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	<title>Napoli Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Perduto è questo mare di Elisabetta Rasy</title>
		<link>https://www.borderliber.it/perduto-e-questo-mare-di-elisabetta-rasy-barettini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Jul 2025 22:01:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Anchise]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Strega 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Rizzoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Alessio Barettini. In copertina: &#8220;Perduto è questo mare&#8221; di Elisabetta Rasy, Rizzoli, 2025 Libro sulle mancanze dell&#8217;amore, &#8220;Perduto è questo mare&#8221; proprio dal mare muove i suoi intrecci, dal mare di Napoli, la città di Raffaele La Capria, il cui ricordo Elisabetta Rasy passa in rassegna parallelamente a quello della propria famiglia, e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Alessio Barettini. In copertina: &#8220;Perduto è questo mare&#8221; di Elisabetta Rasy, Rizzoli, 2025</strong></p>
<p>Libro sulle mancanze dell&#8217;amore, <strong>&#8220;Perduto è questo mare</strong>&#8221; proprio dal mare muove i suoi intrecci, dal mare di Napoli, la città di Raffaele La Capria, il cui ricordo Elisabetta Rasy passa in rassegna parallelamente a quello della propria famiglia, e in particolare del padre.</p>
<p>La trama che l&#8217;autrice intesse intorno a queste figure, accanto a quello della memoria, riguarda il mito, di Enea e Anchise in particolare, e del lato oscuro della città di Napoli, con continui riferimenti al film <strong>Le mani sulla città</strong>, di Francesco Rosi e sceneggiato dallo stesso La Capria, e poi Dostoevskij, Kafka, da lui amati proprio per quell&#8217;elemento fuggevole che funziona come rivelatore di ciò che manca all&#8217;animo umano, di quel che si perde e di quel che appare come un riflesso rapido che altrettanto rapido svanisce in altri riflessi.</p>
<p>Gli arabeschi, quindi, che l&#8217;autrice si ostina a voler cercare e svelare nel tentativo di dare ordine a una parte della sua vita, uno svelamento che acquisisce senso proprio nelle due figure maschili, in un certo senso complementari alla sua ricerca, caotica e disordinata quella del padre, compassata, precisa quella dello scrittore.</p>
<p>L&#8217;autrice racconta nel dettaglio di questa figura <em>peterpanesca</em>, il padre e il suo progressivo decadimento dopo l&#8217;abbandono della moglie, una mancanza visibile, esistente anche se ripetutamente tenuta in sordina durante gli anni della giovinezza e dell&#8217;età adulta e solo di recente riscoperta. E per questo più dolorosa. La scrittura arriva a cercare di sistematizzare quello che la vita fa in modo caotico, si attiva qui un processo di catarsi attraverso la contrapposizione continua delle due figure.</p>
<p>Così l&#8217;amicizia con lo scrittore napoletano, freudianamente si costituisce come simbolica di quella mancanza costituita dalla figura paterna. Del resto se fosse un film, <strong>&#8220;Perduto è questo mare&#8221;</strong> sarebbe ricco di dissolvenze, raccordo della memoria che si presenta necessario per dire ciò che non può essere detto, per mostrare che l&#8217;orizzonte in fondo fa una curva, crea una speranza, che non si può evitare per sempre il confronto con i propri fantasmi.</p>
<p>Il lavorio della memoria si ritrova in un tempo che sembra sospeso, come in parte è, e frequentemente, lo stile che rievoca anni in cui la ragazza-autrice non può comprendere mai del tutto questo gioco in controluce e ricco di assenze.</p>
