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	<title>Passato Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Passato</title>
		<link>https://www.borderliber.it/passato-poesie-lotito/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Jul 2025 22:01:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Lotito]]></category>
		<category><![CDATA[Passato]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
		<category><![CDATA[Presenze Minime]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Passato&#8221; è il titolo che abbiamo dato a queste quattro poesie di Federico Lotito. In copertina una foto di Ekaterina Astakhova tratta da Pexel, a uso gratuito spolpa le ossa la notte e fa a brandelli il passato e anche se schiaccio a fondo con in mano un pugno di mosche morenti resto fermo sulla [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Passato&#8221; è il titolo che abbiamo dato a queste quattro poesie di Federico Lotito. In copertina una foto di <a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/scale-nere-e-marroni-accanto-alla-finestra-3150918/">Ekaterina Astakhova tratta da Pexel, a uso gratuito</a></strong></p>
<p>spolpa le ossa la notte<br />
e fa a brandelli il passato<br />
e anche se schiaccio a fondo<br />
con in mano un pugno di mosche morenti<br />
resto fermo sulla via d’uscita</p>
<p>è tutto chiuso tranne<br />
l’unico taglio possibile<br />
da lì proveranno a passare<br />
coscienti della trappola</p>
<p>proveranno a vendere cara la pelle<br />
ronzando ad orecchie ormai<br />
sorde alla lusinga di una strada<br />
pulita dai peccati</p>
<p>non spetta nessuna ricompensa<br />
non c’è nessun merito<br />
vuotiamo il sacco negli adeguati spazi<br />
attenti a menzognere raccolte punti</p>
<hr />
<p>aspetta la morte fumando<br />
davanti all’entrata del bar<br />
l’uomo non ricorda il suo nome<br />
eppure nel luccichio della sua vetrina<br />
lo teneva stampato</p>
<p>qui è scritto come mi chiamo<br />
io non riesco a dirlo<br />
tieni è l’ultimo rimasto nella giacca buona</p>
<p>il biglietto da vista nelle rughe<br />
profonde che implorano un drink<br />
&#8211; so che non dovrei –<br />
ma sediamo qui e parliamo<br />
lasciamole aspettare un po’<br />
le nostre destinazioni</p>
<hr />
<p>mia nonna non parla più<br />
eppure ha insegnato migliaia di parole<br />
forte mi stringe il braccio<br />
nella foto di compleanno</p>
<p>mia nonna &#8211; l’altra – ravviva<br />
il braciere con la mano<br />
non c’è più sangue nelle dita<br />
così lontane dal cuore</p>
<p>mia madre si inginocchia<br />
una mattina di giugno ma non prega<br />
non bevemmo insieme a natale</p>
<p>mio padre era andato da tempo<br />
senza mai uscire da noi<br />
ci era riuscito bravo com’era</p>
<p>luigi non mangiò più<br />
voleva andasse così nessuna resistenza<br />
per un giorno ancora</p>
<p>me ne sto fuori da tutto e non e ne dolgo<br />
provo a cercarli ma non sono ancora riuscito<br />
a parlare con loro</p>
<hr />
<p>sorride la bambina<br />
dalla scatola delle offerte<br />
uno spicciolo di speranza<br />
cade nel silenzio delle coscienza<br />
il resto di un caffè bevuto amaro<br />
non certo per mantenere la linea<br />
da non confondere con quella<br />
di un orizzonte ormai da tempo perduto</p>
<p>sorride la bambina<br />
dalla scatola delle offerte<br />
che altro potrebbe fare<br />
ignara della nostra natura<br />
nonostante tutto spera che quella moneta<br />
non sia un fastidio sfilato di tasca</p>
<p>(tratte da “Presenze minime” – SECOP edizioni)</p>
<hr />
<p>ha un sobbalzo la mia moto<br />
non è un fosso quello che ho beccato<br />
ma il residuo di una cena</p>
<p>finta o finita che sia è un maleodorante<br />
passato che si affaccia dal sacchetto<br />
guardo meglio e tante cene o pranzi<br />
