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	<title>Omicidio Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Conversazione registrata in un sabato notte</title>
		<link>https://www.borderliber.it/conversazione-rocco-racconto-interrogatorio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Aug 2025 22:01:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Arresto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Conversazione registrata in un sabato notte&#8221; è un racconto di Giuseppe Rocco. In copertina un&#8217;immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale Documento annotato dal sergente H: La conversazione è stata riportata dal distretto 1 di polizia di Cincinnati, Ohio. Appartiene alle videocamere presenti dentro e fuori casa del signor W. Angels. Fa parte di una investigazione iniziata [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;<strong>Conversazione registrata in un sabato notte&#8221; è un racconto di Giuseppe Rocco. In copertina un&#8217;immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>
<p><strong>Documento annotato dal sergente H:</strong> La conversazione è stata riportata dal distretto 1 di polizia di Cincinnati, Ohio. Appartiene alle videocamere presenti dentro e fuori casa del signor W. Angels. Fa parte di una investigazione iniziata con una denuncia di molestia sessuale. I detective hanno concluso che i due uomini sotto esame sono innocenti, per questo motivo ritiene giusto mantenere la riservatezza sui nomi degli indagati.</p>
<p>[W.]<br />
Dio mio… sono sbronzo. Davvero sbronzo. Sbronzissimo. Vedo tutto… storto? Sottosopra? Come fossi a testa in giù, capisci?</p>
<p>[G.]<br />
Certo che lo capisco. Ti ho visto mentre ti scolavi cinque o sei bottiglie di birra più i drink! Cazzo, sono sorpreso che tu non sia in coma.</p>
<p>[W.]<br />
Ah tu mi capisci! Menomale. Io non ti capisco. Non capisco un cazzo. Dov’è il Whiskey? Avevo bevuto Whiskey vero? A casa ne beviamo altro, tranquillo. Dove sono? Me lo avevi detto di non bere troppo. Le chiavi? Le chiavi? Cristo santo, non posso averle perse… Come entro in casa senza le chiavi? Aiutami [G.]; tu cerchi nel vaso io sotto lo zerbino.</p>
<p>[G.]<br />
Datti una calmata, le ho prese io le tue chiavi. E no, non hai bevuto whiskey e non dovremmo berne. Ti erano cadute in discoteca mentre eri impegnato a offrire drink a quella tipa. Quanti gliene hai offerti? E tra l’altro li hai bevuti tutti tu.</p>
<p>[W.]<br />
Io, tipa? Non so di che stai parlando. Dobbiamo trovare le chiavi.</p>
<p>La donna qui citata come “tipa” è la vittima.</p>
<p>[G.]<br />
Ti ho appena detto che le ho io le tue chiavi di casa.</p>
<p>[W.]<br />
Bene. Bene. Ottimo. Dammele.</p>
<p>[G.]<br />
No, apro io, stai dove sei.</p>
<p>[W.]<br />
Oh, oh, dammi le mie chiavi. Chiamo la polizia, ti giuro che chiamo la polizia, [G.] ti giuro che la chiamo!</p>
<p>[G.]<br />
Arresterebbero te. E levati di dosso! Ho aperto, entra, mettiti a letto e fatti passare la sbronza. Domani dobbiamo partire, te lo sei scordato?</p>
<p>[W.]<br />
Io, io non…</p>
<p>[G.]<br />
Sì te lo sei scordato in questo momento ma te lo ricorderai, almeno spero.</p>
<p>[W.]<br />
Grazie, grazie, sei un amico, vieni che ti abbraccio.</p>
<p>[G.]<br />
Tieni quelle manacce lontane da me.</p>
<p>[W.]<br />
Sì capo, certo. Ma ti prego dai rimani con me, ho paura di rimanere da solo a quest’ora.</p>
<p>[G.]<br />
Paura di che? Sei in casa tua, avrai installato quaranta allarmi e cinquanta videocamere per la tua fobia dei ladri! Possibile che l’alcol ti cancella tutto tranne questo?</p>
<p>[W.]<br />
Per favore, rimani, non mi sento molto bene…</p>
<p>[G.]<br />
No, no, no. Non qui, vieni in bagno, dai. Corri, corri, corri.</p>
<p>[W.]<br />
Che alito. La mia bocca è velenosa.<br />
[G.]<br />
Sciacquatela, su.</p>
<p>[W.]<br />
Senti, andiamo a stenderci sul divano, guardiamoci qualcosa, amico. Mi sento rinato bello, come se mi fossi liberato da tutti i miei eccessi negativi. Da tutti i “venti malvagi”, capisci?</p>
<p>[G.]<br />
E ora perché stai parlando come un hippie? Sei stato impossessato dallo spirito di John Lennon? Esci da questo corpo John!</p>
<p>[W.]<br />
Senti fratello, io vivo nel duemila diciannove. Non posso essere un hippie cronologicamente.</p>
<p>[G.]<br />
Cronologicamente? Sei capace di usare un termine quale cronologicamente? Ma non sei ubriaco? Vabbè come vuoi tu, andiamo, spero che ti sia passata almeno.</p>
<p>[W.]<br />
Mi è passato tutto, puoi stare tranquillo.</p>
<p>[G.]<br />
Se c’è una cosa che non sono in questo momento, è tranquillo.</p>
<p>[W.]<br />
Fratello, è una botta pazzesca questa roba. È come se il tuo cervello si fosse trasferito ma ora sta tornando e pian piano mette a posto tutti gli scatoloni, tutti i mobili. Wow. Dovresti provarlo anche tu.</p>
<p>[G.]<br />
Uuuh, che droga la sobrietà!</p>
<p><strong>Dopo queste parole c’è una pausa nella registrazione. Integrando le tracce audio con i filmati delle telecamere della casa, è stato confermato che i due ragazzi sono rimasti in silenzio per un’ora, mentre guardavano la televisione; il programma che stavano guardando non è stato identificabile.</strong></p>
<p>[G.]<br />
Non so come stai funzionando in questo momento ma non hai più bisogno di un babysitter. Si è fatta una certa, io devo tornare a casa. Vorrei rimanere qui ma non mi sembra più il caso.</p>
<p>[W.]<br />
Perché questa fretta di tornare a casa, bello. Vivi da solo.</p>
<p>[G.]<br />
Mi sento più a mio agio. Lo sai com’è, casa è sempre casa.</p>
<p>[W.]<br />
Ascoltami, il rimorso ti sta ancora divorando per quella ragazza. Sì dai non farne una tragedia, ti ha lasciato, ma ci sono tanti pesci in mare, non morirai da solo.</p>
<p>[G.]<br />
No no. Ascoltami bene, adesso capisco a che gioco stai giocando. E comunque sei ancora ubriaco. Lei l’ho lasciata io, questo te lo avevo detto forte e chiaro. Oltre ogni dubbio. Te lo ha detto anche lei cazzo, voi due vi conoscete da una fottuta vita! Tu hai ancora paura, paura di quella bionda, della tua ragazza, che dici di vederla in sogno ogni notte. Tu ti stai ancora flagellando. Devi passarci sopra, non è stata colpa tua. Non stai bene, hai bisogno di aiuto.</p>
