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	<title>Rilettura Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Ultimo giorno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 10:26:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Ultimo giorno&#8221; è un racconto di Martino Ciano  Mentre camminavi lungo le strade del paese, la vista si faceva spazio tra i raggi vermigli del tramonto. Nel mare color lava tu seguivi il rimbalzare dei delfini. Era aprile, eri felice come se fosse il tuo ultimo giorno sulla Terra. Cercavi le parole per dare un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Ultimo giorno&#8221; è un racconto di Martino Ciano </strong></p>
<p dir="ltr">Mentre camminavi lungo le strade del paese, la vista si faceva spazio tra i raggi vermigli del tramonto. Nel mare color lava tu seguivi il rimbalzare dei delfini. Era aprile, eri felice come se fosse il tuo ultimo giorno sulla Terra. Cercavi le parole per dare un nome a quel sentire infinito. Ti sembrava d&#8217;essere libero, senza corpo, sospeso in aria anche se avevi i piedi piantati sulle mattonelle zebrate del marciapiede.</p>
<p dir="ltr">Ti elevavi alla ricerca di qualcosa che ti pungesse come una spina, che ti sfreggiasse la pelle come la lama di un coltello. Volevi un brivido, volevi pure sentirti soffocare, volevi mille emozioni insieme come se fosse stato l&#8217;ultimo giorno sulla Terra. Eri diviso tra lo spazio e il tempo, volevi correre e rimpiccioliti, volevi essere pure un corpo immobile incatenato alla noia.</p>
<p dir="ltr">Ricordavi le allucinazioni: il periodo in cui ti eri sottoposto a una terapia che ti faceva sentire umano. In quei momenti eri come un corpo in decomposizione: rilasciavi scaglie di pelle, ti strappavi uno a uno i capelli bianchi, staccavi con i denti le pellicine dalle dita. Intorno a te la vita. Forse era un tuo prodotto?</p>
<p dir="ltr">Ti vedevi come una nuvola di gas attraversata da colori fosforescenti. Ti sdoppiavi: eri tu onnipresente e onnipotente. Creavi mosche e colombe, cani e serpenti. Davi loro nomi e cognomi. Era il tuo ultimo giorno sulla Terra, ti sentivi nel tuo Eden.</p>
<p dir="ltr">Un giorno hai impugnato una pistola. Sei uscito di casa con essa tra le mani e nella mente. L&#8217;avevi nascosta nello zainetto di pelle insieme a una borraccia piena di tè verde. Ti sei incamminato verso la scuola che avevi cominciato a frequentare quarant&#8217;anni prima di quel momento e che avevi terminato trentacinque anni prima di quel momento. Volevi ammazzare qualcuno, solo per lasciare una traccia nei giorni a venire.</p>
<p dir="ltr">Uno, due, tre bambini. Una professoressa, forse. Anche un gatto o un cane randagio. Nessuno doveva capire contro chi tu ce l&#8217;avessi.  Non volevi che criminologi, psicologici e sociologi da salotto comprendessero le tue intenzioni. Volevi rendere loro la vita difficile. Avrebbero dovuto studiare il tuo caso per giorni e giorni, anzi per mesi e mesi, magari per anni.</p>
<p dir="ltr">E sei arrivato davanti al cancello, hai visto le finestre e le loro forme geometriche. Hai sentito la campanella suonare e un boato che conteneva urla di gioia, sedie che stridevano sulle mattonelle, felicità di una ricreazione. Fu in quel momento che ti sei portato la pistola alla tempia destra. Hai sorriso&#8230; doveva essere solo tuo l&#8217;ultimo giorno sulla Terra. Eccoti egoista e generoso in un solo colpo, poi&#8230;</p>
<p dir="ltr">Mentre camminavi lungo le strade del paese, la vista si faceva spazio tra i raggi vermigli del tramonto. Nel mare colore lava tu seguivi il rimbalzare dei delfini. Era aprile e non capivi in quale punto dell&#8217;universo tu fossi. Ogni cosa si decomponeva intorno a te, tutto era vita, la morte di Dio.</p>
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		<title>L&#8217;Estate: Ungaro e la poesia che sa raccontare</title>
		<link>https://www.borderliber.it/lestate-ungaro-e-la-poesia-che-sa-raccontare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2026 14:55:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Estate]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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		<category><![CDATA[Ungaro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;L&#8217;Estate&#8221; di Simone Ungaro, Connessioni, 2026 La raccolta &#8220;L’Estate&#8221; di Simone Ungaro si muove in una direzione controcorrente rispetto a molta poesia contemporanea. Qui non c’è ricerca dell’effetto immediato né dell’aforisma da condividere, ma un lavoro paziente, quasi silenzioso, di scavo interiore. I versi del poeta romano trova infatti [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;L&#8217;Estate&#8221; di Simone Ungaro, Connessioni, 2026</strong></p>
