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	<title>saggio Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>La prima luce: Emma Chapman e l&#8217;origine delle stelle</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 May 2026 09:40:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La prima luce&#8221; di Emma Chapman, Adelphi, 2026 Partirò dalla fine di questo saggio, tanto vista la natura del libro non commetterò il reato di &#8220;spoileraggio&#8221;. Comincio dalle pagine in cui l&#8217;autrice spiega che l&#8217;astronomia è una materia che insegna, a chi la pratica, a sentirsi &#8220;insignificante&#8221;. Nonostante tutto, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La prima luce&#8221; di Emma Chapman, Adelphi, 2026</strong></p>
<p>Partirò dalla fine di questo saggio, tanto vista la natura del libro non commetterò il reato di &#8220;spoileraggio&#8221;. Comincio dalle pagine in cui l&#8217;autrice spiega che l&#8217;astronomia è una materia che insegna, a chi la pratica, a sentirsi &#8220;insignificante&#8221;. Nonostante tutto, ciò non suscita malessere, ma la consapevolezza di quanto l&#8217;uomo sia una piccolissima parte del creato.</p>
<p>Ecco, guardare il cielo fa questo effetto. Penetrare l&#8217;Universo educa all&#8217;umiltà. Magari, un giorno, l&#8217;astronomia sarà una parte della terapia per domare il narcisismo di questi tempi bui? Vedremo. Intanto, diciamo subito che entrare in questo libro, pur tenendo conto che non è un argomento per tutti, è semplice e stuzzicante.</p>
<p><strong>Emma Chapman</strong> ha il gusto per la divulgazione. Ci racconta la nascita dell&#8217;Universo; ci svela l&#8217;evoluzione del cosmo; ma soprattutto ci introduce alle <strong>&#8220;stelle&#8221;</strong> da cui tutto nasce. La sfida è la seguente: rintracciare le stelle appartenenti alla <strong>Terza Popolazione</strong>, ossia quelle che si formarono tra cento e duecento milioni di anni dopo il <strong>Big Bang</strong>.</p>
<p>La particolarità di questi astri è che erano composti solo di idrogeno e di elio. In loro non erano presenti metalli, ma proprio loro hanno avviato quella reazione a catena che oggi, a distanza di 14 miliardi di anni, ha permesso a noi di essere qui.</p>
<h3>La prima luce: il problema dell&#8217;origine</h3>
<p>Le prime stelle hanno avuto vita breve ed è per questo motivo che è così difficile captarle. Possiamo recuperare solo gli strascichi della loro presenza. Finora gli strumenti usati dagli scienziati sono stati enormi dispositivi telescopici, ma quelli che stanno dando maggiore soddisfazione sono le antenne che captano le onde radio.</p>
<p>Tale aspetto è di vitale importanza, perché l&#8217;Universo non solo si mostra ai nostri occhi, ma ha anche una sua voce. Ci sono interferenze che provengono dalle origini, da quell&#8217;immensa primordiale esplosione che accese il motore dell&#8217;esistenza.</p>
<p>Cosa c&#8217;era prima di quel momento non lo sappiamo ancora. Interrogarsi su chi abbia dato inizio a tutto questo è al momento solo un gioco di fantasia. La verità disarmante è proprio che ancora ne sappiamo poco. Man mano che continuiamo nella lettura, &#8220;<strong>La prima luce</strong>&#8221; ci apparirà come un romanzo fantascientifico. <strong>Chapman</strong> pungola la nostra immaginazione, arricchendo il nostro bagaglio culturale.</p>
<p>Per quanto piccoli, il cosmo è la nostra casa comune. Per quanto immenso, oltre l&#8217;Universo, che conosciamo solo in piccolissima parte, non c&#8217;è altro; e anche se ci fosse, nelle condizioni attuali, quell&#8217;altrove non è raggiungibile. <strong>Possibile che tutto questo non ci stupisca o non ci faccia cambiare prospettiva di vita?</strong></p>