<p><strong>La ragazza qui citata come “bionda” è stata vittima di omicidio circa sette mesi prima questa conversazione. Aveva subito molestie prima del fatto, non da parte del suo fidanzato, bensì da parte di un terzo che la avrebbe ricattata, e in seguito ad un suo rifiuto, uccisa. Quel caso e il caso collegato a questo documento sono collegati secondo le scoperte degli agenti.</strong></p>
<p>[W.]<br />
Non so di che cosa tu stia parlando, io sto benissimo, mai stato meglio di così. Oggi siamo usciti, ci siamo divertiti, abbiamo ballato: guarda io sento ancora la musica tunz, tunz, tunz.</p>
<p>[G.]<br />
Lo hai fatto perché ti costringi da solo a farlo. Ma sei forzato. Non sei sciolto. Non sei lucido. Non sei te stesso.</p>
<p>[W.]<br />
Hai detto tu che ci ho anche provato con una tipa. Ci sono passato sopra quindi no? Senti perché non-</p>
<p>[G.]<br />
Era esattamente come lei. La tipa. Bionda, occhi verdi. Bassina. Ti ricordava lei, ecco perché lo hai fatto. Anche se la tua memoria era sepolta sotto innumerevoli litri di alcol.</p>
<p>Grazie a questo profilo fisico, i detective sono riusciti a capire il tipo di vittima che cercava l’assassino.</p>
<p>[W.]<br />
Io… io…</p>
<p><strong>Dopo queste parole c’è una seconda pausa; [W.] non riesce a parlare, si possono ascoltare singhiozzi, grida di sconforto. I video confermano che stesse piangendo. Probabilmente era in preda ad un crollo psicotico. [G.] rimane in silenzio e tenta di rassicurarlo con parole inaudibili.</strong></p>
<p>[G.]<br />
Dai, basta. Calmati. Andrà tutto bene. Devi saperlo che non è stata colpa tua.</p>
<p>[W.]<br />
Mi aveva chiamato, quella sera mi aveva chiamato. Potevo andare da lei, e poi lei sarebbe venuta da me. E oggi sarebbe ancora qui a baciarmi e a solleticarmi. A dire che sono il suo amore. A cantare. Adorava cantare. Ora canta solo nei miei incubi. Poi dopo il canto, sento un colpo secco, un buco nell’aria e scompare. Puff. Così come era comparsa scompare. Ma non era stata colpita da niente. Scompare lo stesso. Io non ci riesco a credere che è successo proprio a lei. E mi fa incazzare che non si sia ancora trovato il colpevole. Fino a quando non lo trovano per la mia coscienza il colpevole sono io. Io.</p>
<p>[G.]<br />
Devi avere fiducia, lo troveranno.</p>
<p>[W.]<br />
Non puoi saperlo. Non ne sono più convinto.</p>
<p>[G.]<br />
Hai ragione, lo so. Ma forse ce la faranno. Il figlio di puttana non può essere andato lontano. Devi crederci. Almeno per te stesso.</p>
<p>[W.]<br />
Invece può. Non sarà idiota. Sarà assassino, ma non idiota.</p>
<p>[G.]<br />
Forse. Ma forse non è così.</p>
<p>Terza pausa. Il silenzio in questo periodo è totale.</p>
<p>[W.]<br />
Senti, non ti devi preoccupare per me. Ora sto meglio davvero. Senti puoi andare, ti accompagno fuori. Lasciami solo a riflettere un po’, ho bisogno di processare.</p>
<p>[G.]<br />
Va bene, come vuoi. Ma non devi più bere. Basta bere. Dammi il tuo whiskey. E tutti gli altri alcolici che hai in casa.</p>
<p>[W.]<br />
Vado a prenderlo, ho solo quello.</p>
<p>[W.]<br />
Ecco.</p>
<p>[G.]<br />
Grazie. È per il tuo bene che lo faccio, lo sai. Vai a dormire. Senti, metti la sveglia, ti raccomando solo questo.</p>
<p>[W.]<br />
La sto mettendo proprio ora.</p>
<p>[G.]<br />
Bravo, sennò domani perdiamo l’aereo e la disavventura di oggi ti sembrerà nulla a confronto.</p>
<p>[W.]<br />
Vieni con me, andiamo fuori.</p>
<p>[G.]<br />
Quale era il vostro posto preferito? Questa strada mi sembra magica a quest’ora. Sembra una freccia incantata che trafigge la foresta nel suo cuore.</p>
<p>[W.]<br />
Non mi ricordo bene il luogo specifico; non… non faccio più quella strada. Era un qualcosa sulla Route 42. Sai, avevamo visto lì un cervo, però quel cervo era strano, una specie di anomalia: bianco, con una macchia, senza corna. C’era vista molto particolare. Bella, non bellissima.</p>
<p><strong>Questo è stato il luogo del delitto. L’assassino aveva probabilmente seguito la vittima andare da sola fino a lì. Grazie agli indizi in questa conversazione, i detective sono riusciti a ricondurlo ad altri due omicidi nei paraggi, oltre che all’accusa di molestia.</strong></p>
<p>[G.]<br />
Un cervo senza corna? Bianco? Non può essere.</p>
<p>[W.]<br />
Invece c’era. E avevo la netta sensazione che mi guardasse.</p>
<p>[G.]<br />
Non ci credo.</p>
<p>[W.]<br />
Invece dovresti, girati lì, dove le case si mescolano al bosco; un bagliore nella notte, è lì, guarda.</p>
<p>[G.]<br />
Porca puttana! Lo vedo! Mi sta guardando adesso. Lo vedo chiaramente.</p>
<p><strong>Le videocamere non riportano nessuna immagine di un cervo. Tuttavia la presenza di questo animale è stata testimoniata da entrambi gli uomini. Gli psichiatri consultati dai detective non sono stati in grado di spiegare l’origine di questo fenomeno probabilmente di natura allucinogena.</strong></p>
<p>[W.]<br />
Già, sta guardando anche a me. Adesso si avvicina, viene in strada.</p>
<p>[G.]<br />
Ma non rischia di essere investito, qui, per strada da solo?</p>
<p>[W.]<br />
Non capisci. Non può essere investito. Quella è una cosa che non può essere.</p>
<p>[G.]<br />
Aspetta, aspetta, non vedi lei sopra il cervo? Lo sta cavalcando.</p>
<p>[W.]<br />
Sì, la vedo. La vedo eccome.</p>
<p>[G.]<br />
Tu vedi questo ogni notte?</p>
<p>[W.]<br />
Sì. Lo vedrò questa notte, la prossima, la vedrò sempre. È la mia condanna. Non so perché dovrei essere punito. È la mia stessa mente a farlo, mi sta dissezionando lentamente, notte per notte, una visione alla volta, in questa tortura visiva.</p>
<p>[G.]<br />
Non c’è proprio nessun modo per evitarlo?</p>
<p>[W.]<br />
Ho provato qualsiasi pillola, è stata inutile. Nessuno psicologo crederebbe a quello che vedo. E poi, in uno strano modo, non voglio che le visioni smettano. Sono una tortura, ma la tortura più grande è che sono l’unico modo per vedere lei. Perciò devo tenermele.</p>
<p>[G.]<br />
Sai, non ti dirò nulla, non sono qualificato per dire cosa vuoi, né i miei occhi sono qualificati per tutto questo.</p>
<p>Quarta pausa, pochi secondi.</p>
<p>[W.]<br />
Hmpf.</p>
<p>[G.]<br />
Allora… buonanotte, mi raccomando domani mattina.</p>
<p>[W.]<br />
Buonanotte.</p>
