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	<title>Quadro Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Facile e difficile</title>
		<link>https://www.borderliber.it/facile-difficile-lettura-poesia-gervasi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Sep 2025 21:44:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Gervasi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Facile e difficile&#8221; è una poesia di Giuseppe Gervasi. In copertina &#8220;Malinconia&#8221; di Edvard Munch, 1894 È facile essere ricchi con i soldi degli altri. È facile essere poveri con la povertà degli altri. È facile ridere se sei povero dentro. È facile buttare un pezzo di pane nato dalle mani di altri. È facile [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Facile e difficile&#8221; è una poesia di Giuseppe Gervasi. In copertina &#8220;Malinconia&#8221; di Edvard Munch, 1894</strong></p>
<p>È facile essere ricchi<br />
con i soldi degli altri.<br />
È facile essere poveri<br />
con la povertà degli altri.<br />
È facile ridere<br />
se sei povero dentro.<br />
È facile buttare<br />
un pezzo di pane<br />
nato dalle mani di altri.<br />
È facile essere buoni<br />
con il suono delle parole.<br />
È facile camminare<br />
con le scarpe comode.<br />
È facile saltare la cena<br />
quando la pancia è piena.<br />
È facile disprezzare il potere<br />
quando hai potere.<br />
È difficile camminare<br />
a piedi scalzi.<br />
È difficile buttare<br />
un pezzo di pane<br />
se è nato dalle tue mani.<br />
È difficile ridere<br />
se sei povero fuori.<br />
È difficile disprezzare il potere<br />
se non hai potere.<br />
È difficile camminare<br />
a fianco di una persona.<br />
È difficile piangere<br />
le lacrime altrui.<br />
È facile vivere<br />
quando è difficile soffrire.<br />
È facile soffrire<br />
quando è difficile vivere.</p>
<hr />
<h4><strong>Chi è Giuseppe Gervasi?</strong></h4>
<p>Giuseppe Gervasi, poeta, scrittore e conduttore televisivo, è nato a Siderno (RC) il 6 marzo del 1977. Vive a Riace, un piccolo paese della città metropolitana di Reggio Calabria. Laureato in Giurisprudenza, per qualche anno ha esercitato la professione forense. Ha ideato e condotto “La Terra del Sole” e “Gente di Calabria”, programmi televisivi di approfondimento culturale. Con Laruffa Editore ha pubblicato “I tuoi Passi Lenti… Verso l’Origine dell’Amore” (2015), “Un Nuovo Suono” (2017) e “Desiderio” (2018), un racconto per bambini che parla di utopie e sogni. Con Radici Future Produzioni ha pubblicato “Riace che Incontra il Mare” (2019), il suo primo romanzo, e “Dietro una Porta Ho Atteso il tuo Respiro” (2021). Ha partecipato con un contributo poetico alla pubblicazione di “Croce di Libia” (Ludo Edizioni, febbraio 2020). A febbraio del 2023 ha dato alle stampe la raccolta di poesie “Che non Sia l’Ultimo”, Pace Edizioni. Nel 2025 ha pubblicato “Ho Sognato la mia Terra” (Vintura Edizioni), una denuncia poetica che accompagna il lettore in un viaggio calabrese al limite tra la realtà e il sogno. Intensa la sua attività politica, sociale e culturale.</p>
<hr />
<p><em>Se ti è piaciuta &#8220;una finestra sulla piazza&#8221;, </em><strong>allora clicca qui e leggi anche <a href="https://www.borderliber.it/una-finestra-sulla-piazza-poesia-gervasi/">&#8220;Una finestra sulla piazza&#8221;</a></strong></p>
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		<title>Libellula, o dell&#8217;ultima pesca</title>
		<link>https://www.borderliber.it/libellula-pesca-bella-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Feb 2025 23:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Bella]]></category>
		<category><![CDATA[Finocchiaro]]></category>
		<category><![CDATA[Libellula]]></category>
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		<category><![CDATA[Pittura]]></category>
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		<category><![CDATA[Racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto di Giuseppe Bella. In copertina &#8220;L&#8217;ultima pesca&#8221;, opera di Alessandro Finocchiaro. La foto è stata fornita dall&#8217;autore Non si era mai vista una notte così bianca. L’autunno ci aveva sorpreso con le sue nebbie; poi, con la tormenta, tra ululi lupigni, ci aveva assalito un feroce inverno. Dopo l’ultima apparizione della Libellula, che nel [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h4><strong>Racconto di Giuseppe Bella. In copertina &#8220;L&#8217;ultima pesca&#8221;, opera di Alessandro Finocchiaro. La foto è stata fornita dall&#8217;autore</strong></h4>
