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	<title>Narrazione Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Campo Sant&#8217;Agnese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Sep 2025 21:34:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Campo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Campo Sant&#8217;Agnese&#8221; è un racconto di Simona Visciglia. In copertina una foto di Stefania Manzi «Finalmente una panchina!» Benedetta afferra la mano di Federico, suo marito, trascinandolo come un peso morto. Lui si sfila lo zaino dalle spalle, lo lascia cadere sul legno rosso e umido. Si siedono, quasi si lasciano cadere anche loro, stanchissimi. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Campo Sant&#8217;Agnese&#8221; è un racconto di Simona Visciglia. In copertina una foto di Stefania Manzi</strong></p>
<p>«Finalmente una panchina!» Benedetta afferra la mano di Federico, suo marito, trascinandolo come un peso morto. Lui si sfila lo zaino dalle spalle, lo lascia cadere sul legno rosso e umido. Si siedono, quasi si lasciano cadere anche loro, stanchissimi.</p>
<p>Lei si accende una sigaretta: «Campo Sant’Agnese, bellino qui, no?» dice leggendo la targa sul muro scrostato di una palazzina bassa alla loro destra.<br />
Federico si guarda intorno: «Mah, non direi. Un po’ anonimo».</p>
<p>La piazza è delimitata dalla facciata laterale della chiesa intitolata alla santa; al centro, una vera da pozzo in pietra d’Istria, con la copertura stondata in metallo opaco. Benedetta stende le gambe, si massaggia le cosce. Si alza, si avvicina al pozzo, ci gira intorno, accarezzando la pietra bianca: «C’è una figura di donna in rilievo, sarà la santa. Sicuramente matta come tutte le altre, anoressica o schizofrenica».</p>
<p>Federico prende il cellulare: «Vediamo cosa dice Wikipedia: “Subì il martirio durante la persecuzione dei cristiani sotto Diocleziano, all’età di dodici anni”…»<br />
Benedetta si appoggia alla struttura esagonale, il suo sguardo scivola sulle pareti della chiesa: mattoni rossastri in cotto, nessun abbellimento particolare, qualche archetto cieco: «Sembra una casa di campagna,» commenta, senza ricevere risposta da lui «tipo quella dove abbiamo fatto il Capodanno nel… che anno era?»</p>
<p>Ma Federico sta continuando a leggere: «La chiesa fu costruita a cavallo tra il X e l’XI secolo…», per lei solo un movimento di labbra senza suoni.<br />
Benedetta torna a sedersi: «Abbiamo ancora i biscotti comprati nel Ghetto?»<br />
Lui posa il cellulare, estrae dallo zaino il sacchetto di carta della pasticceria e glielo porge.<br />
«Guarda là» gli dice lei, con la bocca piena, indicando una giovane coppia sulla panchina dall’altra parte del campo.<br />
I due se ne stanno aggrovigliati l’uno all’altra, le labbra incollate come se non avessero bisogno di respirare, le mani a frugarsi sotto i giubbotti.<br />
Federico rimane in silenzio, le spalle contro la panchina, le braccia distese sullo schienale, come in una crocifissione improvvisata.<br />
Benedetta si pulisce dalle briciole che le si sono appiccicate addosso: «Vabbè… Senti, i biscotti li finisco o ne vuoi uno anche tu?»</p>
<p>Il marito le fa cenno di no con la testa, ha di nuovo gli occhi dentro il display del telefono.<br />
Una donna, proveniente dal sotoportego su uno dei lati della piazza, passa loro davanti. Porta al guinzaglio un cane, al quale manca una zampa. L’animale salterella e scodinzola, nonostante l’handicap.</p>
<p>«Sembra felice» dice Benedetta, mentre manda giù l’ultimo boccone già mezzo sbriciolato.<br />
«Il cane o la coppia?» ribatte lui, con tono apatico.<br />
«Il cane, la coppia, pure i gabbiani che stanno beccando nel cestino dell’immondizia. Tutti tranne noi».<br />