giacciono lungo la via che percorriamo convinti<br />
di avanzare mentre restiamo inchiodati<br />
alle croci delle quotidiane parole<br />
racconto di un altro giorno fallito</p>
<p>tanti dicono fregatene e vivi<br />
lascia anche tu i tuoi avanzi<br />
io non ci riesco e resto a guardarli<br />
residui di vite stanche:<br />
un cartone una lattina una scarpa<br />
senza il suo passo</p>
<p>davvero mi chiedo basti non pensare<br />
tirar dritto e far finta di niente?</p>
<p>la moto reclama la strada<br />
non ho voglia di correre ma vado<br />
con le mani sul manubrio e gli occhi altrove<br />
la strada è la stessa<br />
io no</p>
<p>(inedita)</p>
<hr />
<h4><strong>Chi è Federico Lotito?</strong></h4>
<p>Federico Lotito è nato a Corato, ha iniziato presto a scrivere poesie, ma solo nel 2015 ha pubblicato la prima raccolta di poesie ‘Gocce d’anima’, edita da SECOP edizioni. Le sue liriche sono presenti in diverse antologie.<br />
Nel 2016 è stato ospite della XLVII Edizione del Festival Internazionale di Poesia &#8220;Smederevo&#8217;s poet autumn&#8221; a Smeredevo (Serbia); alcune sue liriche sono state tradotte in serbo dal poeta Dragan Mraovic e pubblicate nell’Antologia del Festival. E’ autore del testo teatrale &#8220;Don&#8217;t try &#8211; il mio Hank&#8221;, ispirato alla vita dello scrittore americano Charles Bukowski, rappresentato a Corato e successivamente in vari teatri di città limitrofe sotto la sua regia.<br />
Nel 2018 ha pubblicato ‘E’ passato un silenzio’, SECOP Edizioni, sua seconda silloge di poesie. Nel 2020, insieme ai poeti Luciana De Palma, Alberto Tarantini e Nico Mori, ha pubblicato ‘Atti pandemici, quattro spiriti in quarantena’, opera di poesie e prose autoprodotta. Nel 2021 per SECOP ed, nella collana Paralleli poetici pubblica ‘Istanteternità’ una raccolta di poesie scritte a quattro mani con la poetessa Luciana De Palma e per Besa editrice un racconto inserito nella raccolta ‘C’era una nota in Puglia’. Nel 2022 pubblica ‘La punteggiatura non è il mio forte’, SECOP ed, una raccolta di racconti.<br />
Nel 2023 ha portato in scena ‘Sempre madre, lavoro teatrale liberamente tratto dal film ‘Tutto su mia madre’ del regista spagnolo Pedro Almodovar.<br />
È presente in diverse antologie di poesia e di prosa.<br />
Collabora con la rivista letteraria on line ‘Zona di disagio’, diretta dal poeta e critico letterario Nicola Vacca e con la rivista cartacea ‘Correlazioni universali’, edita da Secop edizioni.<br />
Nel 2024 sempre con SECOP edizioni ha pubblicato “Presenze minime” la sua nuova raccolta di poesie.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Passato, ancora inganni?</title>
		<link>https://www.borderliber.it/inganni-passato-memoria-presente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Apr 2025 22:01:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Descrizione]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[opinione]]></category>
		<category><![CDATA[Passato]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessione]]></category>
		<category><![CDATA[Tempo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Passato, ancora inganni?&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina una foto dell&#8217;autore  Crudeltà e dolcezza dell&#8217;indifferenza: una pacca sulla spalla per dire &#8220;andrà tutto bene&#8221;, il silenzio assordante per &#8220;scartare qualcosa o qualcuno di cui non si ha più bisogno&#8221;. È andata così, senza sapere né come né quando, come se una pentola [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><b>&#8220;Passato, ancora inganni?&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina una foto dell&#8217;autore </b></p>
