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	<title>riscatto Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Politeama. Gianni Amelio e la storia di un ragazzo calabrese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Mar 2025 23:03:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Letizia Falzone. In copertina: &#8220;Politeama&#8221; di Gianni Amelio, Mondadori Luigino cresce in un piccolo, povero paese della Calabria, figlio di padre ignoto e di una giovanissima ragazza Ida (quindici anni quando, già madre di una bambina, l’aveva partorito), “un’anima semplice”, di cui non sapeva niente “perché lei non parlava né con lui né [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Letizia Falzone. In copertina: &#8220;Politeama&#8221; di Gianni Amelio, Mondadori</strong></p>
<p>Luigino cresce in un piccolo, povero paese della<strong> Calabria</strong>, figlio di padre ignoto e di una giovanissima ragazza Ida (quindici anni quando, già madre di una bambina, l’aveva partorito), “un’anima semplice”, di cui non sapeva niente <strong>“perché lei non parlava né con lui né con nessuno.</strong> Si faceva capire a gesti ma non era muta, aveva la testa chiusa, con pochi pensieri dentro che le tenevano compagnia.”</p>
<p>A scuola impara poco: “le parole del sillabario non gli entravano in testa”; ha un solo amico, Aldo che “lo stringeva da dietro e lo accarezzava senza fargli male”; si innamora di Meri, una fiorentina ventenne in visita a dei parenti.</p>
<p><strong>Luigino vive un’infanzia travagliata,</strong> con una madre rinchiusa in un manicomio e un padre sconosciuto. Il suo sogno è quello di cantare alla radio e in televisione. La sua voce, simile a quella delle dive di Sanremo, lo porta ad esibirsi in vari contesti, tra cui circhi e spettacoli di avanspettacolo.</p>
<p>Nonostante il successo iniziale, <strong>Luigino</strong> subisce anche umiliazioni e delusioni. La sua strada verso il mondo dello spettacolo viene bruscamente interrotta, spingendolo a cercare un nuovo inizio a <strong>Roma</strong>. Qui, incontra <strong>Elide</strong>, una giovane cameriera, con cui vive un breve momento di felicità, seguito però dall’abbandono.</p>
<p>La solitudine è un tema ricorrente, sia nell’infanzia di <strong>Luigino</strong> che nella sua vita adulta. Ma centrali sono anche i temi della ricerca di identità, del sogno e della disillusione.</p>
<p><strong>Politeama</strong> è il nome di tanti cinema di provincia con le poltrone scomode e senza dolby surround, quelli che c’erano negli anni<strong> Cinquanta</strong> proprio come quel cinema che <strong>Gianni Amelio</strong> frequentava da ragazzo a <strong>Catanzaro</strong>.</p>
<p><strong>Politeama</strong> è anche un romanzo di formazione scritto in terza persona, ma dalla parte del protagonista. I venticinque capitoli, preceduti quasi tutti da alcuni versi di canzoni d’amore in voga nel dopoguerra, raccontano, dal punto di vista di Luigino, bambino, ragazzo, giovane e adulto, la vita che gli capita.</p>
<p>Il romanzo è scritto con uno stile semplice e diretto, ma allo stesso tempo evocativo. <strong>Amelio</strong> riesce a creare un’atmosfera intensa e coinvolgente, grazie anche alla sua capacità di descrivere i personaggi e i luoghi con grande realismo. Ho apprezzato la sensibilità con cui Amelio affronta le tematiche. <strong>Un libro da leggere d’un fiato.</strong> Un romanzo che rivela una grande fiducia nella forza della diversità, nella lucida follia che aiuta ognuno a sopravvivere anche quando sembra impossibile</p>
<p>Dalla quasi favola dell’infanzia dai <strong>toni dickensiani</strong> e con atmosfere che rimandano a certi <strong>straniamenti chapliniani</strong> al quasi dramma teatrale del dialogo all’Apollo si precisa il senso, più consapevole nelle tre lettere, due alla madre e una alla figlia, dell’accettazione, umile e tenace, della propria identità diversa. E dell’accettazione della vita, sempre: nelle sue esperienze più lievi e più crude, e per quanto imperfetta e incompiuta.</p>
<p>Questo libro parla della dignità e del riscatto da tutto ciò che la calpesta e parte dalla constatazione della sofferenza che si vince. <strong>Tutti abbiamo problemi</strong> e dobbiamo affrontarli con il coraggio che abbiamo dentro di noi. Alla fine trionfa l’orgoglio e l’idea che se hai davanti una montagna la devi scalare.</p>
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		<title>La Perla. John Steinbeck e il cieco desiderio di riscatto di Kino</title>
		<link>https://www.borderliber.it/perla-steinbeck-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Nov 2024 23:17:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Fortuna]]></category>
		<category><![CDATA[Kino]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura americana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione e foto di Marco Ponzi Ci sono molti scrittori che rimangono fedeli a un tema e alle sue declinazioni. Taluni ne fanno un’ossessione. C’è chi lo fa per contratto e chi per motivi che nascono da riflessioni di varia natura. Altri invece preferiscono spaziare, allontanarsi da un argomento che poi, magari, sviscereranno più avanti [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Recensione e foto di Marco Ponzi</strong></em></p>