«L’idea di Venezia è stata tua. A me ‘sta città mi fa cagare, è un circo per turisti e l’aria è irrespirabile. E poi dovevo finire una relazione al lavoro, ma ovviamente per te non è importante».<br />
Benedetta sospira: «Fosse solo il lavoro&#8230; Comunque qui intorno non vedo turisti. Solo i due pomicioni laggiù e questo albero secco. Magari in primavera ci sono i fiori»<br />
«Ho una app per riconoscere le piante» dice puntando la fotocamera.<br />
Lei si alza di nuovo, si avvicina all’arbusto spoglio: «Sei preciso solo quando ti fa comodo… Questi rami non ti sembrano, che ne so, artigli o delle braccia ossute? Metti via il cellulare per una volta».<br />
Federico, senza battere ciglio, prende lo zaino e si rimette in piedi: «Siamo alle solite, con te è impossibile parlare. Tu sei l’artista e io invece quello noioso. Torniamo in albergo, sono stanco e inizia a fare freddo».</p>
<p>Benedetta dà un’ultima occhiata al campo, una scacchiera grigia e verde: tra i <em>masegni</em> ciuffi di erba che l’autunno non ha ancora inaridito.<br />
Nel silenzio, d’improvviso si sentono suonare le campane. Lei alza gli occhi e solo in quel momento nota il campanile a vela che incornicia un pezzo di cielo rosa-azzurro.<br />
Federico sta cercando sul navigatore la strada per rientrare: «È lontano, quanto cazzo abbiamo camminato da stamattina?»<br />
«E se non guardassimo la mappa? Magari basta tornare sui nostri passi» si ferma, cercando le parole giuste «e tutto si sistema».<br />
Lui non la ascolta nemmeno, sta già studiando il percorso.</p>
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		<title>Lo smargiasso geniale</title>
		<link>https://www.borderliber.it/lo-smargiasso-geniale-ciano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[yoursocialnoise]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Jul 2025 22:01:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Hegel]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Lo smargiasso geniale&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto creata dall&#8217;autore con l&#8217;intelligenza artificiale Tu scrivevi dell&#8217;opera unica e irripetibile, addirittura geniale, capace di contenere nel tutto anche il niente. Dialogavi tra gli opposti come insegnava Hegel, che nel suo criptico linguaggio si metteva in trappola come un topo che scambia [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>&#8220;Lo smargiasso geniale&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto creata dall&#8217;autore con l&#8217;intelligenza artificiale</strong><br /><br />Tu scrivevi dell&#8217;opera unica e irripetibile, addirittura geniale, capace di contenere nel tutto anche il niente. Dialogavi tra gli opposti come insegnava <strong>Hegel</strong>, che nel suo criptico linguaggio si metteva in trappola come un topo che scambia il veleno per formaggio. La tua penna rilasciava subordinate e spezzava ogni volta il filo conduttore che teneva legato il tuo cervello all&#8217;ingresso del labirinto. Ti dicevi che tornare all&#8217;origine, all&#8217;entrata del tuo ragionamento, laddove il pensiero aveva originato il tuo <strong>Big Bang</strong>, non sarebbe stato difficile. Ricordavi l&#8217;inizio del tuo moto, ti innalzavi a causa prima e finale.</p>
<p>«Sono io lo scrittore, <strong>il demiurgo smargiasso</strong>, colui che sta prima delle mie parole». Continuavi a scrivere forte della tua suprema condizione, di essente che sta al di là del bene e del male; come la giustizia, al di sopra di ogni cosa, dispensavi il tuo pensiero. Avevi scelto per la tua storia un narratore onnisciente la cui voce si infilava come uno spiffero di aria. Anzi esageriamo: come un dito nel culo. Dicevi tutto su tutti, ma alla fine facevi intendere che nessuno avrebbe dovuto svelare la tua identità. Eri una spia e un infame, un leccaculo e un traditore, un brav&#8217;uomo e un astuto bigotto, un cretino per necessità e un imbecille che si calunniava.</p>