<p>Purtroppo no, ma questo è un altro discorso. Ciò che ci resta di &#8220;<strong>La prima luce</strong>&#8221; è il fascino che ci instilla nel cuore. Impossibile non captare anche la meraviglia della stessa autrice, per cui certe cose sono pane quotidiano. Eppure, Chapman non è mai sazia, e si nota che in alcuni punti deve pure &#8220;frenarsi&#8221; per restare nei panni della scienziata.</p>
<p>Sia ben chiaro, però, Chapman si prende tante &#8220;<strong>licenze poetiche</strong>&#8220;, proprio perché il suo compito è quello di sanare ogni nostro dubbio, in quanto uomini comuni abituati a sguardi fugaci verso il cielo inquinato dalle luci cittadine.</p>
<p>&#8220;<strong>La prima luce</strong>&#8221; è un viaggio e come tale si può godere solo se si affronta con serenità. C&#8217;è una storia di quattordici miliardi di anni sulla nostra testa e di essa conosciamo solo un infinitesimo. Poi, che ci piaccia o meno, dobbiamo accettare che quell&#8217;infinitesimo siamo noi.</p>
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		<title>Catastrofe neoliberista: D&#8217;Orsi e la storia degli ultimi anni</title>
		<link>https://www.borderliber.it/catastrofe-neoliberista-dorsi-e-la-storia-degli-ultimi-anni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 10:20:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Finanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Catastrofe neoliberista&#8221; di Angelo D&#8217;Orsi, Lad Edizioni, 2026 Cosa insegna la storia? Per la maggior parte delle persone nulla, per il resto tutto. Certo, non ci si deve limitare alla lettura di un libro, ma si dovrebbe svolgere un esercizio costante di ricerca. Sappiamo bene però che questo rimarrà [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Catastrofe neoliberista&#8221; di Angelo D&#8217;Orsi, Lad Edizioni, 2026</strong></p>
<p>Cosa insegna la storia? Per la maggior parte delle persone nulla, per il resto tutto. Certo, non ci si deve limitare alla lettura di un libro, ma si dovrebbe svolgere un esercizio costante di ricerca. Sappiamo bene però che questo rimarrà un sogno, uno dei tanti, se non un prurito da intellettuali.</p>
<p>Una cosa è certa: &#8220;<strong>Catastrofe neoliberista</strong>&#8221; aiuta a capire cosa è accaduto e cosa ha provocato le attuali condizioni di vita. Il professore Angelo D&#8217;Orsi, già docente ordinario in Storia del pensiero politico presso l&#8217;Università di Torino, nonché allievo di <strong>Noberto Bobbio</strong>, scrive un saggio divulgativo che ha il merito di coinvolgere il lettore. Non è un libro per addetti ai lavori, ma per chi vuole farsi un&#8217;idea chiara e precisa.</p>
<p>Quando inizia la catastrofe neoliberista? Gli anni Settanta del Novecento danno avvio al balletto osceno con le sue crisi e con la fine della convertibilità del dollaro in oro. Si esalta il mercato libero, rapace, che risveglia le manie imperialiste. Il motto è il seguente: &#8220;<strong>Lo Stato è il problema</strong>&#8220;. Tutto ciò che è pubblico va smantellato e va dato in mano ai privati. È l&#8217;inizio della fine del sistema &#8220;social-democratico&#8221;.</p>
<p>Gli anni Ottanta del Novecento ampliano il quadro, concretizzando ciò che avrebbe potuto essere solo una affascinante teoria. Nel 1989, con la caduta del <strong>Muro di Berlino</strong> e del blocco sovietico, viene meno anche l&#8217;ultimo deterrente. D&#8217;Orsi traccia anche la crisi della sinistra italiana, che diventa neoliberista. Sebbene già i socialisti craxiani avessero messo in moto il processo, c&#8217;è da dire che neanche i post-comunisti hanno cercato di arginare il problema.</p>
