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	<title>Rizzoli Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Perduto è questo mare di Elisabetta Rasy</title>
		<link>https://www.borderliber.it/perduto-e-questo-mare-di-elisabetta-rasy-barettini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Jul 2025 22:01:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Anchise]]></category>
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		<category><![CDATA[Premio Strega 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Rizzoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Alessio Barettini. In copertina: &#8220;Perduto è questo mare&#8221; di Elisabetta Rasy, Rizzoli, 2025 Libro sulle mancanze dell&#8217;amore, &#8220;Perduto è questo mare&#8221; proprio dal mare muove i suoi intrecci, dal mare di Napoli, la città di Raffaele La Capria, il cui ricordo Elisabetta Rasy passa in rassegna parallelamente a quello della propria famiglia, e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Alessio Barettini. In copertina: &#8220;Perduto è questo mare&#8221; di Elisabetta Rasy, Rizzoli, 2025</strong></p>
<p>Libro sulle mancanze dell&#8217;amore, <strong>&#8220;Perduto è questo mare</strong>&#8221; proprio dal mare muove i suoi intrecci, dal mare di Napoli, la città di Raffaele La Capria, il cui ricordo Elisabetta Rasy passa in rassegna parallelamente a quello della propria famiglia, e in particolare del padre.</p>
<p>La trama che l&#8217;autrice intesse intorno a queste figure, accanto a quello della memoria, riguarda il mito, di Enea e Anchise in particolare, e del lato oscuro della città di Napoli, con continui riferimenti al film <strong>Le mani sulla città</strong>, di Francesco Rosi e sceneggiato dallo stesso La Capria, e poi Dostoevskij, Kafka, da lui amati proprio per quell&#8217;elemento fuggevole che funziona come rivelatore di ciò che manca all&#8217;animo umano, di quel che si perde e di quel che appare come un riflesso rapido che altrettanto rapido svanisce in altri riflessi.</p>
<p>Gli arabeschi, quindi, che l&#8217;autrice si ostina a voler cercare e svelare nel tentativo di dare ordine a una parte della sua vita, uno svelamento che acquisisce senso proprio nelle due figure maschili, in un certo senso complementari alla sua ricerca, caotica e disordinata quella del padre, compassata, precisa quella dello scrittore.</p>
<p>L&#8217;autrice racconta nel dettaglio di questa figura <em>peterpanesca</em>, il padre e il suo progressivo decadimento dopo l&#8217;abbandono della moglie, una mancanza visibile, esistente anche se ripetutamente tenuta in sordina durante gli anni della giovinezza e dell&#8217;età adulta e solo di recente riscoperta. E per questo più dolorosa. La scrittura arriva a cercare di sistematizzare quello che la vita fa in modo caotico, si attiva qui un processo di catarsi attraverso la contrapposizione continua delle due figure.</p>
<p>Così l&#8217;amicizia con lo scrittore napoletano, freudianamente si costituisce come simbolica di quella mancanza costituita dalla figura paterna. Del resto se fosse un film, <strong>&#8220;Perduto è questo mare&#8221;</strong> sarebbe ricco di dissolvenze, raccordo della memoria che si presenta necessario per dire ciò che non può essere detto, per mostrare che l&#8217;orizzonte in fondo fa una curva, crea una speranza, che non si può evitare per sempre il confronto con i propri fantasmi.</p>
<p>Il lavorio della memoria si ritrova in un tempo che sembra sospeso, come in parte è, e frequentemente, lo stile che rievoca anni in cui la ragazza-autrice non può comprendere mai del tutto questo gioco in controluce e ricco di assenze.</p>
<p><em>Che cos&#8217;era questa notte perpetua che l&#8217;avvolgeva? Certo un firmamento senza stelle, qualcosa di tenebroso e inaccessibile che mi faceva paura&#8230; la notte eterna della sconfitta. Inoltre era come se quel sonno non ristoratore gli restasse attaccato durante il giorno, come una melma di cui è impossibile liberarsi. Allora non conoscevo la parola depressione né la si usava nel mondo che mi circondava.</em></p>
