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	<title>Pontoriero Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Giornalisti: battitori frustrati, depressi, senza gloria né soldi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Jul 2025 22:01:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Esiste una categoria di poveri di cui nessuno parla: sono i giornalisti, impotenti, silenziosi e morti di fame. L&#8217;articolo è di Rosanna Pontoriero. In copertina una foto tratta dal web Batti, batti… Con la schiena curva e gli occhi lucidi. Tu che sei schiavo delle parole, di fonemi e morfemi, senza soldi né gloria. E [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Esiste una categoria di poveri di cui nessuno parla: sono i giornalisti, impotenti, silenziosi e morti di fame. L&#8217;articolo è di Rosanna Pontoriero. In copertina una foto tratta dal web</strong></p>
<p>Batti, batti… Con la schiena curva e gli occhi lucidi. Tu che sei schiavo delle parole, di fonemi e morfemi, senza soldi né gloria. E non è affatto una similitudine iperbolica: i migliaia e migliaia di giornalisti, che lavorano in giornali e siti provinciali e regionali italiani, sono anime invisibili, che digeriscono frustrazione e malessere. Urli muti, ossimoro che spero renda l’idea: perché, a differenza di qualsiasi altra categoria, non hanno neppure con chi sfogarsi. Il lettore, spesso, usufruisce del lavoro di un bracciante malpagato, vessato e neanche pienamente libero di esercitare la propria professione. Un cambiamento tellurico, dato da una infinità di motivazioni, tutti apparentemente concatenati, che hanno prodotto la fine sostanziale di un mestiere. Chi resiste, quasi sempre ci perde. Chi si adegua, quasi sempre diventa isterico e perde l’identità.</p>
<h3>Giornalisti: una vita per poveri</h3>
<p>L’altra mattina, al bar, chi vi scrive ha intrattenuto una conversazione con una signora, la quale, sorseggiando il caffè, ha legittimamente chiesto: «Ma come mai i giornalisti oggi copiano i post? Sai non pensavo si lavorasse così… E, invece… Ma perché? ». Arriccio le spalle, spalanco gli occhi e rispondo dapprima secca, poi argomento: «Perché sono poveri!». È stata la sesta persona a chiedermelo in un mese: i lettori, anche quando ci sono, non hanno alcuna stima, e chi scrive ha perso autorevolezza e fiducia. Non è nessuno. Scelta e libertà sono un lusso. Oggi il giornalista è costretto a saccheggiare il web per sopravvivere: quattro locandine, due delibere, una determina e la giornata è andata. La colpa non è sua: è sopravvissuto con dolore a un altro turno alienante, si è portato a casa una manciata di spiccioli. Uscendone stanco, demoralizzato, trasformato in merce da macello. In fondo, il suo lavoro non vale molto, lo potrebbe fare chiunque, è assolutamente sostituibile, come gli operai nelle grandi catene. Il mantra è: “Avanti un altro”. Le mani sulla tastiera possono adagiarle tutti. La vita di molti giornalisti, intendiamoci gente magari preparata, è quella di passare le ore a cercare avvisi che si potrebbero copiare. Per cosa? Far crescere una azienda. Ma che cresce come?</p>
<p>Senza stima dei lettori. È un discorso complicato, perché è un meccanismo perverso. Incredibilmente perverso, per il quale devi completamente prosciugarti. È una evoluzione data dal web? Dai social. Certamente, ma soprattutto dalla povertà economica ed educativa. Dall’idea comoda che il lettore comune non ha ambizione, non sa distinguere né ricercare. E allora non serve l’originalità, l’esclusività, la critica, serve una marce a bassissimo costo, da buttare lì, come l’osso al cane. E mentre tutti commentano: «Ma che roba è? Madonna!», un giornalista muore di stenti, frustrazione e impotenza. Quest’ultima parola racchiude tutto.</p>
<p>Con quali soldi i giornalisti, oggi, possono fare le inchieste, i racconti, i reportage, andare in giro? Devono «fare quello che possono», come si ripete compulsivamente nelle redazioni, che si traduce in copia e stai zitto, carica e non rompere il cazzo. Siamo socialmente desertificati. Tuttavia, nessuno parla dei giornalisti e della loro miserabile fine. Di come vivano ai margini e patiscano, condannati a perire piano piano, perché sono in agonia. Ciò nonostante, hanno somatizzato questo stato, rassegnandosi a sfiorire, a disumanizzarsi, a non avere aspirazioni né ambizioni. Lo insegnano, sapete: fai quello che fanno tutti, con animo sereno. E, infatti, è tutto un luttuoso silenzio.</p>