<p>Come sempre accade nella storia, ogni cambiamento viene annunciato con entusiasmo. La fine della <strong>Guerra Fredda</strong> coincide con l&#8217;idea della &#8220;<strong>fine della Storia</strong>&#8220;, nonché la certezza che l&#8217;umanità sarebbe andata incontro a una stagione di pace e prosperità. Inutile dire che tutto questo non si è avverato e che oggi stiamo scrivendo altre cose. Diverse da quelle che teorizzarono i componenti della <strong>Scuola di Chicago</strong> e Milton.</p>
<h3>Catastrofe neoliberista: incubo o realtà?</h3>
<p>La guerra continua e ripetuta come arma di destabilizzazione dei territori utili al <strong>Capitalismo</strong>; il crescente divario tra ricchi e poveri; la concentrazione dei capitali nelle mani di pochi; la crisi dell&#8217;Europa, sempre più sottomessa agli <strong>Stati Uniti</strong>; la farsa dell&#8217;esportazione democratica; la distruzione del clima, della natura e degli equilibri atmosferici, che producono pandemie sanitarie sfruttabili dal sistema neoliberista; crisi economiche, finanziarie e delocalizzazioni delle aziende.</p>
<p>Questi sono gli elementi su cui D&#8217;Orsi costruisce la sua opera. C&#8217;è una differenza però: &#8220;<strong>Catastrofe Neoliberista</strong>&#8221; è un saggio storico e non una farneticazione. La ricerca impone rigorosità e tra queste pagine se ne troverà tanta. Il punto di vista dell&#8217;autore è quello gramsciano. Ciò non vuol dire &#8220;<strong>comunista</strong>&#8221; secondo gli sfottò odierni, ma &#8220;<strong>marxista</strong>&#8220;, pertanto globale e di marca sociologica.</p>
<p>Sebbene questa &#8220;linea di colore&#8221; possa fare storcere il muso a qualcuno a causa dei noti pregiudizi che investono la materia, qui non vengono mai messi omessi i fatti. D&#8217;Orsi mette destra e sinistra nello stesso calderone, ossia in quel movimento neoliberista che sta distruggendo il pianeta.</p>
<p>Non esistono più oppositori, ma solo abili manipolatori che stanno nascondendo la profezia di <strong>Marx</strong> nei riguardi del Capitalismo, ossia la cannibalizzazione di sé stesso. Il caos mondiale provocato dalla &#8220;<strong>Catastrofe neoliberista</strong>&#8221; si mostra nelle immigrazioni di massa, che sono ben altra cosa rispetto alla sostituzione etnica; nell&#8217;impoverimento e nello snaturamento della democrazia; nell&#8217;uso massiccio di un&#8217;informazione di sistema che acceca la verità.</p>
<p>Proprio la democrazia cos&#8217;è ormai? Una scatola svuotata di tutto e che resta in piedi solo nella sua apparenza. Le cose miglioreranno? Certo che no, a patto di un risveglio delle masse. Ma anche questa è un&#8217;utopia, basti pensare cosa è successo negli anni Sessanta del <strong>Novecento</strong>, quando qualcosa si stava muovendo.</p>
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		<title>Il ritorno del Pavone digitale dell&#8217;IA</title>
		<link>https://www.borderliber.it/il-ritorno-del-pavone-digitale-dellia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 13:06:49 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[IA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tratto da &#8220;Il ritorno del Pavone digitale dell’IA, ovvero dell’immaginazione protesa&#8221; di Giuseppina Sciortino, Zurumpat edizioni, 2026 L’immaginazione umana, da sempre, si nutre di strumenti: fu così con la stampa, poi con il cinema. Ma oggi, con l’intelligenza artificiale, succede qualcosa di completamente inaudito. Ci troviamo di fronte a un dialogo asimmetrico tra l’essere umano [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><strong>Tratto da &#8220;Il ritorno del Pavone digitale dell’IA, ovvero dell’immaginazione protesa&#8221; di Giuseppina Sciortino, Zurumpat edizioni, 2026</strong></p>