<p>La raccolta &#8220;<strong>L’Estate</strong>&#8221; di <strong>Simone Ungaro</strong> si muove in una direzione controcorrente rispetto a molta poesia contemporanea. Qui non c’è ricerca dell’effetto immediato né dell’aforisma da condividere, ma un lavoro paziente, quasi silenzioso, di scavo interiore.</p>
<p>I versi del poeta romano trova infatti ragione in uno stile sobrio e meditato, frutto di un’introspezione autentica, capace di scandagliare il momento senza forzarlo. In questo moto apparentemente analitico si rivela invece una precisione rara: ogni sentimento viene evocato con il suo nome esatto, senza sbavature né compiacimenti.</p>
<p>Non è poco, in un tempo in cui domina una poesia-slogan, nella quale ogni verso ambisce a essere “memorabile”, se non addirittura &#8220;motivazionale&#8221;. Ungaro, al contrario, sembra ricordarci che la poesia non chiarisce, ma apre; non risolve, ma complica: genera dubbi, alimenta perplessità, sospende le certezze. Ed è proprio in questa sospensione che si inserisce una riflessione più ampia sul tempo e sull’esperienza.</p>
<p>Come osserva Massimo Cantoni nella sua postfazione: non c’è stagione come l’estate in cui tempo esteriore e interiore possano divaricarsi fino a diventare sponde opposte ma segretamente comunicanti, separate dal vasto mare dell’esistenza. Un mare che non si attraversa con la fretta della quotidianità, ma attraverso immersioni lente e consapevoli, capaci di restituirci alla vita con uno sguardo rinnovato. Perché, in fondo, è sempre il tempo della semina a precedere quello del raccolto.</p>
<p>Ungaro fa tutto questo, con chiarezza: restituisce profondità al tempo che viviamo.</p>
<p>Di sicuro, siamo di fronte a una poesia che sgorga al termine di un lungo dialogo che l&#8217;autore intrattiene con sé stesso. Tutto ciò, però, non è solo intima confessione, ma anche simbolo di una coscienza vigile, che attraversa il tempo e lo spazio con la consapevolezza di essere nel mezzo di un viaggio che va vissuto con stupore.</p>
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		<title>Mi manca il Novecento. Nicola Vacca e il &#8220;secolo breve&#8221;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/novecento-vacca-fiore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Nov 2024 23:33:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Critica Letteraria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Paolo Fiore. In copertina: &#8220;Mi manca il Novecento&#8221; di Nicola Vacca, Galaad, 202 Tra i mille personaggi che possono incarnare il Novecento certamente il Pereira di Antonio Tabucchi porta con sé il carico di umanità lacerata e contraddittoria che ha attraversato questo secolo. E tra il “Pereira” soggetto e il “Pereira” oggetto di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Paolo Fiore. In copertina: &#8220;Mi manca il Novecento&#8221; di Nicola Vacca, Galaad, 202</strong></p>
<p>Tra i mille personaggi che possono incarnare il Novecento certamente il <strong>Pereira di Antonio Tabucchi</strong> porta con sé il carico di umanità lacerata e contraddittoria che ha attraversato questo secolo. E tra il “Pereira” soggetto e il “Pereira” oggetto di quel “sostiene” si srotola tutta la tragicità e la fragilità del Secolo breve e della condizione umana che se da un lato vuole affermare (sostenere), dall’altro cerca disperatamente qualcosa che la sostenga. E la (quasi) commovente perentorietà di quel verbo è l’autentico contrappasso della fragilità umana che al massimo potrebbe balbettare e invece osa, addirittura (!) sostenere.</p>
