fronte, è raccontato quasi come se l’autore non fosse stato lì.</p>
<p>In “<strong>Il sergente nella neve”, </strong>Rigoni Stern non emette giudizi su chi lo ha mandato in guerra, certo, nomina Mussolini, i tedeschi, gli ungheresi ma non si sbilancia mai, nemmeno quando si sente a rischio della vita, ma fa paragoni tra il modo di combattere degli italiani e dei tedeschi, suoi alleati. È come se ci dicesse che il soldato italiano non sia perfettamente convinto di essere nel giusto e, per questo, le sue azioni non sono mai spietate, a differenza del tedesco che, per indole, è sicuro del fatto suo o forse meglio addestrato.</p>
<p>Rigoni Stern non riesce nemmeno a descrivere gli orrori, a differenza del suo “collega” tedesco Eric Maria Remarque che, invece, non lesinò nulla della sua esperienza nel celeberrimo <a href="https://www.borderliber.it/remarque-fronte-recensione/"><strong>“Niente di nuovo sul fronte occidentale”</strong></a>. Questo parallelo è interessante se si considera che, mentre Remarque offriva uno spaccato della guerra in cui i problemi etici emergevano prepotentemente, a dispetto della supposta superiorità e convinzione dell’azione, Rigoni invece pare essere rimasto coinvolto contro la propria volontà rendendosi consapevole che l’esito sarà tragico, pur non dichiarandolo, e incapace di fare ragionamenti.</p>
<p>Solo nelle ultime pagine di “<strong>Il sergente nella neve”</strong> , Rigoni descrive la fatica, il dolore e le privazioni del suo stato. Descrive meno quello altrui, come se fosse l’unico a combattere e a patire. Ovviamente, questa modalità potrebbe essere conseguente allo spirito di conservazione ma è curioso notare le differenze tra Remarque e Rigoni, differenze che esaltano anche la poetica dei due autori; l’uno, Rigoni, si limita a una specie di cronaca, l’altro scava nell’animo dell’uomo alla ricerca di un senso delle proprie e altrui azioni.</p>
<p>La mia impressione è che Rigoni si sia accontentato di raccontare dei fatti, come se fosse un documentario senza concessioni alla libera interpretazione.<br />
Egli sembrerebbe voler dire al lettore, inviando un monito silenzioso valevole sempre: tanto sono guerre lontane, non ci riguardano… fino a quando non ci si ritrova a marciare con la neve al ginocchio per centinaia di chilometri.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La vecchiaia del bambino Matteo e l&#8217;interpretazione dell&#8217;EsserCi</title>
		<link>https://www.borderliber.it/vecchiaia-bambino-matteo-lumelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[yoursocialnoise]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Oct 2024 03:20:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Consumismo]]></category>
		<category><![CDATA[Dopoguerra]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La vecchiaia del bambino Matteo&#8221; di Angelo Lumelli, Qed Edizioni, 2024 &#8220;La vecchia del bambino Matteo&#8221; comincia da un vagone abbandonato, metafora di un viaggio che si è concluso per dare spazio, forse, al riposo e alla meditazione. È adesso, da questa stasi, che può iniziarne un altro, quello [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La vecchiaia del bambino Matteo&#8221; di Angelo Lumelli, Qed Edizioni, 2024</strong></em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>&#8220;La vecchia del bambino Matteo&#8221;</strong> comincia da un vagone abbandonato, metafora di un viaggio che si è concluso per dare spazio, forse, al riposo e alla meditazione. È adesso, da questa stasi, che può iniziarne un altro, quello a ritroso, nelle proprie esperienze, ripercorrendo i propri attraversamenti. Ma prima bisogna togliere via gli occhiali da sole, perché è necessario essere accecati anche dal panorama.</p>
<p>Ed ecco Matteo, Ernestino e Gustavo, tre bambini che di colpo sono diventati adulti e che sanno di aver perduto l&#8217;innocenza. Sono consapevoli che mai più la ritroveranno, sono però convinti che qualcosa possa essere salvato.</p>