<p>Ci sono molti scrittori che rimangono fedeli a un tema e alle sue declinazioni. Taluni ne fanno un’ossessione. C’è chi lo fa per contratto e chi per motivi che nascono da riflessioni di varia natura. Altri invece preferiscono spaziare, allontanarsi da un argomento che poi, magari, sviscereranno più avanti o forse mai, nel modo che sarà a loro più congeniale. Mentre chi scrive per contratto questo problema, di solito, non lo ha perché si adatta un po’ al mercato o alle richieste dell’editore.</p>
<p>Per quel che ho letto di <strong>John Steinbeck</strong>, posso certamente dire che lui sia stato un autore che aveva l’urgenza di raccontare la propria contemporaneità senza bisogno di rispettare un contratto, se non quello con se stesso e questo traspare dalle pagine dei suoi scritti.</p>
<p>La scrittura di Steinbeck si conferma, per me, intensa, densa, profonda, una scrittura in cui il raccontato appare sotto forma di pensiero, di riflessione, qualcosa che aleggia nell’aria, una voce narrante indecifrabile che osserva senza giudicare.</p>
<p>Ho ritrovato anche in questo breve libro un distacco affettuoso o, se vogliamo, <strong>un’empatica indifferenza</strong> dell’autore nei confronti dei suoi personaggi, con sfumature malvagie, di una malvagità tenera che vuole esaltare un bene che verrà fuori dal vissuto dei protagonisti. Potrei dire <strong>“un male a fin di bene”</strong>. Potrebbe quasi sembrare un autore che non ami le sue creature e questo, per uno scrittore, sembrerebbe bizzarro. Ma qui sta anche il talento di un narratore che è il primo ad ascoltare la storia scritta da lui stesso.</p>
<p><strong>“La perla”</strong> è un racconto lungo che definirei una novella e che ruota attorno alla vicenda del pescatore<strong> Kino</strong> che ritrova una preziosa perla la quale diventa così la proiezione del suo desiderio di salvezza e riscatto, a dispetto di tutto, ciecamente. Da quel momento, la prospettiva di <strong>Kino</strong> cambierà.</p>
<p>La perla diventa una sorta di gratta e vinci ante litteram, il colpo di fortuna dovuto a una felice coincidenza, l’ossessione ludopatica che cancella qualsiasi altra considerazione razionale, l’illusione di ricchezza data dalla necessità (che oggi non c’è, non sempre, ma che al tempo della vicenda raccontata rasentava la miseria).</p>
<p>La perla è l’interruttore che spegne la rassegnazione e riaccende la speranza, non per sé ma per il figlio appena nato e che fa muovere le cose, anche troppe.</p>
<p>Ma al disperato <strong>basta davvero poco per tentare il salto</strong>, la motivazione è latente, non è sopita del tutto: un po’ come potrebbe accadere a un carcerato che, meritevole o no, possa aspirare a uno sconto di pena e, da un giorno all’altro, si ritrovi graziato. La gioia immensa per l’evento inaspettato sconvolge quei piani che ancora non sapeva di avere, ancorché la vita di persone con poche risorse si presti più facilmente a essere sconvolta a causa di certi tipi di miraggi.</p>
<p>Ebbene, <strong>Kino trascina con sé moglie e figlio</strong>, mentre l’avidità altrui diventa furia cieca, subendo gli eventi che si era immaginato favorevoli e che invece lo condurranno a un destino che, per uno nella sua condizione, potrebbe essere ritenuto più ingrato del previsto. Ma questa visione del proprio destino non sarà definitiva.</p>
<p>La storia è una riflessione dinamica sulle fortune della vita: di alcune si è coscienti, di altre meno. Talvolta si confonde sfortuna per fortuna e si agisce in relazione a quanto si è percepito fino al momento in cui qualcuno o qualcosa non ti fa aprire gli occhi. A volte è una perla, altre volte un pugno nello stomaco. In questo caso la perla è il pugno nello stomaco che serviva al protagonista per risvegliarsi.</p>
<p>Da collezione.</p>
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		<title>Diario di una prof: &#8220;Tempo di saggi teatrali&#8221;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/diario-teatro-prof/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Apr 2024 03:51:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto e foto di Daniela Grandinetti Premessa Il teatro a scuola dovrebbe essere inserito in un sistema integrato ed essere per tutti. Molti fondi arrivano a pioggia sulle istituzioni scolastiche al grido di parole come: inclusione, orientamento e una serie di acronimi e tecnicismi fumosi che formano un glossario nutrito che può disorientare e che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Racconto e foto di Daniela Grandinetti</strong></em></p>
<h3>Premessa</h3>
<p>Il teatro a scuola dovrebbe essere inserito in un sistema integrato ed essere per tutti. Molti fondi arrivano a pioggia sulle istituzioni scolastiche al grido di parole come: inclusione, orientamento e una serie di acronimi e tecnicismi fumosi che formano un glossario nutrito che può disorientare e che spesso, diciamolo, non ha ricadute reali.</p>
<p>Ecco: forse basterebbe il teatro e molte cosiddette “buone pratiche” troverebbero una loro ragione di essere con risultati inaspettati. Corpo, autostima, cultura, socializzazione, insomma: centro con un colpo solo. Ringrazio la buona sorte e la mia curiosità innata che mi hanno parzialmente aiutato a usare tecniche teatrali nella didattica quotidiana.</p>
<h3>Una sera di tanti anni fa</h3>
<p>Stasera il mio diario prende la strada del passato: nell’aula c’era sole, questo lo ricordo bene. Il resto è indistinto, non saprei dire su cosa stessimo facendo lezione, sono passati troppi anni.</p>