<p>Non si era mai vista una notte così bianca. L’autunno ci aveva sorpreso con le sue nebbie; poi, con la tormenta, tra ululi lupigni, ci aveva assalito un feroce inverno. Dopo l’ultima apparizione della <strong>Libellula</strong>, che nel cielo di piombo disegnava le sue danze, avevamo caricato le reti sul gozzo, molate le fiocine, armato le lenze. Sarebbe stata l’ultima pesca. Mancavamo di tutto.</p>
<p>Erano giorni in cui, quando il sole appariva, le guazze luccicavano di ghiaccio, le erbe non riuscivano a forarlo e morivano nel loro stesso boccio. Le febbri accerchiavano gli armenti. Dalle capre, tra belati di sgomento, si mungeva solo caglio. A giro d’orizzonte non si scorgevano altri voli che quelli dei corvi. Alcune volte il gheppio si librava nel gelo, e illuso di una preda si tuffava, sparendo al di là di un promontorio con rocce color prugna. Avevamo disponibile un mare non più ampio di una pozza; lo chiudeva una barriera di scogli: erano ammassi di lava spenta, insolitamente ancora viva nel suo profondo; nelle notti illuni appariva come un catrame ribollente.</p>
<p>Dell’intero villaggio eravamo rimasti validi io e un vecchio, ancora svelto, per quanto la sua pelle fosse tutta riarsa e il suo volto una maschera impassibile; gli altri si consumavano di inedia nei loro giacigli.</p>
<p>Per antica consuetudine peschiamo di notte. La luna in genere ci è benigna, al suo richiamo non possono sottrarsi neanche le viscide creature che guazzano nel fango; la superficie dell’acqua vibra in ogni suo punto, animata da infinite bolle; non c’è pesce che non smani di giungere in volo al soglio del suo adorato satellite.</p>
<p>Quella notte dunque liberammo l’ormeggio, e il gozzo cominciò agilmente a fendere le acque; il vecchio manovrava al timone, mentre io, a prua, allestivo le lenze. Già aggallavano le spigole argentate, la cui devozione alla luna ha qualcosa di mistico. L’aria era bruna, il freddo tagliente. Lo sciabordio annunciava una traversata tranquilla; l’animazione che si coglieva sotto il pelo dell’acqua prometteva una pesca copio-sa. A un tratto avvertii come un alito di vento al di sopra della barca; da un punto alto in linea con la poppa giungeva dell’aria mossa come da un ventaglio. Il vecchio fu il primo a volgere indietro la testa: la sua esclamazione di sorpresa, quasi una bestemmia, mi distolse dall&#8217;opera, trascurai di tirare a bordo le spigole abboccate e giratomi sul busto vidi anch’io ciò che aveva suscitato lo stupore del mio compagno.</p>
<p>La Libellula, che mai prima era ricomparsa dopo aver esaurito nel cielo d’inverno il repertorio delle sue danze, eccola lì, più imponente che mai: e le sue quattro ali fremevano, il suo addome oblungo spremeva da sé un fumo sottile, bianchissimo. Restammo a guardarla, ammirati e, insieme, in preda allo sconcerto, non sapendo a qua-le evento questo prodigio preludesse. Intanto il fumo diventava una nebbia, tingeva di</p>
<p>bianco le acque del mare e l’aria della notte. Scambiai uno sguardo inquieto con il vecchio. Mi ero spostato verso di lui. Nella convulsione dei gesti rischiai di perdere l’equilibrio, mi appoggiai a una traversa. Percepii sopra la mia testa muoversi qualcosa che subito si posò sul mio posto di prua. Definire anche questa creatura una Libellula sarebbe possibile, ma nello stesso tempo sarebbe inesatto. Le ali erano identiche, non così l’addome: c’era un busto, concluso da una testa d’insetto.</p>
<p>Ci rivolgeva la schiena. Le sue zampe artigliavano la punta della prua. Il gozzo si muoveva veloce verso il largo; il motore era spento. Una insolita calma si impossessò del mio corpo. Dissi qualcosa all’indirizzo del vecchio. Non mi rispose, ma al biancore della luce potei notare il suo viso: sorrideva felice, come se avesse ritrovato la vera terra, o un antico compagno</p>
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		<title>Fantasmi di Calusca: prosa ispirata</title>