<p>Impaziente di giungere alla fine hai cambiato tono al tuo linguaggio; ci hai messo in mezzo un giudizio figlio del tuo pregiudizio, infine ti sei immolato per la causa, per l&#8217;amore che hai sempre provato nei confronti delle testimonianze sincere. Ma in questo caso era la tua, solo la tua esperienza, la tua vita, la tua versione dei fatti, la tua accusa verso il mondo, la tua percezione del genere umano e dell&#8217;esistenza. Per tutte le cose non esiste verità ma solo interpretazioni che corrono instancabilmente verso la morte. Ti sei nascosto nella logica, nel concatenamento di causa ed effetto, tra le cosce della massa e infine hai pensato alla spendibilità dell&#8217;opera.</p>
<p>Adesso che il tuo amplesso creativo è finito, ti resta un istinto suicida che a tutti i costi vuoi soddisfare: <strong>pubblicare, anche a pagamento</strong>. Vedere il tuo nome e cognome stampato su una copertina, bearti nel mezzo di una libreria, parlare con ammirazione di te stesso, proclamarti come il Papa «un servo dei servi idioti che ancora credono in te», apporre dediche sconclusionate e poi sorridere e stringere le mani degli altri come farebbe un truffatore che se ne va dopo aver fregato ciascuno di loro.</p>
<p>Sì, così, ancora smargiasso geniale. Le copie invendute destinate alla masturbazione.</p>
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		<title>Malus Domestica</title>
		<link>https://www.borderliber.it/malus-domestica-visciglia-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Jul 2025 22:01:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Malus]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
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		<category><![CDATA[Violenza domestica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Malus Domestica&#8221; è un racconto di Simona Visciglia. In copertina una immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale Malus domestica (Suckow) Borkh, 1803 Melo domestico, pianta appartenente alla famiglia delle Rosacee. Ho sposato Sergio solo perché ha una casa con giardino. Ci siamo conosciuti all’ufficio postale dove lavora. Tra una bolletta del gas e le multe di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Malus Domestica&#8221; è un racconto di Simona Visciglia. In copertina una immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Malus domestica (Suckow) Borkh, 1803</em><br />
<em>Melo domestico, pianta appartenente alla </em><br />
<em>famiglia delle Rosacee.</em></p>
<p>Ho sposato Sergio solo perché ha una casa con giardino.<br />
Ci siamo conosciuti all’ufficio postale dove lavora. Tra una bolletta del gas e le multe di mio padre, lui ha iniziato a farmi gli occhi dolci, si fa per dire. Il suo sguardo, infatti, ha dell’inquietante, con quelle palpebre rigonfie e cadenti che si ritrova. Il suo viso è una maschera orrida, cui contribuiscono le labbra sottili congelate in un ghigno disgustoso.<br />
Sono cresciuta in un appartamento minuscolo, tirata su da mia nonna e da mio padre. Madre non pervenuta, pare che avesse inseguito i suoi sogni di gloria e un uomo più interessante di quello che si era portato all’altare perché incinta. Voci di paese, ché di questo a casa non si parlava mai. Mia nonna era una donna di poche parole, mio padre lo vedevo pochissimo. Trascorrevo molto tempo da sola, perché anche a scuola non è che avessi degli amici. E desideravo tanto un cane, come quelli che vedevo nei cartoni.<br />
