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	<title>Scritture Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Luca Ricci: la concretezza di una riga</title>
		<link>https://www.borderliber.it/luca-ricci-intervista-zumpano-connessioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Oct 2025 22:01:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;intervista a Luca Ricci è stata realizzata da Elisa Zumpano, in collaborazione con il centro Connessioni Un grande scrittore è sempre anche un grande lettore. Se la tua scrittura fosse un edificio quali opere letterarie ne costituirebbero le fondamenta? Posso dire che la mia scrittura, fattualmente, si sia sviluppata dal corto al lungo. Quindi per [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L&#8217;intervista a Luca Ricci è stata realizzata da Elisa Zumpano, in collaborazione con il centro Connessioni</strong></p>
<p><strong>Un grande scrittore è sempre anche un grande lettore. Se la tua scrittura fosse un edificio quali opere letterarie ne costituirebbero le fondamenta?</strong></p>
<p>Posso dire che la mia scrittura, fattualmente, si sia sviluppata dal corto al lungo. Quindi per parlare di fondamenta tirerei in ballo l’aforisma. Soprattutto E. M. Cioran. Avevo appena abbandonato la Scuola d’Arte drammatica Paolo Grassi a Milano e dal mio piccolo gruppo d’amici ero visto come una specie di reietto. Tornare a Pisa &#8211; che all’epoca mi divertivo a chiamare la clinica psichiatrica di P. &#8211; era percepito come un bruciante fallimento. Mi turavo il naso e cercavo di seguire qualche lezione alla facoltà di Lettere, ma la noia e il fastidio e il ribrezzo erano insopportabili. Fu così che cominciai a scrivere aforismi. Non avrei avuto la volontà né l’energia per darmi a qualcosa di più corposo. Non era tanto una resistenza ideologica &#8211; certo, ai miei occhi darsi al romanzo sarebbe stata una pratica reazionaria -, quanto una questione di tenuta fisica. A quel tempo non ho mai scritto pensando di pubblicare, men che mai carezzando l’ipotesi di avviare una carriera letteraria di qualche tipo. Scrivevo solo per sopravvivere a un’altra notte. Questo non vuol dire che fossi sciatto, tutt’altro. Proprio perché non c’era nessuno da prendere per il naso, imparai l’ostinazione e la devozione di lavorare su una singola frase anche fino all’alba. Posso ben dire che tutto quello che ho imparato sulla scrittura &#8211; e che poi a poco a poco si è andato dilatando &#8211; deriva da quelle notti di lavoro. Il primo romanzo che non mi ha annoiato è stato Lo straniero di Albert Camus, con quell’attacco superlativo: “Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so”. Ecco l’assurdità della vita rivelata in una riga. Una riga, un aforisma. Chi impara a scrivere una riga perfetta può coltivare grandi ambizioni. La perfezione è una droga potente, una volta che l’hai assaggiata è difficile fare retromarcia, si diventa esigenti con se stessi. Ci si allena nella precisione, che per quanto mi riguarda è l’abilità principale di uno scrittore. Uno scrittore deve essere preciso.</p>
<p><strong>E oggi? Scrivi ancora solo per sopravvivere un’altra notte? O pensi anche alla traccia che lascerai su chi ti leggerà? Che effetto ti fa immaginare che potresti essere per qualcuno quello che per te è stato Camus?</strong></p>
<p>La storia della letteratura è anche una storia di continue prosecuzioni, o forse si dovrebbe parlare con più precisione di reincarnazioni. I libri si reincarnano in altri libri, usano gli autori come meri esecutori, sacerdoti che officiano e perpetrano il Verbo. Spesso questo domino stregato tocca autori distanti nel tempo che non possono più comunicare direttamente tra loro. Questo succede a priori, anche involontariamente. Non occorre aver letto tanto. Soltanto dopo aver scritto “Gli autunnali” ho scoperto le affinità inquietanti tra il mio attacco e quelli di Moravia, Parise, Soldati, Montefoschi. Sarebbe il romanzo borghese. Con un corollario importante: il romanzo borghese non è il romanzo della borghesia ma è il romanzo sulla borghesia. Sono critiche spietate, radicali, che vanno in tilt, che si contraddicono. La letteratura non è mai manichea.</p>
<p><strong>La tua scrittura, in alcuni casi fin dai titoli, pare dominata dal paradigma di ciò che di più volubile e imperfetto si trova nella vita: l’amore di coppia.</strong></p>
<p>Dopo svariati anni di pratica letteraria posso dire che un tema vale l’altro. Il mio tema è la distruzione del tema. Il contenuto di un libro è la letteratura. “L’amore e altre forme d’odio” è stato il libro che più si è avvicinato a questo scopo, essendo impostato su una serie di elementi volti al negativo. La casa come non luogo (esattamente come una stazione ferroviaria o la sala d’attesa di un dentista); il minimalismo come non lingua (vocaboli larghi, sintassi ridotta ai minimi termini); i personaggi come non personaggi (privati del nome proprio e di ogni orpello psicologico); infine, l’amore come non tema (chiunque può scrivere d’amore, quindi nessuno). Si occupano d’amore soltanto gli oziosi o gli scrittori. Non ne so niente dell’amore e, più ben più importante, non ho voluto insegnare niente sull’amore. La pedagogia insita nei chick lit, che adesso vengono chiamati romance, mi ripugna. Miro a una letteratura che sia exemplum di se stessa. Il tema è una scusa per fare la letteratura. Oggigiorno, purtroppo, constato che è il contrario.</p>