		<link>https://www.borderliber.it/fantasmi-calusca-prosa-bella/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Nov 2024 03:20:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Bacon]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Fantasmi di Calusca&#8221; è una prosa di Giuseppe Bella. In copertina &#8220;Astrazione in anta, sospensione&#8221;, Calusca, 2017. Foto fornita dall&#8217;autore dell&#8217;articolo La pittura di Calusca, nei suoi momenti di più intenso pathos, è incuriosita dalle tracce amare che i corpi imprimono nel vuoto allorché, per cause inesplicabili, sono costretti a scomparire, a uscire di scena: [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Fantasmi di Calusca&#8221; è una prosa di Giuseppe Bella. In copertina &#8220;Astrazione in anta, sospensione&#8221;, Calusca, 2017. Foto fornita dall&#8217;autore dell&#8217;articolo</strong></p>
<p><em>La pittura di<strong> Calusca</strong>, nei suoi momenti di più intenso pathos, è incuriosita dalle tracce amare che i corpi imprimono nel vuoto allorché, per cause inesplicabili, sono costretti a scomparire, a uscire di scena:<strong> letteralmente, a diventare ob-sceni</strong>; allora un’inconsolabile solitudine precipita sugli oggetti d’affezione; e gli ambienti che li accoglievano diventano spettrali, un’asciutta tristezza li pervade, li avvolge un’aria in cui risuona l’eco di parole e gesti, ormai svaniti.</em></p>
<p><em>Gli interni vuoti sono diventati, alla lunga, per <strong>Calusca</strong>, la sua cifra stilistica predominante: scorci di balconi da cui indaffarati inquilini sono scomparsi, come evaporati nell’aria immobile; corridoi invasi dalle tenebre più impalpabili; scale che dal buio torpido della notte salgono incontro alla luce di un giorno iperboreo; poltrone, sedie, divani immersi nella nostalgia dei corpi che essi non potranno più ospitare; ringhiere e assiti di legno, che l’esatta alternanza di luce e ombra svuota di ogni utilità, inglobandoli in una dimensione geometrica allucinata. <strong>Non si vede polvere, né si accumulano detriti: tutto è pulito, sterile.</strong> Quasi che il tempo in questi luoghi non avesse mai esercitato la sua rovina. Qui, per quanto l’abbandono sia profondo, ogni misura cronologica viene abolita. Non si saprà mai quanti giorni, quanti anni o quanti lustri siano trascorsi; <strong>ma da cosa? Da quale evento? Forse non c’è mai stato inizio.</strong> Eppure quell’attimo deve essere scoccato &#8211; quell’attimo in cui si estinse il calore emesso dai corpi vivi.</em></p>
<h3>Fantasmi di Calusca: nella prosa, oltre la critica</h3>
<p><strong>Per un’insolita virtù di cui un dio ironico e un po’ maligno mi ha fornito</strong>, riesco a percepire la vacuità perfino nei volti delle persone su cui poso il mio sguardo proteso alla pittura; questi speciali volti già proiettano intorno a loro la luminescenza del fantasma che saranno. O forse del fantasma che già sono. Sulle mie tele illustro corpi nello stesso tempo presenti e già fuori dalla scena. Su questa oscenità del corpo prossimo a dileguare pur rimanendo ancora accessibile alla vista, su questo paradosso di un corpo fisico che rivela in sé i segni chiari della propria evanescenza, la mia immaginazione indugia. E a lungo andare vi si apprende, ostinata. Osservate i volti che la mia pittura espone. <strong>La materia di cui essi si compongono ha un colore livido.</strong> I lineamenti, pur definiti nei loro tratti precipui, inclinano a sfaldarsi. Gli occhi appaiono velati da nostalgie indicibili, in altri casi sembrano travolti dalle frane del ricordo. In poche circostanze questi occhi hanno una acutezza da rapace, rivelano una volontà rapinosa, attorno a cui il volto umano si condensa e prende forza, staccandosi da invisibili forze disgreganti, da quelle campiture di energia al calor bianco, che ammolliscono i tessuti e rendono incerti tutti i contorni.</p>
<p>A volte penso che le creature non siano altro che tristi fantasmi emergenti da un amniotico liquido biancastro.</p>
<p>Vero: ammiro <strong>Francis Bacon</strong> – quella carne le cui fibre gemono nei gorghi putridi del dolore; quei volti quasi cancellati da imbratti aspri, quelle bocche deformate dall’eccessivo orrore. Ma, appunto, <strong>Bacon rimane dentro la carne</strong>, implicato nelle sue linfe, nei suoi umori corrotti: <strong>io colgo, attraverso la carne, l’ombra sbigottita dei suoi fantasmi.</strong></p>