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		<title>La figlia oscura: una madre sul binario della mezza età</title>
		<link>https://www.borderliber.it/la-figlia-oscura-pontoriero-articolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Jun 2025 22:01:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Rosanna Pontoriero. La protagonista de “La figlia oscura” di Elena Ferrante è una classica donna consumata da una maternità critica, che vive ormai lentamente Quanto sono vissute le donne di Elena Ferrante. Umane, troppo umane, persino eroiche nel loro umanismo quotidiano, nei pensieri più frequenti, sebbene censurati, perché dobbiamo, a tutti i costi, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Rosanna Pontoriero. La protagonista de “La figlia oscura” di Elena Ferrante è una classica donna consumata da una maternità critica, che vive ormai lentamente</strong></p>
<p>Quanto sono vissute le donne di <strong>Elena Ferrante. </strong>Umane, troppo umane, persino eroiche nel loro umanismo quotidiano, nei pensieri più frequenti, sebbene censurati, perché dobbiamo, a tutti i costi, apparire diligenti. Così ci insegnano e sin da subito ci abituiamo alla menzogna, persino con noi stesse, a fare i conti con una frustrazione da nascondere sotto il letto. In <strong>Leda</strong>, protagonista di <strong>“La figlia oscura”, </strong>si vedono i ritratti di tutte le madri che si incontrano al supermercato, all’uscita delle scuole, nelle tipografie, ferme in macchina. Appartate in un silenzio sacrificale, che vorrebbe essere una fuga, un urlo, una corsa, magari anche breve.  Leda possiede e descrive quella strana sensazione dell’imbarazzo con noi stesse: la vergogna di non provare abbastanza dolore. E il perché lo sapete bene: ci hanno sempre ripetuto che il sacrificio viene prima di ogni cosa, che più infelice, accorata, lontana dai tuoi sogni sarai, più brava e meritevole risulterai. Detto così può sembrare paradossale, ebbene, è un meccanismo banalissimo: siamo socialmente predestinate alla demoralizzazione e al pensiero sminuente.</p>
<p><strong>Leda</strong> è una insegnante divorziata, dedita alle figlie e al lavoro di ricerca. Le ragazze partono per raggiungere il padre in Canada e la donna si prenda un periodo di svago, lentezza, solitudine rigenerativa. Una vacanza in un paese del sud Italia, nel quale conoscerà una famiglia disfunzionale, pericolosa, che anticipa personaggi e dinamiche de <strong>“L’amica Geniale”, “La vita bugiarda degli adulti”.</strong> «Per la prima volta in quasi venticinque anni avvertii l’ansia di dovermi curare di loro. (…) La distanza mi metteva nell’impossibilità fisica di intervenire direttamente nelle loro esistenze, l’esaudirne desideri o capricci diventò un insieme di gesti rarefatti e irresponsabili, ogni richiesta mi sembrò lieve, ogni incombenza che le riguardasse una abitudine affettuosa. Mi sentii miracolosamente svincolata, come se un’opera difficile, giunta infine a compimento, non mi gravasse più addosso».</p>
<p>La partenza di Bianca e Marta cambia la quotidianità di <strong>Leda</strong>, ce lo racconta con naturalezza: «Comincia a lavorare senza la scansione dei loro orari e delle loro necessità. (…) Cambiai in fretta nei modi, nell’umore, nella stessa apparenza fisica. (…) In pochi mesi riebbi il corpo magro che avevo avuto da giovane e provai una sensazione di forza mite». A quarantotto anni Leda sperimenta una liberazione umanamente comprensibile: ha impiegato buona parte della vita a dare, esaudire, risolvere. Sulla maternità non ci risparmia la sincerità che serve per essere consapevoli, è una costante nella letteratura di Elena Ferrante, la scrittrice delle demistificazioni, lontana anni luce dalle narrazioni di rito. Il cui occhio è una ombra dietro i gesti fintamente radiosi che ci distinguono. Nel segreto delle case avviene di tutto: «Ero desolata in quegli anni. Non riuscivo più a studiare, giocavo senza gioia, mi sentivo il corpo inanimato, senza più desideri». La vita di <strong>Leda</strong> correva tra Marta e Bianca, da un pianto all’altro. Sicché non si è disciplinata da sola, imparando a essere presente solo se la volevano le figlie e a parlare se glielo chiedevano. Rimaneva, per molti versi, una alienata.</p>