<p><strong>Se è vero che il tema è una scusa per fare letteratura perché in fin dei conti è la forma a rendere tale un’opera letteraria (mi viene in mente quella memorabile scena di “Pastorale americana” in cui Roth descrive una lasagna come fosse la Cappella Sistina), è pur vero che alcuni temi affiorano ossessivamente dalle tue pagine, abbiamo già accennato all’amore, aggiungerei il Tempo attraverso il tempo, come nel Racconto della pioggia o nel ciclo delle stagioni. Sbaglio?</strong></p>
<p>Certo che ogni scrittore è scelto da un nucleo tematico, ma parlando male del tema quel che mi preme sottolineare è una serie di priorità, di rapporti di forza, dentro alla creazione letteraria. Mi dispiace l’opera che nasce come didascalia di un tema; mi dispiace il libro che viene inteso come comizio. La letteratura ingessata da una tesi perde una delle sue qualità precipue: la flessibilità. Diventa come ogni altro discorso extra-letterario disponibile sulla piazza. Oggi più che mai invece la letteratura dovrebbe essere un corpo estraneo, provenire dall’altrove. Il tempo non è evitabile scrivendo. Noi siamo caricati a tempo, in quanto essere mortali. Sopra ciascuna delle nostre teste c’è una clessidra. Più che un tema lo penso proprio come una struttura intrinseca della nostra esperienza vitale, e quindi letteraria.</p>
<p><strong>Attraverso il linguaggio ricrei magistralmente le stratificazioni psicologiche e gestuali necessarie a dare lo spessore semantico adatto a trascrivere la profondità archeologica del desiderio e dei sentimenti. Eppure mentre con le parole ci restituisci i “moti del cuore”, anche i più mostruosi e indecenti, continuamente i tuoi personaggi delle parole diffidano, come se le parole somigliassero a quel drappo che separa &#8220;Gli amanti&#8221; di Magritte. Quanto ti tormenta l’ambiguità insanabile del linguaggio, l’impossibilità, al fondo, di comprendersi?</strong></p>
<p>Le parole sono ambigue (proprio per questo lo scrittore deve essere preciso): terribili nella vita, perfette per la letteratura. Da questo assunto nasce tutto il resto. Possiamo nominare ogni cosa, eppure la cosa sembra sempre non colta pienamente, la parola sembra inadeguata a contenerla. Nominando una cosa la parola non si avvicina a quella cosa, ma soltanto a se stessa. Facciamo un esempio stupido: se dico “sedia”, intendo evidentemente nominare una “sedia”. Eppure restiamo disancorati, imprigionati in un’astrattezza artificiale: che tipo di sedia è, in quale contesto si trova, da chi è usata? Per dire tutto questo avremo bisogno di molte altre parole e così immetteremo molte altre ambiguità. La letteratura potrebbe anche essere definita così: un’infinita spiegazione fallita. Certi la fanno finita il prima possibile e scrivono racconti. Io mi ritengo uno scrittore di racconti anche e forse soprattutto quando scrivo romanzi. È nel romanzo che il mio essere scrittore di racconti si palesa con più forza, quando creo cioè delle storie sbalzate e perfino autosufficienti all’interno di narrazioni che si vorrebbero scorressero fluide dall’inizio alla fine, un capitolo alla volta, agevolando il meccanismo del turn page.</p>
<p><strong>Molti tuoi personaggi sono artisti o scrittori, ma la fede verso il riscatto dell’arte nella tua scrittura è continuamente oltraggiata, l’entusiasmo generato dal richiamo della vocazione artistica è spesso spento dal persistere della consapevolezza che l’eternità promessa dalla letteratura non sottrarrà lo scrittore alla disperazione, alla vecchiaia e alla morte, e che la letteratura stessa sembra declinare verso la sua fine. E tu, la pensi come i tuoi personaggi? Da che specola guardi a te stesso e al modo letterario?</strong></p>
<p>Innanzitutto mi preme dire che la letteratura è il luogo della contraddizione, per cui è bello avere fede e al contempo essere disillusi. Viviamo in un momento storico di forte polarizzazione dove il pensiero è stato dismesso a favore del ben più redditizio e controllabile tifo. Su ciascuna cosa si battaglia e si rivaleggia ma nella maggior parte dei casi sono prese di posizione sterili, funzionali al potere. Non si arriva mai a una sintesi perché la sintesi sottenderebbe, appunto, un discorso che prenda in considerazione non solo la mia ragione, ma anche quella degli altri. In questo senso, nel senso cioè dell’allenamento al ragionare, la contraddizione è essenziale, è un esercizio vivificante. Gli scrittori in crisi dei miei libri sono smentiti dalla mia stessa prolificità oppure la mia prolificità è smentita dagli artisti in crisi dei miei libri? Non importa rispondere, la cosa importante è prendere coscienza del dubbio, del paradosso, dell’enigma.</p>