<p>G. entra in classe e da subito fu chiaro che era un ragazzino particolare: alto, biondo, capelli rasta, occhi e pelle chiarissimi, fare impacciato, spalle leggermente ricurve. Si era trasferito da un altro istituto, eravamo ai primi dell’anno, aveva capito che l’indirizzo che aveva scelto non faceva per lui.</p>
<p>Così eccolo arrivare in quella &#8220;prima&#8221; formata in gran parte da ragazzine agguerrite, lui timido e schivo. Leggeva malissimo, scriveva peggio, faceva fatica a integrarsi, studiava poco, aveva un’organizzazione pessima, autonomia inesistente.</p>
<p>Di G. ricordo in particolare i temi di italiano: era pieno di idee, di spunti, di cose da dire, ma non sapeva dar forma al caos. Per farlo aveva bisogno di un procedimento dialettico, ovvero lui parlava, io interagivo cercando di suggerire senza dire troppo, lui scriveva e così si procedeva. Il più delle volte G. era testardo e andava comunque per la sua strada. Se una cosa gli sembrava giusta da dire la scriveva a modo suo, non importava come, e spesso non capiva quale fosse il limite oltre il quale bisognava pur rendersi conto di ciò che c’era da imparare, che non bastava “sentire”, bisognava anche esprimerlo decentemente.</p>
<p>Stasera pensavo a quel ragazzino, mentre sul palcoscenico un ragazzo bello, alto, con una bellissima voce perfettamente modulata sciorinava versi di Baudelaire, di Ferlinghetti, di Garcia Lorca e perfino di Vincenzo Cardarelli. Ha uno stile attoriale dolce e suadente quando legge e recita versi, ma può diventare rude e aggressivo nei ruoli, ovvero ciò che nella vita non è.</p>
<p>G. è diventato un ottimo attore, ma non solo: è anche un educatore che segue ragazzi problematici, è questo il suo lavoro e fa bene entrambe le cose, dotato com’è di grande sensibilità.</p>
<p>È stato il laboratorio teatrale scolastico a fare di G. quel ragazzo che stasera sul palco vince e convince. Un laboratorio promosso all’interno della classe dapprima, della scuola poi. È stata anche la mia prima esperienza di un laboratorio teatrale a scuola con l’aiuto di un attore e regista teatrale. È stata una delle esperienze più estenuanti e nello stesso tempo più belle di tutta la mia carriera scolastica.</p>
<p>Il talento di G. stava lì, nella recitazione. È diventato primo attore di quel laboratorio e lo è stato per qualche anno. Ricordo che non capiva sempre il senso delle parole, ma non importava, perché dove non arrivava con la testa, lui arrivava con la pancia. Era un animale, un istinto e sul palcoscenico tutta la sua insicurezza spariva ieri come sparisce oggi.</p>
<p>G. alla fine si è diplomato egregiamente e ha fatto tanta strada da allora. È diventato un bellissimo ragazzo sempre pieno di dubbi e con una gran voglia di cercare.</p>
<p>Mi commuove sempre un po’ quando vengo a vederlo recitare, come stasera, che è insieme a un compagno con cui ha formato un duo: <strong>Tipi di-versi</strong>. Uno suona, trova le note, l’altro recita, trova il colore delle parole.</p>
<p>Si esibiscono per lo più per un pubblico giovane, ed è una piccola rivoluzione, loro che parlano un linguaggio poetico a coloro che poesia non ne ascoltano più.</p>
<p>Esistono molti G. che hanno un talento nascosto da qualche parte, ma troppo spesso passa inosservato, senza gli strumenti o le intuizioni adeguate per scoprirlo e tirarlo fuori.</p>
<p>Ho sempre avuto una inesauribile fiducia in quel ragazzino testardo e cocciuto, guardavo con simpatia alla sua anarchia per altri incomprensibile e mentre osservavo stasera, nel buio della platea, la sua figura ben stagliata sul palcoscenico, così composta, così disciplinata, così concentrata, ho pensato che qualsiasi sarà la sua strada porterò sempre con me quel ragazzino che più di dieci anni fa entrò in classe con la testa chinata, quasi a schivare gli sguardi, incapace perfino di parlare.</p>
<p>Eccolo là adesso. Ti guarda e ti sfida. Un titano.</p>
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		<title>Napoli in laterale. Riflessioni sparse nella città degli strappi</title>
		<link>https://www.borderliber.it/napoli-in-laterale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Feb 2024 01:59:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Città]]></category>
		<category><![CDATA[Infrastruttura]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Napoli in laterale. Riflessioni sparse nella città degli strappi&#8221; è un articolo di Guido Borà. Le foto presenti nell&#8217;articolo sono state fornite dall&#8217;autore Ogni anno, tra il 26 dicembre e il 2 gennaio, a Napoli, nella Chiesa del Carmine al Mercato, è esposto un crocifisso ligneo che nel 1439, secondo la tradizione popolare, avrebbe inclinato [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><b>&#8220;Napoli in laterale. Riflessioni sparse nella città degli strappi&#8221; è un articolo di Guido Borà. Le foto presenti nell&#8217;articolo sono state fornite dall&#8217;autore</b></p>
<p>Ogni anno, tra il 26 dicembre e il 2 gennaio, a <strong>Napoli</strong>, nella <strong>Chiesa del Carmine al Mercato</strong>, è esposto un crocifisso ligneo che nel 1439, secondo la tradizione popolare, avrebbe inclinato il capo per evitare un colpo di cannone. Inizia, così, negli ultimi giorni di dicembre dell’anno scorso, con questa tappa insolita, una gita a <strong>Napoli</strong>. Il complesso monumentale del Carmine si trova in un quartiere cittadino in passato molto vivace, sede di storici grossisti di biancheria e altri generi di consumo.</p>