<p>La storia si svolge tra atmosfere bucoliche di matrice piemontese e moderne metropoli del Nord Italia. A guidare i tre nelle loro peripezie c&#8217;è lo stupore, quell&#8217;elemento senza cui non ci sarebbe l&#8217;amore per la conoscenza. E come filosofi si comportano questi uomini dalle età cangianti, perché sanno essere a volte bambini e a volte vecchi, in alcuni casi adulti e in altri adolescenti. Non sono spaventati dalla vita, ma meravigliati persino dalla guerra. Le bombe fischiettano, gli aerei sono aquiloni, i capelli di qualcuno si possono impigliare tra le macerie.</p>
<h3>Poi tutto finisce, torna una sorta di pace&#8230;</h3>
<p>Appare a loro la maestra Concetta, così disinibita e ferrea da stuzzicare quella libido che innesca lo stupore di cui abbiamo detto nelle prime righe. Pian piano, però, tutto si affievolisce, perché la vita corrompe e manda al macero ciò che giudica vecchio e inutilizzabile. Il dopoguerra è opulenza e soddisfacimento del desiderio, è accumulo e volontà di eterna felicità. Forse, proprio da questo nasce quella pesante e pressante idea della vecchiaia di cui tutti e tre sembrano essere affetti?</p>
<p><strong>&#8220;La vecchiaia del bambino Matteo&#8221;</strong> di <strong>Angelo Lumelli</strong>, conosciuto per essere stato uno dei poeti della scuola milanese che negli anni Settanta infiammò il dibattito sul rapporto tra arte e modernità, ha impiegato trent&#8217;anni per scrivere questo romanzo in cui nulla è lasciato al caso.</p>
<p>Uno stile vivace e allegorico, in cui la parola si tuffa e duella tra contraddittori significati, guida le 235 pagine di questo romanzo non forzatamente, ma necessariamente sperimentale, in quanto non si può parlare di un periodo come quello del dopoguerra italiano secondo una sola chiave di lettura. Bisogna infatti penetrare la coscienza di quel tempo che muterà per sempre l&#8217;<strong>Italia</strong> e l&#8217;<strong>Europa</strong>; bisogna uscire dai &#8220;luoghi comuni&#8221;, quindi distruggere e riunire i frammenti affinché un&#8217;opera nuova venga alla luce.</p>
<p>Per <strong>Matteo</strong> infatti, il passaggio dal mondo della campagna a quello metropolitano è simboleggiato dalla fuga senza meta di tutti i <strong>bovini d&#8217;Europa</strong>. Una folle corsa innescata dall&#8217;illusione che tutto sia riproducibile, persino le esperienze o l&#8217;interpretazione di esse. Ecco perché Lumelli ci stordisce positivamente con le sue pagine, perché la storia non è uguale per tutti, ma è diversa per ciascuno individuo. La vita è sperimentazione e solo attraverso il linguaggio si può costruire la realtà.</p>
<h3>Poi tutto scorre, come sempre è avvenuto&#8230;</h3>
<p>Il narratore che racconta della sua storia, di Matteo e dei suoi amici è proprio quel personaggio che con vivacità ha osservato i cambiamenti senza lasciarsi travolgere da essi; forse è l&#8217;unico che non è invecchiato, ma è rimasto sempre bambino. Ma una domanda ci suggerisce velatamente l&#8217;autore: <strong>è davvero così importante non invecchiare?</strong></p>
<p>Rimanere bambini vuole dire anche giocare con la propria ingenuità; Matteo per esempio, quando viene sgridato dalla maestra, scopre anche il suo nome <strong>&#8220;e &#8211; dice &#8211; da quel giorno si nasconderà dietro di esso&#8221;</strong>; un passaggio emblematico, perché il nome identifica solo in superficie il nostro <strong>&#8220;esserci nel mondo&#8221;</strong>, il resto lavora incessantemente e silenziosamente nel nostro inconscio ed è impossibile anche per noi scovarlo.</p>
<p>Il nostro nome è quindi un modo ingannevole attraverso cui presentarci, ma è anche la maschera migliore con la quale difendiamo la nostra unicità. Di fronte a una rappresentazione così forte e audace, capiamo fin dove dovremo spingerci per viaggiare insieme a Matteo, accettando di salire su quel vagone abbandonato che, magari, potrebbe essere assunto in cielo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;</p>
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		<title>Come essere vento. Daniele Aristarco e il racconto del D-Day</title>