<p><em>Che cos&#8217;era questa notte perpetua che l&#8217;avvolgeva? Certo un firmamento senza stelle, qualcosa di tenebroso e inaccessibile che mi faceva paura&#8230; la notte eterna della sconfitta. Inoltre era come se quel sonno non ristoratore gli restasse attaccato durante il giorno, come una melma di cui è impossibile liberarsi. Allora non conoscevo la parola depressione né la si usava nel mondo che mi circondava.</em></p>
<p>In questa complessità la narrazione degli eventi alterna costantemente il racconto della relazione fra l&#8217;autrice e le due figure maschili, ed emerge una propensione netta verso l&#8217;ordine che finisce però per escludere ogni terza possibilità. Nel ricordo le scelte del padre vengono presentate come elemento critico, come spiegazione implicita di anni privi di una relazione stabile fra padre e figlia e del suo deterioramento psicologico ed emotivo, oltreché per giustificare la conseguente decisione della madre di allontanarsi da lui. L&#8217;autrice non sembra voler concedere nulla, crea un contrasto netto e visibile, e spesso il contesto non appare funzionale ad altri sviluppi della narrazione complessiva, ancorata a questo parallelismo che riflette un&#8217;esigenza chiara di sistemare le parti scomode del suo passato.</p>
<p><em>Lui non parlava mai di quei momenti, a casa nessuno parlava mai della guerra come se fosse stata una malattia vergognosa, in cui si soffre tanto e dopo è meglio non nominarla. Il suo coraggio, il suo eroismo, le medaglie&#8230;vuoti a perdere per una causa sbagliata. Non restava che il gorgo della Napoli del dopoguerra, la città che ti addormenta o ti ferisce a morte, come anni dopo avrebbe scritto Raffaele.</em></p>
<p>In questo senso Rasy si concentra sulla sua ricerca della memoria del padre consapevole di non poter ottenere nient&#8217;altro che un&#8217;ombra, un sogno. Determinata nella missione, si paragona a Enea che nell&#8217;Ade si rende conto una volta di più di non poter abbracciare <strong>Anchise</strong> perché gli spiriti non si possono toccare. Ma c&#8217;è uno scarto, che appare in evidenza perché la consapevolezza di non poter abbracciare la memoria del padre coincide con l&#8217;impossibilità di costruirne una: il sogno di essere Enea che porta in braccio Raffaele dimostra che non c&#8217;è speranza, in nessun caso quello che non è accaduto in vita potrà ritrovarsi ora, nella scrittura.</p>
<p>Anzi, quando la memoria va a quei momenti in cui i due si incontrano di nuovo, l&#8217;immagine del padre che emerge è sofferente ed è legata a una sofferenza, la sofferenza dell&#8217;abbandono fra due persone che è sempre bifronte, che spinge il coltello nella piaga dei sensi di colpa e in quella delle accuse allo stesso tempo, senza mai risolversi, senza mai uscire da quel regno delle ombre che è un luogo di mancanze e di violenze interiori.</p>
<p>L&#8217;ombra del padre resta onnipresente, anche quando non è nominato, cioè quando l&#8217;autrice racconta di altri episodi della propria vita. Per risolvere questo nodo in apparenza inestricabile Rasy si rivolge ancora a Raffaele, senza però far altro che confermare quella stessa mancanza, che resta protagonista anche al di là delle apparenze e delle evidenti intenzioni.</p>
<p><em>È questo sbaglio che Raffaele ottantatreenne sentì di non essere mai riuscito, mai nella sua vita ormai lunga, a togliersi di dosso: l&#8217;eredità paterna è l&#8217;imperfezione. Suo padre non è Anchise, che sa sempre cosa fare e detta dall&#8217;aldilà al figlio la strada da seguire, e non è neppure Hermann Kafka sotto lo sguardo impietoso della requisitoria di Franz, che lo affronta come nella scena di un processo in cui il colpevole rende colpevole anche la vittima.</em></p>