«Nonna, prendiamo un cucciolo?» azzardai l’estate dopo la terza media.<br />
«Tuo padre non sarebbe d’accordo. E poi sporcano e hanno bisogno di spazio, se avessimo un giardino magari…»<br />
La questione per lei era finita lì. E anche per me. Dopo gli esami di terza media, iniziai a lavorare da una sarta.<br />
«Devi imparare un mestiere, studiare non ti serve a niente» aveva ordinato mio padre.<br />
Niente giardino, niente cane, niente scuola.<br />
Gli anni sono trascorsi tra orli da rifare, toppe da cucire sulle maniche di giacche sdrucite, cerniere lampo da sistemare. E la convinzione che un pezzetto di verde avrebbe potuto rendermi felice.<br />
Mio padre è morto all’improvviso e mia nonna nel giro di pochi mesi l’ha seguito. Io ho dovuto lasciare quel buco di casa in affitto dove abitavamo e cercarmi una nuova sistemazione con Sergio, sposandolo con una cerimonia organizzata in fretta e furia: una formalità davanti al sindaco e fine della festa.<br />
«Lascia perdere ago e filo, a te ci penso io. In casa c’è tanto da fare» ordina mio marito.<br />
Niente amore, niente distrazioni, niente lavoro.<br />
E anche il giardino non è che fosse un Eden quando sono arrivata. Ma il tempo non mi manca e, dopo le faccende, mi dedico a quel ritaglio di verde crespo da rimettere a nuovo.<br />
Sergio a pranzo non rientra mai e anche quando è in casa le nostre conversazioni sono rade come i suoi capelli, quattro peli che lui si spalma alla bell’e meglio sulla calotta lucida.<br />
A un certo punto, gli è presa la fissazione di metter su i bicipiti e di scolpire quell’addome flaccido che mi sbatte addosso tutte le volte che facciamo sesso. Secondo lui dovremmo sfornare tre o quattro miniature con il suo codice genetico. Per fortuna ci ha pensato Madre Natura a risolvere la questione: siamo sterili, io o lui, chi se ne frega.<br />
«Fai benissimo a prenderti cura del tuo corpo, Sergio caro. Tranquillo, non mi secca restare a casa anche oggi, ho mille faccende da sbrigare. Come dici? Gli integratori? Sì, certo, li ho ordinati online così risparmiamo anche qualcosina».<br />
Vai pure a perdere il tuo tempo con i pesi, che meno ti ho davanti, meglio sto. Ovviamente non glielo dico, ho imparato a tenermi le mie cose dentro, come ho sempre fatto del resto. Nonna me lo ripeteva spesso: «Non rispondere a tuo padre, è tempo perso. Gli uomini parlano, parlano ma non sanno ascoltare».<br />
In giardino ho iniziato dalla siepe. Volevo qualcosa che mi nascondesse dalla strada e dai quei maledetti vicini ficcanaso: «Buongiorno, Luciana, tutto bene? Ogni giorno che passa sei sempre più simile a tua madre. Ah, ma tu non te la puoi ricordare, povero tesoro» sono le cose che mi devo sentire dire da quella megera che abita qui di fronte. Non mi vedrà più.<br />
Tra me e lei un bel ligustro che nel giro di poco tempo crescerà alto e fitto.<br />
Mi piacerebbe farmi anche un piccolo orto, qualche pomodoro, magari anche delle zucchine e della borragine per fare delle belle frittatine, o dei cipollotti, perché no. Ma soprattutto vorrei che il melo tornasse a dare frutti, Sergio dice che è morto. Che ne sa di alberi, di piante, di fiori, lui che ha fatto marcire questo piccolo quadrato di terra, che non ha cura di nulla se non dei suoi muscoli flosci.<br />
Non che io sia un’esperta, ma su internet trovo tutte le dritte di cui ho bisogno. Con una buona potatura questi rami spogli torneranno a fiorire.<br />
Mia nonna preparava delle torte di mele deliziose. Ci metteva anche la cannella e la cucina si riempiva di un odore dolcissimo che piaceva persino a mio padre. Mi insegnava a impastare la frolla, le sue mani ruvide incontravano le mie, mi scollava dalle dita i grumi burrosi, li riportava sul piano di lavoro: «Devi essere rapida, sennò l’impasto si scalda e non va bene». Io speravo che durasse in eterno quel momento, le mie mani nelle sue e il mondo che si fermava in quei gesti familiari.</p>