<p><strong>Credi che nella battaglia tra intrattenimento e letteratura abbia facile gioco l’intrattenimento perché pialla le contradizioni, edulcora la realtà e offre risposte rassicuranti e, appunto, polarizzate? O è una questione di forma? I lettori si sono assuefatti alla deflazione stilistica, alle scritture piane ed emotive?</strong></p>
<p>Più che altro mi dicono che i lettori sono finiti. Si leggono a vicenda sui social network, le vite virtuali sono diventate più interessanti delle vite immaginarie, e in questo senso sarebbe interessante mettere in rapporto virtualità e immaginazione, coglierne le differenze. La virtualità come scadimento dell’immaginazione. L’intrattenimento mi annoia, ma io non faccio statistica. La letteratura nasce da una serie d’infrazioni, l’intrattenimento declinato in generi specifici (spesso mischiati tra loro come cocktail scadenti) invece offre sia a chi scrive sia a chi legge una ricetta sempre uguale. Così c’è stasi delle forme, mass market, consumismo letterario, fast book. Non sono scrittore da happy end. Neanche nelle interviste.</p>
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		<title>Mi manca il Novecento. Nicola Vacca e il &#8220;secolo breve&#8221;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/novecento-vacca-fiore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Nov 2024 23:33:19 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Paolo Fiore. In copertina: &#8220;Mi manca il Novecento&#8221; di Nicola Vacca, Galaad, 202</strong></p>
<p>Tra i mille personaggi che possono incarnare il Novecento certamente il <strong>Pereira di Antonio Tabucchi</strong> porta con sé il carico di umanità lacerata e contraddittoria che ha attraversato questo secolo. E tra il “Pereira” soggetto e il “Pereira” oggetto di quel “sostiene” si srotola tutta la tragicità e la fragilità del Secolo breve e della condizione umana che se da un lato vuole affermare (sostenere), dall’altro cerca disperatamente qualcosa che la sostenga. E la (quasi) commovente perentorietà di quel verbo è l’autentico contrappasso della fragilità umana che al massimo potrebbe balbettare e invece osa, addirittura (!) sostenere.</p>
<p>Quasi a voler rivendicare una inesistente e tronfia pesantezza dell’essere e non riconoscerne piuttosto onestamente la sua “insostenibile leggerezza” in una transitorietà ineluttabile. <strong>Tabucchi e Kundera</strong> sono, però, solo due grandi nomi nell’avvincente caleidoscopio di menti dello scorso secolo che fanno affermare sentitamente a Nicola Vacca <strong>“Mi manca il Novecento”</strong>, nel suo omonimo saggio, <strong>Galaad Edizioni</strong>. Rispetto al delirio affabulatorio e parolaio del nostro secolo, il Novecento ci ha offerto, ad esempio, la sottrazione della parola nella figura di <strong>Bobi Blazen dello Stadio di Wimbledon</strong>, un uomo che, rispetto al narcisismo della parola contemporanea, ci ha dimostrato che si può scandagliare profondamente l’umano non raccontandosi ma piuttosto facendo come lui che “scriveva la vita degli altri”.</p>
<p>Ciò non significa, però, che quel secolo sia stato compiacente con i suoi pensatori o abbia fatto loro sconti a buon mercato. E in effetti sembra proprio inappellabile La solitudine del satiro Ennio Flaiano o quella altrettanto radicale di <strong>Emile Cioran</strong> o, d’altronde, la condanna del grande Pasolini da parte dell’ipocrisia perbenista dei suoi contemporanei. Per non parlare dei no che la prima metà di quel secolo ha purtroppo detto ad importanti figure come Guido Morselli forse proprio per non ascoltare voci profetiche come la sua che annunciava la <strong>Dissipatio H.G. </strong></p>
<p>Ma pur nella loro profonda diversità, quegli autori, anche indirettamente, hanno saputo parlarsi richiamandosi spesso nei loro pensieri. Così che a <strong>Morselli</strong>, che fa dire al personaggio del suo romanzo che “Il pericolo essenziale – l’uomo – non c’è più”, sembra rispondere Cioran affermando che è stato esattamente un inconveniente [l’] essere nati. Ma non fa sconti all’ipocrisia umana neanche <strong>Albert Camus</strong> che con <strong>La caduta</strong> ci presenta l’uomo come un “profeta vuoto per tempi meschini”, un “falso profeta che grida nel deserto e rifiuta di uscirne”. Su un fronte totalmente diverso, d’altronde, <strong>Cioran e Pasolini</strong> incrociano la dimensione della spiritualità pur da punti di partenza abissalmente distanti. E se lo scrittore friulano trasfigura il <strong>Cristo de La crocifissione</strong> in “Sereno poeta / fratello ferito” “per testimoniare lo scandalo” <strong>Cioran</strong> nel suo <strong>Lacrime e santi</strong> scrive che “Il più modesto balbettio mistico è più vicino a Dio che la Summa theologica”. Poi, certamente, il Novecento è stato anche il secolo delle Ideologie, della loro apoteosi e del loro tramonto.</p>