<p>In questa complessità la narrazione degli eventi alterna costantemente il racconto della relazione fra l&#8217;autrice e le due figure maschili, ed emerge una propensione netta verso l&#8217;ordine che finisce però per escludere ogni terza possibilità. Nel ricordo le scelte del padre vengono presentate come elemento critico, come spiegazione implicita di anni privi di una relazione stabile fra padre e figlia e del suo deterioramento psicologico ed emotivo, oltreché per giustificare la conseguente decisione della madre di allontanarsi da lui. L&#8217;autrice non sembra voler concedere nulla, crea un contrasto netto e visibile, e spesso il contesto non appare funzionale ad altri sviluppi della narrazione complessiva, ancorata a questo parallelismo che riflette un&#8217;esigenza chiara di sistemare le parti scomode del suo passato.</p>
<p><em>Lui non parlava mai di quei momenti, a casa nessuno parlava mai della guerra come se fosse stata una malattia vergognosa, in cui si soffre tanto e dopo è meglio non nominarla. Il suo coraggio, il suo eroismo, le medaglie&#8230;vuoti a perdere per una causa sbagliata. Non restava che il gorgo della Napoli del dopoguerra, la città che ti addormenta o ti ferisce a morte, come anni dopo avrebbe scritto Raffaele.</em></p>
<p>In questo senso Rasy si concentra sulla sua ricerca della memoria del padre consapevole di non poter ottenere nient&#8217;altro che un&#8217;ombra, un sogno. Determinata nella missione, si paragona a Enea che nell&#8217;Ade si rende conto una volta di più di non poter abbracciare <strong>Anchise</strong> perché gli spiriti non si possono toccare. Ma c&#8217;è uno scarto, che appare in evidenza perché la consapevolezza di non poter abbracciare la memoria del padre coincide con l&#8217;impossibilità di costruirne una: il sogno di essere Enea che porta in braccio Raffaele dimostra che non c&#8217;è speranza, in nessun caso quello che non è accaduto in vita potrà ritrovarsi ora, nella scrittura.</p>
<p>Anzi, quando la memoria va a quei momenti in cui i due si incontrano di nuovo, l&#8217;immagine del padre che emerge è sofferente ed è legata a una sofferenza, la sofferenza dell&#8217;abbandono fra due persone che è sempre bifronte, che spinge il coltello nella piaga dei sensi di colpa e in quella delle accuse allo stesso tempo, senza mai risolversi, senza mai uscire da quel regno delle ombre che è un luogo di mancanze e di violenze interiori.</p>
<p>L&#8217;ombra del padre resta onnipresente, anche quando non è nominato, cioè quando l&#8217;autrice racconta di altri episodi della propria vita. Per risolvere questo nodo in apparenza inestricabile Rasy si rivolge ancora a Raffaele, senza però far altro che confermare quella stessa mancanza, che resta protagonista anche al di là delle apparenze e delle evidenti intenzioni.</p>
<p><em>È questo sbaglio che Raffaele ottantatreenne sentì di non essere mai riuscito, mai nella sua vita ormai lunga, a togliersi di dosso: l&#8217;eredità paterna è l&#8217;imperfezione. Suo padre non è Anchise, che sa sempre cosa fare e detta dall&#8217;aldilà al figlio la strada da seguire, e non è neppure Hermann Kafka sotto lo sguardo impietoso della requisitoria di Franz, che lo affronta come nella scena di un processo in cui il colpevole rende colpevole anche la vittima.</em></p>
<p><strong>&#8220;Perduto è questo mare&#8221;</strong> va così a concludersi con un ultimo focus sugli ultimi giorni di La Capria, mentre la figura del padre resta sospesa a una memoria lontana, un&#8217;ombra confinata a non mutare mai più forma.</p>
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		<title>Tutta la vita che resta. Roberta Recchia e la perdita di un figlio</title>
		<link>https://www.borderliber.it/tutta-vita-resta-recchia-falzone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Dec 2024 23:01:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Letizia Falzone. In copertina: &#8220;Tutta la vita che resta&#8221; di Roberta Recchia, Rizzoli, 2024 “Quando un figlio ti muore il dolore dovrebbe storpiarti il corpo…dovrebbe deformarti, lasciarti le viscere di fuori insanguinanti…e invece…” Non esiste un termine per definire un genitore che perde un figlio. Se perdi un genitore sei orfano, se perdi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Letizia Falzone. In copertina: &#8220;Tutta la vita che resta&#8221; di Roberta Recchia, Rizzoli, 2024</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>“Quando un figlio ti muore il dolore dovrebbe storpiarti il corpo…dovrebbe deformarti, lasciarti le viscere di fuori insanguinanti…e invece…”</em></p>