<p><strong>Qui finisce la registrazione. [G.] cammina fino alla sua macchina senza smettere di guardare quella parte della strada. Racconta che mentre passava il cervo si era spostato vicino alla casa dell’amico. Nelle registrazioni audio e video della mattina seguente non è presente nulla degno di nota per le indagini.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Lella</title>
		<link>https://www.borderliber.it/lella-giannella-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Nov 2024 02:51:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Lella&#8221; è un racconto di Adalgisa Giannella. La foto in copertina è stata fornita dall&#8217;autrice Come si alzava lei sulle punte dei piedi, nessuna. Era nata così, pronta per volare a ogni evenienza. Pronta per partire nel modo più strano dopo che la madre aveva sposato Franco lo storto, brutto e maligno che se lo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Lella&#8221; è un racconto di Adalgisa Giannella. La foto in copertina è stata fornita dall&#8217;autrice</strong></p>
<p>Come si alzava lei sulle punte dei piedi, nessuna.<br />
Era nata così, pronta per volare a ogni evenienza.<br />
Pronta per partire nel modo più strano dopo che la madre aveva sposato <strong>Franco lo storto</strong>, brutto e maligno che se lo guardava ci venivano i brividi tanto la spaventava.<br />
Non lo capiva quell&#8217;amore disgraziato, perché Annina era bella e, al paese, lei era <strong>Brigitte,</strong> come la <strong>Bardot,</strong> e tanti l&#8217;avevano corteggiata e chiesta in sposa, ma aveva rifiutato tutti e poi aveva scelto <strong>u zuopp</strong>, <strong>Franco u zuopp</strong>, che di bello aveva solo lo <strong>spider</strong> verde oliva con la cappotta grigio nube, quattro spiccioli in banca e la pensione d&#8217;invalidità.<br />
Con Concettina, l&#8217;amica sua, si era confidata.<br />
Che la notte lui c&#8217;entrava nella camera e la fissava per ore, che erano mesi che non dormiva e che aveva la forchetta sotto il cuscino, che poi dormiva a scuola e si pigliava brutti voti, che faceva salti dappertutto, persino sugli scogli lavici delle <strong>Rupi Rosse</strong> per allenarsi a scappare di notte, senza scarpe.<br />
Ci pareva strano che <strong>Annina-Brigitte</strong> non si accorgesse di come rifiutasse il cibo, dei capelli intorcinati, delle scapole che sembravano ali tanto erano evidenti per la magrezza.<br />
<strong>Annina-Brigitte</strong> aveva occhi solo per il diavolo, come ci avesse fatto una maledizione e si immalinconiva <strong>Lella</strong>, perché oltre al padre si era persa pure la madre e mo&#8217; chi la salvava a lei, tredicenne con solo due piedi, pelle e ossa e dentro le ossa pure tanta paura?<br />
Chi la salvava Lella?<br />
Se lo sentiva che lo zoppo di notte la spiava e non ci voleva stare più così, aspettando che ci saltasse nel letto com&#8217;era successo a Pinuccio, con lo zio che poi se n&#8217;era entrato in convento.<br />
Alla fine, in paese lo strano era stato lui e non lo zio che l&#8217;aveva ghermito.<br />
Un giorno si accorse che sulle mutande bianche ci stavano due macchioline di sangue.<br />
Sapeva di esser diventata grande ed ebbe anche più paura.<br />
Chiamò Annina, che si spazzolava i capelli e ce lo disse improvvisamente.<br />
Le disse pure che quello là di notte stava in camera sua fisso, a guardarla, e che voleva la chiave sulla porta.<br />
<strong>Annina-Brigitte</strong> si fece come una pazza poi scoppiò a ridere. &#8220;Non ti preoccupare che all&#8217;uomo mio non ci piacciono le ossa! Toh, mettiti un assorbente e pensa allo studio che l&#8217;asina in casa non ce la voglio.&#8221;<br />
S&#8217;era persa la madre e per non disprezzarla ricordò quando le attaccava palloncini sopra il letto, perché l&#8217;avrebbero protetta come angioletti azzurri e divertenti, che non si sarebbero mai lasciate, che ci avrebbe pensato lei a quella figlia orfana di padre, che a sfortuna poi se ne va&#8230; <strong>nun ce po&#8217; sta per sempre</strong>.<br />
Quella notte la luna sorrideva immersa in una coperta di stelle.<br />
Il vento le carezzò il viso con amore e non se la sentì di chiuderlo fuori.<br />
Lasciò la finestra aperta e s&#8217;infilò sotto le lenzuola.<br />
Quando il fiato maligno le arrivò sul collo, estrasse la forchetta da sotto il cuscino e gliela infilò nella giugulare, allo storto.<br />
Aspettò che il sangue le arrivasse fino ai piedi, poi sollevò le punte e corse verso la finestra aperta, saltò sul davanzale e si gettò tra le braccia del padre.<br />
Finita.<br />
Era libera finalmente.</p>
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		<title>Omertà, non altro</title>
		<link>https://www.borderliber.it/omerta-ciano-altro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 May 2024 02:20:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Necessità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Omertà, non altro&#8221; è un racconto di Martino Ciano Ho aperto il cuore ai venti e gli ululati mi hanno aggredito i timpani. Era una sera da febbre: temperatura al di sopra delle medie del periodo, brezza pungente, tasso di umidità adatto per ammalarsi. Di lì a poco sarebbero finite per te le stagioni. Una [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Omertà, non altro&#8221; è un racconto di Martino Ciano</strong></p>
<p>Ho aperto il cuore ai venti e gli ululati mi hanno aggredito i timpani. Era una sera da febbre: <strong>temperatura al di sopra delle medie del periodo, brezza pungente, tasso di umidità adatto per ammalarsi.</strong> Di lì a poco sarebbero finite per te le stagioni. Una sola notte, un solo giorno, un unico anno che non si può né raccontare né contenere nella memoria&#8230; <strong>Necessità e Giustizia sono divinità agghiaccianti, a loro si sacrificano le speranze anche mentre si dorme.</strong></p>
<p><em>Un uomo muore, la maggior parte se ne fotte&#8230;</em><br />
<em>Ucciso per mano altrui, la maggior parte continuerà a fottersene&#8230;</em></p>
<p><strong>Nel suono delle parole si nasconde la sinfonia della vita. </strong>Ho adesso lettere strappate da un velo di tristezza, esse sono per tutti e per nessuno. Giusti e malvagi fanno la stessa fine. Di fronte a questa verità <strong>anche la crudeltà ha pietà per sé stessa, a volte. </strong></p>