<p>Crudeltà e dolcezza dell&#8217;indifferenza: una pacca sulla spalla per dire <strong>&#8220;andrà tutto bene&#8221;</strong>, il silenzio assordante per<strong> &#8220;scartare qualcosa o qualcuno di cui non si ha più bisogno&#8221;</strong>. È andata così, senza sapere né come né quando, come se una pentola a pressione fosse scoppiata nel fegato.</p>
<p>Certi momenti li descrivi a distanza di tempo, anche se mai potranno essere analizzati e compresi. Quello umano è un materiale facilmente infiammabile, puoi fare attenzione e puoi maneggiarlo con cura, ma alla fine ti ferisci con esso. D&#8217;altronde di quella sostanza fa parte ognuno di noi, quindi sappiamo come funziona.</p>
<p>Lo sguardo retroverso, come l&#8217;utero di una donna, cerca ragioni su ragioni senza venirne a capo. Uscire dal labirinto è una sfida allettante, ma <strong>dal passato non torna nulla</strong> e spesso nessuno ha la possibilità di ricucirlo per ciò che è stato davvero. Qualcosa si omette e altro si perde per strada, tanti particolari non ci interessano più, però potrebbero essere gli indizi migliori con cui risolvere ogni enigma.</p>
<p><strong>Il passato è bello se dura poco</strong>, come per gli scherzi. Fa bene rievocarlo tra gli amici per riportare alla luce quelle cose divertenti e senza senso che abbiamo svolto con serietà fino a un certo punto. In quei momenti retrospettivi, ridendo di noi, scopriremo quanto eravamo convinti di un amore, di una battaglia, di un ideale, della bellezza dell&#8217;esistente, di un compagno o di una compagna.</p>
<p><strong>Il passato fugge</strong>, come la vita. Si allontana sempre di più e si nasconde. Si traveste, si trucca, ci tenta e ci fotte. Ne ha le possibilità ogni qualvolta ci sforziamo di ricostruire gli eventi secondo una certa logica, ogni qualvolta abbiamo necessità di riflettere affinché non vengano compiuti gli stessi errori da cui nulla abbiamo imparato.</p>
<p><strong>Il passato ci suggerisce</strong> che qualcosa siamo stati, che forse ci siamo evoluti, che forse siamo morti senza accorgercene. Il mondo appare annebbiato dal passato e declama il futuro solo per sfuggire alle sue grinfie. Non c&#8217;è <strong>&#8220;ora&#8221;</strong> che sia rispettato per ciò che è, ossia <strong>&#8220;nuda vita&#8221;</strong>.</p>
<p>Il vitalismo ingannato dal passato, ecco il padre che divora i suoi figli in una dimensione senza tempo. Nei ricordi che ancora feriscono, che pur ci danno gioia, sta il baratro nel quale ci soffochiamo. Eppure banchettiamo allegramente, con la testa tra le nuvole, con la mente in una miniera senza oro, nel ricordo che ci rende oggi ciò che non avremmo mai voluto essere: <strong>migliori, ma solo per noi stessi.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Indifferenza</title>
		<link>https://www.borderliber.it/indifferenza-rapito-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Mar 2025 23:05:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Immanenza]]></category>
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		<category><![CDATA[parole]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto e foto di Martino Ciano Di indifferenza non vive l&#8217;uomo? In certi momenti eri nell&#8217;indifferenza dello spazio-tempo: un sasso sulla cima acuminata di un monte. Non capivi perché, nel bar, la gente si accalcasse davanti alla vetrina del bancone per scegliere un dolce. Non comprendevi perché solo in alcuni giorni ci si dovesse vestire [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: left;">Racconto e foto di Martino Ciano</h4>
<p>Di indifferenza non vive l&#8217;uomo?<br />
In certi momenti eri nell&#8217;indifferenza dello spazio-tempo: un sasso sulla cima acuminata di un monte. Non capivi perché, nel bar, la gente si accalcasse davanti alla vetrina del bancone per scegliere un dolce. Non comprendevi perché solo in alcuni giorni ci si dovesse vestire eleganti e profumarsi; e perché l&#8217;andatura di una passeggiata dovesse essere lenta e cadenzata.</p>