<p dir="ltr">L’immaginazione umana, da sempre, si nutre di strumenti: fu così con la stampa, poi con il cinema. Ma oggi, con l’intelligenza artificiale, succede qualcosa di completamente inaudito. Ci troviamo di fronte a un dialogo asimmetrico tra l’essere umano e un apparato artificiale e condiviso, un simulacro attivo dell’immaginazione, capace di generare racconti, dipinti, musiche, come se possedesse una propria personalità, intelligenza, immaginazione, tutte qualità, queste, da sempre considerate prerogativa esclusiva dell’uomo. Questo fenomeno affascina, ma al tempo stesso destabilizza. Ci costringe a porci domande radicali: che cosa significa davvero immaginare? Dove finisce la creatività e dove inizia la rielaborazione? È possibile parlare di immaginazione per le macchine?</p>
<p dir="ltr">Se esistesse un’immaginazione delle macchine, essa non sarebbe che un’ombra riflessa della nostra: ciò che accade quando un sistema non umano apprende a combinare parole, immagini, suoni in modo nuovo, attingendo a una memoria che non gli appartiene. Le macchine non hanno esperienze, ma possono mescolare tracce delle nostre, fino a generare qualcosa che ci sorprende. E forse, proprio in quella sorpresa, si annida già una forma embrionale di immaginazione.</p>
<p dir="ltr">Chiaramente, non si tratta di un’immaginazione calda, viscerale, ma di un’immaginazione algoritmica, fatta di schemi, probabilità, somiglianze, che però conserva la capacità di evocare, impressionare, come la mano di un pittore che rappresenta il vento: non ne riproduce la carezza, ma rifrange la luce in modo da suggerirne il passaggio.</p>
<p dir="ltr">Dunque, l’immaginazione simulata è solo apparenza? Sì e no. Sì, se ci si ferma alla superficie: sotto di essa si troveranno numeri, regole, matrici, pesi. Ma se si guarda più a fondo, […] allora si assiste a uno spostamento di prospettiva. La macchina non immagina nel senso umano, eppure può commuovere, piacere e ripugnare, spingere l’umano oltre sé, dal noto all’ignoto, dal reale al possibile. In fondo, anche la mente umana è fatta di sinapsi e impulsi elettrici, materia grezza da cui nasce la Divina Commedia. E allora forse, sì: anche da ingranaggi e algoritmi può nascere qualcosa che non sapevamo di sapere.</p>
<p dir="ltr">Insomma, le macchine non sognano, ma possono simulare sogni. […] Le “immaginazioni” artificiali sono specchi curvi del nostro inconscio collettivo.</p>
<p dir="ltr">A questo punto, potremmo perfino spingerci a immaginare […] una nuova categoria […] non più chiusa nell’individuo, ma estesa, condivisa, codificata, replicabile e che tenda per sua natura a farsi mito, […] mito come archetipo, forma innata dell’inconscio collettivo, struttura originaria della psiche. Chiamiamola allora “immaginazione protesa”.</p>
<p dir="ltr">Se questa funzione mitopoietica si estendesse alle macchine […] allora l’intelligenza artificiale non si limiterebbe a produrre storie, immagini, visioni, ma entrerebbe nel dominio stesso dell’archetipo. In tal modo, […] la macchina […] diverrebbe camera oscura dell’archetipo: non semplice custode di dati, bensì generatrice di figure, pulsioni, visioni una volta relegate al campo del sogno, del mito, della poesia.</p>
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		<title>Scellerate di Antonella Finucci</title>
		<link>https://www.borderliber.it/scellerate-finucci-recensione-bora/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Oct 2025 22:01:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Guido Borà. In copertina: “Scellerate” di Antonella Finucci, Radici Edizioni, 2025 Quando Maria (Agamben) Federici, nata a L’Aquila nel 1899, si immatricolò all’Università Sapienza di Roma, il rapporto tra iscritti di genere maschile e femminile era di undici a uno. Ancora, quando Filomena Delli Castelli, nata a Città Sant&#8217;Angelo in provincia di Pescara [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Guido Borà. In copertina: “Scellerate” di Antonella Finucci, Radici Edizioni, 2025</strong></p>