<p><strong>***</strong></p>
<p>Certi pomeriggi mi siedo sulla poltrona di Sergio, quella dove lui trascorre le serate a guardare lo sport in tv o a leggere la Gazzetta.<br />
La sposto fin sotto la finestra e resto a guardare fuori: ho piantato begonie e gerani nei vasi lungo il vialetto che porta al cancello. La siepe ha iniziato a cospargersi di piccoli fiori bianchi e profumati, i pomodori sono spuntati con il loro verde acerbo e promettente e il melo ha ripreso a mettere su foglie tenere ma rigogliose. Immagino che prima o poi ci sarà anche un bel cucciolo che scorrazzerà sull’erba, venendomi incontro agitando la coda.<br />
Sergio non mi mai ha detto niente del lavoro che sono riuscita a fare, i suoi mezzi occhi non vedono la bellezza.<br />
«Mi hai preparto la cena, Lucia’?»<br />
«Un bel minestrone, ci ho messo anche qualcosa dell’orto»<br />
«Te l’avrò ripetuto non so quante volte, mi servono proteine per i muscoli, che me ne faccio di ‘ste erbacce lessate?»<br />
«Sergio caro, hai bisogno di un’alimentazione equilibrata. Lascia fare a me. La carne te la preparo domani, con una bella insalata di pomodori e una crostata di mele, le nostre mele».<br />
Mi guarda con sufficienza, da sotto quelle palpebre edematose, e ingolla tutto, come un animale.<br />
E come un animale gli viene voglia di prendermi dopo cena, perché ancora spera di potermi ingravidare.<br />
Per non vomitargli addosso, ripenso al profumo dell’erba appena falciata, alla morbidezza della terra nella quale affondo le mani, al mio melo che ha lottato insieme a me ed è rinato.<br />
Resto mezza nuda sul letto, lui torna in soggiorno. Mi lascia in compagnia di un temporale che esplode senza preavviso. Sento scrosciare l’acqua impietosa sul tetto e sui vetri. Lampi illuminano a giorno la camera da letto e le impronte delle sue mani sulla mia pelle.<br />
Quando ero piccola avevo il terrore dei tuoni. Era l’unico momento in cui nonna mi tirava a sé, quasi in un abbraccio, e recitava un antico scongiuro a ogni bagliore del cielo: «Santa Barbara, aiutaci e salvaci…»<br />
In quella rima imperfetta, io mi lasciavo andare. Nonna odorava di sapone di marsiglia e soffritto.</p>
<p><strong>***</strong></p>
<p>Ogni giorno che passa le cose tra me e Sergio vanno sempre peggio. I suoi muscoli hanno preso forma, ogni mattina prima di uscire passa interminabili minuti a rimirarsi allo specchio. Cosa stai lì a guardare, gli vorrei dire. Non camperai cent’anni, diventerai vecchio e con la pelle cadente. Ti si ammoscerà anche quel coso che hai tra le gambe. Non darai nuovi frutti, tu.<br />
«Gli uomini bisogna prenderli per la gola,» diceva mia nonna, mentre cucinava manicaretti di ogni sorta per mio padre «impara a cucinare e troverai un uomo che farà follie per te».<br />
A fuoco lento io ho coltivato il fastidio.<br />
Senza fretta, ho raccolto i frutti del mio lavoro in giardino.<br />
«Ai miei tempi non si gettava via nulla, mica come oggi» predicava mia nonna «Ho conosciuto la fame, non sono mica cresciuta nella bambagia io… Mangiavamo anche le bucce delle patate durante la guerra. Ma tu che ne sai? Guarda e impara, Luciana, che nella vita non si sa mai».<br />
E così se l’orto mi regala ortaggi in abbondanza, ne faccio conserve che consumeremo in inverno. Con gli scarti, i gambi o le foglie troppo dure preparo salse gustose da spalmare sul pane o ne faccio brodi succulenti per le nostre minestre.<br />