<p>Non esiste un termine per definire un genitore che perde un figlio. Se perdi un genitore sei orfano, se perdi una moglie sei vedovo. E se perdi un figlio? Se perdi un figlio, non esiste un termine per definirti, perché sei spezzato, tronco, vorresti solo smettere di esistere, far sì che il tuo respiro si fermi nello stesso momento in cui termina il suo. A maggior ragione, sempre che possa esistere una ragione migliore di un’altra, quando quella perdita è violenta.</p>
<p><strong>Marisa e Stelvio</strong> di figli ne hanno due, un maschio e una femmina. Due figli belli come il sole, ma molto diversi tra loro: lui timido e chiuso in quelle note del suo pianoforte che lo hanno portato presto lontano da casa e dalla famiglia; lei, <strong>Betta</strong>, un vulcano di riccioli biondi ed energia, bella come il sole, spregiudicata come può esserlo una ragazzina di 16 anni.</p>
<p><strong>Betta</strong> la vita la ama, la brama, la coglie con lunghe bracciate in quel mare del litorale laziale che l’ha vista morire in una notte che avrebbe dovuto rimanere un segreto tra lei e la cugina <strong>Miriam</strong>; una fuga dalle camerette della villetta di famiglia, una corsa in spiaggia, alla luce fioca dei lampioni lontani, verso quei falò che sembravano così trasgressivi per delle ragazzine degli anni Ottanta.</p>
<p>Una corsa finita troppo presto, per mano di tre balordi che, in maniera diversa, spezzano le loro vite: <strong>Betta non si sveglierà più, violata e lasciata su quella spiaggia che l’ha vista bambina.</strong> Miriam, invece, aprirà gli occhi, bagnati dalla pioggia che cade sottile e pungente, ma su quella spiaggia lascerà, oltre al corpo della cugina, la ragazzina che era stata sino alla sera prima.</p>
<p>Struggente, riflessivo, triste e profondo, il romanzo <strong>&#8220;Tutta la vita che resta&#8221;</strong> è un’esperienza emotiva intensa, capace di farti riflettere sulla fragilità della vita e sull’importanza delle relazioni umane. L’autrice approfondisce con grande maestria i sentimenti e le reazioni dei personaggi di fronte alla tragedia, offrendo un ritratto psicologico complesso e credibile.</p>
<p>Un romanzo che, oltre a quello del lutto, affronta tanti temi importanti e attuali come la discriminazione, <strong>la tossicodipendenza, la transessualità, la violenza di genere</strong> e fa anche denuncia sociale.</p>
<p><strong>&#8220;Tutta la vita che resta&#8221; </strong>è un&#8217;opera corale e intimistica: la storia è raccontata attraverso le prospettive di diversi personaggi, offrendo un quadro complesso e ricco di sfaccettature della famiglia e delle relazioni umane.</p>
<p>C’è il giudizio, tra queste pagine: quello della gente, della famiglia, della società: <strong>te la sei cercata, l’hai voluto tu.</strong> Quel giudizio che vent’anni prima aveva colpito <strong>Marisa</strong> e che poi è ricaduto sulla figlia.</p>
<p>Ho fatto fatica, a volte, a trattenere qualche lacrima. Come si sopravvive alla perdita di un figlio? È questa la domanda ricorrente nel romanzo, al cui centro c’è appunto il tema del lutto e la sua elaborazione. Si percepisce chiaramente tutto il dolore che vivono <strong>Marisa, Stelvio e Miriam</strong> e quanto sia difficile andare avanti schiacciati da un peso che quasi toglie il respiro.</p>
<p>Una scrittura potente e delicata: l’autrice deve essere lodata per la sua capacità di dipingere con parole precise e toccanti i sentimenti dei personaggi, dalla disperazione al tentativo di ricominciare a vivere. Ma quello di <strong>Recchia</strong> non è solo una storia triste e cupa, ma è anche una storia piena di luce, pervasa dall’amore, dalla cura e dalla forza dei legami che riescono a ridare speranza laddove questa sembrava essere persa per sempre.</p>
<p>Il dolore viene vissuto ed affrontato da ognuno in modo diverso. Ogni membro della famiglia reagisce alla sofferenza in modo estremamente personale, intimo. Il mondo si ferma e inghiotte tutti in un limbo privo di luce, speranza, futuro. Si sopravvive tra lo strazio, i sensi di colpa, la rabbia, lo sgomento e un vuoto incolmabile. Vengono scandagliati ogni sentimento, emozione, ferita, silenzio. <strong>La cura a tutto questo dolore è, come sempre, l’amore</strong>.</p>