<p>Secolo breve, come è stato definito, ma non per questo meno intenso. Anzi! E proprio un anti-ideologico per eccellenza vissuto cinquecento anni prima, <strong>Giordano Bruno</strong>, al cardinale Bellarmino che lo ammoniva sulla prematura fine della sua vita, rispose: “Non ho mai voluto una vita lunga, ma l’ho voluta piena”. Ed in tema di premonizioni, altrettanto profetico è stato, ad esempio, Bret Easton Ellis che prefigurava, trent’anni prima, il <strong>Ground zero</strong> politico dell’occidente nel suo <strong>Less Than Zero</strong> sociale, come scrive Nicola Vacca, “il ritratto disincantato di una nuova generazione perduta”.</p>
<p>Così come l’abbattimento delle <strong>Torri gemelle</strong> che sembra simbolicamente spegnere dopo tre decenni Le mille luci di <strong>New York</strong>, il romanzo di <strong>Jay McInerney</strong> che è uno “spaccato antropologico” della grande mela o sembrano confermare la prospettiva di <strong>Estinzione</strong> nella quale <strong>Thomas Bernhard</strong>, lascia, come scrive Nicola Vacca, che “l’oscurità dei tempi impregni i nostri fragili sogni di salvezza che naufragano in un nulla senza possibilità di riscatto”. Mentre al di qua dell’oceano gli fanno eco le pagine de Gli Indifferenti e de La noia di <strong>Moravia</strong> con i temi dell’ “aridità morale degli esseri umani, l’ipocrisia, l’incapacità di aspirare alla felicità […] e l’alienazione dell’individuo” e quelle di <strong>Altri libertini e Camere separate</strong>, con le quali <strong>Pier Vittorio Tondelli</strong> mostra una nuova generazione di scrittori e al tempo stesso le contraddizioni di un’epoca.</p>
<p>Ma quel secolo ha goduto anche dei toni geniali e dissacranti di un Carmelo Bene de Il teatro senza spettacolo, dello smascheramento dell’ipocrisia del perbenismo e della politica del <strong>Leonardo Sciascia</strong> de <strong>Il Giorno della civetta, de Il Consiglio d’Egitto</strong> e ancora di<strong> Una storia semplice o di Toto modo</strong> e della provocazione acuta e acuminata di un <strong>Boris Vian</strong>, antipoeta e genio de La schiuma dei giorni, come scrive Nicola Vacca, “con in mano le chiavi per aprire i cancelli dell’assurdo”.</p>
<p>Il <strong>Novecento</strong> ha attraversato l’oceano della contraddizione imbarcandosi nella tragicità patetico-grottesca del quotidiano con<strong> L’Ulisse di Joyce</strong> e attraversando l’abisso indicibile di un <strong>Viaggio al termine della notte</strong>, sospesi entrambi nella stasi spazio-temporale del proprio personale Deserto dei tartari pur continuando carsicamente a scavare sotto<strong> La pelle</strong> come fece Curzio Malaparte senza mai la speranza di riemergere dalle profondità di un Cuore di tenebra ma svegliandosi al contrario nell’universo concentrazionario ideologico di una Fattoria degli animali spiati decenni prima da un inquietante Grande fratello o più mestiziamente nei giorni senza colore di una Vita agra alla Luciano Bianciardi.</p>
<p>Quel Novecento che si affaccia alla storia scendendo dalla <strong>Montagna incantata</strong> di <strong>Thomas Mann</strong>, guardandola dal “microcosmo del sanatorio” […] “attraverso la malattia che è anche male morale”, come scrive <strong>Nicola Vacca</strong> per tracimare nelle sterminate pianure di <strong>Rilke</strong> dove “il libero animale dietro di sé ha il suo tramonto […]e il suo andare somiglia alle eterne fonti, quando cammina… ma gli è preclusa la vista della morte” per visitare, infine, gli infiniti quotidiani sanatori del male fisico e del male di vivere nel tentativo assurdo di individuare colpe inesistenti sulle labbra delle tante Dicerie dell’untore del nostro <strong>Gesualdo Bufalino</strong> quando le sublimi pianure scolorano in <strong>waste land</strong> interiori, terre desolate ai confini dell’umano da quelle di <strong>Thomas Eliot</strong> all’inizio del secolo fino a quelle di <strong>Stephen King</strong> verso la sua fine.</p>
<p>Non c’è un’unica pista che attraversa il secolo breve ma una molteplicità di cammini che si interrompono più volte di fronte ai reticolati delle guerre che lo hanno insanguinato, alle ingessature delle ideologie che lo hanno imbracato ma da cui sempre hanno spremuto le parole profonde della narrazione finanche quando, dopo gli orrori del Secondo conflitto mondiale, si era temuto che non ci sarebbe stata lingua in grado di significare quella tragedia.</p>
<p>E in quel disorientamento siamo stati tutti, almeno una volta, un <strong>Fu Mattia Pascal</strong> tra i centomila nessuno della contemporaneità, abbiamo raccontato senza scopo la nostra <strong>Coscienza di Zeno</strong> o abbiamo vestito i panni di <strong>Un uomo senza qualità</strong> per i quali, fiumi di parole non valevano la potente evanescenza di un odore nella <strong>Ricerca del tempo perduto</strong>. E quell’odore, surrogato emblematico della parola, è anche quello del sesto senso del commissario di <strong>Simenon</strong> che attraversa il disordine e la contraddizione dell’umano con il suo metodo: Il metodo di <strong>Maigret</strong>, per l’appunto, come quello de <strong>L’uomo che guardava passare i treni</strong>, fosse anche il <strong>Treno di notte</strong> <strong>per</strong> <strong>Lisbona</strong> di <strong>Mercier Pascal</strong> che abbiamo preso al volo leggendo avidamente Se una notte d’inverno un viaggiatore forse infine proprio per vedere ancora una volta, fosse anche l’ultima, Lisbona che sfavillava ritornando di nuovo a <strong>Tabucchi</strong> proprio come <strong>Sosteneva Pereira</strong>.</p>