<p><em>Spasmi di morte,</em><br />
<em>di vene e arterie tranciate&#8230;</em></p>
<p>Ti fu chiaro in quell&#8217;attimo che si pagano a caro prezzo le gioie di ieri che non abbiamo apprezzato, i malanni da cui siamo guariti, le bestemmie che pensavamo rivolte ad altri, il male compiuto senza rendercene conto, l&#8217;imbecillità di sentirsi immortali. <strong>Nessuno ha visto, ma tutti hanno intuito, pertanto sanno e conoscono in profondità.</strong> Tutto naviga nell&#8217;omertà. Eppure nessuno parla, perché la voce innesca dubbi tra gli altri. Le parole, una volta pronunciate, possono anche accendere zizzanie, mentre i pensieri se ne stanno lì, nella mente, in prigione, in felice attesa.</p>
<p>Anche oggi ci siamo purificati la coscienza, abbiamo mangiato, bevuto, sorriso al sole, barattato il tempo prezioso con un vile lavoro; anche oggi abbiamo dimenticato e domani continueremo, allegramente coinvolti nel gioco della fatalità. <strong>Vanità delle vanità è voler sapere troppo, figuriamoci pretendere la verità. Nulla di nuovo sotto il sole. </strong></p>
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		<title>Stand by me</title>
		<link>https://www.borderliber.it/stand-by-me/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 May 2024 03:20:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Stand by me&#8221; è un racconto di Renzo Favaron Erano le 14.00 di un lunedì novembrino e il Tg regionale apriva con la notizia di una giovane coppia che era sparita dopo un litigio. Scosso e con la voce strascicata, davanti al microfono dell&#8217;inviato, lo zio della ragazza aveva ricostruito gli ultimi movimenti della nipote; [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Stand by me&#8221; è un racconto di Renzo Favaron</strong></p>
<p>Erano le 14.00 di un lunedì novembrino e il Tg regionale apriva con la notizia di una giovane coppia che era sparita dopo un litigio. Scosso e con la voce strascicata, davanti al microfono dell&#8217;inviato, lo zio della ragazza aveva ricostruito gli ultimi movimenti della nipote; poi aveva fornito i dati dell&#8217;auto guidata dal giovane e pregato chi l&#8217;avesse vista di contattare le forze dell&#8217;ordine.</p>
<p>Due giorni dopo, in apertura dello stesso Tg, si mostrava il corso di un canale e la voce fuori campo della conduttrice che dichiarava: «Ancora nessuna novità dalle ricerche sugli ex fidanzati. I familiari del ragazzo convocati alla stazione dei carabinieri&#8230;». Intanto la scomparsa della giovane coppia aveva assunto una risonanza nazionale, tanto da essere collocata in apertura dei principali TG delle reti RAI e Mediaset.</p>
<p>Rolando, ingegnere in pensione e forte lettore di romanzi <em>polar</em>, non aveva mai seguito il programma di Federica Sciarelli, ma quel mercoledì si chiuse in casa e accese il televisore sintonizzandolo su Rai 3. Inutile dire che anche <strong>Chi l&#8217;ha visto?</strong> iniziava la trasmissione con il collegamento dall&#8217;abitazione della ragazza, dove c&#8217;era un&#8217;inviata con il padre, la sorella, il legale della famiglia e altre due persone. Il padre, dopo quattro giorni dalla fuga, si mostrava calmo e fiducioso: «Non può mancarmi e deve essere ancora viva», dichiarava. Dallo studio la conduttrice prendeva la parola e, con voce stentorea, esclamava: «Bisogna che lui capisca che deve fermarsi». Dalla stessa conduttrice si apprendeva che durante la settimana in corso la ragazza doveva laurearsi, per cui era improbabile che si fosse allontanata volontariamente, come per scappare da un destino imposto e triste.</p>
<p>«Che idea ti sei fatta?», domandava al padre l&#8217;inviata. Lui, trattenendo le lacrime, rispondeva: «Ho pensato al peggio, perché non c&#8217;è una ragione logica per cui succeda una cosa del genere». Escludeva che si trattasse di una fuga d&#8217;amore e lui stesso aveva consigliato alla figlia di troncare la relazione. Tra l&#8217;altro, non sapeva che era uscita con il ragazzo e ad angosciarlo era la testimonianza di un vicino, il quale, verso le ventitré di sabato, aveva sentito «bisticciare e gridare aiuto da una voce femminile».</p>
<p>Interrompendo il collegamento, dallo studio veniva mostrata la targa dell&#8217;auto e si segnalava che il cofano aveva delle ammaccature da grandine. Oltre a ciò, venivano elencati alcuni spostamenti effettuati dall&#8217;auto, spostamenti piuttosto circoscritti e risalenti alle ore immediatamente successive alla fuga. Interpellato a questo proposito dalla conduttrice, il legale della famiglia dichiarava che dall&#8217;ultimo rilevamento erano passati quattro giorni e si augurava un risultato a breve.</p>
<p>Secondo lui, inoltre, l&#8217;allontanamento non era volontario e aggiungeva che «il ragazzo non è un trafficante di droga», cioè in grado di rendersi irreperibile. (In merito a quest&#8217;ultimo punto, Rolando aveva letto un&#8217;intervista in cui lo si descriveva come frequentatore abituale della montagna. Non solo: si diceva ‒ anche ‒ che aveva partecipato a un corso survival. In altre parole, non era così impreparato a sapersela cavare in casi imprevisti).</p>
<p>La trasmissione proseguiva con l&#8217;intervista alla sorella ‒ teneva in una mano dei cartoncini illustrati e, riferendosi all&#8217;ex fidanzato, riconosceva apertamente che non le piaceva. Soprattutto nelle ultime settimane, continuava, era appiccicoso e si mostrava a <strong>bella posta</strong> triste per manipolare la sorella. In buona sostanza, non lo considerava un ragazzo equilibrato, ma tormentato dalla gelosia ed esasperatamente insofferente rispetto al fatto che la sorella avesse propri interessi e amicizie.</p>
<p>Dopo questo intervento, dallo studio si rinnovava l&#8217;appello al ragazzo di fermarsi e poi venivano mostrati i genitori di quest&#8217;ultimo. Erano sommersi dai microfoni, visibilmente imbarazzati e a disagio. La madre descriveva il figlio dettagliatamente sia nei connotati salienti (statura capelli occhi) sia nei capi di abbigliamento indossati e aggiungeva che era tranquillo l&#8217;ultima volta che lo aveva visto. Ammesso che lo fosse, un&#8217;altra inviata del programma aveva intervistato un amico e dalla sua voce si apprendeva che l&#8217;ex fidanzato era tutt&#8217;altro che sereno. Anzi, «non usciva di casa e aveva il morale a terra».</p>