<p>Negli ultimi trent&#8217;anni, dopo la costruzione del <strong>Cis di Nola</strong>, il “Mercato” si è gradualmente svuotato, per cui ai ricordi di un quartiere sempre in fermento si è contrapposta la realtà desolata di saracinesche chiuse – <strong>secondo una recente stima della Confcommercio avrebbe chiuso quasi la metà degli esercizi</strong> – e di grandi spazi vuoti con poche persone in giro.</p>
<p>La desolazione della piazza mi suggerisce un primo spunto di riflessione su un fatto piuttosto noto e dalle interpretazioni molto controverse:<strong> il Mercato fu teatro della feroce rappresaglia borbonica nei confronti dei sostenitori della repubblica napoletana del 1799</strong>, che provocò uno strappo, mai pienamente ricucito, tra il popolo dei <strong>“lazzari”</strong> e le classi colte del <strong>Mezzogiorno</strong>.</p>
<p>Il 20 agosto 1799, <strong>Eleonora de Fonseca Pimentel</strong> fu giustiziata e, come scrisse Enzo Striano nel romanzo <strong>Il resto di niente,</strong><em> “all’impiccata non resta in pugno meno che il niente: il “resto” che si deve al niente”</em>. Risalendo per <strong>via Lavinaio</strong>, così chiamata perché in passato le acque piovane defluivano abbondantemente lungo le mura della città, è stato inevitabile osservare le condizioni fatiscenti e misere delle vie traverse.</p>
<p>Qui sono incarnate le diseguaglianze profonde all’interno dello stesso quartiere, non solo tra quartieri; una caratteristica peculiare di questa città, porto di mare, dove zone agiate e meno agiate si intrecciano e si fondono quasi indistintamente. <em>“Una città strana, misera e insieme ricca, soavemente colorata”</em>, scriveva <strong>Anna Maria Ortese</strong> nel romanzo <strong>Il cardillo addolorato</strong>.</p>
<p>Poiché ci troviamo non troppo distanti dal luogo dove sorgevano i <strong>Granili,</strong> un imponente edifico pubblico borbonico che ospitò gli sfollati della <strong>Seconda guerra mondiale</strong>, demolito negli anni &#8217;50 del secolo scorso, ripensiamo di nuovo ad <strong>Anna Maria Ortese</strong> e alla sua opera di rottura, <strong>Il mare non bagna Napoli</strong>.</p>
<p>Uno dei racconti intitolato <strong>“Il silenzio della ragione”</strong> è un pesante atto di accusa nei confronti di un gruppo di <strong>“giovani scrittori”</strong> di sinistra, napoletani e no, attivi nel secondo dopoguerra. Riflusso, disimpegno, poca incisività, progetti editoriali astratti o campati in aria, voglia di emigrare a Roma o a Milano per aspirare a “silenziose carriere”.</p>
<p>Lo strappo con gli intellettuali, tra cui <strong>Luigi Compagnone, Luigi Incoronato, Michele Prisco, Pasquale Prunas, Domenico Rea, Vasco Pratolini e Raffaele La Capria</strong>, fu insanabile e l’Ortese non tornò mai più a Napoli. Dopo più di quaranta anni, l’autrice ammise, anche se la lucidità di quel giudizio resta intatta, che la stesura dei racconti fu influenzata da <strong>“un’autentica nevrosi”</strong> di origine metafisica: <strong>“il Mare era uno schermo su cui si proiettava il doloroso spaesamento della persona che aveva scritto il libro”</strong>.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-9176 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2024/02/Napoli_Strappo_Bora_1.jpg?resize=800%2C600&#038;ssl=1" alt="Napoli in laterale, di Guido Borà" width="800" height="600" data-recalc-dims="1" /></p>
<p>Tornando al nostro itinerario, dopo aver visitato il complesso dell’Annunziata, noto per la famigerata ruota degli “esposti”, raggiungiamo <strong>Castel Capuano</strong>. Imboccando <strong>via Carbonara</strong>, anche questa una strada laterale, ai margini, dove nel medioevo si accumulavano e bruciavano i rifiuti della città, sulla destra si incontra la chiesa di <strong>San Giovanni a Carbonara</strong>, un meraviglioso complesso in stile gotico rinascimentale, riaperta di recente al pubblico.</p>
<p>Chi conosce la città sa che queste zone sono relativamente marginali, al confine con la ferrovia e la zona industriale, vie laterali ai bordi di quartieri impenetrabili come il <strong>“buvero”</strong> di <strong>Sant’Antonio</strong>, che costeggiano le vecchie mura di cui sono rimaste solo alcune porte e dove la presenza dei turisti è scarsa.</p>
<p>Alla fine del nostro vagare, per strade che appena dieci anni fa erano sconsigliate a chiunque non fosse stato della zona (vedi vico san Gennaro o l&#8217;Anticaglia), siamo sbucati in <strong>via dei Tribunali,</strong> dove siamo stati travolti da una moltitudine di turisti ammassati all’ingresso dei ristoranti il cui interesse principale era la pizza e il cibo da strada.</p>
<p>Fin qui nulla di nuovo di quello che è il discusso e discutibile<strong> “fenomeno Napoli”</strong>. Una città fino a 50 anni fa di natura essenzialmente amministrativa, industriale, di servizi, base di un comando militare USA, il cui centro storico era saldamente in mano alla camorra, e ora meta turistica tra le più popolari in Italia. <strong>Ermanno Rea</strong>, nel suo intenso romanzo <strong>Mistero napoletano</strong>, era convinto che la massiccia presenza della VI flotta statunitense avesse segnato per sempre il destino di Napoli, favorendo il contrabbando e la prostituzione e rafforzando le basi della camorra.</p>