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		<title>La figlia di Ophis</title>
		<link>https://www.borderliber.it/figlia-ophis-prosa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Aug 2024 04:38:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Calusca]]></category>
		<category><![CDATA[Espressionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Ispirazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prosa di Giuseppe Bella. In copertina: &#8220;Crazy easy chair &#8211; A woman like Ofelia&#8221; di Calusca, anno 2000 Questa non è una sedia. È un inganno; un oggetto confortevole ma folle. Può essere mai sensata una sedia così fatta? È uno scheletro – un traliccio. Non vi è traccia di imbottitura: non vi è schienale, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Prosa di Giuseppe Bella. In copertina: &#8220;Crazy easy chair &#8211; A woman like Ofelia&#8221; di Calusca, anno 2000</strong></em></p>
<p>Questa non è una sedia. È un inganno; un oggetto confortevole ma folle. Può essere mai sensata una sedia così fatta? È uno scheletro – un traliccio. Non vi è traccia di imbottitura: non vi è schienale, non vi è seduta. E tuttavia sembra emergere dal nulla, e fluttuarvi; con stilizzata potenza, sorge simile a un altare. Nel suo centro magico io mi manifesto. Non vi è nulla oltre al mio corpo; se ancora posseggo un’anima, essa è tutta incarnata in questa massa catramosa, oscura, senza grazia, percorsa da rossi bagliori &#8211; come da una lava sanguigna. Come braci nel nereggiante carbone.</p>
<p>Sono nuda: non mi compiaccio di questo, ma offro la mia nudità con insolente malagrazia. I miei seni ricadono flaccidi su un addome rigonfio, adiposo, infiammato. Il mio pube è un triangolo di nerume. Le mie cosce, due tozzi monconi. Il mio volto è mascolino, una ciocca di capelli ricopre il mio occhio, indurendone lo sguardo. Io attendo.</p>
<p>L’inquietudine e la pazzia che mi indussero a scivolare in acque rapinose si sono, oggi, risolte in pazienza per intero, in una smisurata capacità di aspettare. Nemmeno un solo istante i miei occhi si distoglieranno dai vostri sguardi, su di essi non si abbasseranno mai le palpebre, sul mio viso mai scenderà la stanchezza, nessun cenno di sbadiglio incresperà mai le mie labbra, né distenderà la mia bocca, nessun vuoto improvviso annebbierà la mia vista. Mostrerò in eterno questa identica espressione, cupa e risentita.</p>
<p>Il ruscello dove si è estinto il mio antico dolore è oggi una palude. Sono Ofelia, figlia di Ophis, che comanda i serpenti. In una delle mie incarnazioni sono stata una fanciulla. Fragile, inerme preda delle passioni. Amore filiale per Polonio, fraterno per Laerte, umbratile per Amleto. Io che per natura avrei dovuto imprimere sulle loro carni i miei morsi, inoculare il mio veleno, sono stata travolta dagli eventi.</p>
<p>La tragedia mi ha serrato nelle sue spire e l’acqua limpida ha occluso i miei polmoni. Nei cicli incessanti dei miei ritorni era previsto che dal mio nome scaturisse quanto di soccorrevole e delicato dorme in ogni donna: Opheleia è colei che aiuta. Ma con la mia morte ho estinto questi obblighi generosi. Oggi riemergo da un inferno lutulento &#8211; non c’è pietà nel mio cuore. Oggi posso solo udire i sibili e le sobillazioni di Ophis, il crudele &#8211; mio padre.</p>
<p>La mia mano si contrae, adunca. Nel mio ventre cova la fiamma. Il mio sguardo invita e insieme allarma. Un’ustione mortale subirà colui che oserà varcare la mia soglia.</p>
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		<title>Un pomeriggio di luglio</title>
		<link>https://www.borderliber.it/luglio-arte-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jul 2024 19:26:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto di Rosanna Pontoriero. In copertina: &#8220;Autoritratto&#8221; di Antonio Donghi, 1924 Quell’attesa era liberatoria e soffocante, sembrava la fine della vita e allo stesso tempo il divenire di una nuova storia, proprio lì: nella grigia sala d’aspetto di un medico oculista, che affacciava su un viale trafficato, in un pomeriggio di calura. Un palazzone appena [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Racconto di Rosanna Pontoriero. In copertina: &#8220;Autoritratto&#8221; di Antonio Donghi, 1924</strong></em></p>