<p>E qui il cerchio si chiude. Almeno questo cerchio. Ma, ovviamente, uno soltanto dei mille cerchi concentrici del secolo breve che ricordiamo come <strong>Novecento</strong> e che proprio per questo non può non mancarci così tanto! Molti altri sono gli autori che <strong>Nicola Vacca</strong> intercetta nel suo saggio, ovviamente, a loro volta, minima parte di un più vasto orizzonte di importanti figure del pensiero novecentesco.</p>
<p>Ma questo è ciò che marca la differenza tra un manuale e un saggio, un grigio indice sistematico e una visione prospettica. Purtroppo, scrive Nicola Vacca, nelle pagine finali del suo libro “Sul nostro Novecento pare ci sia una sorta di maledizione. Troppe le omissioni e le rimozioni forzate” concludendo che “La ricchezza letteraria del nostro Novecento rischia di essere completamente dimenticata”. [Ma] “il futuro, le sorti e il destino della nostra letteratura passano inevitabilmente per la tradizione novecentesca per il necessario recupero di alcuni grandi scrittori ritenuti irregolari e dimenticati”. Il nostro futuro è ricco di passato. Un’eredità irrinunciabile, ma di cui essere degni.</p>
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		<title>Ludovica. Noir atipico. Quarta parte</title>
		<link>https://www.borderliber.it/ludovica-conaci-quarta-parte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Mar 2024 01:12:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Conaci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto e foto di Salvatore Conaci In serata sono andato al locale che affaccia al mare. Neanche l’ombra, di lei. Neanche l’ombra del giovane figlio di papà. Ho vuotato un paio di boccali di birra, e sono rientrato. Mi ci è voluto mezzo pacchetto di sigarette prima di prendere sonno, ma poi l’alba è arrivata [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Racconto e foto di Salvatore Conaci</strong></em></p>
<p>In serata sono andato al locale che affaccia al mare. Neanche l’ombra, di lei. Neanche l’ombra del giovane figlio di papà. Ho vuotato un paio di boccali di birra, e sono rientrato. Mi ci è voluto mezzo pacchetto di sigarette prima di prendere sonno, ma poi l’alba è arrivata in un baleno, e così il pranzo lasciato a metà, e sigarette su sigarette fino al pomeriggio. Avevo un merdosissimo corso sulla sicurezza da tenere in un liceo.</p>
<p>Ho guidato fino alla scuola senza la minima idea di cosa fare, di cosa spiegare ai ragazzi per evitare una figura da stronzo incompetente. Il paparino mi aspettava nel cortile.</p>
<p>«Dica quattro cretinate sull’importanza delle regole, della sicurezza, del vivere rettamente; prenda le presenze dei ragazzi e tra una settimana riconosca due crediti extra a tutti. Ciò che davvero è importante è che capisca se mio figlio è coinvolto in qualche dinamica poco chiara qui a scuola. Entri, vada, gli studenti l’attendono già in aula magna», ha detto, quasi d’un fiato.</p>
<p>Ed è sparito dopo avermi stretto la mano con l’atteggiamento di un politico. Sono entrato. Ho percorso un corridoio tappezzato di foto di eventi, in cui quasi s’inciampava nelle bacheche dei premi. Quanta imbarazzante autoreferenzialità. Perché mi trovavo lì? Perché non ero là fuori a cercare Ludovica? E io che credevo di aver accettato un incarico facile.</p>
<p>Quell’incarico mi stava bucando lo stomaco a sorpresa, sentivo. Mi aveva cambiato la vita, ne ero certo. Sulla soglia dell’aula magna ho stretto la mano a un docente che avrebbe voluto essere ovunque, in quel momento, tranne che a una lezione sulla sicurezza urbana. L’ho sentito mio fratello: fosse dipeso da me, entrambi avremmo mandato quei ragazzi a fanculo, e ce ne saremmo andati per sempre, a inseguire le cose che desideravamo davvero.</p>
<p>Ludovica. Ho percorso a testa bassa il corridoio tra le poltrone colme di adolescenti starnazzanti. E quando sono arrivato alla cattedra, e ho finalmente guardato il mio pubblico, ho rischiato un mancamento, miseria ladra. Se ne stava là in prima fila. Come se fosse normale. Come se fosse giusto. Seduta, con un blocco e una penna tra le mani, aspettava l’inizio della lezione. Insieme coi suoi compagni. Cristo, avrei sanguinato di meno se in quel momento mi avessero accoltellato. Eravamo occhi negli occhi, lì davanti a tutti. Ghiacciati. «Dio santo», mi sono lasciato sfuggire.</p>
<p>Tutti hanno iniziato a chiacchierare. Li sentivo. Sibilavano come serpi, mentre Ludovica e io non riuscivamo a levarci gli occhi di dosso. Siamo rimasti a fissarci per un istante di troppo, ma come potevamo crederci? Come potevamo accettare di esserci trovati in quel posto, con quei ruoli? Ci serviva. Ci serviva, quel tempo per comprendere che la vita gioca con regole che non sono le nostre. «Professore, può anche sedersi, se vuole», ha sghignazzato una ragazza, da qualche parte. Professore. Non ero un professore, non mi sentivo un professore. Ero solo un uomo preso a schiaffi dagli eventi. Avevo appena perso Ludovica.</p>