<p>Quasi a voler rivendicare una inesistente e tronfia pesantezza dell’essere e non riconoscerne piuttosto onestamente la sua “insostenibile leggerezza” in una transitorietà ineluttabile. <strong>Tabucchi e Kundera</strong> sono, però, solo due grandi nomi nell’avvincente caleidoscopio di menti dello scorso secolo che fanno affermare sentitamente a Nicola Vacca <strong>“Mi manca il Novecento”</strong>, nel suo omonimo saggio, <strong>Galaad Edizioni</strong>. Rispetto al delirio affabulatorio e parolaio del nostro secolo, il Novecento ci ha offerto, ad esempio, la sottrazione della parola nella figura di <strong>Bobi Blazen dello Stadio di Wimbledon</strong>, un uomo che, rispetto al narcisismo della parola contemporanea, ci ha dimostrato che si può scandagliare profondamente l’umano non raccontandosi ma piuttosto facendo come lui che “scriveva la vita degli altri”.</p>
<p>Ciò non significa, però, che quel secolo sia stato compiacente con i suoi pensatori o abbia fatto loro sconti a buon mercato. E in effetti sembra proprio inappellabile La solitudine del satiro Ennio Flaiano o quella altrettanto radicale di <strong>Emile Cioran</strong> o, d’altronde, la condanna del grande Pasolini da parte dell’ipocrisia perbenista dei suoi contemporanei. Per non parlare dei no che la prima metà di quel secolo ha purtroppo detto ad importanti figure come Guido Morselli forse proprio per non ascoltare voci profetiche come la sua che annunciava la <strong>Dissipatio H.G. </strong></p>
<p>Ma pur nella loro profonda diversità, quegli autori, anche indirettamente, hanno saputo parlarsi richiamandosi spesso nei loro pensieri. Così che a <strong>Morselli</strong>, che fa dire al personaggio del suo romanzo che “Il pericolo essenziale – l’uomo – non c’è più”, sembra rispondere Cioran affermando che è stato esattamente un inconveniente [l’] essere nati. Ma non fa sconti all’ipocrisia umana neanche <strong>Albert Camus</strong> che con <strong>La caduta</strong> ci presenta l’uomo come un “profeta vuoto per tempi meschini”, un “falso profeta che grida nel deserto e rifiuta di uscirne”. Su un fronte totalmente diverso, d’altronde, <strong>Cioran e Pasolini</strong> incrociano la dimensione della spiritualità pur da punti di partenza abissalmente distanti. E se lo scrittore friulano trasfigura il <strong>Cristo de La crocifissione</strong> in “Sereno poeta / fratello ferito” “per testimoniare lo scandalo” <strong>Cioran</strong> nel suo <strong>Lacrime e santi</strong> scrive che “Il più modesto balbettio mistico è più vicino a Dio che la Summa theologica”. Poi, certamente, il Novecento è stato anche il secolo delle Ideologie, della loro apoteosi e del loro tramonto.</p>
<p>Secolo breve, come è stato definito, ma non per questo meno intenso. Anzi! E proprio un anti-ideologico per eccellenza vissuto cinquecento anni prima, <strong>Giordano Bruno</strong>, al cardinale Bellarmino che lo ammoniva sulla prematura fine della sua vita, rispose: “Non ho mai voluto una vita lunga, ma l’ho voluta piena”. Ed in tema di premonizioni, altrettanto profetico è stato, ad esempio, Bret Easton Ellis che prefigurava, trent’anni prima, il <strong>Ground zero</strong> politico dell’occidente nel suo <strong>Less Than Zero</strong> sociale, come scrive Nicola Vacca, “il ritratto disincantato di una nuova generazione perduta”.</p>
<p>Così come l’abbattimento delle <strong>Torri gemelle</strong> che sembra simbolicamente spegnere dopo tre decenni Le mille luci di <strong>New York</strong>, il romanzo di <strong>Jay McInerney</strong> che è uno “spaccato antropologico” della grande mela o sembrano confermare la prospettiva di <strong>Estinzione</strong> nella quale <strong>Thomas Bernhard</strong>, lascia, come scrive Nicola Vacca, che “l’oscurità dei tempi impregni i nostri fragili sogni di salvezza che naufragano in un nulla senza possibilità di riscatto”. Mentre al di qua dell’oceano gli fanno eco le pagine de Gli Indifferenti e de La noia di <strong>Moravia</strong> con i temi dell’ “aridità morale degli esseri umani, l’ipocrisia, l’incapacità di aspirare alla felicità […] e l’alienazione dell’individuo” e quelle di <strong>Altri libertini e Camere separate</strong>, con le quali <strong>Pier Vittorio Tondelli</strong> mostra una nuova generazione di scrittori e al tempo stesso le contraddizioni di un’epoca.</p>
<p>Ma quel secolo ha goduto anche dei toni geniali e dissacranti di un Carmelo Bene de Il teatro senza spettacolo, dello smascheramento dell’ipocrisia del perbenismo e della politica del <strong>Leonardo Sciascia</strong> de <strong>Il Giorno della civetta, de Il Consiglio d’Egitto</strong> e ancora di<strong> Una storia semplice o di Toto modo</strong> e della provocazione acuta e acuminata di un <strong>Boris Vian</strong>, antipoeta e genio de La schiuma dei giorni, come scrive Nicola Vacca, “con in mano le chiavi per aprire i cancelli dell’assurdo”.</p>