<p>In coda al programma, veniva infine trasmessa un&#8217;intervista alla zia della ragazza, la quale dichiarava che il giorno successivo alla scomparsa, insieme al fratello, doveva andare a pranzo da lei. Questa testimonianza, aggiunta a quelle raccolte durante la trasmissione, rinforzava il sospetto che non si era in presenza di un semplice o spontaneo allontanamento, ma di un sequestro.</p>
<p>A mezzanotte, l&#8217;ingegnere in pensione aveva spento il televisore. Quello che aveva sentito, non prometteva niente di buono. Comunque, tutto era in certa misura ancora in sospeso. Prima di coricarsi, aveva riletto ‒ dalla prima all&#8217;ultima pagina – <strong>Un gioco da bambini</strong>. Il libro di <strong>J.G. Ballard</strong> lo aveva turbato. Nel libro, a compiere i crimini sono dodici adolescenti e i loro genitori, tutti membri della high society, le vittime.</p>
<p>L&#8217;ingegnere in pensione si era più volte riconosciuto nella storia narrata e, prima di chiudere <strong>Un gioco da bambini</strong>, aveva preso una matita e sottolineato: «Quei ragazzi avevano una disperata fame di emozioni genuine, avevano bisogno di genitori che ogni tanto li disapprovassero, che si irritassero e si spazientissero, o persino che non riuscissero a capirli. Avevano bisogno di genitori che non s&#8217;impicciassero di tutto quel che facevano, che non temevano di mostrarsi nervosi o seccati, e che non pretendessero di amministrare ogni minuto della loro vita con la saggezza di Salomone».</p>
<p>Più che la descrizione degli omicidi, per quanto brutali, erano state queste righe a colpirlo nel profondo. L&#8217;indomani, bevuta una tazza di caffè e fumata una sigaretta, Rolando aveva pulito la lettiera della gatta. Da quando viveva da solo, Nerina era la sua principale compagnia. La gatta aveva il pelo bianco ma, oltre a essere spaurita e affamata, il giorno in cui l&#8217;aveva adottata, strappandola da una morte certa, gli aveva ricordato Calimero, dal momento che il pelo era più scuro che chiaro. Già, era stata abbandonata, come lo era stato lui, del resto.</p>
<p>Mancavano 15 minuti alle dieci e, procrastinando il momento della passeggiata mattutina, aveva acceso il televisore. Non aveva ascoltato nulla di veramente interessante, a parte venire a sapere che la ragazza, dopo la discussione della tesi di laurea, avrebbe frequentato un corso di illustrazione a <strong>Reggio Emilia</strong>. (Al microfono dell&#8217;inviata di <strong>Chi l&#8217;ha visto?</strong> la sorella aveva dichiarato che uno dei suoi sogni ‒ s&#8217;intende, della ragazza scomparsa ‒ era diventare illustratrice di libri per bambini). Poteva sembrare un dettaglio non importante, ma rivelava che lei era un passo avanti e insieme che si stava ulteriormente ‒ per non dire irreversibilmente ‒ liberando da ogni pastoia che la intralciava e che ormai non sopportava più.</p>
<p>Alle undici era uscito, rientrando alle 14.00. Nerina non era calma, così l&#8217;aveva pettinata fino a farla sbadigliare. Poi aveva bevuto un bicchiere di latte ed era andato a stendersi sul divano. Voleva guardare il Tg regionale, ma aveva chiuso gli occhi e si era addormentato.</p>
<p>Al risveglio, la gatta gli faceva le fusa contro la gola. Aveva dormito più di quattro ore e la Tv, rimasta accesa, trasmetteva l&#8217;edizione serale del Tg regionale.<br />
Dopo giorni in cui si era saputo poco delle ricerche e indagini in corso, il Tg apriva con l&#8217;annuncio che a <strong>Fossò</strong>, paese dell&#8217;entroterra veneziano, la telecamera di un&#8217;azienda «avrebbe visto il ragazzo aggredire l&#8217;ex fidanzata e poi caricarla sanguinante sulla sua auto». L&#8217;autore del servizio aggiungeva «che il filmato mostrerebbe la ragazza ferita che cerca di fuggire, lui che la rincorre e la colpisce di nuovo con violenza, facendola cadere e lasciandola apparentemente esanime a terra». Più tardi, nel Tg3 notte, un inviato dava notizia che il ragazzo era stato iscritto nel registro degli indagati.</p>
<p>Per quanto si fosse scritto e parlato del caso, all&#8217;ingegnere in pensione sembrava che la famiglia dell&#8217;ex fidanzato evitasse di esporsi. Nel Tg regionale era apparsa solo il giorno in cui si era mostrata con la famiglia della ragazza e poi era del tutto scomparsa. Dopo alcune ricerche, Rolando aveva trovato un&#8217;intervista particolarmente interessante. Il figlio, secondo il padre, a scuola non aveva mai avuto problemi riguardo al rendimento e neppure riguardo al comportamento. Era «un ragazzo perfetto. Buono e molto tranquillo. La ragazza ‒ dichiarava ‒ «veniva spesso e, a volte, si fermava da noi. Sembravano una coppia perfetta, ma la scorsa estate si sono lasciati».</p>
<p>Lui ricordava che, successivamente all&#8217;addio, il ragazzo andava ripetendo: «Adesso mi ammazzo, mi ammazzo, io non posso stare senza di lei». Preoccupata, «la madre gli aveva dato un suggerimento: “Perché non vai dallo psicologo?”. Lui non credeva, però, che si fosse rivolto al <strong>Servizio di Assistenza Psicologica</strong> dell&#8217;ateneo di Padova.</p>
<p>Il giorno dopo, l&#8217;ingegnere in pensione si era recato al cimitero, dove erano tumulati i suoi genitori. Era originario di <strong>Cona</strong>, ma da molti anni viveva a <strong>Cologna</strong> <strong>Veneta</strong>, un paese in provincia di <strong>Verona</strong>. Al ritorno, si era fermato a <strong>Torreglia</strong> e qui, mentre pranzava, aveva udito un avventore affermare che conosceva il ragazzo. Forse era un vicino di casa, perché aveva aggiunto di averlo visto lasciarsi andare ad alcuni scatti di violenza, come prendere a calci un lampioncino da giardino o frantumare una lastra in marmo.</p>