<p><strong>Leggi anche:<br />
</strong><a href="https://www.borderliber.it/ludovica-noir-racconto/">Prima parte di Ludovica</a><br />
<a href="https://www.borderliber.it/ludovica-noir-atipico-seconda-parte/">Seconda parte di Ludovica</a><br />
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		<title>Max Scuderi: &#8220;Sono nato di domenica&#8221; è una metafora di vita</title>
		<link>https://www.borderliber.it/intervista-max-scuderi/</link>
		
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		<pubDate>Thu, 08 Jun 2023 01:29:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Max Scuderi: &#8216;Sono nato di domenica&#8217; è una metafora di vita&#8221; è un&#8217;intervista realizzata da Clelia Moscariello Massimiliano Scuderi, anche se preferisce farsi chiamare Max, è nato il 7 giugno 1970 ad Augusta, nella splendida cornice dell’isola siciliana, dove vive fino a sette anni fa. Max vive dal 2015 in provincia di Venezia dove insegna [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Max Scuderi: &#8216;Sono nato di domenica&#8217; è una metafora di vita&#8221; è un&#8217;intervista realizzata da Clelia Moscariello</strong></p>
<p>Massimiliano Scuderi, anche se preferisce farsi chiamare Max, è nato il 7 giugno 1970 ad Augusta, nella splendida cornice dell’isola siciliana, dove vive fino a sette anni fa. Max vive dal 2015 in provincia di Venezia dove insegna in una scuola primaria, all’interno dello splendido e suggestivo litorale veneziano. Dal 1999 è sposato con Elvira e ha due splendidi figli: Francesco di 22 anni e Giolinda di 13 anni. Oltre ad essere un insegnante, Max ha sempre coltivato la passione per il calcio, oltre che per l’ideazione e conduzione di svariati format televisivi. Infatti, da qualche anno conduce la trasmissione “Happy Show”, insieme al suo amico e collega, nonché concittadino, il prof. Giorgio Càsole. Ma Max Scuderi è anche uno scrittore, ha esordito infatti, come autore, lo scorso giugno, con il suo libro-debutto, <strong>“Sono nato di domenica. La mia vita sempre Happy”</strong>, pubblicato dalla casa editrice <strong>Dialoghi</strong>. Insomma, è difficile inquadrare e fotografare perfettamente un personaggio come Max Scuderi, perché, quest’ultimo, in concreto, non soltanto sa essere estremamente poliedrico, ma non si ferma proprio mai!</p>
<p><strong>1) Ciao Massimo, parlaci di te, di chi sei e di cosa ami fare, insomma, presentati pure ai nostri lettori…</strong></p>
<p>«Salve a tutti e grazie Clelia per l’opportunità che mi dai con questa intervista. Mi chiamo Massimiliano Scuderi, per gli amici Massimo e in arte Max. Sono nato ad Augusta in Sicilia, e il giorno 7 compirò 53 anni. Ho vissuto ad Augusta quasi tutta la mia vita, con una splendida infanzia e adolescenza e anche il resto, da adulto fino a sette anni e mezzo fa. Dalla fine del 2015 vivo ed insegno in una scuola primaria in Veneto, in provincia di Venezia, nel bellissimo litorale veneziano. Sono sposato dal 1999 con Elvira e ho due splendidi figli: Francesco di 22 anni e Giolinda di 13. Amo il mio lavoro con i bambini a scuola, ma la mia passione sono il calcio e lo spettacolo».</p>
<p><strong>2) Ti sei dedicato durante la tua vita a diverse attività lavorative, sei conduttore Web, radiofonico, televisivo e direttore artistico di programmi e format di successo. Inoltre, oggi sei anche un insegnante e uno scrittore. Quale, tra queste attività svolte, senti più affine a te e ritieni ti rispecchi di più?</strong></p>
<p>«Credo che insegnare sia bellissimo e anche se ho realizzato tardi questa opportunità lavorativa, credo che io sia maggiormente portato alla creazione di format sul Web, organizzare eventi di spettacolo, artistici in generale e da più di un anno mi sono sperimentato con successo anche in quelli letterari. Adoro anche presentare il mio primo e finora unico libro per poter trasmettere alle persone le mie passioni appunto, ma anche la mia vita “sempre happy” come il sottotitolo del mio libro, nella quale ho realizzato tanti piccoli sogni e tanti ancora ne vorrei realizzare».</p>
<p><strong>3) Di cosa tratta “Sono nato di domenica” e cosa ti ha ispirato a scriverlo?</strong></p>
<p>«Mi hanno ispirato dapprima i miei piccoli alunni veneti, a cui, per volere loro, raccontavo e racconto tuttora da tre anni le mie avventure e disavventure di<img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-7172" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2023/06/Sono_Domenica_Libro.jpg?resize=489%2C687&#038;ssl=1" alt="Max Scuderi, libro" width="489" height="687" data-recalc-dims="1" /> quando avevo la loro età, e, cioè, nei meravigliosi anni 70 in Sicilia. Per loro, ascoltare quegli aneddoti è come ascoltare una favola e, così, mi sono deciso, durante l’ennesima ondata Covid-19 nel dicembre del 2021, di mettere su carta questi aneddoti, di lì è nato il mio libro “Sono nato di domenica” che rappresenta una metafora della mia vita. Ringrazio la casa editrice Dialoghi per aver creduto sin da subito ad un autore sconosciuto, debuttante, come me e, per di più, che si è presentato da loro con un’autobiografia, evidentemente è stato a loro chiaro che volessi trasmettere qualcosa ai miei lettori».</p>