<p>I personaggi vibrano nel petto e, nonostante la profonda tristezza di certi passaggi, la storia è un inno alla vita, un’iniezione di forza per chi pensa di non farcela più. <strong>Recchia</strong> propone un’ancora di salvezza per tutti noi: “Il segreto è l’amore che ti salva, sostiene con te il dolore affinché non ti schiacci.”</p>
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		<title>Luigi Meneghello. &#8220;I piccoli maestri&#8221; e l’antiretorica della Resistenza</title>
		<link>https://www.borderliber.it/meneghello-maestri-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Feb 2024 04:28:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Nicola Vacca. In copertina: &#8220;I piccoli maestri&#8221; di Luigi Meneghello, Rizzoli, edizione 2013 Luigi Meneghello è uno degli scrittori più rappresentativi del Novecento italiano. Di origini venete, cresciuto durante il fascismo, ha partecipato alla Resistenza. A quella esperienza è legato I piccoli maestri, romanzo pubblicato nel 1964, in cui lo scrittore racconta le [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Recensione di Nicola Vacca. In copertina: &#8220;I piccoli maestri&#8221; di Luigi Meneghello, Rizzoli, edizione 2013</strong></em></p>
<p><strong>Luigi Meneghello</strong> è uno degli scrittori più rappresentativi del <strong>Novecento italiano</strong>. Di origini venete, cresciuto durante il fascismo, ha partecipato alla <strong>Resistenza</strong>.</p>
<p>A quella esperienza è legato <strong>I piccoli maestri</strong>, romanzo pubblicato nel 1964, in cui lo scrittore racconta le vicende di un gruppo di giovani vicentini che decidono di diventare partigiani.</p>
<p><strong>I piccoli maestri</strong> nasce come una controstoria della <strong>Resistenza</strong>, un ripensamento in chiave antiretorica e antieroica degli avvenimenti che condussero il nostro paese dallo sfacelo dell’8 settembre alla speranza del 25 aprile. Questo è uno dei tanti motivi, direi il principale, per riscoprire Luigi Meneghello e il suo romanzo a sessant’anni esatti dalla sua prima pubblicazione.</p>
<p>Fuori da ogni agiografia, Meneghello ne <strong>I piccoli maestri</strong> si attiene alla verità dei fatti e organizza il racconto partendo da un I<strong>o autobiografico</strong>, spinto da un’oggettività astratta di un bilancio o di una cronaca. La dimensione autobiografica costituisce la spinta primaria della scrittura di Meneghello.</p>
<p>L’autore ci racconta le gesta e i pensieri di un piccolo gruppo di partigiani vicentini, di estrazione borghese e studentesca di cui, giovane ventenne, ha fatto parte. Senza eroica, senza retorica, bandite la celebrazione e la propaganda, Meneghello racconta attraverso quella esperienza l’atrocità di una vicenda collettiva.</p>
<p>In questo piccolo gruppo di studenti che dopo l’8 settembre, guidati dal professore <strong>Antonio Giurolo</strong>, si dà alla macchia mosso da un profondo desiderio di libertà, giustizia e democrazia, troviamo i personaggi indimenticabili che rappresentano lo spirito di un popolo che non ce la fa più.</p>
<p>Sono loro <strong>i piccoli maestri</strong> del titolo del romanzo: giovani studenti universitari con i loro ideali, ingenui e non preparati alla guerra. Loro diventano i protagonisti del doloroso percorso della mattanza civile. Meneghello abbassa i toni ed evita volutamente qualsiasi tipo di retorica e nel racconto di questa estrema esperienza giovanile sa restituire con una scrittura fedele agli avvenimenti un ritratto vivido della complessità della Resistenza.</p>
<p><em>«Una rilettura del libro mi ha convinto che in quel tempo i miei compagni e io siamo stati a contatto con un’Italia più interessante di quella dei resoconti ufficiali e canonici. Non penso solo alla cerchia della Resistenza e della partigianeria, ma più in generale della vita di allora. Noi abbiamo avuto un rapporto privilegiato non solo con la povertà degli italiani che per un po’ abbiamo anche condiviso, ma anche con la realtà del nostro Paese (sulle quali qualcuno ha poi cercato di posare il solito coperchio di idee ricevute, e di insipienza), un’Italia caotica, giovanile, vitale, un Paese vispo generoso, un po’casinista»</em>.</p>