<p>Quando Maria (Agamben) Federici, nata a L’Aquila nel 1899, si immatricolò all’Università Sapienza di Roma, il rapporto tra iscritti di genere maschile e femminile era di undici a uno. Ancora, quando Filomena Delli Castelli, nata a Città Sant&#8217;Angelo in provincia di Pescara nel 1916, intraprese il suo percorso di studio all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, lo stesso rapporto, seppur in diminuzione, era sempre troppo elevato: 6 uomini per ogni donna iscritta. – Per la cronaca questo rapporto da qualche anno si è rovesciato e nel 2023 era di 1,3 donne per ogni uomo iscritto. – Maria Federici e Filomena Delli Castelli erano tra le ventuno “Madri” dell’Assemblea costituente e anche in questo consesso istituzionale il rapporto con gli uomini era sfavorevole: una donna ogni 15 uomini.</p>
<p>Tornando a vicende a noi più vicine, dalla lettura del Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027, aggiornato lo scorso luglio, si apprende dell’esistenza di un Obiettivo 4 intitolato “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”, ossia un’esplicita presa d’atto del destino ineluttabile di alcune aree che “non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse”. Questa parziale ammissione di fallimento dà ragione al lavoro dell’antropologa Anna Rizzo, palermitana d’origine, che da oltre dieci anni segue la riqualificazione della frazione di Frattura di Scanno in provincia dell’Aquila, da sempre critica dell’attuale impostazione del PSNAI.</p>
<p>Queste donne sono protagoniste, insieme a tante altre, del bel saggio di Antonella Finucci, <strong>Scellerate</strong>, e hanno in comune un rapporto simbiotico con l’Abruzzo, con il suo territorio, con la sua vibrante cultura, con la sua gente, con la sua storia. Una terra dal fascino antico, per la maggior parte montuosa, ma allo stesso tempo, sul mare dove il paesaggio gioca un ruolo cruciale. Una terra sconquassata da forti terremoti: nel 1915 Avezzano e il circondario furono colpiti da uno dei più forti terremoti italiani di sempre in ordine di magnitudo con più di 30mila morti. Una terra a cui è stata inflitta la grande ferita dalle emigrazioni: dal 1888 al 1915 partirono oltre 1milone e 300mila persone.</p>
<p>Tra le protagoniste che abitano il volume, c’è chi è partita ed è tornata, chi non se n’è mai andata e chi ha scelto l’Abruzzo come luogo di elezione. Ne cito solo alcune per non spoilerare troppo: Tripolina D’Jatosti sopravvissuta al terremoto di Avezzano, dopo essere diventata ballerina di punta all’Opera di Parigi, nel 1965 ritornò al paese natale e aprì una scuola di danza, un luogo che diventò un’oasi di libertà per le donne. Mirka (Asmerinda) Liberale moglie dell’attivista politico, poeta e scrittore Romolo, fu protagonista nell’infanzia di un atto coraggioso – portò di nascosto del cibo a dei prigionieri di guerra – ed è stata una donna attiva in politica e nel partito.</p>
<p>Daniela d’Arielli, poliedrica artista contemporanea, ideatrice, tra i tanti, di un importante progetto legato all’acqua denominato e.r.c.o.l.ae Experiment resurgent cult organism liquid æ (what the title doesn’t say). Lia Jovenitti, traduttrice in lingua italiana di alcune opere della scrittrice sudcoreana Han Kang, vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura 2024. Natalia Ginzburg fu confinata a Pizzoli in provincia dell’Aquila dal 1940 al 1943, definito da lei stessa il “tempo migliore della mia vita” senza esserne al tempo consapevole. Adele Garzarella geografa, geologa e paleontologa dell’Ispra da alcuni anni si è dedicata di geologia militare che l’ha portata a studiare le vicende della linea Gustav.</p>