<p>La vacanza della protagonista al mare è poco dinamica, ma accadono molte cose nella sua testa. E soprattutto, riesce a rivedere criticamente il vissuto, a riflettere su matasse affettivo – familiari, grazie alla conoscenza e fine osservazione di una famiglia invadente, intrusiva e tristemente patriarcale, nella quale la giovane Nina, mamma di una bambina piccola, rischia di rimanerne sacrificata, martirizzata. Nina è nel pieno di un crisi vivente, tagliente, Leda sa di cosa si tratta, quantunque la situazione della giovane sembri fisicamente in pericolo. Rivela Nina alla protagonista con sconforto: «Non so niente e non valgo niente. Sono rimasta incinta, ho partorito una figlia e non so nemmeno come sono fatta dentro. L’unica cosa che desidero è scappare». Il finale di <strong>&#8220;La figlia oscura&#8221;</strong> non ve lo svelo, anche perché è abbastanza aperto. Rimane una narrazione straordinariamente spogliante, scottante e limpidamente giornaliera e per ciò, ombrosa e rivoluzionaria.</p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Inferi: Una storia di emozioni, battaglie e grandi eventi</title>
		<link>https://www.borderliber.it/inferi-pontoriero-articolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 May 2025 22:01:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Rosanna Pontoriero. “Inferi” è la storia di Nino De Masi e della sua famiglia, scritta con Pietro Comito, che abbraccia stagioni convulse e regala una narrazione intima e un affresco sociale e politico significativo Al lettore che si aspetterebbe una sola narrazione di eventi legati alla ’ndrangheta, glielo diciamo subito: “Inferi” ha il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Rosanna Pontoriero. “Inferi” è la storia di Nino De Masi e della sua famiglia, scritta con Pietro Comito, che abbraccia stagioni convulse e regala una narrazione intima e un affresco sociale e politico significativo</strong></p>
<p>Al lettore che si aspetterebbe una sola narrazione di eventi legati alla ’ndrangheta, glielo diciamo subito: <strong>“Inferi”</strong> ha il corpo delle opere narrative ben orchestrate, ci sono personaggi, emozioni, luoghi, case, sentimenti, vite, nostalgie, amarezze. Si chiude il libro, corposo e dettagliato, e si sentono i passi e i ticchetti di orologio. Il cammino è sempre spedito, affannoso, appassionante e talvolta sfiancante. L’orologio corre come un razzo: ieri l’officina, l’Italia giovane del dopoguerra; oggi il progresso. In mezzo un mondo di eventi, un&#8217;esistenza audace e una moltitudine di brividi.</p>
<p>Già… Perché i lettori avvertono il fiato di chi racconta. <strong>“Inferi”</strong>, edito da <strong>Compagnia Editoriale Aliberti</strong>, libro dell’imprenditore <strong>Antonino De Masi</strong> con il giornalista <strong>Pietro Comito</strong>, possiede tratti Morantiani. Avete presente, per l’appunto, <strong>“La Storia” di Elsa Morante?</strong> Il correre perpendicolare tra il tracciato dei personaggi e quello universalistico e totalizzante della “Storia”, con la maiuscola, che accomuna tutti gli uomini. Una concatenazione tra le vite singole e il corso del tempo. Ebbene, siamo figli di un&#8217;onda impetuosa, atomi di un magma inarrestabile.</p>
<p><strong>Nino De Masi è il figlio di Peppe</strong>, un imprenditore che ha combattuto la <strong>’ndrangheta</strong> ogni singolo giorno, una mente lungimirante, un padre innamorato e ferito; ma mentre attraversa il suo trascorso, alle spalle corrono i decenni più convulsi del novecento in <strong>Calabria</strong>, in<strong> Italia</strong> e nel mondo, cambiano i presidenti della Repubblica, i governi, i sottosegretari, i sindacalisti, sorge una meta modernità, impensabile agli esordi del dopoguerra. E si vede nitidamente farsi strada, di parola in parola, questa doppia narrazione. È un aspetto significativo dell’opera, che ha anche il pregio di ricostruire i fatti con un ritmo giornalistico e per questo scorrevole, pulito, razionale. Il rischio di sconfinare nella retorica, per il tessuto della storia, era alto, così come quello di tediare. Ciò non accade, poiché i fatti passano in rassegna armonicamente, sulle note di una saga, senza mai dimenticare, né trascurare le emozioni. È tutto ben calibrato, una efficace strutturazione della matassa narrativa.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-14168 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2025/04/IMG_9508.jpeg?resize=800%2C603&#038;ssl=1" alt="Inferi, foto 2" width="800" height="603" data-recalc-dims="1" /></p>