		<link>https://www.borderliber.it/come-essere-vento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Jun 2024 03:31:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Elisa Chiriano. In copertina: &#8220;Come essere vento. La giornata che mise fine alla guerra&#8221; di Daniele Aristarco, Mondadori Ragazzi, 2024 È una storia fatta di vento e di voci. È un romanzo formato da otto racconti e tutti, tranne uno, sono narrati in prima persona. È il tentativo, ben riuscito, di esaminare gli [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Recensione di Elisa Chiriano. In copertina: &#8220;Come essere vento. La giornata che mise fine alla guerra&#8221; di Daniele Aristarco, Mondadori Ragazzi, 2024</strong></em></p>
<p>È una storia fatta di vento e di voci. È un romanzo formato da otto racconti e tutti, tranne uno, sono narrati in prima persona. È il tentativo, ben riuscito, di esaminare gli effetti della guerra sugli esseri umani, per ragionar di guerra e di pace, di sbarchi e di ripartenze, di ragazze e ragazzi di fronte alla <strong>Storia</strong>. È un modo per ricordare che, invece di inutili chiacchiere, sono necessari atteggiamenti concreti e quotidiani, volti alla costruzione della pace, parola “scivolosa”, usata e abusata spesso.</p>
<p><strong>Come essere vento</strong> (pubblicato da Mondadori &#8211; Libri per Ragazzi, con copertina e illustrazioni di Eduardo Morciano) è anche la voglia di riscoprire quella forza antica, potentissima e viva, che chiamiamo resistenza, perché la guerra c&#8217;è stata e c&#8217;è, ma non è detto che sempre ci sarà. <strong>A ottanta anni dal D-Day</strong>, il giorno più lungo, che cambiò il mondo, <strong>Daniele Aristarco</strong> ripercorre le fasi di quella che fu la più potente azione militare condotta per terra, mare e aria e lo fa esplorando, indagando, scavando tra carte e vita, oltrepassando gli inciampi della memoria e della ricostruzione storica.</p>
<p><strong>5 giugno 1944:</strong> il vento è furioso e porta burrasca. Nell&#8217;aria, che piega gli alberi e setaccia il mare, scende un volantino che avvisa dei prossimi bombardamenti alleati. Irène lo afferra e in sella alla sua bicicletta tenta una sfida contro il tempo per allertare la popolazione. Suo fratello <strong>Léon</strong> è partito in guerra per difendere la Francia. Ha subìto una sconfitta terribile, ma riesce a riparare in <strong>Gran Bretagna</strong> e a ritornare con lo sbarco e con i “berretti verdi”. Intanto, su entrambi i fronti, si preparano migliaia di ragazzi, come <strong>Johnny e Edmund</strong>.</p>
<p><strong>6 giugno 1944:</strong> è il giorno (ma è ancora notte) dello sbarco in <strong>Normandia</strong>, il cui nome in codice è <strong>Overlord</strong>. <strong>Daniele Aristarco</strong> raccoglie i pensieri, le emozioni, le paure, le attese e le speranze di chi quelle pagine di Storia le ha vissute in prima persona. Attinge a una ricca documentazione storica e a fonti di vario tipo, attraverso percorsi non semplici e scardinando qualche antica certezza. Rende protagonisti personaggi reali e altri ispirati a figure realmente esistite, raccontando gli effetti della guerra sugli esseri umani. Esplora storie e luoghi e riesce a cogliere e descrivere gli attimi che precedono o seguono, ad esempio, gli “undici scatti memorabili” di <strong>Robert Capa</strong>.</p>
<p>Le storie di intrecciano e si alternano negli otto racconti. C’è <strong>Iréne</strong>, personaggio chiaramente ispirato a <strong>Simone Segouin</strong>, prima partigiana francese, e poi <strong>Arlette Varin</strong>, che ha dieci anni quando gli Alleati bombardano casa sua nei pressi della stazione ferroviaria di <strong>Lisieux, in Normandia</strong>. Ci sono le voci di chi è stato sfiorato o travolto, su fronti diversi, da quel vento che il <strong>6 giugno del 1944</strong> ha battuto le coste della Normandia.</p>