<p>Nei racconti di Antonella Finucci, densi di collegamenti interdisciplinari, pulsano sottotraccia temi rilevanti: l’emancipazione, quasi sempre in anticipo sui tempi, le pari opportunità, la determinazione di essere indipendenti, il perseguimento della libertà individuale, il tentativo di rompere il soffitto di cristallo, la creazione artistica, la realizzazione professionale, la possibilità di scegliere il luogo dove vivere. Ma queste istanze sono davvero da donne <strong>Scellerate</strong>? Il titolo<strong> Scellerate</strong>, un aggettivo piuttosto insidioso, polisemico sempre in termini negativi, avrebbe potuto essere il punto di debolezza del volume mentre invece è diventato il punto di forza.</p>
<p>Come recita la quarta di copertina l’uso di questo aggettivo è “iperbolico”. A mio avviso, tuttavia, l’ambiguità potrebbe dipendere dai punti di vista: se eteronomo, ossia visto da una prospettiva maschilista o conservatrice, Scellerate è sinonimo di un atto inaccettabile, irricevibile ma se autonomo, ossia dalla prospettiva femminile o progressista, diventa una dichiarazione di orgoglio, di appartenenza, di amore.</p>
<p>Immaginate un cielo notturno costellato di stelle scintillanti: questo libro possiede la stessa forza evocativa, con un respiro autenticamente universale.</p>
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		<title>Come convertire le macchine pensanti?</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Sep 2025 21:42:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Come convertire le macchine pensanti?&#8221; è un articolo di Guido Borà. In copertina una foto fornita dall&#8217;autore. NB: Le opinioni qui espresse non coinvolgono gli enti di appartenenza Passando ripetutamente su un cavalcavia ferroviario notavo, sia all’andata sia al ritorno, che il semaforo della linea era verde per lungo tempo e immaginavo a quando, in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Come convertire le macchine pensanti?&#8221; è un articolo di Guido Borà. In copertina una foto fornita dall&#8217;autore. NB: Le opinioni qui espresse non coinvolgono gli enti di appartenenza</strong></p>
<p>Passando ripetutamente su un cavalcavia ferroviario notavo, sia all’andata sia al ritorno, che il semaforo della linea era verde per lungo tempo e immaginavo a quando, in un futuro non troppo remoto (2036), i semafori sarebbero stati soppiantati da boe posizionate sui binari. Qualche settimana prima era stato diffuso un rapporto della Commissione europea in cui si evidenziava che nel 2023 circa il 54% (contro una media UE del 44%) dei cittadini italiani non possedeva competenze digitali di base.</p>
<p>Qualche mese prima era stato pubblicato dall’OCSE un rapporto in cui si concludeva “Raggiungere tassi più elevati di adozione dell&#8217;intelligenza artificiale potrebbe aumentare la produttività del lavoro in un contesto di produttività stagnante come in alcune economie avanzate, tra cui l’Italia”. Questi episodi messi insieme possono dirci alcune cose sull’impatto dell’AI nel mercato del lavoro e sulla legittima preoccupazione dovuta a un’innovazione di natura diversa dalle precedenti che va a insidiare in modo brutale la capacità di pensiero, prerogativa principe dell’essere umano.</p>
<p>Alcune innovazioni sono pervasive ma silenziose: si tratta di miglioramenti tecnici con ricadute importanti con impatti tutto sommato limitati sui lavoratori (sostituzione dei semafori con sensori), altre invece, come l’adozione dell’AI sono pervasive e potranno potenzialmente trasformare in modo significativo il mondo del lavoro e la vita della popolazione. Volendo fare un esempio lontano nel tempo, l’invenzione del telaio meccanico alla fine del 1700 (il brevetto di Cartwright è del 1785) trasformò l’industria tessile inglese catapultando i lavoratori dal lavoro a domicilio nelle grandi fabbriche.</p>