<p>Fuori dalla trattoria, Rolando aveva fumato una sigaretta e di lì a poco era ripartito. Mentre guidava, ascoltando <strong>Tom Waits</strong> sullo stereo della macchina, aveva ripensato a quando era stato accoltellato. Era un episodio della sua vita che lo aveva accompagnato per alcuni anni, finché non aveva scordato quasi tutti i dettagli e aveva continuato a muoversi con un vago senso di ciò che era stato. Era successo a Porto Tolle, vicino a Porto Viro, in un paese sperduto del Polesine. L&#8217;uomo che lo aveva pugnalato, ricordava che aveva gli occhi color agata e, prima che si rendesse conto di essere stato accoltellato, la lama era entrata e uscita in un amen. Si era immersa tra le costole fragili, mentre lui indietreggiava di qualche passo e poi era crollato a terra, e aveva lanciato un urlo di dolore. Non ricordava molto altro, né voleva ricordarlo.</p>
<p>Alle 19.00, come ormai faceva da giorni, aveva acceso il televisore. Mentre andava a sedersi sul divano, il Tg regionale dava notizia del ritrovamento del corpo della ragazza. Dopo averlo lasciato cadere da un dirupo, l&#8217;ex fidanzato lo aveva nascosto in un anfratto roccioso. Forse per ritardarne la scoperta, il corpo era stato coperto da alcuni rotoli di sacchi neri. La sorella, appresa la notizia, aveva scritto su Instagram: «È stato il vostro bravo ragazzo».</p>
<p>Basta. Per quel giorno era a posto. Aveva spento il televisore e acceso la radio. Parlavano del corpo rinvenuto. Aveva spento anche la radio e cercato di pensare ad altre cose. Si sentiva sull&#8217;orlo di qualcosa che riguardava la vita dei sensi, ma che non era attrezzato ad affrontare o abbastanza interessato per concentrarcisi. Diciamo che si era impigrito e, mentre si domandava se non era il caso di sentire un dottore, aveva rivisto sua nonna che raccontava una storia accoccolata sulla sedia a dondolo, con la mano che stringeva un ago.</p>
<p>Nel 1944, sospettata di favorire i partigiani, era stata incarcerata a <strong>Palazzo Giusti</strong>. Lì, oltre a essere interrogata, un aguzzino della <strong>Banda Carità</strong> l&#8217;aveva torturata con la fiamma di una candela accesa sotto i piedi per farle dire dove si trovava suo padre. Naturalmente, non aveva cantato e dopo un mese era stata liberata. «Non dobbiamo dimenticare quello che di buono c&#8217;è in noi, anzi», ricordava che gli aveva detto. «Dovremmo combattere il male anche se lassù non c&#8217;è nessuno».</p>
<p>Dai quindici ai venticinque anni, l&#8217;ingegnere in pensione non si era limitato a studiare, ma aveva occupato la scuola che frequentava, ciclostilato volantini di protesta e partecipato a sit-in e blocchi stradali. In poche parole, era stato forte come un cavallo e aveva preso sul serio la storia raccontata da sua nonna.</p>
<p>Chissà perché, l&#8217;aveva dimenticata. Non solo: ormai si era ridotto a pensare pochissime cose e non faceva altro che guardare la Tv e prendere le sue medicine.<br />
Si era iscritto a <strong>Facebook</strong>, è vero, ma aveva pochi amici e lo usava raramente. Tutt&#8217;al più leggeva qualche post e si soffermava ad osservare qualche immagine che valorizzava un libro o un film. Inutile dire che tra gli amici di <strong>Facebook</strong> c&#8217;erano i suoi figli ed era stato proprio da un post della figlia che aveva appreso che la fuga dell&#8217;ex fidanzato era finita: «Era ora», aveva scritto. «Arrestato in Germania, nei pressi di Lipsia, il ventiduenne padovano».</p>
<p>Da quando si era separato, i rapporti con Francesca si erano via via diradati e ormai la vedeva solo al sabato o nei giorni in cui tornava da <strong>Bologna</strong>, dove studiava. Adesso era a casa e, dato che abitava a un tiro di schioppo, Rolando aveva infilato le scarpe ed era uscito. Luminose tensioni laceravano, al suo avvicinarsi, lo spazio massificato intorno a fatiscenti mura; arcigne torri da antichi ingegneri veneziani spezzavano il borgo, i suoi orizzonti e i suoi climi, e nel gelo l&#8217;aria incorporea si rapprendeva in grandi architetture fredde: su quel paesaggio arrancava, con una mano intorno al cuore, occhi di pasta vitrea e l&#8217;intelligenza di un dannato dell&#8217;Antinferno.</p>
<p>Inutilmente i quieti campanili ammiccavano; solo il profilo della <strong>Rocca Scaligera</strong> che sfidava la violenza del cielo trovava un&#8217;eco nel suo cervello. Aveva suonato il campanello e atteso un paio di minuti. Niente. Aveva suonato di nuovo e questa volta, prima ancora che aprisse bocca, si era sentito dire:</p>
<p>«Francesca è andata al cinema».<br />
«Per la precisione?» aveva chiesto, e la ex moglie aveva digrignato: «Al Centrale».</p>
<p>Si era stretto nelle spalle e poi, arrivato davanti al cinema, aveva inviato alla figlia un messaggio con il telefonino:</p>
<p>«Com&#8217;è il film?».<br />
«Così così», aveva risposto lei. «Hai letto il mio post?».<br />
Lui aveva riflettuto qualche secondo prima di scrivere:<br />
«Sì. Gli auguro di campare 100 anni, così da capire quello ha fatto».</p>
<p>Mancava un quarto alle ventitré. Non c&#8217;era in giro un&#8217;anima viva, <strong>Piazza Corte Palazzo</strong> era deserta, così pure via XX Marzo. Niente si muoveva nei campi gessosi. L&#8217;aria era pungente e a un tratto apparve la luna, si aprì il cielo e le torri rosate svettarono. Aveva nelle orecchie, nella gola qualcosa di lagnoso, pieno di gemiti e d&#8217;indicibile dolcezza, che fa salire da bocche notturne, soggiogate e a un tempo libere, le parole stand by me nei gospel. Di colpo, mentre tornava a casa, si era fermato e aveva digitato:</p>
<p>«Sei andata al cinema da sola?».<br />
«Tranquillo», aveva risposto Francesca. «Sono insieme a un&#8217;amica».</p>
<p>Tranquillo? Facile a dirsi. Anzi, bisognava fare qualcosa e non aspettare di fare tutti una brutta fine, genitori e figli. A spaventarlo non era solo quello che poteva succedergli e Rolando si era convinto che non si poteva più starsene zitti e guardare dove tirava il vento. No, era tempo di ricalcare le orme di quando partecipava alle marce di protesta. E così, guardandosi indietro ma pensando anche al futuro, aveva comprato un cartoncino A3 colorato. Era il 23 di novembre e il giorno dopo l&#8217;<strong>Università di Padova</strong> avrebbe dedicato alla ragazza una panchina rossa accanto alla facoltà di ingegneria. Si era spremuto a lungo le meningi, senza trovare uno slogan da trascrivere nel cartoncino. Alla fine, sul punto di lasciar perdere, l&#8217;aveva trovato: «Io sono qui». Un lontano, assopito ricordo a un tratto si era affacciato alla coscienza.</p>