<p>La classe dirigente del <strong>Pci</strong> di allora, fortemente legata allo stalinismo, non riuscì o non volle affrontare il problema e mancò l’occasione di agganciare la città al progresso e alla modernità. Un’occasione che, sebbene parzialmente e in modo criticabile, non si è lasciata sfuggire la classe dirigente dalla prima metà degli anni &#8217;90 del secolo scorso (anche quella più recente ha avuto un ruolo nel rilancio ma non ne paleremo). Avendo avuto contezza dello sterminato patrimonio monumentale, per la maggior parte invisibile agli stessi napoletani, lo ha gradualmente aperto al pubblico, intercettando la forte spinta propulsiva che partiva dal basso.</p>
<p>Qui emerge il ricordo affettuoso di un docente di filosofia del primo liceo di nome <strong>Gaetano </strong>che, a quei tempi, abitava in <strong>Vico storto al Purgatorio</strong>, una traversa di <strong>via dei Tribunali</strong>. Nelle domeniche d&#8217;inverno del 1982 accompagnava alcuni dei suoi studenti in alcuni luoghi del <strong>Decumano maggiore</strong>, allora considerati inaccessibili, come la <strong>chiesa delle anime del Purgatorio</strong>, o anime “pezzentelle”, oppure agli scavi romani nel sottosuolo della chiesa di <strong>San Lorenzo</strong> “dall’abside in raffinato gotico francese”, oppure ancora il chiostro dell’Archivio notarile o la basilica di <strong>San Paolo Maggiore</strong>. Fortemente convinto che il patrimonio culturale avrebbe potuto trainare il rilancio e il riscatto di Napoli, disperava, tuttavia, che questo potesse accadere a breve a causa della natura intrinsecamente violenta della città.</p>
<p><strong>Vedete in alto?</strong> Riuscite a scorgere i fregi “apotropaici” sulla facciata della chiesa del Gesù nuovo? Qui raccontava perplesso, combattuto tra teodicea e superstizione, il cardinale <strong>Corrado Ursi,</strong> negli anni &#8217;70, chiuse al pubblico la chiesa del Purgatorio con la speranza di arginare, invano, il rito profano delle anime “pezzentelle”. Guardate lì per terra, alla base di quel palazzo secentesco, non notate <strong>dell’opus reticolatum?</strong> Che sovrapposizione di stili, esclamava entusiasta, come se fosse sempre di fronte a una nuova scoperta.</p>
<p>Superati i Tribunali, passando vicino a <strong>piazza Bellini</strong>, nel cui centro c’è un’area con degli scavi di mura preromane, è stato inevitabile ricordare che quello era il luogo dove si davano appuntamento un’amica entomologa e il suo <strong>“plumber”</strong>, ossia qualcuno che stava intervistando, la cui identità doveva restare anonima. Qualche anno fa <strong>Lisa</strong> stava conducendo uno studio su Napoli e, a questo proposito, mi chiedeva con insistenza perché fosse considerata una città “povera”.</p>
<p>Ripeteva ostinata che, al contrario, le sembrava molto vivace <strong>“c’è sempre tanta gente in giro ed è densamente infrastrutturata”</strong>. Ho ribattuto, abbastanza irritato, come la vivacità non fosse da considerare un parametro credibile di misurazione della ricchezza, mentre l’infrastrutturazione, che era un’eredità del passato, dimostrava come la presenza di strade, di ferrovie, di porti senza legalità e certezza del diritto non fosse sufficiente per lo sviluppo economico.</p>
<p>Ripensando, tempo dopo, a quella lunga conversazione, ho concluso che anche qui si fosse consumato un piccolo ma significativo “strappo”. Uno strappo che è lo specchio dei nostri tempi, tra il pensiero genuinamente meridiano di Lisa e quello economico dominante, senza che si fosse trovato un punto d’incontro costruttivo.</p>
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		<title>Lo stesso nome</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Jul 2023 01:09:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Lo stesso nome&#8221; è un racconto di Doris Bellomusto. In copertina una foto dell&#8217;autrice Fossano 1935 Il mio destino è abitare il buio e al buio illuminare i ricordi, spegnerli all&#8217;alba e consegnarli al sole perché perdano corpo e luce, come i fichi, stesi a seccare sulle terrazze arse della mia terra amara e jastimata, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Lo stesso nome&#8221; è un racconto di Doris Bellomusto. In copertina una foto dell&#8217;autrice</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Fossano 1935</em></p>
<p>Il mio destino è abitare il buio e al buio illuminare i ricordi, spegnerli all&#8217;alba e consegnarli al sole perché perdano corpo e luce, come i fichi, stesi a seccare sulle terrazze arse della mia terra amara e <strong>jastimata</strong>, non più mia.</p>
<p>Le mie giornate sono deserte di affetti, attraverso ore lente e interminabili, con mano incerta, traccio scarabocchi su un pezzo qualunque di carta, mi fanno compagnia la languida nostalgia dei tramonti e della luna piena, gli odori degli altri, le voci che fanno rumore e non hanno significato e il suono metallico e dispotico delle chiavi e dei cancelli.</p>
<p>Un perimetro esistenziale che misuro in un numero di passi scarso e povero come il mio destino.</p>
<p>Ho soffiato rabbia sul fuoco della mia gioventù e il mio tempo, in questi miserabili anni, continua a bruciare gli inganni che mi hanno trascinato in questa dimensione deformata, dove spazio e tempo si restringono e, infine, si annullano. Del tempo resta l&#8217;eco delle ore trascorse, il futuro non esiste; lo spazio non conosce unità di misura che non sia il mio passo corto, non c&#8217;è orizzonte.</p>