<p>Il <strong>Novecento</strong> ha attraversato l’oceano della contraddizione imbarcandosi nella tragicità patetico-grottesca del quotidiano con<strong> L’Ulisse di Joyce</strong> e attraversando l’abisso indicibile di un <strong>Viaggio al termine della notte</strong>, sospesi entrambi nella stasi spazio-temporale del proprio personale Deserto dei tartari pur continuando carsicamente a scavare sotto<strong> La pelle</strong> come fece Curzio Malaparte senza mai la speranza di riemergere dalle profondità di un Cuore di tenebra ma svegliandosi al contrario nell’universo concentrazionario ideologico di una Fattoria degli animali spiati decenni prima da un inquietante Grande fratello o più mestiziamente nei giorni senza colore di una Vita agra alla Luciano Bianciardi.</p>
<p>Quel Novecento che si affaccia alla storia scendendo dalla <strong>Montagna incantata</strong> di <strong>Thomas Mann</strong>, guardandola dal “microcosmo del sanatorio” […] “attraverso la malattia che è anche male morale”, come scrive <strong>Nicola Vacca</strong> per tracimare nelle sterminate pianure di <strong>Rilke</strong> dove “il libero animale dietro di sé ha il suo tramonto […]e il suo andare somiglia alle eterne fonti, quando cammina… ma gli è preclusa la vista della morte” per visitare, infine, gli infiniti quotidiani sanatori del male fisico e del male di vivere nel tentativo assurdo di individuare colpe inesistenti sulle labbra delle tante Dicerie dell’untore del nostro <strong>Gesualdo Bufalino</strong> quando le sublimi pianure scolorano in <strong>waste land</strong> interiori, terre desolate ai confini dell’umano da quelle di <strong>Thomas Eliot</strong> all’inizio del secolo fino a quelle di <strong>Stephen King</strong> verso la sua fine.</p>
<p>Non c’è un’unica pista che attraversa il secolo breve ma una molteplicità di cammini che si interrompono più volte di fronte ai reticolati delle guerre che lo hanno insanguinato, alle ingessature delle ideologie che lo hanno imbracato ma da cui sempre hanno spremuto le parole profonde della narrazione finanche quando, dopo gli orrori del Secondo conflitto mondiale, si era temuto che non ci sarebbe stata lingua in grado di significare quella tragedia.</p>
<p>E in quel disorientamento siamo stati tutti, almeno una volta, un <strong>Fu Mattia Pascal</strong> tra i centomila nessuno della contemporaneità, abbiamo raccontato senza scopo la nostra <strong>Coscienza di Zeno</strong> o abbiamo vestito i panni di <strong>Un uomo senza qualità</strong> per i quali, fiumi di parole non valevano la potente evanescenza di un odore nella <strong>Ricerca del tempo perduto</strong>. E quell’odore, surrogato emblematico della parola, è anche quello del sesto senso del commissario di <strong>Simenon</strong> che attraversa il disordine e la contraddizione dell’umano con il suo metodo: Il metodo di <strong>Maigret</strong>, per l’appunto, come quello de <strong>L’uomo che guardava passare i treni</strong>, fosse anche il <strong>Treno di notte</strong> <strong>per</strong> <strong>Lisbona</strong> di <strong>Mercier Pascal</strong> che abbiamo preso al volo leggendo avidamente Se una notte d’inverno un viaggiatore forse infine proprio per vedere ancora una volta, fosse anche l’ultima, Lisbona che sfavillava ritornando di nuovo a <strong>Tabucchi</strong> proprio come <strong>Sosteneva Pereira</strong>.</p>
<p>E qui il cerchio si chiude. Almeno questo cerchio. Ma, ovviamente, uno soltanto dei mille cerchi concentrici del secolo breve che ricordiamo come <strong>Novecento</strong> e che proprio per questo non può non mancarci così tanto! Molti altri sono gli autori che <strong>Nicola Vacca</strong> intercetta nel suo saggio, ovviamente, a loro volta, minima parte di un più vasto orizzonte di importanti figure del pensiero novecentesco.</p>