Persino i semi delle mele possono avere una seconda vita, li metto da parte, così da averli sempre disponibili. Ho trovato in rete una ricetta molto particolare: con qualche accorgimento e alcune modifiche, ne ho ricavato le dosi perfette per un frullato ricco di vitamine e sali minerali per Sergio che sembra apprezzare. Un bel bicchierone al giorno e lo faccio contento, lui e il suo piano alimentare di mantenimento: «Sergino mio, l’ho letto su internet: una dose al giorno per tutta la vita e camperai in eterno, sano come un pesce. Ci vuole pazienza e soprattutto costanza. Tu vai in palestra e io ti supporto con i miei prodotti miracolosi».</p>
<p><strong>***</strong></p>
<p>«Stasera ho il poker con i colleghi, non torno per cena» mi annuncia Sergio al telefono. Aspetto sempre queste sere in cui lui non torna: «Che peccato, stavo preparando l’arrosto che ti piace tanto. Ma sì, meriti un po’ di svago, divertititi… Hai portato l’ombrello? Verrà a piovere di sicuro, ho sentito ora il meteo in tv». Con lui meglio usare toni melliflui per non urtargli i nervi.<br />
In tanti anni, ho appreso l’arte dell’ipocrisia come quella di potare i rami sterili.<br />
Quando rientra, a notte fonda, sento che si lamenta, borbotta qualcosa, inveisce. Mi sono assopita sul divano guardando un vecchio film in bianco e nero, di quelli che piacevano tanto alla nonna.<br />
Sbatte la porta del bagno, un rumore netto che quasi si confonde con il fragore del temporale là fuori. Sento colpi di tosse, ma non mi muovo. Le chiome del mio melo si agitano, proiettano ombre multiformi sulle tende giallo ocra del salotto.<br />
Un lamento soffocato e subito dopo un fulmine. Luce e poi di nuovo buio.<br />
Un tonfo, come qualcosa di pesante che cade, accompagnato da un tintinnio di vetri infranti sul pavimento. Infine un sibilo strozzato appena percettibile.<br />
Dal bagno, poi, più nulla.<br />
Mi alzo, resto ancora in ascolto per esserne sicura.</p>
<p>Guardo fuori il mio amato albero, sferzato dalla tempesta ma tenace: quanti frutti mi ha regalato in così pochi anni! Ho preparato centinaia di barattoli di marmellata e frullati energizzanti, con tutti quei semini. Nonna sarebbe stata fiera di me, mi sembra di risentirla mentre aggeggiava in cucina “Bisogna prendere gli uomini per la gola”.<br />
Che tempo da lupi… Santa Barbara aiutami e salvami…</p>
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		<title>Wendyam: Pacmogda e la lettura dell&#8217;Africa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Jun 2024 19:23:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Burkina Faso]]></category>
		<category><![CDATA[Clementine Pacmogda]]></category>
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		<category><![CDATA[TraLeRighe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Angelo Maddalena. In copertina: &#8220;Wendyam! La volontà di Dio&#8221; di Talatou Clementine Pacmogda, Tralerighe libri, 2023 La dedica che mi ha fatto Clementine, quando ho comprato il suo libro, recita così: “La vita riserva delle belle sorprese e incontrarti è una di quelle!”. Ricambio pienamente, anche perché, per me è stato il primo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Angelo Maddalena. In copertina: &#8220;Wendyam! La volontà di Dio&#8221; di Talatou Clementine Pacmogda, Tralerighe libri, 2023</strong></p>
<p>La dedica che mi ha fatto Clementine, quando ho comprato il suo libro, recita così:<strong> “La vita riserva delle belle sorprese e incontrarti è una di quelle!”</strong>. Ricambio pienamente, anche perché, per me è stato il primo incontro con una scrittrice africana in Italia. Infatti, lei è ormai <strong>“un’italiana di origine burkinabè”</strong>, come c’è scritto nel risvolto di copertina.</p>