<p>Io ho perso peso e volume, forse, vivo in un disegno sbilenco tracciato dalle mani incerte di un bambino. Eppure è forte l&#8217;odore degli altri, è forte il suono metallico e dispotico delle chiavi e dei cancelli, forti sono le voci che fanno rumore e non hanno significato. Sono ancora nel mondo, eppure non gli appartengo, né il mondo appartiene a me. Non ora che si è tinto di nero.</p>
<p>Avere vent&#8217;anni è avere il vento nel cuore, camminare senza chiedersi dove e credere buono il destino.</p>
<p>Ho creduto di poter fare la differenza, ho creduto di poter insegnare giustizia alla mia gente, ho creduto che bastasse soffiargli addosso la verità per strappargli dalla pelle l&#8217;inerzia, ma l&#8217;inerzia è più forte di qualsiasi illusione e io sono qui con la rabbia che mi rode il cuore.</p>
<p><strong>“Abbasso la guerra”</strong>, l&#8217;ho gridato forte, per tre volte, da dietro le sbarre, a mala pena u sacciu adduv&#8217;è l&#8217;Etiopia, ma io abbasso la guerra, io la guerra la faccio solo ai fascisti e adesso, con altri nove sono stato condannato a tre mesi di isolamento ed eccomi qui, consumato dal tempo, come cera che si scioglie e si incrosta.</p>
<p>Nel buio dell&#8217;isolamento, mi lascio bruciare gli occhi dal sole e dalla salsedine e sento il nome del mio nemico pronunciato con orgoglio dai miei paesani e fatto riecheggiare di paese in paese, dal <strong>Tirreno allo Jonio, da Cosenza a Reggio Calabria – Michele Bianchi – il “quadrumviro” della “marcia su Roma”</strong>. E&#8217; morto, non ha più potere, ma chi raggia, quanto potere ha avuto in vita su quelle misere anime erranti fra la terra e il mare di <strong>Belmonte</strong>, e come avrei potuto io, misero illuso, restituire alla mia gente il senso della parola libertà?</p>
<p>Libertà è parola abusata, per molti è il privilegio di poter disporre del lavoro degli altri e in suo nome i patruni hanno presto obbedito al <strong>Duce, i garzuni</strong>, come me, poco avevano da perdere e qualcuno si è lasciato tentare dalla disobbedienza.</p>
<p>Io, a dirla tutta, <strong>figliu di patruni, garzuni lo sono diventato</strong>, a poco a poco, a mano a mano, giorno dopo giorno, accorgendomi dei soprusi e degli abusi di mio padre a danno dei garzuni che si spaccavano la schiena nelle sue terre.</p>
<p>Sono nato in un giorno di sole e di vento, era il <strong>3 Agosto del 1902</strong> e, mentre io venivo al mondo, mia madre se ne andava; <strong>“curu vientu è vulata mammata”</strong> mi hanno sempre raccontato, è volata via senza salutare nessuno, lasciando intorno tracce di sangue, rosso e vivo come i pomodori che aveva raccolto, col sole addosso e la rabbia nel petto, fino a che ne aveva avuto la forza. Mia madre non era figlia di patruni, mi ha messo al mondo per errore, non per amore, l&#8217;errore di lasciarsi tentare da mio padre e credere che dalle voglie del corpo potesse nascere l&#8217;amore, quello delle favole.</p>
<p>Venuto al mondo così non poteva andare diversamente questa storia storta.</p>
<p>Solo una piccola fortuna ho avuto, i miei nonni paterni, in mezzo al disamore e al rancore d&#8217;avere un nipote figlio di malarazza, hanno avuto orgoglio e non hanno accettato che a crescermi fossero due poveri cristi che tiravano a campare e mi avrebbero cresciuto a <strong>pani siccu e ficu &#8216;ndiani.</strong></p>
<p>Nelle case dei patruni non manca mai niente, c&#8217;è chi porta il latte fresco di capra, chi la ricotta di pecora, chi cirasi e fragulicchie, chi non ti fa mancare pane e suprissata, è un incessante vai e vieni di paesani in cerca di benevolenza, perché in paese tutto si fa e si disfa per volontà di chi ha le terre e cummanna.</p>
<p>Ho sempre mangiato bene, ho sempre camminato con le scarpe ai piedi e, soprattutto, sono cresciuto fra libri da leggere e carte da scrivere (in primis l&#8217;elenco di <strong>debbituri</strong>) e ho frequentato il “nobile” liceo di Cosenza, guardatu stuortu, per la mia discussa natura bastarda, da compagni e professori.</p>
<p>Cresciuto in mezzo a patruni e garzuni, ho sentito addosso il disprezzo degli uni e degli altri, figliu di malarazza avevo imbastardito il buon sangue di famiglia, eppure la malarazza di garzuni mi respingeva come un corpo estraneo, cosa ne sapevo io della fatica, del sudore, del sole che ti sicca l&#8217;arma a menzujuornu?</p>
<p>Avevano ragione, non ne sapevo niente. Cosa sia la fatica, il sudore, il sole che <strong>ti sicca l&#8217;arma a menzujuornu</strong> l&#8217;ho imparato a vent&#8217;anni, quando la mia misera storia storta si è impigliata nella storia grande di quest&#8217;Italia che mi respinge e mi sputa, dopo avermi roso cuore e muscoli, come si sputano i <strong>nuozzuli</strong>, dopo aver affondato i denti nella polpa rossa e dolce <strong>d&#8217;icirasa</strong>.</p>
<p>A vent&#8217;anni ho creduto che la mia gente sapesse riconoscere gli inganni della storia, che chiama libertà la tirannide, e non sta mai dalla parte dei <strong>cesaricidi</strong>. Io non volevo cedere all&#8217;inganno del “quadrumviro” che prometteva, a destra e a manca, mare e monti e della Sila voleva fare il giardino dell&#8217;Eden perduto, ma cu cimentu.</p>
<p>La notizia della Marcia su Roma trionfava sulla bocca dei miei paesani e io, invece, sentivo <strong>na raggia &#8216;mpiettu</strong> per quello schiaffo all&#8217;Italia o, per essere più esatti, a quello che dell&#8217;Italia restava ancora in piedi, ma barcollando. L&#8217;Italia agli occhi miei era ed è <strong>nu gigante curi piedi di crita</strong>.</p>