<p>Ma questo è ciò che marca la differenza tra un manuale e un saggio, un grigio indice sistematico e una visione prospettica. Purtroppo, scrive Nicola Vacca, nelle pagine finali del suo libro “Sul nostro Novecento pare ci sia una sorta di maledizione. Troppe le omissioni e le rimozioni forzate” concludendo che “La ricchezza letteraria del nostro Novecento rischia di essere completamente dimenticata”. [Ma] “il futuro, le sorti e il destino della nostra letteratura passano inevitabilmente per la tradizione novecentesca per il necessario recupero di alcuni grandi scrittori ritenuti irregolari e dimenticati”. Il nostro futuro è ricco di passato. Un’eredità irrinunciabile, ma di cui essere degni.</p>
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		<title>Tortora: si fa presto a innamorarsene</title>
		<link>https://www.borderliber.it/tortora-racconto-palombi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[yoursocialnoise]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Sep 2024 03:06:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Borgo]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto e fotografie di Silvia Palombi Si fa presto a dire tortora&#8230; Cominciamo col volatile che a me piace per discrezione e dimensione, contrariamente al piccione che detesto (non me ne vogliano gli animalisti); poi c’è il colore, che mi riporta a un tempo felice quando ero piccola, c’eravamo tutti e stavamo tutti bene e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h4><strong>Racconto e fotografie di Silvia Palombi</strong></h4>



<p class="wp-block-paragraph">Si fa presto a dire tortora&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cominciamo col volatile che a me piace per discrezione e dimensione, contrariamente al piccione che detesto (non me ne vogliano gli animalisti); poi c’è il colore, che mi riporta a un tempo felice quando ero piccola, c’eravamo tutti e stavamo tutti bene e nella ridipintura della casa, affidata alle mani sapienti di uno zio materno che di mestiere non faceva l’imbianchino ma il pittore, per la mia camera fu scelto il tortora, appunto, colore che ha il potere di trasportarmi tutt’oggi in una dimensione di serenità quasi beata, tanto che quando ho deciso di ‘imbiancare’ i due locali più grandi, quelli che danno sul mare, della casa in cui vivo, li ho fatti di quel colore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c’è Tortora, un paese composto da due parti lontane, una sul mare e una sulla montagna, due componenti della stessa famiglia che per mettersi al riparo dai litigi si tengono a distanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A Tortora Marina da qualche giorno, una bella mattina, sono più o meno le otto e mezza, salgo a Tortora centro col pullman preso a Praja, l’autista, gentile sorridente e discreto, mi dice che il ritorno è alle quindici, un po’ tardi, qualche modo troverò, magari a piedi, i chilometri non mi spaventano mai.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Scendo dalla corriera in un paese arroccato sulla montagna, bellissimo. Cammino senza meta né mappa, non mi sono preparata, non ho studiato niente, mi piace sempre farmi guidare, e deviare, da un colore, un sasso, un cancello, un cespuglio, sono sempre pronta a cambiare percorso e solitamente vengo premiata perché nella maggior parte dei casi mi imbatto in qualcosa di bello.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Attraverso lentamente un paese che porta i segni di una ricchezza passata, balconcini di marmo, archi di pietra, decorazioni, rilievi, vedo cartelli vendesi un po’ ovunque ma la gente c’è e lavora, anche a ristrutturare, riparare. Si sentono martellate, trapani, vedo giovani che sistemano insegne. Due anni fa l’alluvione ha fatto danni enormi, mi dicono, nessun morto per fortuna ma una parte è ancora chiusa al passaggio, purtroppo tanta gente se n’è andata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bighellonando mi imbatto nel museo archeologico piccolo e ben curato, la ragazza carina gentile e sorridente che mi accoglie mi informa che l’ingresso è gratuito. È un mio pensiero, ma le avrei detto che non sono per niente d’accordo, la cultura si paga; mantenere qualsiasi struttura costa, la carta igienica costa, il sapone pure, bisogna pagare chi fa le pulizie. Basterebbe un biglietto simbolico, la moneta da 2 euro, per esempio. </p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-10629 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2024/09/Tortora_Centro_Palombi.jpg?resize=800%2C555&#038;ssl=1" alt="Tortora, Centro