<p>Non mancano i riferimenti alle azioni di sabotaggio da parte della resistenza francese o le “trappole” e i tentativi per ostacolare l’arrivo degli Alleati. Gli <strong>“asparagi di Rommel”</strong> (pali alti e acuminati conficcati al suolo) e le zone fatte allagare per sventare l’attacco dall’alto non fermano i lanci, mentre i soldati raggiungono con estrema difficoltà le cinque zone di approdo: Utah, Omaha, Gold, Juno e Sword.</p>
<p>Nella lente di Robert Capa e nella penna di <strong>Ernest Hemingway e Martha Gellhorn</strong> la guerra sembra inafferrabile, come il vento. Restano colline di macerie. Sotto ci sono le vittime, sopra ci sono le stelle. Tra le vittime e le stelle, si muovono i sopravvissuti e i topi.</p>
<p>Come essere vento pone mille domande e alimenta la riflessione: a cosa pensa un soldato quando muore? in guerra esiste un tempo per l’amore? quali sono gli effetti della guerra sugli esseri umani? da quale angolo del cuore nasce la resistenza? a che cosa è servito lo sbarco in Normandia?</p>
<p>Come essere vento nutre su una sola certezza: la pace è un percorso possibile solo se fatto insieme, giorno dopo giorno, affinché, come il vento, possa finalmente “spazzare dissidi, violenze e contraddizioni”.</p>
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		<title>Mafalda di Savoia. Il coraggio di una principessa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Jan 2023 01:35:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Letizia Falzone. In copertina Mafalda di Savoia e figli, anno 1930, licenza Cc Wikimedia Vivace ed allegra, secondogenita del re Vittorio Emanuele III ed Elena di Montenegro, la principessa Mafalda di Savoia sin dalla giovane età dimostra una grande sensibilità verso quanti non godono dei suoi stessi privilegi. Eredita dalla madre il senso [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Letizia Falzone. In copertina Mafalda di Savoia e figli, anno 1930, licenza Cc<a href="https://commons.wikimedia.org/w/index.php?search=mafalda+di+savoia&amp;title=Special:MediaSearch&amp;fulltext=Cerca+&amp;type=image"> Wikimedia</a></strong></p>
<p>Vivace ed allegra, secondogenita del re Vittorio Emanuele III ed Elena di Montenegro, la principessa <strong>Mafalda di Savoia</strong> sin dalla giovane età dimostra una grande sensibilità verso quanti non godono dei suoi stessi privilegi. Eredita dalla madre il senso della famiglia, i valori umani, la passione per la musica e per l’arte. Per tutta la vita ha mostrato grande coraggio e una forza d’animo fuori dal comune nell’affrontare gli ostacoli che si son frapposti tra lei e i suoi obiettivi.</p>
<p>Quando poco più che ventenne incontra Filippo d’Assia, il grande amore della sua vita, Mafalda supera l’opposizione della famiglia, di Mussolini e del Vaticano (Filippo d’Assia era di fede protestante) e riesce a sposarlo. Il loro è un matrimonio d’amore e da questa unione nascono quattro figli.</p>
<p>Nei primi anni tutto sembra procedere nel migliore dei modi, ma con l’avvento del nazismo, Filippo viene mandato in Germania al servizio di Hitler ed è costretto così a stare per lunghi periodi lontano dalla sua famiglia. Negli anni successivi, pur essendo divenuta una principessa in parte tedesca, <strong>Mafalda di Savoia</strong> non nasconde la sua avversità ad Hitler e al suo regime. Ciò mette in discussione il suo matrimonio ma lei, nonostante tutto, non abbandona le sue opinioni e riesce perfino a far cambiare opinione politica al marito.</p>
<p>Nel 1943, in piena guerra mondiale, la principessa Mafalda parte alla volta della Bulgaria. Voleva abbracciare la sorella Giovanna di Savoia moglie del re Boris III, agonizzante. La firma della resa dell’Italia agli anglo-americani e il suo annuncio la colsero Oltralpe. Hitler cercò d’arrestare il Re Vittorio Emanuele III, la Regina e il principe ereditario, che però elusero la cattura rifugiandosi a Ortona e poi, via mare, a Brindisi. Mafalda volle a tutti i costi ritornare a Roma per riabbracciare i figli. I piccoli Savoia-Assia erano ben nascosti in Vaticano sotto la protezione del cardinal Montini, il futuro Paolo VI. Mafalda rimase qualche ora con loro e la sera ritornò alla villa Polissena con la promessa di tornare l’indomani. Non li vedrà mai più.</p>