<p>Ha due nomi e il motivo ce lo spiega a pagina 16, dove dice: “Non si sapeva se sarebbe nato un maschio o una femminuccia, per cui non avevano scelto alcun nome. Papà disse che mi avrebbe chiamato con il nome del giorno della nascita. Era un martedì quindi Talaato”. Però a sua mamma piaceva il nome Clementine, quindi suo padre la registrò con entrambi, “ma siccome erano in un paese africano dove si parlava un’altra lingua, loro scrissero <strong>Talaatu Clementine</strong>, trasformando la lettera O in U, e con l’ortografia francese divenne Talatou!”.</p>
<p>Per me che ho fatto una tesi di laurea sugli scrittori figli di emigrati italiani in Belgio, è un ritorno, anzi un continuare lo studio di chi scrive dopo essere arrivato in Italia dall’Africa, come nel caso di Clementine. Finalmente è una miniera che torna a zampillare, miniera di memoria, di narrazione e di incanto. Non so se è per questo che l’ho letto d’un fiato, in pochissimi giorni, nonostante le sue 300 e più pagine. C’è una costruzione intelligente e coinvolgente, frutto forse dell’estro letterario dell’autrice o anche del suo essere figlia di una cultura orale; e ciò si nota nel ritmo incalzante senza interruzioni, neanche per segnalare la fine di un capitolo e l’inizio di un altro!</p>
<p><strong>Un racconto che inizia con un ritorno in patria dell’autrice, nel 2011, e che parte da una figlia, sempre l&#8217;autrice, che chiede alla madre di raccontarle la storia intricata della loro famiglia;</strong> cosa che potrebbe sembrare una tecnica letteraria per dare spazio al racconto orale, appunto, ma in realtà è verosimile, perché Clementine, da piccolissima, vede il padre poche volte, perché quando lei nasce, in <strong>Costa d&#8217;Avorio</strong>, lui e la madre sono già emigrati dal Burkina Faso, per poi farvi ritorno. In queste poche righe ci sono spunti per mandare in pezzi le idee fuorvianti e fuori dalla realtà che abbiamo dell’Africa e degli africani.</p>
<p>La prima è quella che gli africani vengono tutti in <strong>Europa</strong>, come negli ultimi decenni molti di noi ripetono a pappagallo seguendo le narrazioni becere di politicanti da strapazzo. Invece, Clementine emigra con la sua famiglia in Costa d’Avorio, dal Burkina Faso. Un’altra cosa che mi ha impressionato è che le sorelle di Clementine, tornate in Burkina Faso dalla Costa d’Avorio, hanno difficoltà ad abituarsi al cibo <strong>burkinabè!</strong> Cosa che per un europeo come me è inaudito: io pensavo che il cibo in Africa, fra due paesi confinanti soprattutto, fosse più o meno lo stesso.</p>
<p>Insomma, il libro di Clementine è una miniera di scoperte per noi poveri europei decadenti, figli di una civiltà al declino da un bel po&#8217; di decenni. Se già <strong>Emil Cioran</strong> scriveva che l’uomo europeo contemporaneo, a differenza di quello moderno che cercava i nemici per combatterli, rifugge i nemici e scappa per paura di affrontarli. <strong>“L’Occidente è un cadavere profumato”, dice sempre Cioran.</strong></p>
<p>Io ho incontrato Clementine <strong>all’osteria Filosofi di Perugia</strong>, a maggio, in un incontro su <strong>Thomas Sankara</strong>, presidente rivoluzionario del Burkina Faso, all’inizio degli anni ‘80, ucciso nel 1987. Anche di questi fatti Clementine accenna nel suo libro, <strong>lei è del 1977</strong>. Attenzione però, c’è autobiografia e autobiografia: qualcuno potrebbe pensare che scrivere la propria sia qualcosa di autoreferenziale e poco interessante, a meno che tu non sia una “celebrità”.</p>