<h3>Passato prossimo</h3>
<p>Anche tu hai deciso di camminare sulla striscia di marmo macchiata dall&#8217;ombra delle chiome degli alberi. Ti sei soffermato su un bambino che ha rincorso una palla verde; dietro di lui il padre, che ha accompagnato con lo sguardo lo sgambettare incerto del figlio. Ti sei rasserenato davanti al bacio che si sono dati un uomo e una donna. Hai seguito i movimenti claudicanti di una coppia anziana, marito e moglie, che sostenendosi a vicenda sono rimasti in piedi. Ti sei lasciato abbagliare dal sole, hai pensato alla composizione della luce, alla costruzione di ogni raggio che cade sulle cose in un dato momento, in un preciso punto. Hai chiuso gli occhi, hai contato fino a dieci, li hai riaperti e nulla è stato più come prima, e niente sarebbe tornato a essere come l&#8217;attimo precedente. Ti sei sentito anche tu un soffio, un corpo dalle membra di nebbia.</p>
<h3>Inizio imperfetto</h3>
<p>Quella mattina, ti eri svegliato e avevi fatto colazione con una sigaretta, poi ti eri seduto sul letto; eri in mutande. Avevi lasciato che il sonno ti cullasse ancora un po&#8217;. Ti eri chiesto perché a qualcuno è stato dato il potere di decidere per altri; perché alcuni devono lavorare per donare a pochi benessere e relax. Alla fine, scosso dall&#8217;angoscia, ti eri domandato perché ti complicavi l&#8217;esistenza con quesiti che ti avrebbero fatto giungere a risposte vaghe, qualunquiste, prestampate.</p>
<p>La notte ti aveva donato un sogno rivelatore e la certezza che un&#8217;unica cosa avresti conservato per te: le tue parole</p>
<p>Tu eri un&#8217;ombra che si staccava da terra e che diventava un corpo dai contorni evanescenti in cui tutte le età che avevi attraversato si manifestavano per un istante. Passavi tra cadaveri che avevano le tue sembianze. Erano sorridenti, erano distesi a terra, ciascuno circondato da cani e topi. Somigliavano in tutto e per tutto a ciò che eri stato, a ciò che eri in quel momento, a ciò che sei ora e che sarai domani.</p>
<h3>Confusa temporalità, indifferenza conclamata</h3>
<p>Hai spalancato gli occhi; ti sei svegliato. Hai richiuso gli occhi; ti sei addormentato di nuovo. Hai visto come un sogno possa cadere in un altro sogno, quante dimensioni danno consistenza all&#8217;universo. Anche quella mattina, nel bar, eri un&#8217;ombra tra persone che si affannavano per accaparrarsi un cornetto, che si affaticavano nel mangiarlo; ogni boccone che strappavano era doloroso come addentare una sbarra di ferro.</p>
<p>E quella mattina, tra gli altri, nel bar, hai capito che il mondo era vivo solo nei tuoi sogni, che cadeva per rompersi come una sfera di vetro e per ricomporsi in una nuova scena. Attraversavi brandelli di tempo, come quando fuggivi tra i cadaveri che avevi sognato nella nottata appena trascorsa. Ti sei chiesto cosa avresti lasciato al mondo. Forse, solo le tue parole, fin quando non sarebbero state cancellate da qualcuno, fin quando il tempo non fosse scaduto per te e per gli altri.</p>
<p>Le tue parole si moltiplicheranno, ma tu non vedrai quel giorno; le tue parole moriranno, ma tu non ci sarai. Le tue gioie e i tuoi dolori non hanno nulla di speciale rispetto a quelli degli altri. Gli uomini di domani avranno le stesse perplessità di quelli di oggi. Il mondo sarà come l&#8217;hai lasciato tu: cambierà nella forma ma non nella sostanza; così è stato prima di te, così sarà dopo di te. Ti piace questa sentenza?</p>
<p>No: anche tu hai deciso di comprare un cornetto.<br />
Con indifferenza lo hai inghiottito.</p>
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		<title>Traslochi: ecco il peso del passato</title>