<p>Benché fosse figlia del Re d’Italia, e legatissima alla sua famiglia di origine, era anche e soprattutto cittadina tedesca, principessa tedesca, moglie di un ufficiale tedesco, quindi sicura che i tedeschi l’avrebbero rispettata. Ma non andò così. La mattina, all’improvviso, venne chiamata al comando tedesco per l’arrivo di una telefonata del marito da Kassel, in Germania. Un tranello:<strong> in realtà il marito era già nel campo di concentramento di Flossenbürg</strong>. Mafalda venne subito arrestata e imbarcata su un aereo con destinazione Monaco di Baviera; fu trasferita poi a Berlino e infine deportata nel Lager di Buchenwald, dove venne rinchiusa nella baracca n.15 sotto falso nome.</p>
<p><strong>Mafalda di Savoia</strong> possedeva solo i vestiti che indossava al momento dell’arresto. Le sue richieste di vestiti e biancheria furono sempre negate. Le fu proibito anche di scrivere e il suo nome venne cambiato con quello di Frau Von Weber. Fu rinchiusa in una baracca riservata a prigionieri particolari che non lavoravano e ricevevano il vitto delle SS, poco migliore di quello dei prigionieri comuni. Soggiornò insieme al socialdemocratico tedesco ed ex ministro Brenschiel, sua moglie e una dama di compagnia. La principessa ebbe anche occasione di conoscere un prigioniero italiano, il sardo Leonardo Bovini, addetto allo scavo di una trincea antiaerea all’interno del recinto della baracca in cui Mafalda era prigioniera. Da lui si ebbe la notizia al Campo della presenza della principessa di Savoia.</p>
<p>Nel campo di concentramento di Buchenwald non badò a se stessa: <strong>era deperita, mangiava poco</strong>. In cima ai suoi pensieri c’erano i figli, il marito, i genitori, gli internati del campo e in particolare gli italiani del lager, ai quali fece sentire tutta la sua vicinanza.</p>
<p>Nell’agosto del 1944 gli anglo-americani bombardarono il lager; la baracca in cui era prigioniera la principessa fu distrutta e lei riportò gravi ustioni e contusioni varie su tutto il corpo:<strong> il braccio sinistro ustionato fino all’osso e una vasta bruciatura sulla guancia</strong>. Ai primi soccorritori, tra i quali riconosce due prigionieri italiani dalla “I” che portano cucita sulla schiena, dice: “Italiani, io muoio, ricordatevi di me, non come di una principessa, ma come di una vostra sorella”.</p>
<p>Viene soccorsa anche da alcune prostitute, alle quali per riconoscenza affida tutti i suoi beni: <strong>piccoli strazianti ricordi, le foto dei figli, la camicetta di seta indossata il giorno della deportazione.</strong></p>
<p>Fu ricoverata nell’infermeria della casa di tolleranza dei tedeschi del lager, ma senza cure le sue condizioni peggiorarono. Dopo quattro giorni di tormenti, a causa delle piaghe insorse la cancrena e le fu amputato un braccio. Ancora addormentata, Mafalda venne abbandonata in una stanza, privata di ulteriori cure e lasciata a sé stessa. Morì dissanguata, senza aver ripreso conoscenza, nella notte del 28 agosto 1944.</p>
<p>Neppure l’amore di Filippo ed il suo estremo tentativo di portarla via da quel luogo di morte riuscirono a salvarla.</p>
<p><strong>Figlia ideale, madre ideale, moglie ideale…</strong> Il martirio di Buchenwald non fu altro che l’epilogo di una vita perennemente spesa e protesa verso il prossimo. Una principessa dai connotati straordinariamente umani, Mafalda rappresenta una vittima sacrificata sull’altare degli olocausti perpetrati in una guerra dove l’odio ha espresso le sue più turpi facce, in una guerra più ideologica che di conquista.</p>
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		<title>Il cervello di Himmler si chiama Heydrich di Laurent Binet</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jan 2021 11:42:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Binet]]></category>