storico scorcio" width="800" height="555" data-recalc-dims="1" /></p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre mi godo un video ben fatto che mi informa della ricchezza lasciata in questa zona da enotri, greci e romani, penso a quante cose non so, infinitamente e insopportabilmente ben più di quelle che so, e ogni volta che questa consapevolezza mi si palesa scuoto la testa scorata perché non mi basterebbero dieci vite, per una formazione almeno dignitosa. E siccome non posso farci niente, non al momento almeno, mi godo tutto con calma, le teche sono belle e i pezzi, di qualità, esposti come si deve: si vedono bene; le didascalie si leggono, non è così usuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Esco e piove, l’avevano detto, piove piano piano ma non smette, cammino in salita riparandomi ogni tanto; in alto, da sotto a un balcone, siccome la pioggia rinforza, entro in quello che mi pare un portone qualsiasi e che invece è un chiostro con resti di affreschi, che bellezza, ma quindi forse c’è una chiesa… esco guardo in su e vedo una cupola rotonda con cerchi paralleli in rilievo: sono coppi, le vecchie tegole; è bellissima, non riesco a staccarle gli occhi di dosso. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Giro da tutte le parti ma trovo solo porte chiuse, esco delusa, sulla piazzetta c’è un signore, gli chiedo se per caso c’è un orario di apertura, sì stasera c’è la messa, ah peccato sto andando via… aspetti, dice, e va a chiedere le chiavi a una donna che abita a tre metri, mi fa entrare e gentile e generoso mi racconta, mi spiega; non basta, quando mi parla della chiesa che c’è giù gli dico che l’ho trovata chiusa, venga con me, mi fa, devo scendere per la spesa. Entra dal fruttivendolo e chiede le chiavi ma lo informano che nel frattempo l’hanno aperta, scendiamo e anche lì mi dedica il suo tempo raccontandomi di un uomo che arrivato a Tortora dal Nord si è innamorato del posto, ha preso i voti ed è rimasto a far da parroco fino alla fine dei suoi giorni, spendendosi in ogni modo possibile per le persone e il paese e adesso è sepolto nel piccolo cimitero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo ringrazio di cuore per la gentilezza, la disponibilità, la generosità e da ultimo gli chiedo se sa di autisti che fanno la spola con Tortora Marina, se non rischiassi l’acqua scenderei a piedi; sono sincera, cammino volentieri, macino chilometri. Non è d’accordo: non ha neanche l’ombrello, mi dice. </p>



<p class="wp-block-paragraph">E così acciuffa il medico condotto che ha visto passare poco prima e mi affibbia letteralmente a lui, che senza fare una piega dice solo che prima di scendere deve fare una visita. Incredula e felice, perché ho vinto alla lotteria, dichiaro che posso aspettarlo per tutto il tempo che vuole, ho i giornali sul telefono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Partiamo, a mezza costa si ferma, pioviggina leggero, dopo un quarto d’ora esce e arrivo a casa in un battibaleno asciutta e in estasi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ah, prima che mi dimentichi: ho scoperto che a Tortora è passato, e s’è pure fermato, Giuseppe Garibaldi (e infatti corso Garibaldi compare sui muri anche dove meno te lo aspetti) e quando si è fermato? il 3 settembre. Sicché martedì 3 settembre del 2024 ci sono andata io, lui qualche anno prima, era il 1860 ed era un lunedì.</p>
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		<title>My Lady Jane. Una rivisitazione irriverente e femminista della storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jul 2024 03:15:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<category><![CDATA[Inghilterra]]></category>
		<category><![CDATA[Parodia]]></category>
		<category><![CDATA[Re]]></category>
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		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Letizia Falzone. Foto di copertina: la locandina di &#8220;My Lady Jane&#8221; della serie tratta dal web “Tanto tempo fa, in una terra non molto lontana, una stirpe di re credeva che Dio avesse concesso loro il diritto di governare l’Inghilterra a loro piacimento. Conoscete Re Enrico VIII il gigante re Tudor dai capelli [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Letizia Falzone. Foto di copertina: la locandina di &#8220;My Lady Jane&#8221; della serie tratta dal web</strong></p>