<p>Quel <strong>28 Ottobre del 1922</strong> io cominciai a meditare vendetta. Non mi piacevano le camicie nere dei <strong>patruni</strong>, volevo vendicare tutte le schiene spezzate dei poveri<strong> garzuni</strong>, e, in primis, volevo vendicare la morte prematura di mia madre. Lei mi abita sottopelle, nelle viscere, nei battiti del mio cuore inquieto e nel momento della ribellione io sono nato ancora una volta, adesso sono bastardo per scelta e non per destino. Avrei potuto trovare pace solo nella disobbedienza a quella nobile razza di patruni che chiamava me Michele Malarazza, per distinguermi dall&#8217;omonimo <strong>Michele Bianchi, il “quadrumviro”</strong>, che in paese dettava legge senza bisogno né di esserci né di proferir parola.</p>
<p><strong>Dalle terre della nobile razza Bianchi</strong> ho mosso i primi passi storti che mi hanno portato fino a qui. Era il giorno di tutti i Santi e io, insieme ad altri poveri cristi che, come me, non avevano niente da perdere, ho profanato la proprietà privata per raccogliere quel che restava delle tante castagne destinate ai mercati di Cosenza, Paola, Amantea. Quel giorno, speravo che ci fosse spazio anche per <strong>Santu &#8216;Ngringulu</strong>, l&#8217;unico santo a cui ho fatto voto in vita mia, un santo nato dalla fantasia popolare, il santo di chi va controcorrente e disobbedisce, il santo delle pecore nere, ma <strong>Santu &#8216;Ngringulu</strong> con me non perse tempo.</p>
<p>Era un giorno mite, sentivo addosso l&#8217;aria buona dell&#8217;autunno e mi penetrava<strong> &#8216;nta l&#8217;arma l&#8217;adduru du mari</strong> portato dal vento, non fu mite l&#8217;atteggiamento di minaccia da parte delle guardie che subito arrivarono a fermare il nostro raccolto. Come fossimo picciriddri dispensarono una sberla in pieno viso a ciascuno di noi, i poveri cristi che mi accompagnavano stettero muti e fermi, io alzai le mani e la voce e fui arrestato immediatamente, senza perdere tempo né parole.</p>
<p>E <strong>dall&#8217;adduru du mari all&#8217;adduru du cantaru</strong> il passo è stato breve.</p>
<p>E&#8217; stato il primo dei miei mille giri di giostra, jastimati, ma attraversati senza abbassare né la guardia né lo sguardo. Da sempre, sono un cane che si morde al coda, un bastardo, <strong>senza patruni,</strong> pronto ad aggredire chiunque voglia attaccargli al collo un guinzaglio o tappargli la bocca con una museruola.</p>
<p>Non voglio ricordare ogni passo falso, non voglio ricordare né come né quando sono arrivato qui, lontano dalla mia terra, lontano quanto basta per non avere nessuna possibilità di dare notizie o cummanni ai poveri cristi che mi conoscevano e un poco di bene, forse, per me lo sentivano, ma leggero, leggero come si può sentire addosso u vientu da marina.</p>
<p>E come vento è volato via il mio tempo, ma vento di mezzogiorno, scirocco ca ti sicca l&#8217;arma. Ho vissuto qualche momento di tregua, brevi parentesi di vita e fatica, fame e sudore, illusioni e amarezza, parentesi che si chiudevano puntualmente con un atto di ribellione o disobbedienza; era un atto di libidine “gridare” sui muri del mio paese tutto l&#8217;antifascismo di cui ero e sono capace, mi scialava se avevo occasione di sputare in faccia a <strong>nu patruni tutta a raggia ca avia &#8216;mpiettu</strong>, e fra la fatica del tirare a campare e la provocazione all&#8217;orgoglio fascista mi sono guadagnato il mio destino di <strong>poveru cristu</strong> ed è così che ho fatto pace con la morte e con la vita.</p>
<p>Ma di tutte le parentesi di bene che ho aperto e chiuso ce n&#8217;è una in cui mi piace rifugiarmi, è lì che mi riposo quando questa storia si fa troppo storta per essere sopportata.</p>
<p>Il 28 Ottobre di tre anni fa (decimo anniversario della Marcia su Roma) il corpo del “quadrumviro” è stato traslato nell&#8217;enorme mausoleo funebre costruito sul colle Bastia. Il mausoleo è stato commissionato direttamente dalla segreteria del partito, la supervisione dei lavori è stata affidata alla nobildonna Maria Elia, figlia dell&#8217;ammiraglio <strong>Giovanni Emanuele Elia</strong>.</p>
<p><strong>A Marchisa</strong> conosceva molto intimamente il defunto <strong>Michele Bianchi</strong> e proprio per questa ragione hanno affidato a na fimmina l&#8217;incarico di supervisore dei lavori. Io mi misi <strong>&#8216;ncapu</strong> di vendicare la mia rabbia sul suo corpo, ma come volpe astuta e seducente e non con la brama violenta dei lupi della Sila, quella Sila ombrosa, verde e generosa che ha fatto da cornice al mio quadro.</p>
<p>A Buturo si trova la torre della Marchesa, residenza della “Silana Domina”, <strong>cussì a chiama u poeta ca piacia ari fascisti</strong>, Gabriele D&#8217;Annunzio, <strong>ca sì e no da Sila canuscia sulu a casa da Marchisa</strong>, ma non il freddo, né le strade impervie, né la gente, avara di parole, ma generosa di pane e companatico, di canti e di preghiere. Io stesso non ne sapevo niente, l&#8217;ho conosciuta a poco a poco, fra la semina e il raccolto, dall&#8217;inverno all&#8217;estate in attesa che la preda si avvicinasse alla trappola.</p>
<p><strong>Ciuotu fino al midollo</strong>, non mi credevo capace di tessere una ragnatela così intricata da restarvi impigliato io stesso, eppure credo di aver intravisto la felicità proprio in quell&#8217;intrico contorto di emozioni nuove, costruite con mente lucida e pronta all&#8217;inganno, ma vissute con cuore traboccante di desideri, fino a lì, ignoti.</p>