		<category><![CDATA[Boia di Praga]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura francese]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda Guerra mondiale]]></category>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Recensione di Martino Ciano già pubblicata su <a href="https://www.lottavo.it/2019/04/chi-era-il-cervello-di-himmler/">L&#8217;Ottavo</a>. In copertina: &#8220;Il cervello di Himmler si chiama Heydrich&#8221; di Laurent Binet, Einaudi</strong></p>



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<p class="wp-block-paragraph">Non era solo banale il male compiuto dai nazisti; non era solo messo in atto da uomini qualunque, senza qualità, che spingevano le leve della macchina burocratica, su tutti, Eichmann. C’era anche chi dava gli ordini, chi ordiva i piani, chi dettava le regole, chi già aveva prefigurato gli scenari futuri, chi semplicemente già sapeva cosa sarebbe accaduto, ed è questo invece il caso di Heydrich. È il 1931 quando questo rampante ragazzo, classe 1904, immagine dell’ariano perfetto, nonostante orecchie e naso richiamassero tratti tipicamente <em>ebraici</em>, si arruola nelle SS.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Non lo fa per una questione ideologica, ma solo perché deve sbarcare il lunario, anche se è difficile. Infatti, ancora il partito non è al potere, non ha la forza economica per retribuire chiunque. Ma c’è di più, Heydrich entra quasi da reprobo, segnato dalla sua cacciata dalla Marina, quindi, deve dimostrare di valere più degli altri. C’è solo un modo per scalare senza troppi problemi l’organigramma: il sotterfugio, l’intrigo, la lucidità di chi deve compiere una missione importante, in questo caso, salvare se stesso. Heydrich riesce nell’intento. Diventa l’uomo più pericoloso del Reich, strettissimo collaboratore di Himmler, Governatore della Boemia e della Moravia, Direttore della Gestapo; soprannominato <em>La bestia bionda</em>, <em>Il boia di Praga</em>, <em>Il cervello di Himmler</em>. Proprio su quest’ultimo <em>nomignolo</em>, Binet, costruisce il suo romanzo storico. Un’inchiesta, una ricerca, un’opera che richiama molto i lavori di Carrère, caratterizzati da quel piglio investigativo in cui la ricostruzione dei fatti si intreccia con l’aspetto più creativo-narrativo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Binet ricostruisce la vita di Heydrich, ogni dettaglio si lega fatalmente alla sua morte, avvenuta il 4 giugno 1942, a soli 38 anni, all’apice della sua carriera, in seguito alle ferite riportate nell’attentato del 27 maggio. <em>La bestia bionda</em> viene assassinata da Jan Kubiš e Jozef Gabcik, due patrioti, due eroi pronti a morire per il loro paese, paracadutati a qualche chilometro da Praga dagli aerei della Raf. L’operazione Anthropoid mise fine alle angherie del <em>Macellaio</em> amante della musica, raffinato, ma anche pronto a uccidere pur di giungere ai suoi scopi. Con l’acronimo <em>HHhH</em>, nel regime sintetizzava un pensiero comune, ossia, <em>Il cervello di Himmler si chiama Heydrich</em>. Lui è stato la vera mente di ogni atrocità? Può darsi. Prima d’essere <em>Il Delfino di Hitler</em>, l’esoterico Himmler ha avuto un passato da allevatore di polli; inoltre, non amava il sangue.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Heydrich era lo stereotipo dell’ariano. Hitler lo avrebbe voluto come suo successore? Era romantico, amante della musica e dell’arte, ma anche senza scrupoli verso i suoi nemici, sia quelli all’interno del partito, sia verso quelli della patria. <em>La soluzione finale</em> non è solo un <em>fatto tecnico</em>, ma anche la messa in atto di un tassello fondamentale del nazismo: la pulizia razziale. Dopo gli ebrei sarebbe toccato ad altri <em>ceppi</em>, questo non è un mistero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A Binet, il merito di aver scritto un romanzo storico che appassiona grazie all’uso di strumenti narrativi che consentono al lettore di immergersi tra le pagine di una storia poco argomentata, che necessita di ulteriori ricerche, che non smette mai di affascinare… questo male, infatti, non è diabolico, ma tristemente umano.  </p>
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