<h4>Di padre in figlio</h4>
<p>La storia di Nino inizia da suo padre, <strong>“Peppe di Margi”</strong>, l’uomo da romanzo di formazione, colui che è stato capace di costruire un impero, partendo letteralmente dal niente: «Per raccontare quel ragazzo di campagna – si legge nelle prime pagine, a proposito del padre di Nino – mandato precocemente a fare il garzone d’officina, servirebbe una saga. (…) Aveva un cervello e una ostinazione fuori dal comune: queste due qualità lo resero un uomo geniale quanto inflessibile». Peppe è un uomo austero, autorevole, di quelli che hanno sempre il metro della situazione e per questo conviverci può risultare complicato. «Il mio rapporto con papà – racconta il protagonista – fu spesso conflittuale: era così severo, così inamovibile, che a volte mi sembrava di impattare contro un muro. (…) Sapeva essere padre a modo suo, ma bisognava capirlo». L’officina è un punto di partenza per un ragazzo che portava «le mutande bucate sotto i calzoni corti», un laboratorio di esordio. «Già, quell’officina: – confessa <strong>De Masi</strong> con intimità – fu in parte la mia condanna e, in parte, la mia salvezza. Fu lì che compresi la logica e il genio di mio padre, al di là della sua granitica durezza. (…) Erano casa i pezzi di motore ordinatamente riposti su un tavolo in attesa di essere rimontati. Casa l’odore acidulo che si spandeva nell’officina: olio misto a carburante, terra, polvere e grasso industriale». Ecco perché ci sono tutti gli elementi e le sfumature per appassionarsi.</p>
<h4>Inferi: una vita di lotta</h4>
<p>E poi, certamente, c’è la lotta contro la ’ndrangheta, una resistenza incredibile, al limite dell’umano. Una pressione che avrebbe piegato chiunque, prosciugato la mente più potente. Vivere una vita di soglia, di guerra, una obbedienza etica che si traduce in disobbedienza sociale, perché il male nelle piazze possiede, talvolta, un grande fascino, risulta ammiccante, sensuale. Attentati, paura, inquietudine, separazione, dolore, sensi di colpa, rimpianti. Il protagonista racconta icasticamente le sue emozioni, con la sensazione di essere travolto da una onda minacciosa. Alla fine della storia, una corsa matta, disperata, ma intrisa di un fervore limpido, anche innocente, gli autori citano<strong> Pasolini:</strong> «La morte non è nel non poter comunicare, ma nel non poter più essere compresi». E De Masi confida al lettore quale ricchezza lascerà un giorno: un patrimonio etico, intellettuale e politico, nel senso più nobile e vasto, come interessamento profondo, attivo e sincero alla vita pubblica e al suo divenire.</p>
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		<title>Miss Fallaci: i pezzi con i lustrini che hanno fatto la storia</title>
		<link>https://www.borderliber.it/miss-fallaci-pontoriero-fiction-lettura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Apr 2025 22:01:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Rosanna Pontoriero. In copertina un fotogramma dalla serie &#8220;Miss Fallaci&#8221; «Adesso comando io!», dice a Oriana, nella fiction, il neo direttore dell’Europeo con tono da giornalista virile Come definireste voi con tre aggettivi la fiction su Oriana Fallaci, “Miss Oriana”? Se non l’avete vista, ma vi incuriosisce, siete nel posto giusto e al [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Rosanna Pontoriero. In copertina un fotogramma dalla serie &#8220;Miss Fallaci&#8221;</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>«Adesso comando io!», dice a Oriana, nella fiction, </em><br />
<em>il neo direttore dell’Europeo con tono da giornalista virile</em></p>