<p><strong>4) Perché i nostri lettori dovrebbero comprare “Sono nato di domenica”?</strong></p>
<p>«Perché chiunque lo abbia letto (sono stati fortunatamente in tanti) ha sempre affermato di essere tornato indietro nei ricordi di un tempo, di un’epoca che purtroppo non c’è più e che noi bambini e ragazzi di allora, abbiamo avuto la fortuna di vivere. Nel mio libro si ride anche data la mia indole ironica, si riflette paragonando le due epoche che hanno tra loro 40 anni di differenza, si piange e ci si commuove con le poesie e alcuni momenti anche dolorosi della mia vita. La seconda parte, quella artistica personale, è poi descritta in terza persona come fosse un insieme di articoli giornalistici, ed alcuni lo sono davvero, dai quali ho estrapolato alcuni articoli sui miei tanti programmi Web e live che ho ideato. Approfitto anche di questa occasione per ringraziare l’amico, professore, giornalista e storico Giorgio Càsole che mi segue in tutto ciò che faccio ed è il mio grande “muso” ispiratore».</p>
<p><strong>5) Chi ti auguri invece che lo possa leggere?</strong></p>
<p>«Il target che può leggere il mio libro è vario. Chiaramente pensavo interessasse solo ai miei coetanei che hanno vissuto appieno quei tempi e alle persone più grandi di me che hanno avuto molta tecnologia e molte innovazioni in meno. Invece, devo dire che mi ha sorpreso il fatto che piace tanto anche ai bambini e i miei alunni ne sono una dimostrazione e testimonianza. Da rimarcare che il mio libro è stato scelto quest’anno come progetto narrativo per l’anno scolastico 2022-23 anche dai ragazzi della scuola media Salvatore Todaro di Augusta, e che, quindi, è stato comprato dall’intera scolaresca e dalle docenti che hanno poi preparato i ragazzi alla lettura, ai lavori con oggetto il libro e all’incontro con me che si è tenuto a scuola lo scorso 26 aprile e che è stato uno dei giorni più belli ed emozionanti della mia vita, perché quella era la scuola media dove ho studiato io e dove ha insegnato mia madre, che ormai non c’è più, per 30 anni a tante generazioni di studenti augustani».</p>
<p><strong>6) Tra i tuoi prossimi progetti rientrano anche altri libri?</strong></p>
<p>«Sì, il mio secondo libro, che poi doveva essere il primo, l’ho scritto più di 30 anni fa ed appunto doveva uscire l’anno scorso al compimento dei 30 anni. Si tratta di un diario del tutto ironico (che rispecchia la mia vera indole) ed è ambientato in un campo militare dell’Esercito che svolsi nel 1992 in Sicilia durante il mio servizio militare. Questo diario è ricco di divertenti aneddoti e simpatici retroscena, realmente accaduti, ma che ho voluto un condire ulteriormente con passaggi e situazioni a volte ingigantite dalla mia fantasia, eppure, ripeto, i fatti descritti in questo diario sono veramente accaduti. Il libro si chiamerà (lo dico a te per la prima volta in pubblico): “Diario di un campo militare-vizi e virtù dell’Esercito Italiano”».</p>
<p><strong>7) Il sogno di Max Scuderi?</strong></p>
<p>«Il mio vero sogno è quello di condurre un programma tutto mio in televisione, anche se per un anno ho fatto questa esperienza con “Happy tv” mediante la gestione di un canale tv in chiaro nel 2015 dove registravo dei programmi dal vivo ad Augusta, preceduti sempre dall’annuncio iniziale della madrina, amica e ormai anche collega di rubrica tv, Mariagiovanna Elmi. Ho tante idee per format divertenti e questo è il mio grande sogno, tuttavia, credo di non aver avuto mai la giusta opportunità. Come scrittore, d’altro canto, sto realizzando già tutti i miei sogni, perché in meno di un anno (il libro è stato pubblicato il 30 giugno scorso) l’ho presentato nella mia città più volte, nella mia scuola, poi ad Acireale, Bologna, Pompei e Milano lo scorso marzo. In precedenza, tante opportunità del genere le avrei solo sognate. Qui, in Veneto, diverse volte dove vivo o insegno, ho fatto ulteriori presentazioni e il prossimo impegno è la mia partecipazione nel mese di luglio ad un’importantissima rassegna denominata “Libri in spiaggia” che si trova a Venezia al lido del Grand Hotel Deis Bans, in cui, ogni giovedì, per tutta l’estate, sarà presente un autore, io qui sarò presente fino al giorno 6 luglio, quasi come un “intruso”, tra tanti importanti scrittori veneti e, non solo veneti. Successivamente, il 4 agosto ad Agrigento al Kaos presso la casa natale di Pirandello, nella città scelta come capitale della cultura 2025 avrà luogo una altra presentazione di “Sono nato di domenica”. Quindi, te lo dico da scrittore: “più sogni realizzati di così!”»</p>
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		<title>Scrivere è inutile?</title>