		<link>https://www.borderliber.it/traslochi-passato-di-giorno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jan 2025 23:03:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Fai-da-te. Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Passaggio]]></category>
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		<category><![CDATA[Trasloco]]></category>
		<category><![CDATA[Vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Traslochi: ecco il peso del passato&#8221; è un articolo di Saverio Di Giorno. Foto di Martino Ciano Chiunque abbia fatto uno o più traslochi conosce con precisione il peso del proprio passato. Di più: sa esattamente che forma hanno i propri ricordi. Ancora: ha imparato con esattezza le dimensioni delle proprie esperienze. Sa che ci [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Traslochi: ecco il peso del passato&#8221; è un articolo di Saverio Di Giorno. Foto di Martino Ciano</strong></p>
<p>Chiunque abbia fatto uno o più traslochi conosce con precisione il peso del proprio passato. <strong>Di più: sa esattamente che forma hanno i propri ricordi. Ancora: ha imparato con esattezza le dimensioni delle proprie esperienze.</strong> Sa che ci sono ricordi più docili di altri, che si lasciano arrotolare o piegare, mentre altri più egocentrici che richiedono e pretendono uno spazio tutto loro. Ha dovuto gentilmente chiedere al giorno del diploma di fare un po’ di spazio da condividere con il giorno della prima abitazione fuori, ben rappresentato da un vecchio mestolo regalato. E così, cercando di sistemare mozziconi di tempo in poco spazio, si spargono alcune riflessioni.</p>
<p><strong>Uno.</strong> Non tutti i passati occupano lo stesso spazio. Ci sono esistenze più larghe di altre. In un mese di un contrabbassista o di un fisarmonicista, ma anche di un idraulico, ci stanno almeno tre o quattro anni di un ragioniere o di un insegnante. <strong>Non vi alterate: non è un giudizio di merito.</strong> È perché la carta e i libri sono più docili e dimessi degli attrezzi. O forse è perché il volume è un testimone bugiardo. Come il peso! A dare ascolto al peso invece, uno scrittore ha avuto un passato pesante quanto quello di un fabbro (avete mai provato a inscatolare decine di libri?).</p>
<p>Certo poi dipende anche da cosa decidiamo di portare via. Quali giorni vogliamo spostare da uno sgabuzzino all’altro sperando di essere più veloci delle tarme. Qualcuno pescherà decine di giorni familiari, altri solo giorni professionali. Qualcuno vorrà sigillare solo ricordi d’infanzia, mentre un altro le esperienze recenti. Ed ecco quindi che, se la polizia ferma per una multa il<strong> professor Nicolini</strong>, stimato docente di matematica, troverà nel portabagagli tal Nicolini, studente universitario brillante, figlio modello scomparso improvvisamente all’età di trent’anni. Ed eccolo ora incellofanato e a pezzi nell’auto dello stimato docente e buon padre di famiglia. O viceversa, se fermano l’avvenente segretaria<strong> Laetizia</strong> e sbirciano dal finestrino scopriranno la clandestina <strong>Laetizia</strong> <strong>proveniente dai Caraibi o da una discoteca di cui non si sa nulla né della famiglia</strong>, né della vita precedente a quella del trasloco. E così ognuno di noi si trascina pezzi di cadaveri pazientemente sezionati e imbavagliati.</p>
<p><strong>Due.</strong> Il numero di giorni che decidiamo di trascinarci dietro è davvero esiguo. Scartabellando si salta dalla prima comunione, al diciottesimo, dal primo bacio alla laurea fino al primo figlio volando su enormi canyon di tempo. Tutti i giorni che ci sono voluti per andare da una tappa all’altra &#8211; <strong>che poi sono quelli che l’hanno resa possibile</strong> – sono derubricati in qualche registro sanitario o pagamento. Le fredde griglie della burocrazia sono un setaccio a maglie molto larghe in cui scivola quasi tutto.</p>