<p><strong>&#8220;Perduto è questo mare&#8221;</strong> va così a concludersi con un ultimo focus sugli ultimi giorni di La Capria, mentre la figura del padre resta sospesa a una memoria lontana, un&#8217;ombra confinata a non mutare mai più forma.</p>
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		<title>Wanda Marasco: Di spalle a questo mondo</title>
		<link>https://www.borderliber.it/wanda-marasco-di-spalle-a-questo-mondo-recensione-barettini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Jun 2025 22:01:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Barettini]]></category>
		<category><![CDATA[Ginevra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Alessio Barettini. In copertina: &#8220;Di spalle a questo mondo&#8221; di Wanda Marasco, Neri Pozza, 2024 Di spalle a questo mondo, di Wanda Marasco, edizioni Neri Pozza, è un romanzo che assomiglia a un cielo di Napoli al tramonto. I colori escono dalle bocche dei personaggi, le sfumature sono le loro storie, l&#8217;intensità, le [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Alessio Barettini. In copertina: &#8220;Di spalle a questo mondo&#8221; di Wanda Marasco, Neri Pozza, 2024</strong></p>
<p><strong>Di spalle a questo mondo</strong>, di <strong>Wanda Marasco</strong>, edizioni <strong>Neri Pozza</strong>, è un romanzo che assomiglia a un cielo di Napoli al tramonto. I colori escono dalle bocche dei personaggi, le sfumature sono le loro storie, l&#8217;intensità, le voci.</p>
<p>I protagonisti del romanzo sono tre: <strong>Napoli, la Storia e un uomo che è un&#8217;idea di uomo</strong>, la perfetta (troppo?) corrispondenza fra ideale e azione, un esempio per la civiltà, ma anche un&#8217;ombra, la sua. O forse il romanzo non è un affresco o un quadro, ma un&#8217;architettura barocca, o proprio la Torre di Capodimonte che è la casa di Palasciano e luogo nel luogo, il centro, la casa di Ferdinando e Olga.</p>
<p>E tutti i suoi merli e i suoi mattoni. I merli visibili, perché le linee a Napoli sono curve e rettilinee nello stesso momento; i mattoni, perché la storia che Marasco racconta è vera, è solida e con questa tutta l&#8217;attenzione del caso che l&#8217;autrice indaga con cura, perché anche i valori veicolati risaltino sempre.</p>
<p>Ferdinando Palasciano è stato un chirurgo e parlamentare venuto a mancare nel 1891. Di lui la pagina Wikipedia riporta una considerazione che è al centro della sua vita e di questo romanzo, anche perché queste parole furono tenute in grande considerazione durante la Convenzione di Ginevra del 1864, altresì ricordata per i diritti delle vittime di guerra, in anni in cui la Croce Rossa non esisteva ancora: «Bisognerebbe che tutte le Potenze belligeranti, nella Dichiarazione di guerra, riconoscessero reciprocamente il principio di neutralità dei combattenti feriti per tutto il tempo della loro cura e che adottassero rispettivamente quello dell&#8217;aumento illimitato del personale sanitario durante tutto il tempo della guerra.»</p>
<p>Medico capace, chirurgo apprezzato in tutta Europa, amico di Garibaldi dopo averlo curato, ma anche personalità circondata di ombre, una diagnosi di demenza, una forma di malattia mentale di cui certo la società dell&#8217;epoca teneva in considerazione solo per alcune delle sue implicazioni. Accanto a lui Olga de Vavilov, la moglie russa che protegge la vita dello spirito del marito, è una vestale moderna, stoica, dolcissima e fondamentale, la vera roccaforte di suo marito, pronta a esporsi agli attacchi esterni, seppure il Palasciano sia una figura amata e rispettata a Napoli, ma si sa, gli sguardi possono inquietare anche se non hanno intenzioni bellicose.</p>