<p>Clementine invece scrive con uno stile “epico” e, attraverso i suoi racconti semplici e “quotidiani”, utilizzando spesso un tono ironico o comunque leggero, a noi arrivano la cultura, le usanze, la storia di un popolo, o comunque del popolo di cui fa parte lei. Inoltre, Clementine ha le idee chiare sulla sua missione di narratrice; fin da quando, da ragazzina, aveva letto un libro di un autore africano pubblicato in Francia, sempre autobiografico, che la affascinò molto.</p>
<p>All’inizio della mia tesi di laurea, discussa nel 1997, scrivevo così: “Come scrive M.P. Guarducci in un articolo sulle letterature d’Africa, <strong>‘la letteratura, attraverso la lingua, è il veicolo della cultura (…). ed essere colti di più culture è il primo passo per non soccombere nell’era della globalizzazione’”. </strong></p>
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		<title>La gola. L&#8217;Italia, il cibo e la guerra. Terza parte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jan 2024 00:46:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Gola]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Mattia Torre]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Testo e voce di Saverio Di Giorno All&#8217;interno di un percorso di lettura espressiva ed esercitazioni di recitazione, Saverio Di Giorno si cimenta nella lettura e nell&#8217;interpretazioni di brevi racconti, atti unici di Mattia Torre. Ogni racconto sarà suddiviso in &#8220;puntate&#8221; della durata di 10/15 minuti l&#8217;una. Come una pillola serale per fare il bilancio [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div><em><strong>Testo e voce di Saverio Di Giorno</strong></em></div>
<div></div>
<div>All&#8217;interno di un percorso di lettura espressiva ed esercitazioni di recitazione, Saverio Di Giorno si cimenta nella lettura e nell&#8217;interpretazioni di brevi racconti, atti unici di Mattia Torre. Ogni racconto sarà suddiviso in &#8220;puntate&#8221; della durata di 10/15 minuti l&#8217;una. Come una pillola serale per fare il bilancio sorridendo.</div>
<div></div>
<div>In questo racconto, si indaga il rapporto degli italiani con il cibo va oltre il semplice sostentamento. Non è mai un mezzo <span class="markr9oms5due" data-markjs="true" data-ogac="" data-ogab="" data-ogsc="" data-ogsb="">di</span> sostentamento solo, ma è l&#8217;obiettivo finale. Il cibo e il conseguente obbligo &#8220;mangia!&#8221; sono un dovere morale, una resistenza per assicurarci che gli anni bui della guerra siano lontani. Ora c&#8217;è benessere e questo benessere, questa sazietà. ci ha resi incapaci <span class="markr9oms5due" data-markjs="true" data-ogac="" data-ogab="" data-ogsc="" data-ogsb="">di</span> reagire. Si propone una riflessione umoristica che è necessaria, tra un boccone e l&#8217;altro.</div>
<h3>Chi è Mattia Torre?</h3>
<p>Mattia Torre (Roma, 10 giugno 1972 – Roma, 19 luglio 2019) è stato uno sceneggiatore, commediografo e regista italiano, noto per aver collaborato alla sceneggiatura, insieme a Luca Vendruscolo e Giacomo Ciarrapico, della serie televisiva Boris. Il fulcro del suo lavoro è mettere il pubblico davanti alla sconcertata evidenza delle fragilità e delle dissonanze dell&#8217;umana esistenza. Racconti, anzi monologhi umoristici che prendono spunto da episodi apparentemente comuni e banali. Con la sua capacità di scrittura e di analisi, viscerale come solo la leggerezza sa essere mette a nudo ossessioni, paure, vergogne sottaciute della nostra epoca.</p>
<h3>Ascolta la Terza e ultima parte</h3>
<p><iframe title="La gola, l&#039;Italia e il cibo (terza parte)" width="800" height="450" src="https://www.youtube.com/embed/YycE5OH09DQ?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/la-gola-litalia-il-cibo-e-la-guerra-terza-parte/">La gola. L&#8217;Italia, il cibo e la guerra. Terza parte</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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