<p>A Marchisa arrivò a Buturo in un caldo giorno di Giugno di due anni fa, la aspettavo prendendomi cura del suo giardino, grazie a nu cristianu di nero vestito conosciuto all&#8217;osteria. <strong>Stu fitenti</strong> mi aveva fatto avere il lavoro in cambio delle quotidiane bevute che gli offrivo da mesi e mesi. <strong>Jastimava chira cammisa, nivura cumi a menzannotti</strong>, ad ogni prosit, quella camicia vestiva a lutto l&#8217;Italia intera, ma dava a me l&#8217;occasione di avvicinare piano piano la mia preda e così facevo buon viso a cattivo gioco e assecondavo la sorte. Dovevo avvicinarmi alla marchesa e fare in modo che, almeno per una volta, per la breve durata di una villeggiatura, il sottoscritto Michele Bianchi, detto <strong>Malarazza</strong>, avesse lo stesso destino del defunto Michele Bianchi, detto il “quadrumviro”.</p>
<p>Volevo conoscerla, avvicinarla con astuzia e dolcezza, lentamente spogliarla dei suoi vestiti da nobildonna, consumarla, rubarle, a poco a poco, l&#8217;anima, l&#8217;oro e l&#8217;argento, poi chiudere la parentesi e ricominciare il gioco della mia bastarda identità. Così ho fatto, ma ho perso l&#8217;anima anche io, mi sono consumato anche io, e il gioco della mia bastarda identità sembra essere finito qui, sugnu persu e sulu molto più di quanto non lo fossi prima di conoscere Maria.</p>
<p>Al suo nome di Madonna non corrispondeva il suo destino di donna audace e forte, istruita e determinata a costruirsi la vita a sua immagine e somiglianza, fimmina fascista, cara al Duce e al popolo, invidiata dalle pacchiane della Sila, come dalle signore e signorine di <strong>Cosenza, Catanzaro, Buturo, Sersale, Sellia</strong> e oltre, fino a Roma. Io fimmine così non ne avevo mai viste e rimasi scimunìtu dal primo istante.</p>
<p>Quando scese dalla carrozza, levai il cappello e l&#8217;aiutai a scendere, lei sollevò gonna e sottogonna fin sulla caviglia; il diavolo si nasconde nei dettagli, l&#8217;eleganza di quel gesto mi <strong>futtìu</strong>.</p>
<p>Mi sembra lontanissimo quel giorno, distante da questo buio non anni, ma secoli, i ricordi non mi emozionano, mi paralizzano, rivedo la mia storia come fosse na commedia recitata, è come se non mi appartenesse, mi lascia muto, col cuore duro come pietra e i muscoli tesi come corde di chitarra stonata.</p>
<p>Non dissi più del necessario, “Buongiorno, Donna Maria, benvenuta in Sila, la gente l&#8217;aspettava <strong>&#8216;ngloria</strong>, a quanto pare la vostra presenza porta una ventata di gioia a Buturo&#8230;”, non mi presentai neppure, ero uno dei tanti garzuni a servizio, quindi, con l&#8217;ansia di un bambino che ha fretta di tornare fra le braccia della mamma, tornai alla terra e ai pomodori che stavo raccogliendo, prima che lei arrivasse, pensando a mia madre e jastimmanu. Non immaginavo quanto, a volte, sa essere crudele l&#8217;ironia della sorte; mamma non aveva sopportato la fatica del parto, logorata dalla fatica di aver raccolto pomodori a quintali, sottu u suli, fino a un attimo prima del travaglio, io, logorato dalle sue stesse fatiche, non avrei sopportato il travaglio dell&#8217;amore e tutti i demoni maligni che l&#8217;accompagnano.</p>
<p>Ancora una volta <strong>garzuni</strong> a servizio di nobili patruni, sudavo sangue, rabbia e illusioni, posseduto da pensieri audaci, la vedevo ovunque, anche quando non ce n&#8217;era traccia, toccavo la polpa soda dei pomodori immaginando i suoi seni bianchi e generosi, altezzosi come lei, che camminava senza guardare in faccia nessuno, persa nei suoi pensieri e sola nei suoi desideri, proprio come me.</p>
<p>Accampavo scuse per avvicinarmi e sentire l&#8217;adduru i fimmina istruita, aveva addosso l&#8217;odore dei libri che io non leggevo più e mai più leggerò, addurava di città sconosciute, di liquori e caffè, di mandorla e limoni. Indossava il profumo delle vite possibili che io avevo allontanato da me scalciando come un mulo.</p>
<p>Randagio, sprovveduto nelle tasche e nel cuore, per troppo tempo, ho portato in giro le mie ossa a zappare terre d&#8217;altri, lì, nella terra fertile di Maria mi sentivo a casa, era <strong>na pazzia</strong>.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Buturo 1933</em></p>
<p>Un garzone fra i tanti, con un nome ingombrante e il destino avverso, mai avrei immaginato le conseguenze di un sorriso, di una distrazione, di un moto di compassione. Io sono sempre stata dritta, non mi sono mai concessa un gesto o una parola che non fossero ragionati, opportuni, giusti. Ho faticato a costruirmi la reputazione che ho e mi fa rabbia aver ceduto così facilmente a questa beffa del destino.</p>
<p>Era uno fra tanti, ma c’era nei suoi occhi la luce stregata di chi nasconde segreti, di chi la sa lunga e in silenzio, con la coda dell’occhio sa carpire i segreti degli altri, con uno sguardo obliquo quell’uomo, pronunciando il suo nome, <strong>m’ha fattu a magària.</strong></p>
<p><strong>&#8211; Piacere, Michele, Michele Bianchi –</strong> ho sentito un brivido percorrere la mia schiena dritta e ho sentito il cuore vuoto battere come fosse un tamburo, un tamburo di burro che al sole dei ricordi si è sciolto come neve al sole.</p>
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