<p>La Storia con la &#8220;s&#8221; maiuscola è quella dell&#8217;Italia unita, di un uomo diviso fra vita parlamentare e professionale, medica. <strong>Wanda Marasco</strong> ha giustamente scelto di voler riconoscere una memoria certo non molto nota, o meglio non nominata spesso, della cultura italiana. Ma quella che la accompagna e in un certo senso la accudisce è proprio la storia della malattia psichica del dottore protagonista, una forma psicotica non semplice né per sé stesso né per Olga, un distacco da sé che viene osservato da vicino, con riguardo e con delicatezza nell&#8217;affetto degli amici e nei tentativi di comprensione, questi, va da sé, non sempre in grado di specchiarcisi in modo equilibrato.</p>
<p>La scrittura è particolarmente calibrata a mostrare che il dolore di Palasciano è accompagnato da una lucida freddezza, come si evince sin dagli esergo di Bufalino e Pessoa. <strong>Wanda Marasco</strong> ci permette di restare in posizione privilegiata a guardare da vicino la condizione del dottore. Seguiamo il suo peggioramento prima con cautela, poi con apprensione, infine con disperata rassegnazione, una corsa prudente ma intensa, un sentiero accidentato non privo di bellezza. La narrazione alterna capitoli dalla struttura romanzesca classica, un narratore esterno che ci mostra gli eventi, ad altri in cui la narratrice è Olga, è il suo ricordo di Ferdinando, la sua narrazione interiore. Il tratto più evidente riguarda la presenza di frasi brevi, un ritmo sostenuto, quasi inesorabile:</p>
<p><em>Gemito. Storia umana marchiata dall&#8217;abbandono. Nei tratti dell&#8217;uomo sperduto si portava dietro un&#8217;infanzia enorme: nervi frementi, energia fanciullesca, fuga e vagabondaggio. Magro, nodoso. E si muoveva come se fosse soggetto al vortice di una tempesta, oscillando, ma radicato al suolo. Questa natura arborea la vedevi subito per come il corpo, tra slanci e stasi, pareva chiedere di continuo un posto sulla terra. (p.18)</em></p>
<p>La storia di Palasciano si intreccia con quella di altre personalità: Vincenzo Gemito, Domenico Morelli, Salvator Rosa, Antonio Ranieri, Edoardo Dalbono. Fra tutti loro, fra quasi tutti i personaggi, i dialoghi sono in napoletano. Il racconto non procede in senso cronologico, ma anche quando il centro non è la malattia di Palasciano, Marasco è cauta nel mostrarci quell&#8217;elemento come una costante della sensibilità del medico. Si veda per esempio questo passo, tratto dal capitolo dell&#8217;incontro fra lui e la futura moglie, affetta da una zoppia che ne segnerà i passi esistenziali, mentre in lui ancora nulla si è manifestato:</p>
<p><em>Uscito Trifonov, c&#8217;era stato un momento di imbarazzo. La signora taceva. Lui si sentiva sguarnito. Dal balcone arrivavano le strida dei gabbiani e dentro lo studio c&#8217;era come il vuoto di una musica interrotta. Era cominciata così, con un massacro della timidezza. (…) Aveva interrotto l&#8217;emozione con questo guizzo, ma il turbamento era tornato più forte sette giorni dopo. Olga, distesa sul tavolo operatorio, nel sonno provocato dal cloroformio. Gli era parso un corpo appena creato. E le sue azioni di medico un&#8217;intrusione nel mistero della creatura. (pp.38-39)</em></p>
<p>Il resto degli eventi raccontati riguarda l&#8217;incarcerazione di Palasciano, l&#8217;internamento, il successivo ritorno a casa, e di volta in volta vengono registrate con assiduità e attraverso i dialoghi le reazioni, le attese, gli sviluppi, specialmente quelli dei due protagonisti e degli amici più stretti. Come già detto l&#8217;intenzione di <strong>Wanda Marasco</strong> è di tracciare un arabesco che parta dal corpo, o meglio dai corpi (quello di Palasciano, malato nella psiche, e quello di Olga, malata alla gamba) giù verso la sua anima che è ogni anima, e rendendo onore alla sua memoria si tramuta il dolore in poesia, o, se non altro, in uno sguardo trasversale di cui lo stesso Palasciano sembra volersi rendere conto, osservandosi con spirito scientifico che unisce la consapevolezza di sé alle percezioni del mondo esterno, a creare uno spazio intermedio rigoglioso e ridondante:</p>