<p>L&#8217;estate dopo la maturità, insieme a un amico, Rolando aveva compiuto un viaggio mitico nel <strong>Nordamerica</strong>. I primi spinelli, i tatuaggi e le sbronze di birra al rooftop bar. Nel corso del viaggio, dopo le città metropolitane, i due compagni avevano visitato alcune riserve indiane degli stati settentrionali. A <strong>Walle, nel South Dakota,</strong> si erano fermati una settimana e qui avevano stretto amicizia con un nativo americano. Si chiamava Shamengwa ed era un indiano Lakota. Una sera, parlando della tribù da cui discendeva, Shamengwa aveva raccontato una storia al limite dell&#8217;incredibile, tanto da lasciare un&#8217;impronta indelebile nella mente di Rolando.</p>
<p>Eccola, in estrema sintesi.</p>
<p>Mankato (Minnesota), 1862. Sistemati su un unico patibolo ci sono quaranta indiani <strong>Sioux</strong>, condannati per avere massacrato un numero imprecisato di uomini bianchi. Ebbene, al momento di essere impiccati, dal primo all&#8217;ultimo gridarono: «Io sono qui». Già, gridarono queste tre parole come se dovessero riparare ogni cosa. Come se rendessero l&#8217;esecuzione sopportabile e meno orribile. Come se desse loro il coraggio e la forza.<br />
Dunque, per il bene che questo potesse fare, l&#8217;indomani avrebbe partecipato all&#8217;iniziativa promossa dall&#8217;Università patavina.<br />
Sì, avrebbe gridato: «Io sono qui».</p>
<p>Era arrivato nel cortile del Dipartimento di Ingegneria alle undici e un quarto. Si aspettava di trovare studenti infervorati e di sentirli urlare slogan di protesta o qualcosa del genere. Invece erano composti e silenziosi, come se partecipassero a un rito funebre. Dio, quanta acqua sotto i ponti era passata da quando frequentava l&#8217;università e gridava: «Cambiamo la vita, prima che la vita cambi noi».</p>
<p>Comunque, non aveva mai sopportato i movimenti violenti, tanto che anche in quel momento non avrebbe sopportato che qualcuno disturbasse l&#8217;inaugurazione della panchina rossa in memoria della ragazza. No, la cosa gli avrebbe dato un po&#8217; ai nervi e come per dimostrarlo aveva dato uno strattone secco alla tesa del cappello floscio, tirandoselo più giù sulla fronte mentre si dirigeva a grandi passi al punto di ritrovo.</p>
<p>Cionondimeno, si sentiva impreparato quando la rettrice del <strong>Bo</strong> aveva cominciato a parlare. Si udiva solo la sua voce, a tratti disturbata dal rumore del traffico e da nient&#8217;altro. Che cosa diceva? Rolando non riusciva ad afferrare le parole. Per un attimo aveva avuto una sensazione di assenza: la sua assenza. Si vergognava ad ammetterlo, ma tutte le cose produttive che aveva fatto venivano da questa sensazione. E così, quando aveva preso la parola il padre della ragazza uccisa, si era riscosso e aveva sfilato il cartoncino piegato in due sotto l&#8217;ascella. Poi, dopo averlo aperto, era arretrato d&#8217;un passo e lo aveva sollevato con le mani tremanti, con il viso tirato ma dolce, con la paura di sbagliare qualcosa&#8230;</p>
<p>Di lì a poco, invece, si era avvicinata una ragazza il cui abbigliamento ricordava a Rolando le studentesse che frequentavano le aule universitarie negli anni &#8217;70. Indossava un eskimo più vecchio di lei e, secca, gli aveva detto: «Meglio tardi che mai».</p>
<p>Lui non aveva ribattuto. Si era limitato ad annuire e aveva piegato la bocca in un lieve sorriso. Gli sembrava di essere tornato indietro di 35 anni. Lei aveva un palloncino bianco e uno rosso e tutt&#8217;e due avevano riso e li avevano salutati con la mano quando si erano sollevati nel grigio cielo autunnale. Poi la ragazza era sparita tra la folla e lui aveva fatto il suo viaggio di ritorno attraverso la <strong>Pianura Padana</strong>, verso il nord-ovest.</p>
<p>Forse perché era stanco, o chissà perché, già le ultime ore si allontanavano. Sembravano meno urgenti, un po&#8217; surreali. Ed ecco, era arrivato. Dio che giornata ‒ aveva bevuto un caffè al bar della stazione e poi si era incamminato verso casa. Solo pochi minuti lo separavano da una doccia calda. Ne sarebbe uscito ritemprato e avrebbe fumato una sigaretta. Gli sembrava già di vedersi.</p>
<p>In questo stato d&#8217;animo, era entrato in casa. Subito aveva inghiottito amaro: Nerina si era mangiata i fiori della pianta di ciclamino. Pazienza. Aveva voluto la bicicletta e adesso non poteva biasimarla. Anzi, l&#8217;aveva pettinata e rifocillata con il suo snack preferito. Dopodiché, prima di fare la doccia, si era seduto nel bow-window e poi, mentre Nerina gli si strusciava intorno alle gambe, aveva inviato alla figlia un messaggio, digitando: «Fre, io sono qui».</p>
<p>Chissà se avrebbe risposto. Comunque, aveva atteso qualche secondo e sul display del telefonino era apparso: «Anch&#8217;io».</p>
<p>Gli mancava sua figlia, e aveva cercato di trattenere le lacrime, ma non ci era riuscito e il cuore aveva cominciato a battere forte, come quando non viveva da solo e un rumore lo svegliava nel buio e lui aspettava di sentirlo un&#8217;altra volta: <strong>il rumore di qualcuno che gli era familiare e che più di adesso faceva parte della sua vita.</strong></p>
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		<title>Anatomia di una caduta. Un&#8217;apparente perfezione&#8230;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/anatomia-film-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Apr 2024 03:41:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Antonio Maria Porretti. In copertina la locandina del film &#8220;Anatomia di una caduta&#8221; La Verità? Cos&#8217;è che distingue un film da un Film? È una domanda alla quale chiunque può fornire una sua risposta in base alle proprie esperienze, aspettative ed esigenze. Ma provando a formulare &#8211; sia pur nella maniera più vaga [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Antonio Maria Porretti. In copertina la locandina del film &#8220;Anatomia di una caduta&#8221;</strong></p>
<p>La Verità? Cos&#8217;è che distingue un film da un Film?</p>