<h3>Traslochi o del disordine&#8230;</h3>
<p>Poi tocca riaprire tutto e rimettere in ordine. <strong>Ma quale ordine?</strong> Per tutto il tempo del trasloco la notte di venti anni fa, rappresa tra le pieghe della mutandina della ragazza conosciuta in Grecia, ha dovuto viaggiare con una serie di mattinate, sintetizzate dal tesserino da timbrare ogni giorno andando a lavorare. Si saranno guardati dall’alto in basso, senza sapere che in realtà sono parenti. <strong>Occorre mettere in ordine tutti questi giorni.</strong> Come si uniscono i puntini nei giochi della settimana enigmistica. Spoiler: nella maggior parte dei casi esce uno scarabocchio. Nella maggior parte dei casi è una linea confusa. Se un estraneo aprisse gli scatoloni di un trasloco penserebbe che ci sono cose alla rinfusa di più persone. Che qualche giorno di qualche estraneo sia erroneamente rotolato nello scatolone del proprio amico.</p>
<p>Quello che c’è in mezzo e lega una cosa all’altra sono i giorni che non abbiamo portato. Le porzioni di tempo non selezionate. Le sezioni di cadavere lasciate alla putrefazione. Però, forse, sono più interessanti rispetto a quelli che abbiamo deciso che valeva la pena tenere; selezionati, appunto, perché presentabili. <strong>Sufficientemente belli da poter essere mostrati agli altri o da mostrare in segreto a noi stessi qualche sera di nostalgia.</strong> Ma gli altri giorni sono più interessanti, quelli che vanno nei bustoni e poi nella discarica. Bustoni di errori, di tentativi, di momenti di confusione. Camionate di vizi, di vendette o di esaltazione. Buffo ed ironico che forse proprio nei momenti in cui siamo più irriconoscibili c’è la possibilità di conoscerci davvero.</p>
<p>O almeno, di essere autentici; almeno nei nostri traslochi.</p>
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		<title>Un fiume mi sussurrò una storia</title>
		<link>https://www.borderliber.it/racconto-vero-di-un-fiume/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Feb 2023 01:27:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Un fiume mi sussurrò una storia&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto scattata e rielaborata dall&#8217;autore Lei nasceva poco dopo la guerra, partorita come d&#8217;incanto. Eppure, secondo alcuni non sarebbe neanche dovuta nascere, ché suo padre era stato dato per disperso e sua madre era ormai considerata una vedova di guerra. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Un fiume mi sussurrò una storia&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto scattata e rielaborata dall&#8217;autore</strong></p>
<p>Lei nasceva poco dopo la guerra, partorita come d&#8217;incanto. Eppure, secondo alcuni non sarebbe neanche dovuta nascere, ché suo padre era stato dato per disperso e sua madre era ormai considerata una vedova di guerra. Lui però un giorno si presentò davanti all&#8217;uscio di casa; la moglie manco lo riconobbe tant&#8217;era emaciato, sporco e bastonato. Lui invece quando la vide ramazzare, con lo sguardo che non s&#8217;alzava di un centimetro da terra, sorrise al cielo. Sua moglie era viva e lui pure non era morto. L&#8217;aveva lasciata quindici giorni dopo averla sposata, ché i fascisti lo mandarono in Grecia, per andare a spezzare le reni al nemico; proprio a lui che a Mussolini voleva sputargli in faccia. Ah l&#8217;Impero, che grande stronzata.</p>