<p><em>Piano nei secoli. Ci aveva messo lo zelo a credere che la cavalla e il suo spirito fossero una cosa sola. Un unico corpo sacro e animale che sfiorava muraglioni e parapetti e assorbiva il carattere di materie innalzate e sprofondate nello stesso istante. Che istante era? Lo aveva capito di fronte al mare, quando il disegno si era definito. (…) Fine del mimetismo animale. Il tempo di accarezzare la cavalla. Fremiti delle froge. Erano anche i fremiti suoi. Stavano ultimando il racconto di come aveva dovuto penetrare le cose morte e vive per tornare a casa. (pp.79-81)</em></p>
<p><strong>Di spalle a questo mondo</strong> è un romanzo coraggioso, lirico, dalle tinte strabordanti, eccessive, con le parole gonfie di possibilità e implicazioni, un&#8217;epica contemporaneamente popolare e nobile, ricca di contrasti, dove convivono “scivoloni” da romanzo rosa con elementi che puntano allo sbalordimento, un ritmo che è drammaturgico e violento:</p>
<p><em>Perché era toccato a lei quel destino capovolto? E l&#8217;amore. L&#8217;amore che non salvava. Doveva proteggere Ferdinando da sé stesso, sorvegliarlo, somministrargli le medicine mattina e sera, mettere in ordine ogni giorno il dolore. Segretezza forzata, menzogne. Una dietro l&#8217;altra le finzioni necessarie. Tenere in equilibrio due vite vacillanti. Obbedire alla malattia. A nient&#8217;altro che alla malattia. (p.119)</em></p>
<p>Un romanzo che punta in alto, estremamente connotato, con una presenza costante dell&#8217;autrice dentro la narrazione, una scrittura vitale e rigogliosa, coraggiosa e forte, che sa tenere con costanza l&#8217;asticella del ritmo e dello stile, a tratti forse troppo laboratoriale, poco propensa a lasciare spazio al lettore.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Sole a stella chiù vicina</title>
		<link>https://www.borderliber.it/sole-a-stella-chiu-vicina-giannella-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 May 2025 22:01:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[dolore]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Sole a stella chiù vicina&#8221; è un racconto di Adalgisa Giannella. In copertina una foto di Costabile Giannella Violante, professoressa di lingua e cultura italiana al Liceo classico Attilio Bartolucci di Napoli, resta immobile dietro la cattedra, lo sguardo fisso su Sole. Non le è mai piaciuta quella ragazza zenzulùsa vestita come un pagliaccio e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Sole a stella chiù vicina&#8221; è un racconto di Adalgisa Giannella. In copertina una foto di Costabile Giannella</strong></p>
<p>Violante, professoressa di lingua e cultura italiana al Liceo classico Attilio Bartolucci di Napoli, resta immobile dietro la cattedra, lo sguardo fisso su Sole. Non le è mai piaciuta quella ragazza <em>zenzulùsa</em> vestita come un pagliaccio e costantemente sulla difesa, <em>cumm s’aspettass d’essere scriteriata e s’appreparass a dispiettarla</em>.</p>
<p>Ci sta pure che a scuola è brava. Intuitiva e pronta, prima della classe senza alcuna fatica, nata intelligente pure se strampalata. Violante deve rassegnarsi, capire <em>ca pazzi e criatur</em>, Dio l’aiuta. Sole <em>c’arricurda</em> la sorella Clelia, in manicomio da anni che riempie quaderni e muri di formule e figure geometriche, preferendo il viola a ogni colore. Lapis e pennarelli li vuole tutti color melanzana, guai se no, <em>s’arruvuta</em> l’ospedale e le devono iniettare il Limbytril per calmarla. Con quello dorme due giorni e il personale <em>s’arripusa pure iss</em>.</p>