<p>Così lo stesso Meneghello difenderà le ragioni antiretoriche del suo romanzo e il suo anticonformismo, che dette molto fastidio ai gendarmi della memoria resistenziale. A sessanta anni dalla sua pubblicazione <strong>I piccoli maestri</strong> merita di essere riletto per le sue spiccate qualità etiche e civili, e anche perché resta uno di quei pochi libri che toccano le vere questioni umane della guerra partigiana.</p>
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		<title>Il fronte russo. Luca Steinmann e la &#8220;gioiosa propaganda bellica&#8221;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/steinmann-libro-fronte-russo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Sep 2023 02:13:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Il fronte russo&#8221; di Luca Steinmann, Rizzoli, 2023 Nel gennaio 2023, Luca Steinmann a conclusione del suo libro scrive che la guerra russo-ucraina sarà ancora lunga e ogni pronostico sugli esiti è alquanto inutile. Per lui è stato semplice affermare questo, proprio perché è stato uno dei pochi, se [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Il fronte russo&#8221; di Luca Steinmann, Rizzoli, 2023</strong></p>
<p>Nel gennaio 2023, Luca Steinmann a conclusione del suo libro scrive che <strong>la guerra russo-ucraina sarà ancora lunga e ogni pronostico sugli esiti è alquanto inutile</strong>. Per lui è stato semplice affermare questo, proprio perché è stato uno dei pochi, se non l&#8217;unico, giornalista occidentale che ha avuto il <strong>&#8220;privilegio&#8221;</strong> di testimoniare il conflitto stando tra i russi.</p>
<p><strong>La guerra è dolce solo per chi non l&#8217;ha vissuta, scrisse Erasmo d Rotterdam più di cinquecento anni fa</strong>, e anche al freelance Steinmann saranno venute in mente queste parole mentre attraversava, insieme ai russi, <strong>i punti caldi del Donbass, ossia Lugansk, Mariupol, Donetsk, la centrale nucleare di Zaporizhya.</strong></p>
<p>Era il <strong>18 febbraio 2022</strong> quando Luca arrivò in Donbass e mai poteva immaginare che di lì a poco si sarebbe ritrovato nel mezzo del conflitto. <strong>Ma anche lui ha dovuto combattere la sua guerra per conquistarsi la fiducia dei filorussi</strong>, dei ceceni e dei soldati che non vedevano di buon occhio la sua presenza. Ancora oggi, per loro un giornalista occidentale è al soldo della <strong>Nato</strong>, quindi degli <strong>Stati Uniti</strong>, pertanto è considerato un ciarlatano che ha il solo scopo di demonizzare la <strong>Madre Russia</strong>.</p>
<p>Quindi, per allontanare da sé questa nomea, Luca ha dovuto imparare un nuovo linguaggio, ricordandosi che i russi non combattono una <strong>&#8220;guerra&#8221;</strong> contro l&#8217;Ucraina, ma stanno svolgendo <strong>&#8220;un&#8217;operazione speciale&#8221;</strong>. Inoltre, deve essere d&#8217;accordo con loro sul fatto che la <strong>&#8220;Russia non ha occupato il Donbass, ma lo sta liberando dai nazisti ucraini&#8221;.</strong> Steinmann deve anche ricordare di non calcare troppo la mano sul malcontento o su elementi che mostrino il conflitto come una<strong> lotta fratricida, altrimenti verrà espulso</strong>. Infatti, <strong>tanto Kiev quanto Mosca faranno attenzione a come Luca racconterà la guerra ai media occidentali, soprattutto a quelli italiani.</strong> I funzionari dei rispettivi governi in guerra seguiranno i suoi collegamenti con <strong>Enrico Mentana</strong>, durante il telegiornale di <strong>La7</strong>, e lui neanche lo saprà, potrà solo immaginarlo.</p>
<p>In queste condizioni, come svolgere il proprio lavoro con coscienza, senza mettere da parte nulla di quello che il nostro Luca ha il <strong>&#8220;privilegio&#8221;</strong> di vedere con i propri occhi, e volendo dimostrare sia all&#8217;occidente che all&#8217;oriente che lui è solo un giornalista, quindi un cronista che racconta i fatti e che se ne infischia delle opposte strategie di propaganda?</p>