<p>Come definireste voi con tre aggettivi la fiction su Oriana Fallaci, <strong>“Miss Oriana”?</strong> Se non l’avete vista, ma vi incuriosisce, siete nel posto giusto e al momento opportuno. <strong>Una fiction Rai insolita</strong>, al netto di valutazione secche: accesa, colorata, poco lirica, da telefilm americano, per tanti versi. Particolarmente interessanti le prime puntate, che raccontano la giovane Oriana, giornalista di costume all’Europeo: determinata, ambiziosa, franca fino all’inverosimile e anche impaziente di affermarsi, di trattare altro, di mangiarsi il mondo, come si direbbe chiacchierando al bar. Una donna che parte alla conquista dell’America, con la scommessa di intervistare niente meno che <strong>Marilyn Monroe</strong> e diventa <strong>“Miss Fallaci”</strong>, un personaggio curioso, poco domestico. Non riesce nel tentativo epico di interloquire con la diva, nonostante metta a soqquadro tutta <strong>New York</strong>. E allora si arrabbia, si dispera, ma riesce, comunque, a portare a casa pezzi originali, unici, raccontati, vissuti, ironici, icastici.</p>
<h3>«Il giornalismo è un affare serio»</h3>
<p>E le fanno la guerra, le dicono con la virilità maschile dei capi servizio: «Il giornalismo non è questione di racconti, di sensazioni, pizzi e merletti», ma lei piace alla gente, il giornale vende. Questo è quello che conta. E, dunque, continua sulla sua strada: traccia un solco, definisce un linguaggio. Perché ha ragione il suo direttore, il primo, quello paterno e bonario:<strong> «Giornalista è chi possiede una voce propria e originale»</strong>. Racconta di caffè americani, di gusti, tendenze, abitudini: in redazione c’è chi arriccia il naso. Probabilmente è invidioso, non sopporta il suo talento e per di più è una donna, che al suo posto non sta, imperdonabile. Lei se ne fotte altamente, neanche discute più di tanto. Al lettore bisogna far vivere i luoghi, attraverso sfumature, particolari, colori e persino odori. Resterà questo, più di qualsiasi fatto. Resteranno «i lustrini», loro malgrado. E cosa si aspettavano? Che sarebbero rimasti i verbali? No no… <strong>Chi racconta deve essere se stesso</strong>, deve dire cosa sente e pensa mentre osserva: nessun fatto è distinto dalle impressioni. Siamo uomini: animali passionali. L’obiettività è relativismo. Oriana sfreccia alla sua macchinetta, raccontando <strong>Hollywood</strong>, quell’immane parco giochi, con sagacia, umorismo e intuizione. In una epoca, nella quale il giornalismo non era un mestiere per impotenti, questo va detto. E si poteva scrivere, nell’accezione propria del verbo, poiché non esisteva il saccheggio dal web, la necessità di aumentare il traffico, l’ossessione di <strong>“caricare”</strong>, senza ascoltare, men che meno osservare. Oggi chi scrive è lento, furi moda, forse persino fanatico. Oriana potrebbe essere di ispirazione a un giovane giornalista? Nell’idea forse, nel desiderio, nella velleità, in un vagheggiamento romanzato e nostalgico, ma non nella realtà. Verrebbe asfaltato da tanti fattori: le visualizzazioni, i pochi soldi, il tempo, la disabitudine a leggere, l’idea che, in fondo, basti fare, mica saper fare, perché al navigante arriva il titolo, neanche il pezzo, figuriamoci il racconto. E un’altra miriade di fattori, che non sto qui ad elencare. Sarebbe un lavoro noioso, inutile, ma soprattutto doloroso.</p>
<h3>Miss Fallaci: un telefilm troppo colorato</h3>
<p>La fiction ha un linguaggio proprio, con una narrazione diversa, potremmo dire poco italiana, un taglio eccentrico. Per alcuni è troppo esuberante, poco empatica, disordinata, decontestualizzata, forte, disorganica. Se ne potrebbe discutere molto: <strong>sicuramente è un prodotto difforme, che lascia lo spettatore italiano disorientato e finisce per annoiarlo.</strong> Tuttavia, l’aver raccontato la prima parte della carriera di Oriana, quella anche meno conosciuta, è un tema importante: si propone uno spaccato, sulla stagione dei settimanali, delle interviste, delle corrispondenze lunghe. Al di là della forma, chi guarda è portato a riflettere. E non ne trae conseguenze banali, anche se avrebbe preferito un prodotto televisivo diverso.</p>
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		<title>Fannie Flagg e Aimee Bender: La letteratura casual e ironica</title>
		<link>https://www.borderliber.it/fannie-flagg-bender-pontoriero-letteratura/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 04 Apr 2025 22:01:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Romanzi ironici, profondi, quotidiani. Un umorismo originale e illuminante: dalla maestra Fannie Flagg alla più giovane Aimee Bender. Di tutto questo ci parla Rosanna Pontoriero. Le foto in copertina sono state fornite dall&#8217;autrice Quando visitai New York, nell’aprile di undici anni fa, non avevo ancora conosciuto le scrittrici americane, che mi avrebbero poi fatto compagnia [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Romanzi ironici, profondi, quotidiani. Un umorismo originale e illuminante: dalla maestra Fannie Flagg alla più giovane Aimee Bender. Di tutto questo ci parla Rosanna Pontoriero. Le foto in copertina sono state fornite dall&#8217;autrice</strong></p>