<p>La rivolta operaia, ormai considerata un classico, è conosciuta come Luddismo, dal nome dell’operaio, di nome Ned Ludd, che nel 1779 avrebbe distrutto un telaio meccanico. Grandi resistenze all’introduzione altoforni vi furono anche da parte di quei lavoratori dell’industria siderurgica, che governavano la colata a mano! e di conseguenza avevano un’aspettativa di vita molto bassa. Paul Mantoux uno storico economico francese di impostazione marxista sosteneva nel suo importante studio intitolato “La rivoluzione industriale” del 1906 che le rivolte dei lavoratori derivavano dalla mancata consapevolezza, impossibile da acquisire al tempo, che l’innovazione tecnologica avrebbe portato alla creazione di nuovi posti di lavoro grazie all’espansione, ai tempi davvero impressionante, dell’industria manifatturiera.</p>
<p>Per tornare a tempi più recenti Gunter Anders nel suo fondamentale saggio del 1956 “L’uomo è antiquato” ha introdotto il concetto di “Vergogna prometeica” che paradossalmente ha ribaltato il mito positivo di Prometeo: “Chi sono io mai – domanda il Prometeo del giorno d’oggi, il nano di corte del proprio parco macchine, – chi sono io mai?” Anders ribalta la prospettiva tecnicista alla luce dell’invenzione della bomba atomica: l’uomo non è più orgoglioso dell’innovazione ma se ne vergogna. Lo spunto viene da un racconto fattogli sulle reazioni di un visitatore di un’esposizione tecnica. Una volta di fronte alle macchie esposte egli nascondeva le mani dietro la schiena “come se si vergognasse di aver portato questi suoi arnesi pesanti, goffi e antiquati, all’alto cospetto di apparecchi funzionanti con tanta precisione e raffinatezza”.</p>
<p>Al tempo quell’uomo si vergognava delle proprie mani ma adesso noi dovremmo vergognarci del nostro cervello, della nostra capacità di risolvere problemi? Le macchine potranno ipoteticamente sostituire l’uomo nella sua massima espressione, il lavoro intellettuale, ma non si sentano a sicuro i lavoratori manuali perché molte aziende tecnologiche starebbero investendo ingenti risorse nel mercato dei robot industriali guidati dall’AI generativa.</p>
<p>Il nostro futuro di lavoratori della classe media sarà come preconizzato da Kurt Vonnegut nel romanzo distopico “Piano meccanico”, dove un supercomputer EPICAC XVI governa gli Stati Uniti. Tra l’élite tecnica degli ingegneri e la classe media americana viene imposta una difficile convivenza. La maggior parte della popolazione è condannata a non avere più speranza di progresso individuale (anche per mancanza di risposte dalla religione) perché le macchine controllano tutto anche le decisioni sul livello ottimale dei consumi individuali. “Ogni uomo che non riesce a mantenersi facendo un lavoro meglio di una macchina viene impiegato dal governo, o nell&#8217;esercito o nel Corpo di Ricostruzione e Risanamento”. Questa era la condanna per gli individui con un quoziente intellettivo basso, un quoziente calcolato, per ciascuna persona, ”secondo il Test Nazionale di Classificazione Generale Ordinari” disponibile a chiunque nelle stazioni di polizia.</p>
<p>Tralasciando i riferimenti letterari, utili a collocare, allora come ora, la temperie culturale sull’innovazione, cercheremo di inquadrare il fenomeno al di là dei proclami e di certe montature pubblicitarie da parte di alcuni attori della Silicon Valley, su cui torneremo in conclusione. L’intelligenza artificiale di tipo generativo e quella di tipo predittivo tendono ad essere confuse tra di loro ma essenzialmente l‘AI generativa usa dati per creare nuovi contenuti (settori interessati sono principalmente le attività artistiche, creative) mentre l’AI predittiva analizza di dati storici, accumulando informazioni alla stregua di un cervello umano, al fine di formulare previsioni su eventi futuri (settori interessati: finanza, medicina, economia, statistica).</p>