<p>Lei nacque poco dopo la guerra, nel 1947. Ancora si aveva fame di pane e di gioia. Si andava per campi a cercare qualcosa, chi sapeva zappare se la cavò meglio di chi sapeva solo scrivere o pensare. Ah la vita, povera e felice, poco da mangiare ma almeno senza nemici da ammazzare o nazioni da conquistare. Stare tutti insieme sani e salvi, ché la vita Dio la dà e Dio la toglie e non per mezzo dei fucili. Eppure che disgrazie erano passate di lì, tra le pianure e i monti della Calabria, ché i crucchi ritirandosi verso nord pure gli asini si erano portati via. Le bombe, le bombe anche lì erano cadute; mai certe cose si erano viste prima, nessuno mai avrebbe voluto rivederle.</p>
<p>In un campo nacque lei. Sua madre <em>travagliava</em>, ché lavorare sempre era la regola. Era estate. Caldo e afa, ma le doglie della partoriente furono docili. A lei bastò distendersi, pregare, respirare, lasciarsi guidare, e la bambina scivolò fuori, ché non si può morire quando ci si affida alla Madonna e alla natura.</p>
<p>Oh il tempo, tutti a un certo punto vorrebbero fermarlo, ma nessuno sa come fare, allora qualcuno ci prova annegando tra i ricordi, oppure scrivendo, oppure dormendo, ma quello sempre avanza e non dà spazio alle lamentele. Così trascorse il tempo suo, e vispa fanciulla si fece e sentì i racconti dell&#8217;uomo che era diventato pazzo in guerra, a cui tremavano le mani, che balbettava raccontando dell&#8217;amico che era stato dilaniato da una bomba e di cui aveva stretto un pezzo di braccio ancora caldo e insanguinato. <em>Perché continuate a partorire, a popolare questa terra malvagia; l&#8217;uomo fa schifo e manco si merita di vedere il sole. Buttate i vostri figli in un fiume!</em></p>
<p>Quando tornò dalla guerra, non c&#8217;era anima viva ad aspettarlo. Era partito anche lui per la Grecia, con una divisa lisa e con gli stivali di cartone, imbracciando un fucile che si inceppava. Se n&#8217;era andato dopo aver dato l&#8217;ultimo bacio alla fidanzata. E siccome né lettere né piccioni arrivarono dall&#8217;altra parte del mare, né come un cane bastonato lo videro all&#8217;orizzonte dopo quindici mesi dalla fine della guerra, ecco che lei, spinta dai suoi familiari, se ne prese un altro che era riuscito a schivare la chiamata alle armi.</p>
<p>E lui, che per tutti era deceduto con il petto sfondato da una pallottola, quando apparve agli occhi dei suoi familiari e della sua ex fidanzata, venne preso per un fantasma, un Lazzaro disgraziato che aveva rinnegato il sepolcro in cui era stato tumulato. <em>Quale Cristo ti ha resuscitato? Torna tra i morti, lì è casa tua!</em> <em>Pure una lapide ti stavamo preparando.</em> E la pazzia lo prese con sé, ché fantasma non era e non voleva ancora esserlo, e tornava calmo solo stando seduto sulla sponda del fiume.</p>
<p>Maledetta la guerra! E chi ci voleva andare tra i soldati; lui manco sapeva dove fossero la Grecia e l&#8217;Albania, e nemmeno gli interessava saperlo. E lui, reduce e solo, lì se ne stava, sulla sponda del fiume, accucciato come un cane scacciato. Quasi gli fecero pesare il suo ritorno, che se fosse morto in guerra, come credevano, tutto sarebbe andato secondo i piani. Mai si dovrebbe sovvertire il corso degli eventi, soprattutto se quel &#8220;corso&#8221; coincide con il volere degli uomini. Un giorno sparì; lo cercarono addirittura con le lacrime agli occhi, chiamandolo con tono disperato. Mai più apparve, per la felicità di molti e per la disperazione di pochi.</p>
<p>Andò così. Questa vicenda mi è stata raccontata laddove ora non c&#8217;è più la terra brulla sulla quale nacque una bambina, poi diventata madre e poi fattasi nonna; e seppelliti sono anche gli antichi argini sui quali sostava quell&#8217;uomo. Adesso, qui echeggiano i clacson e le voci dei bagnanti, ché vicino c&#8217;è il mare, mentre nel cuore di Dio riposa questa storia. Oggi ricordo un uomo pazzo, un amore lontano&#8230; e ora qualcuno se ne ricorda.</p>
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