<p>Violante ricorda le parole della madre. Per campare ci vogliono amore, ironia e pazienza (pensiero filosofico partenopeo) sentimenti che lei non tiene dato che nei quartieri spagnoli, tra muri grigi e sgarrupati, ha conosciuto miseria, <em>sfurtuna</em> e guerre. Violante s’è imparata a campare come una lucciola tra i veleni. Ha studiato e s’è guadagnata una cattedra che mantiene lei e Clelia in una Napoli indiscreta e puzzolente, perennemente contraddittoria e confusa.</p>
<p>Equilibrio per lei è <em>na parola</em> complessa, barcolla mentre la vita le mette dentro anni, responsabilità e pure <em>cazzimma</em>, la parte criminale ereditata dal padre in galera per omicidio di primo grado. Si sistema gli occhiali sul naso adunco e torna a Sole, si chiede perché abbia messo sul capo quella retina gialla che trattiene i capelli lucidi e neri simili a nu capitone appena pescato.</p>
<p>La osserva mentre sottolinea con un pennarello giallo alcuni passi dell’Odissea. Prova invidia per quell’interesse che a lei non è venuto mai naturale. Dalla finestra spalancata lo scirocco preannuncia ca staggion sta per arrivare. Tre mesi di solitudine, per compagnia <em>sulament</em> libri, compiti da correggere e qualche visita a Clelia per non dimenticarla.</p>
<p>A Sole ci piacciono gli outfit <em>sluccicosi: pajette</em>, perline, <em>plastic acculurat&#8230; tutt chell</em> che fa luce. <em>C’arricurdano</em> che si chiama Sole, a stella chiù vicina, nome che <em>quàccheduno</em> le ha dato pure se <em>amprèss amprèss</em> dopo averla partorita <em>inta na stalla scura, ncopp a na paglia rossa, sanghe ra mamm.</em></p>
<p><em>Nu bigliett inta a nà cupertell</em> e lana misera, tutto dorato pure se è maggio con scritto Buon natale e felice anno nuovo e sotto cinque parole scarabocchiate: a <em>creatur</em> si chiama Sole. Ilde e Graziano l’hanno subito amata ch’è poca cosa, forse più adorata. Sole ha riempito i loro cuori di luce, vento, aurore ridenti. Un soffio di vita tra le foglie nere del disagio esistenziale di quei due sopravvissuti.</p>
<p>Ilde, con i suoi abitini puliti e poveri, ha lasciato l’orfanotrofio a diciotto anni per lavorare nella sartoria dei <em>Trevisini</em>, gente che mai s’incurva, perché castellani di denaro. L’hanno piazzata come un manichino a un tavolo nero d’ebano con i cumparielli suoi: aghi d’ogni misura, forbici, gessetti, ditali, spagnulett r’ogni culor, stoffe scintillanti.</p>
<p>Ci hanno <em>accunzato nu giaciglio ncopp e stoff antiche, chell</em> che nessuno vuole chiù perché fuori moda e là ci dorme perché una casa non se la può permettere con i quattro soldi che guadagna. I fratelli <em>Trevisini</em> la violano l’anno dopo nello stanzino senza finestre delle stoffe pregiate, <em>appulizzandole</em> il sangue con uno scampolo di seta. Lo fanno a turno: prima il minore per <em>apprepararlo</em> alle femmine, poi il maggiore ormai scafato e brutale.</p>
<p>— <em>Stu segret</em> te lo devi tenere in corpo. Guai a te se lo sveli a qualcuno!</p>
<p><em>Accisa</em> prima ancora di crescere, Ilde continua a lavorare per bisogno e <em>pecchè</em> a vita pure se<em> sfrantuma</em> poi ti può aggiustare, si tratta di resistere <em>comm</em> l’aquilone che c’ha regalato Graziano il tappezziere al compleanno, fatto di canapa gialla e nastri azzurri che nelle giornate di vento vola fino in<em> Paravis</em>. Lo ama Graziano che la rassicura e la conforta con occhi scintillanti pure se tiene trent’anni più di lei. Gli racconta della violenza, lui la sposa senza fiatare e se la porta via.<br />