<p>Quando visitai <strong>New York</strong>, nell’aprile di undici anni fa, non avevo ancora conosciuto le scrittrici americane, che mi avrebbero poi fatto compagnia anni dopo. Avevo nella tasca del cappotto un&#8217;opera di <strong>Vittorio Alfieri</strong> e discutevo con mia madre, perché trovassimo una copia del <strong>New York Times:</strong> semplicemente volevo vedere come impaginavano i pezzi. Alla fine la trovammo. Non sapevo nulla dei romanzi di <strong>Fannie Flagg,</strong> ma ero attratta dalle finestre delle case e dai tulipani. Immaginavo la vita dentro: colazioni, compleanni, amori in esordio e in epilogo, libri da leggere, biancheria da sistemare. E fantasticavo oltremodo sul cibo: la torta sfornata all’interno del grattacielo, oppure i biscotti a <strong>Brooklyn Heights</strong>, dove le case non superano i due, tre piani. Racconto queste sensazioni, perché le ho ritrovate tradotte nelle narrazioni di alcune scrittrici americane, le quali hanno il dono dell’umorismo e un senso di profonda quotidianità. Sono casual.</p>
<h3>Fannie Flagg: la scrittrice allegra</h3>
<p>Romanziera cult, amata nel mondo, capace di portare colore nella vita della gente. Se leggete <strong>Pomodori Verdi Fritti</strong> vi sentirete meglio: una scrittura che alleggerisce. Come uscire comodamente con il pantalone largo e una camicia di flanella e risultare meravigliosamente chic. È casual, in tutti i sensi. In quella caffetteria la vita ha un ritmo verace, come i lanci di altalena e tutti i personaggi arrivano diretti e sinceri. L’estratto che segue è tratto da<strong> Ritorno a Whistle Stop:</strong> «Quella sera stessa Idgie si ritrovò seduta accanto a suo fratello a una riunione di alcolisti anonimi. E la sua vita cominciò a cambiare. (…) Nelle settimane seguenti conobbe un sacco di persone, che erano proprio come lei. (…) Ruth le mancava ancora tantissimo, ma almeno non rischiava più di ammazzare se stessa o qualcun altro. Non ne aveva il tempo. Era parecchio impegnata con il suo banco di frutta e i suoi alveari».<strong> Fannie</strong> riesce a trattare persino i lutti con saggia quotidianità, un tocco di leggerezza. La visione che ha dell’amicizia è straordinaria, così come l’idea di famiglia, non istituzionalizzata e neppure lottizzata. Oggi noi diremmo <strong>“Queer”</strong>. Il cibo scandisce il racconto, così come avviene nella vita, di lacrima in sorriso.</p>
<h3><strong>Ogni cibo ha un sentimento</strong></h3>
<p>Una altra scrittrice americana strepitosamente casual è <strong>Aimee Bender</strong>, in Italia pubblicata da <strong>Minium Fax</strong>, leggera anche quando argomenta, con l’immediatezza del reale, del vissuto. «Quindi ogni cibo ha un sentimento, riassume George, quando provai a spiegargli del rancore acido nella gelatina di uva. Mi sa di sì, dissi. Un sacco di sentimenti, precisai». Nel romanzo più famoso della <strong>Bender</strong>,<strong> L’inconfondibile tristezza della torta al limone</strong>, la protagonista, <strong>Rose Edelstein</strong>, scopre di avere uno strano dono: ogni volta che mangia qualcosa, il sapore che sente è quello delle emozioni provate da chi lo ha preparato. Le torte fatte da sua madre hanno un sapore di angoscia, disperazione e senso di colpa. La profondità di temi complessi, come genitorialità e maternità, sviscerati con una carezza. «Come se sentissi un sapore pregno dei suoi pensieri, – scrive della torta realizzata dalla madre, in occasione del suo compleanno – una spirale, come se quasi potessi provare il sapore della tensione della sua mascella (…) C’era una specie di mancanza di completezza nei diversi gusti che gli dava una impressione di vuoto, proprio come se il limone e la cioccolata nascondessero una cavità». Questo intendo per <strong>letteratura casual</strong>, che non riguarda i contenuti. Un saper fare che lambisce i lettori piano piano, con sano umorismo.</p>
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