<p>Ma qual è, al momento, il grado di diffusione dell’AI nel nostro Paese? I dati esposti di seguito provengono da un’indagine condotta dalla Banca d’Italia sulle imprese italiane dell’industria e dei servizi con più di 20 addetti per l’anno 2024. La percentuale di aziende che utilizza, a qualsiasi livello, l’intelligenza artificiale nei processi produttivi è in aumento: all’inizio del 2025 ha raggiunto il 27% delle imprese dal 13% nel 2024 e dal 4% nel 2020. Nel 2024 il settore dei trasporti con il 16% delle imprese e quello dei servizi professionali a imprese e famiglie 29% erano i maggiori utilizzatori dell’AI. A partire dal 2025 l’adozione è aumentata in modo significativo in tutte le imprese, in particolare l’AI è utilizzata dal 30% delle imprese dei servizi e dal 24% delle imprese manifatturiere.</p>
<p>In particolare, l’AI generativa (creazioni di testi, immagini e contenuti audio personalizzati) è adottata dal 24% delle imprese mentre l‘AI predittiva è adottata dal 17% delle imprese. Come si può notare da questi pochi numeri la crescita nel triennio è stata molto rapida. Ma qual è stato l’impatto sull’occupazione? Un paper intitolato “La transizione digitale nelle imprese italiane: l’adozione del cloud computing e dell’intelligenza artificiale”, sempre di Bankitalia basato sui dati dell’indagine del 2023, evidenzia che non si sono rilevati effetti di sostituzione tra l’AI e l’occupazione, anzi le poche imprese che nel 2020 già adottavano l’AI nel triennio 2020-2023 sono cresciute più delle altre riportando benefici sul fatturato e sull’attività aziendale e hanno incrementato l’occupazione. Si tratta di un fenomeno in forte crescita e questi risultati potranno essere falsificati dalle evoluzioni future e da analisi mirate. Ad esempio, da uno studio di Microsoft di luglio 2025 “Working with AI: Measuring the Occupational Implications of Generative AI” è emerso che il lavoro dei traduttori professionisti è diminuito sia in qualità sia in quantità e che i prossimi nella lista potrebbero essere gli storici e gli assistenti dei passeggeri.</p>
<p>In conclusione, lascio aperte alcune questioni che potranno essere riprese in future riflessioni: l’AI è effettivamente una tecnologia dirompente, che metterà al margine il lavoro umano, oppure è solo una montatura pubblicitaria da parte di imprenditori delle big tech desiderosi di estendere il loro potere sul mondo imponendo il capitalismo di sorveglianza a danno del lavoro, svalutando la creatività umana (tesi sostenuta da Emily M. Bender e Alex Hanna nel volume THE AI CON del 2025)?</p>
<p>Il nostro Paese con un così basso livello di alfabetizzazione informatica di base potrà comprendere e mettersi al riparo da questo tipo di attacchi? Nelle economie avanzate la popolazione è in diminuzione, di conseguenza la forza lavoro si sta contraendo, e in alcuni Paesi la produttività è stagnante: potrà essere l’AI il rimedio di questi mali? La politica (le democrazie) e la religione riusciranno ad evitare di essere spodestate? Concludo con un’ultima citazione tratta dal lucido romanzo di Guido Morselli “Roma senza Papa” del 1967 pubblicato postumo nel 1974 “I francescani di Palo Alto tentano di convertire al cristianesimo le macchine pensanti della Rand e della Westinghouse”, vi ricorda qualche importante personaggio contemporaneo?</p>
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