Figli non ne arrivano, ci sta mistero nel creare, pure se due si amano appassionatamente e sono sani, l’universo non li accontenta.</p>
<p>Ci vuole tempo che non hanno <em>p’addiventà</em> genitori e quando il Tribunale dei minori ci <em>appropone</em> Sole,<em> magrulell e picciàtusa</em>, se la portano a casa e sulla culla ci mettono un carillon con lune e stelle perché già sanno che Sole alluminerà a vita loro.</p>
<p>Violante si reca a messa ogni domenica e non lo fa per fede. Indossa l’abito di tulle nero, un foulard amaranto e le scarpe con tacco dodici. Siede davanti, sulla panca antistante l’altare e fa l’amore con don Gabrio, il sacerdote giunto da Nairobi nel dicembre dell’anno prima. Ne ammira il corpo statuario, la pelle di velluto nero, lo sguardo provocante e sente le fiamme salirle al cervello corrotta dalla bellezza e dalla voglia di possederlo. Non ha mai amato, lo fa ora a quarant’anni silenziosamente, adorando il parroco come <em>foss nu sant</em>.</p>
<p>Più di una volta spossata da quella <em>manìa</em>, cerca di lottare contro i demoni che l’attanagliano, ma a vincere <em>so’</em> loro e maledetta da Dio entra nell’abisso e non ne esce più. Imbrunisce e Napoli <em>s’acculora</em>. Penombre, luci, tinte indefinite scorrono in ogni dove, <em>l’auciedd int a l’aria nfosa</em> trillano e Clelia si perde nel cielo dietro le inferriate grigie. Ha una piccola bambola color viola che ninna come <em>na picciredda</em>, toccandole il nasino di <em>pannolence</em>. È lucida e cerca la casetta che la ospitava prima che impazzisse. Con il pensiero la vede, i grandi alberi la ombreggiano, è tinta d’azzurro il colore preferito da Pasquale l’innamorato suo, sui davanzali vasi con gerani e violaciocche. Ci sente le strilla di Giulietta dalla culla e le viene da svenire.</p>
<p>Allora ricomincia dall’inizio quando per strada incontra Pasquale mentre accaldato beve acqua <em>sulferegna</em>. Si guardano ed entrano<em> int a na</em> nuvola d’amore tagliata in due da un raggio di sole. Pasquale Cassari appartiene a una famiglia importante di Caserta che per il figlio tengono n’affetto sprupusitato e progetti d’avvenire suntuosi e lungimiranti.</p>
<p>A Clelia non permettono neanche di varcare la soglia di casa quando il figlio s’appresenta per mano alla guagliona nullatenente e <em>scurfanìella</em>. Arrivano giorni bui nei quali non potersi vedere, accire o core a tutti e due. Per stare insieme decidono di ricorrere alla “fuitina” in una domenica di fine novembre. <em>Inta na casarella</em> <em>abbandunata</em> stendono una coperta a terra e ci lasciano ammore e <em>allerezza</em>.</p>
<p>I carabinieri s’appresentano a mezzogiorno e si <em>rubbano</em> a Pasquale. Clelia torna da Violante che la chiama<em> zòccola e arruvinafamiglie</em>. La chiude a chiave <em>inta stanzulella</em> e la giovane passa mesi a piangere e a chiamare Pasquale finché <em>chist nun</em> arriva e se la porta via. S’affittano <em>na casarella</em> davanti al mare. Clelia in attesa di un bambino cuce e ricama per tutto il paese. Pasquale naviga sui pescherecci di notte per agguadagnarsi qualcosa. Ci stanno solo loro e la felicità. Da lontano il Vesuvio fuma come<em> nu viecch arràggiat</em>.</p>
<p>Clelia partorisce a primavera. La creatura vede prima le braccia di Violante, poi quelle della madre. È <em>bellell assaìe</em> con il vestito lilla cucito da Clelia durante la gravidanza, ha gli occhi ammaliatori di Pasquale e i capelli color cannella della madre, due manine che si attaccano al seno con devozione. A dicembre, poco prima di Natale la favola finisce.</p>