		<link>https://www.borderliber.it/linutile-scrivere-grandinetti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Mar 2023 01:49:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Incontro]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Scrivere è inutile?&#8221; è un articolo di Daniela Grandinetti Perché scrivo? Me lo chiedo spesso. Più vivi all’interno del mondo dell’editoria, a qualsiasi livello, più ti accorgi che è un mondo chiassoso, sovraffollato, complicato, non esente da miserie che non accosteresti mai al termine “cultura”. Un combattimento a mani nude. Non scrivo per me stessa, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/linutile-scrivere-grandinetti/">Scrivere è inutile?</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Scrivere è inutile?&#8221; è un articolo di Daniela Grandinetti</strong></p>
<p>Perché scrivo? Me lo chiedo spesso. Più vivi all’interno del mondo dell’editoria, a qualsiasi livello, più ti accorgi che è un mondo chiassoso, sovraffollato, complicato, non esente da miserie che non accosteresti mai al termine “cultura”. Un combattimento a mani nude.</p>
<p>Non scrivo per me stessa, né per gli altri, né per fuggire dal mondo: uno dei miei autori preferiti, Jack London diceva che non puoi aspettare l’ispirazione, devi andarne in cerca con un bastone. Dopo aver usato per molto tempo un bastone per camminare su sentieri impervi di montagna, proprio quel tipo di bastone lì mi è piombato tra le mani. E stando seduta ai margini di un bosco su un’altalena che mi aiuta a domare la follia non ho cercato cose da dire o storie da raccontare, sono loro ad aver trovato me. E quando arrivano spingono così forte da diventare spine nella gola, tanto da non poter essere ignorate. Le storie sono immagini, le immagini diventano parole, le parole si dispongono in una struttura e diventano libro e quando ciò accade sono altro da te che non sai che fine faranno, dove andranno, quale guerra dovranno combattere, su chi si poseranno.</p>
<p>Accade poi che ti invitino a una rassegna scolastica di una scuola superiore. All’inizio, da insegnante quale sei, sei perplessa perché con Luna Pietra hai raccontato una storia che ti sembra poco adatta per quell’età, ma conosci bene i meccanismi, sai che i ragazzi sono guidati dagli insegnanti, non sempre leggono interamente il libro e quando ti trovi su una pedana in una sala gremita di adolescenti felici di stare lì perché non fanno lezione (e tu potresti raccontare barzellette o parlare di filosofia uguale sarebbe), hai tutti quegli sguardi puntati addosso e ti coglie un’inaspettata ondata di curiosità che quasi ti sbatacchia al muro. Ti senti nuda, in un gioco di ruoli capovolti.</p>
<p>Un gruppo di ragazze manovra lo schermo: per ogni estratto in lettura hanno costruito un percorso per immagini perfettamente calibrato sulla storia. Guardo lo schermo, stupita, ma osservo anche gli altri, giù in platea, e mi sorprende che nessuno stia spippolando su una tastiera qualsiasi. So che gli insegnanti sono stati in gamba, ma con il passare dei minuti, con l’incalzare delle domande realizzo che “caspita”, i temi di questa storia li hanno “acchiappati” e io lo so che se riesci a trovare quel bandolo della matassa si apre una voragine di mani piene di dubbi e dilemmi in quegli adolescenti che noi vogliamo amorfi sui social.</p>
<p>Donne, violenza, uomini, abbandono, esempi sbagliati, riscatti, fughe, aborto, libertà.</p>
<p>“Come possiamo salvarci dagli adulti, con questi esempi?” Mi chiede un ragazzo, senza bigliettino in mano.<br />
“Lei ha parlato di libertà, ma secondo lei come si fa essere liberi?” Mi chiede in chiusura un altro ragazzo che parla a malapena l’italiano.<br />
“Che domanda difficile!” rispondo.</p>
<p>La storia, il libro, sono un pretesto e io che sono abituata a dialogare con adolescenti da insegnante e da relatrice/presentatrice dei libri altrui, avverto un forte senso di responsabilità della mia presenza in quel luogo e in quel ruolo. Devo riuscire a calibrare emozione e razionalità ed essere all’altezza delle loro domande. Non è facile per niente, decine e decine di presentazioni e sono emozionata come una pivella.</p>
<p>“Siate ribelli”. Mi scappa a un certo punto, e subito dopo realizzo che se non do una spiegazione a quello che ho detto potrei essere fraintesa. Ho il viso infuocato e raddrizzo il tiro.</p>
<p>La ribellione è il primo atto di crescita, e noi ve lo stiamo togliendo, è amare un uomo che non esiste ancora, vorrei dire con Camus. Ma non lo dico. Però quando scendo dalla pedana me ne ritrovo tanti intorno. Sono un’insegnante e non sento i fili delle marionette, adesso come prima, durante l’incontro. Una ragazza ci tiene a dirmi “io il libro l’ho letto e mi è piaciuto” non allieva, ma lettrice.</p>
<p>Poi si fa avanti un’altra: “Questo lo abbiamo fatto per lei”. E mi consegnano un disegno, loro, future grafiche, in cui due protagoniste del mio romanzo si abbracciano oltre la superficie di uno specchio: è la sintesi perfetta della mattinata appena conclusa. Quel senso smarrito (e che so smarrirò nuovamente domani), quella domanda: perché scrivo? in quell’istante preciso non ha più la minima importanza.</p>
<p>In fondo, scrivo per ribellione.</p>
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