<p>È una domanda alla quale chiunque può fornire una sua risposta in base alle proprie esperienze, aspettative ed esigenze. Ma provando a formulare &#8211; sia pur nella maniera più vaga e grossolana &#8211; un principio di massima, ciò si compie quando non si riscontri compattezza e organicità di ogni suo elemento. In poche parole, quando non vi è neppure l&#8217;ombra di una sbavatura.</p>
<p>Quando dalla scrittura (giacché un film lo si scrive prima di girarlo), passando per ogni fase e aspetto tecnico della sua realizzazione, fino ad arrivare alle ultime fasi di montaggio, il risultato è quello di una coerenza a tutto tondo. Se tale <strong>&#8220;tout se tient&#8221;</strong> può rappresentare un parametro valido, <strong>Anatomia di una caduta</strong> rientra allora a pieno titolo nella seconda categoria.</p>
<p><strong>Justine Triet</strong>, la regista, nonché co-sceneggiatrice insieme al suo compagno <strong>Arthur Harari</strong>, mette in piedi un impianto narrativo che s&#8217;iscrive in quella <strong>&#8220;Analisi delle Passioni&#8221; così tipica e peculiare della letteratura e cinematografia francese.</strong> Nomi come <strong>Simenon, Chabrol, Clouzot</strong>, per citarne alcuni, saltano subito alla mente, nel corso della visione. Grandi raccontatori di certi inferni domestici.</p>
<p>Anche in questo caso, luci e riflettori sono puntati sulla vita di una coppia; della sua dissoluzione&#8230;</p>
<p><strong>Sandra e Samuel</strong> sono due quarantenni che hanno sempre gestito il loro ménage senza nessuna tradizionale suddivisione di ruoli. Una coppia emancipata, come si suol dire. Da circa un anno si sono stabiliti in uno chalet d&#8217;alta montagna nelle <strong>Rhône-Alpes</strong>, vicino <strong>Grenoble</strong>, insieme al loro unico figlio Daniel.<br />
Sandra è una scrittrice ormai affermata, con una carriera decisamente in ascesa, apparentemente soddisfatta di come stia procedendo la sua vita, sebbene lasci trapelare qualche zona d&#8217;ombra durante l&#8217;intervista che una studentessa, sua ammiratrice, le sta facendo nella scena iniziale.</p>
<p>Intervista interrotta per il volume troppo alto con cui <strong>Samuel</strong> sta ascoltando una musica che rimbomba ossessiva dall&#8217;alto della sua soffitta. Un modo aggressivo per segnalare la sua presenza in casa. Anche lui sta provando a diventare uno scrittore di successo, nonostante la crisi di creatività in cui è caduto.</p>
<p>Si tratta di due personalità dal tratto estremamente forte e volitivo, che si ingombrano a vicenda. Poi, quasi inavvertitamente, l&#8217;evento che pone fine al loro rapporto: <strong>la morte di Samuel</strong>.</p>
<h3><strong>Anatomia di una caduta: chiamalo in mille modi</strong></h3>
<p><strong>Incidente involontario? Suicidio? Omicidio? </strong>A stabilirlo sarà un processo nel quale Sandra figura come unica sospetta.</p>
<p>Nei più solidi procedimenti e sviluppi di un &#8220;<b>Legale Drama&#8221;</b>, a questo punto è l&#8217;istruttoria a tenere banco. Più il dibattimento avanza, più <strong>Accusa e Difesa</strong> duellano sconfessandosi a vicenda, più emerge la realtà a monte della coppia: <strong>due meduse che continuano a galleggiare nelle stesse acque,</strong> pronte a mordersi fra loro non appena l&#8217;occasione ne dia loro il pretesto.</p>
<p>Il clou della pellicola è proprio la ricostruzione della lite avuta il giorno prima della &#8220;caduta&#8221;, in cui ciascuno graffia l&#8217;altro con parole zeppe di reciproche accuse, invidie, gelosie.</p>
<p><strong>Samuel</strong> avrebbe provocato &#8211; sia pure in maniera indiretta &#8211; l&#8217;incidente che ha finito per rendere ipovedente Daniel all&#8217;età di quattro anni ( ora ne ha undici).</p>
<p>Sandra avrebbe rubato a Samuel l&#8217;idea portante del romanzo che lui stava scrivendo e che da allora non ha più ripreso, uccidendo in tal modo la sua vena creativa. Sandra gli rinfaccia la sua incapacità di gestire al meglio il suo tempo. Samuel l&#8217;accusa di aver lasciato a lui solo tutto l&#8217; onere della ristrutturazione della loro baita&#8230;</p>
<p>Ogni rancore per lungo tempo accantonato viene riesumato senza esclusione di colpi. A immagine e in simbiosi del processo in corso, dove pubblico ministero e avvocato difensore riescono entrambi a creare una tesi sostenibile, ma corrispettivo di una verità sempre parziale.</p>
<p>E poi arriva la testimonianza di <strong>Daniel</strong>, decisiva per il raggiungimento di un verdetto, ma non meno gravida di ambiguità.</p>
<p>Ed è questo l&#8217;obiettivo a cui mira questa analisi condotta con la lucidità di un patologo: <strong>affidare alla coscienza dello spettatore l&#8217;eventuale scioglimento del dubbio.</strong> Farsi una sua idea della verità; di come i fatti si siano prodotti e accaduti. Non vi è una risposta definitiva e all&#8217; unanimità condivisa. Come non esiste una sola verità che si possa definire compiutamente tale.<br />
Altro punto focale della pellicola è mostrare a quali livelli di tossicità possa arrivare una relazione disfunzionale, ormai alla deriva, dove comunque <strong>&#8220;a una donna non si perdona mai il successo, una donna deve sempre scegliere fra sé e la coppia, fra sé e la famiglia, altrimenti non è abbastanza donna&#8221;.</strong></p>
<p>Una delle frasi più emblematiche e chiave per entrare nelle dinamiche di questa storia. Troppo frequente, ancora.</p>
<p>Prima di concludere, non posso passare sotto silenzio la prova più che eccellente dell&#8217;intero cast. In particolare di una <strong>Sandra Hüller</strong> che imposta tutta la sua interpretazione a servizio di un&#8217;ambiguità senza tregua sfuggente del suo personaggio, procedendo per compressione dei suoi stadi emotivi, in modo da lasciarli deflagrare al massimo della loro potenza quando occorre. Una prova che enfatizza e lascia rimbombare dentro quella pungente domanda: <strong>sarà colpevole o innocente?</strong></p>
<p>Senza tralasciare la performance di <strong>Milo Machado Graner</strong>, a dir poco straordinario nel dar vita a un Daniel che la vita renderà adulto troppo in fretta. A questo punto non mi resta che augurare &#8211; per coloro non lo avessero ancora visto (e in tal caso riparare al più presto) &#8211; buona visione con <strong>&#8220;Anatomia di una caduta&#8221;.</strong></p>
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