<p>“Tanto tempo fa, in una terra non molto lontana, una stirpe di re credeva che Dio avesse concesso loro il diritto di governare l’Inghilterra a loro piacimento. Conoscete Re Enrico VIII il gigante re Tudor dai capelli rossi? Usava le mogli come fazzoletti, un soffio e via. Divorziata. Decapitata. Morta. Divorziata. Decapitata. Sopravvissuta. A lui successe il figlio Edward. Quando egli morì ci si aspettava che la corona andasse alla sorellastra Mary o magari a Elisabeth. E, invece, ci fu uno shock pazzesco. Lady Jane Grey. Intellettuale ribelle, discreta rompipalle e pedina della propria ambiziosa e nobile famiglia, Jane fu sposata senza il suo consenso e incoronata regina contro il suo volere. E, solo nove giorni dopo fu marchiata come una traditrice e… Perse la testa. Sarebbe potuta essere la leader che serviva all’Inghilterra, ma la storia la ricorda come l’emblema della damigella in pericolo. Ohhhh Vaffanculo! E se fosse andata diversamente?”</p>
<p>Spade e corsetti, re e regine, intrighi di corte, sesso e parolacce sono gli elementi che fanno dell’irriverente e scatenata “My Lady Jane” la serie-sorpresa dell’estate. Il period drama dal 27 giugno su Prime Video, tratto dal romanzo omonimo di tre autrici che hanno voluto riscrivere l’ingiusto fato di Jane Grey, regina d’Inghilterra per soli nove giorni.</p>
<p>“My lady Jane” ricostruisce, infatti, l’ascesa al trono inaspettata di Jane Grey, cugina di Re Edoardo VI, figlio di quell’Enrico VIII che fece fuori buona parte delle sue sei mogli. Nella realtà, Edoardo morì giovanissimo e Jane gli succedette al trono per pochissimo tempo, prima di venire deposta e decapitata da Maria la Sanguinaria. La trama si prende molte gradite libertà, plasmando una serie brillante, femminista e irresistibilmente ironica.</p>
<p>La serie è ambientata in un universo alternativo, durante l’epoca Tudor, immagina in una nuova veste la vita di Lady Jane Grey, che nel 1500 fu la prima regina d’Inghilterra e d’Irlanda per soli nove giorni. In questa reinterpretazione, sia Jane che il marito Guildford Dudley potrebbero salvarsi dalla loro tragica fine.</p>
<p>Il retelling riscrive anche i conflitti tra Protestanti e Cattolici che segnarono la vita della regina, dando loro una connotazione fantastica. Al centro di My Lady Jane, infatti, c’è la battaglia tra gli umani detti “Veritiani” e gli “Etiani”, di cui fa parte anche Guildford, ovvero esseri umani in grado di trasformarsi in animali, perseguitati e considerati la feccia della società.</p>
<p>Jane è una donna autonoma, giustamente immatura e pronta a sbocciare da sola. Non è la damigella in pericolo che la storia ci ha raccontato, non ha bisogno dell’amore per salvarsi, e neanche lo cerca. È arguta e quel che vuole è l’affermazione di sé. Si può salvare da sola, e può salvare anche gli altri. Senza l’aiuto di nessun Principe che cade dal cielo per indicarle la via.</p>
<p>Grazie all’espediente del narratore onnisciente, My Lady Jane racconta la storia servendosi di descrizioni didascaliche che dicono a chiare lettere che non stiamo assistendo alla solita routine. Piuttosto, stiamo assistendo a un racconto in cui tutto quello che conosciamo viene interrotto da colpi di scena che non ci aspettavamo, e che rendono questa produzione assolutamente imprevedibile.</p>
<p>Obbligata a sposarsi con qualcuno che neanche conosce, in una locanda, incontra Guilford Dudley che, senza saperlo, finirà per sposare il giorno dopo. Tra i due si sviluppa immediatamente un rapporto di rivalità che, già con i primi sguardi, ci comunica più di altro. I due, pur affermando di sopportarsi poco , sono in realtà uniti da un’attrazione che è scattata immediatamente. Una complicità che li porterà a unirsi e a innamorarsi, anche di fronte ai chiari difetti dell’altro. Perché quel che si apprezza di My Lady Jane è che qui non esistono personaggi perfetti da idealizzare. Sono tutti tremendamente umani e quindi, per questo, tremendamente insopportabili.</p>
<p>My Lady Jane è un’epica storia di riscatto femminile: Jane cercherà di cambiare le sorti di un’intera nazione cercando di unire un popolo tragicamente diviso dalla superstizione e ignoranza dell’epoca.</p>
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