<p>Infatti, non va dimenticato che se tra i filorussi l&#8217;interpretazione dei fatti deve tenere conto che la Russia è in lotta non solo contro l&#8217;Ucraina, ma contro tutta la Nato, in Occidente il filo conduttore dei racconti dal fronte dev&#8217;essere sempre quello <strong>di un Putin tiranno che non vuole la pace e di una Russia imperialista feroce e assolutista.</strong> L&#8217;unica differenza tra i due fronti è che a <strong>Oriente la censura è imposta e si vede, mentre in Occidente è morbida, sottotraccia</strong>, democraticamente elaborata e spacciata come &#8220;libertà di essere indifferenti&#8221;.</p>
<p>Insomma, in tutto questo <strong>Luca avrebbe anche potuto rischiare di fare un viaggio a vuoto</strong>, senza avere la possibilità di raccontare sui media occidentali ciò di cui era testimone. Per fortuna, tutto questo non è successo e oggi ci troviamo davanti a una narrazione <strong>&#8220;super partes&#8221;</strong> che mette al centro i fatti.</p>
<p>La guerra è morte, macerie, paura, angoscia, carne dilaniata, speranza e attesa. <strong>Vivere il fronte russo vuol dire conoscere anche l&#8217;altra faccia della storia.</strong> Steinmann ha avuto la possibilità di confrontarsi con civili, profughi, soldati ceceni e russi, nonché con i mercenari della Wagner, <strong>i quali sotto la loro mascotte avevano scritto &#8220;Non avercela con me, lo faccio per soldi&#8221;</strong>. Ha potuto confermare, prima di tutto a sé stesso, che in guerra non vi sono buoni o cattivi, <strong>ma persone più o meno convinte, più o meno indottrinate, impaurite, abbrutite, emotivamente coinvolte o dissociate.</strong></p>
<p>Leggere <strong>&#8220;Il fronte russo&#8221;</strong> non ci farà capire da che parte stare, ma cosa si nasconde dietro una guerra e quanto possa essere infernale la propaganda.<strong> Steinmann per due volte ha rischiato di essere espulso</strong>, perché ai russi le sue parole non sono piaciute. In ogni caso, il giornalista ha compreso che anche quella difesa strenua che la Russia ha messo in campo, è manifestazione di una paura ancestrale, <strong>quella della libertà di pensiero.</strong></p>
<p>Libertà di pensiero che fa paura anche a questo nostro Occidente, <strong>sempre pronto a dividere il mondo fra buoni e cattivi.</strong></p>
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		<title>Il figlio maschio. Giuseppina Torregrossa e l&#8217;ironia della &#8220;cultura&#8221;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/il-figlio-maschio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Nov 2022 01:20:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Sebastiano Impalà. In copertina: &#8220;Il figlio maschio&#8221; di Giuseppina Torregrossa, edizioni Rizzoli La trama di &#8220;Il figlio maschio&#8221; è veramente straordinaria. La storia si snocciola nell’arco di un secolo e vede come protagonista assoluta una famiglia siciliana dagli inizi del Novecento fino ai giorni nostri. L’amore per la cultura, il desiderio di migliorare [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Sebastiano Impalà. In copertina: &#8220;Il figlio maschio&#8221; di Giuseppina Torregrossa, edizioni Rizzoli</strong></p>
<p>La trama di <strong>&#8220;Il figlio maschio&#8221;</strong> è veramente straordinaria.</p>
<p>La storia si snocciola nell’arco di un secolo e vede come protagonista assoluta una famiglia siciliana dagli inizi del Novecento fino ai giorni nostri. L’amore per la cultura, il desiderio di migliorare la propria condizione sociale, spingono la matriarca di tale famiglia, Concetta Russo, ad investire in cultura su almeno uno dei suoi figli maschi. Lo sprona agli studi, in pieno contrasto col marito, per farne di lui un libraio o meglio, un editore. Ciò avviene, non con pochi sforzi, attraverso disagi e disavventure che generano una dinastia di librai ed editori che faranno la storia della cultura siciliana.</p>
<p>Una regione che ha visto nascere i vari Sellerio e Flaccovio, che appaiono nel libro insieme al grande Leonardo Sciascia.</p>
<p>La Torregrossa, sagace e perspicace più che mai, dipinge ancora una volta un quadro letterario con assoluta ironia e, contrariamente al titolo, eleva magnificamente le sue protagoniste allo stato di protagoniste assolute. Con amore, intelligenza ed assoluta dedizione.</p>
<p>&nbsp;</p>
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