<p>Quell’attesa era liberatoria e soffocante, sembrava la fine della vita e allo stesso tempo il divenire di una nuova storia, proprio lì: nella grigia sala d’aspetto di un medico oculista, che affacciava su un viale trafficato, in un pomeriggio di calura. Un palazzone appena costruito, “nuovo di zecca” commentavano orgogliosamente i dipendenti della banca di fronte.</p>
<p>In realtà si trattava di uno stabile in serie, anonimo e scialbo. Giuliano ne aveva ribrezzo, perché in fondo e nonostante tutto, si considerava un artista. In sottofondo <strong>«Luglio col bene che ti voglio vedrai non finirà…»</strong>, il parlottare snervante della gente: <strong>«Avevo appuntamento alle 16.00 e sono già le 16.50, ma dove ha la testa questa segretaria? Roba da matti! Nessuno ha più voglia di lavorare…»</strong>.</p>
<p>Giuliano sbruffava e fremeva, fissando ora una pittura geometrica ovale, ora i titoli di un vecchio seminario sulla miopia; uno strano ronzio si infiltrava nei suoi pensieri: era un artista? O forse non lo era più?&#8230; Aveva smarrito il talento per sempre? Lo aveva perduto, ucciso, dimenticato? E se non fosse stato tutto perso? Era questione di aprire gli occhi…di ascoltarsi o tacere, decidere di morire.</p>
<p>D’altronde, ci sono infiniti modi per non esistere: <strong>uno è quello di diventare uno statale per comodità e lasciar perdere il canto, pensando sia roba per velleitari.</strong> È quello che aveva fatto Giuliano Belsito, trentadue anni compiuti, da giovanissimo un bravo tenore, ma divenuto prima realista, poi pigro, infine disilluso e rassegnato. Tutto per colpa dei discorsi in famiglia: <strong>«</strong>Giuliano vuole vivere di canto… vorrà dire che mangerà spartiti il ragazzo…<strong>»</strong>, si sentiva umiliato, amareggiato ed estremamente sbagliato.</p>
<p>Era stanco di non essere come gli altri. Non possedeva per natura la grinta che serve alle persone per distinguersi, per mandare affanculo il mondo. Quella di Giuliano era un&#8217;arte fiacca, priva di slancio, si era arenata sotto i colpi letali della normalità. Una mattina di maggio aveva fatto domanda come <strong>dipendente delle Poste</strong>, tre mesi dopo lo avevano convocato, con grande gioia di mamma <strong>Gina e papà Alfio, all’ufficio di via Marconi. S</strong>i sarebbe occupato delle spedizioni e le sue giornate sarebbero passate tra pacchi e cartoline. Era stato un sollievo: <strong>finalmente una boccata di benemerita salubrità.</strong></p>
<p>Settimane dopo aveva smesso di prendere lezioni e aveva annullato gli appuntamenti presi come tenore. Le giornate passavano con parsimonia e raziocinio: <strong>sveglia, lavoro e ritirata, adesso si che era un uomo apprezzabile.</strong> E con il trascorrere del tempo aveva smesso persino di pensare al canto, proprio lui che aveva vissuto di immaginazione, sognandosi in grandi teatri. La vita è amara come un limone verde per la gran parte degli uomini.</p>
<p>In quella stanza estranea, dove in genere le persone passano tempi morti, Giuliano era in preda ad una rivoluzione personale: non sarebbe uscito con la ricetta di un collirio, bensì con una nuova coscienza e una rinnovata identità. Era l’alba di una nuova vita e chi lo avrebbe mai detto. I pensieri varcavano la sua mente con una velocità impressionante: <strong>«</strong>Sono o non sono un tenore? Ma perché non canto più? Il canto era la mia vita… – si ripeteva a bassa voce, sicché urlò forte – il canto era la mia vita!<strong>»</strong>.</p>
<p>Si voltarono tutti e poi seguì il silenzio, a quel punto uscì la segretaria: <strong>«</strong>Belsito prego, si accomodi…<strong>»</strong>, ma lui non c’era. Uscito come un razzo in strada, correva forte tra la gente, sotto i caci del viale, aveva deciso: si sarebbe licenziato dalle Poste per riprendere il canto, lo doveva a se stesso, era il richiamo della vita, al quale rispondeva finalmente, mandando il mondo gioiosamente affanculo.</p>
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