<p>Pasquale per <em>agguadagnarsi</em> qualche soldo in più, esce in mare<em> cu na tempesta rùgnusa</em> e il mare nella notte cupa se lo piglia sotto il <em>balenìo</em> dei fulmini e non lo restituisce più. Clelia impazzisce. Di notte cammina e siede sugli scogli aspettando che il mare ce lo riporti l’amore suo, mentre le onde spumanti e minacciose raccontano tutt’altro. Il Vesuvio da lontano chiagne e singhiozza.</p>
<p>Ci sta una crisi che allarma Violante. Giulietta piange e la sorella si dimentica di nutrirla. La bimba perde peso e si ammala. Si sente obbligata a chiamare i Cassari che si prendono la nipote, fanno interdire Clelia e da lì tutto precipita.</p>
<p>Sole ha le idee confuse sull’amore. Ilde l’ha <em>appreparata</em> male perché ci parla di api e fiori, di mici <em>accalurati</em>, di aspettare che è presto. Lo capisce <em>l’ammor</em> quando al mercato accatta bracciali e cullane da Fosco ch’è sluccicoso come lei e tiene orecchini anche nel naso, catene sull’ampio torace, cinte borchiate sui fianchi.</p>
<p>Lui quando la vede ci canta E allora resta, resta <em>cumm me, resta resta cumm me</em>, qui sul mio cuore e Sole s’innamora di lui e pure di Pino Daniele. Le scuole son finite e lei è stata promossa a pieni voti. La <em>staggione</em> è un turbinìo di cerimonie, è <em>allerìa</em>, caldo e si va al mare. Partirà a breve per Procida dove ogni anno Graziano e Ilde cercano refrigerio in un appartamento in riva al mare.</p>
<p>Ce lo vuole dire a Fosco, ma lo vede <em>ciancìare</em> con Isabella e ci passa la voglia. Se ne torna stizzita verso casa passando davanti a <em>na chies piccirella</em> e sentendosi accalorata, entra e s’assetta nella panca in fondo dopo essersi fatta il segno della croce immergendo la mano nell’acquasantiera. La professoressa Violante entra all’improvviso. Con il vestito rosso scollato e i tacchi, fatica a riconoscerla e ci scapp na risata. Tra le mani un ventaglio in pizzo nero che sbentulià a tutta forza sul viso appuntito. La vede entrare in sagrestia. Dalla tenda schiusa due mani scure si appoggiano con <em>cunferenza</em> sulle natiche scese, poi un <em>bisbiglìo</em> confuso e Violante non ci sta <em>cchiù</em>. <em>Copp e panche na scia</em> di Narciso Rodriguez s’ammescula cu l’incenso.</p>
<p>Sole <em>s’arricord</em> l’amor profano quello scabroso al quale ha appena assistito tra la professoressa soia e il prete di colore e <em>mò</em> tiene un motivo per <em>scurniàrla chella</em> finta santa.</p>
<p>A Giulia i botti non piacciono, ama solo i bengala che fanno le stelline senza rumore. E’ ferragosto ed è festa grande sulla collina di Posillipo e Castel dell’Ovo da lontano, sembra un dipinto. La nonna le ha fatto indossare un vestito di pizzo bianco e un cappello di paglia con fiori gialli, le ha lasciato sciolti i lunghi capelli ramati che l’afa estiva arriccia e scompone. Ha dieci anni e se ne va a zonzo per i giardini di Villa Cassari chiedendosi perché ha una madre che non le permettono di vedere. La foto con il viso di Clelia l’ha trovata in un cassetto della scrivania del nonno, dietro scritto “Sappi che ti amo pure se non mi vedi accanto a te. Ci sarò sempre a proteggerti” firmato tua madre Clelia.</p>
<p>È una foto che puzza di medicinale, si chiede perché, poi sulla busta che la contiene legge <strong><em>CENTRO DI SALUTE MENTALE SANTA DINFNA – NAPOLI</em></strong> e si scura in volto.</p>
<p>L’estate è finita. Settembre porta il fresco, le prime piogge rendono lucidi i sampietrini delle strade, qualche spiro di vento <em>appulezz</em> l’aria, <em>l’addore</em> e mare si fa chiù forte. Si torna a scuola: ultimo anno di liceo. Nelle aule si respira aria di colla e legno stantio. Sole ha messo in croce Ilde e si è fatta cucire una camicia rossa con sopra perline d’ogni <em>culore</em>.</p>
<p>La indossa sopra a nu jeans <em>strappat</em> e senza forma. I capelli li ha intrappolati in un basco arancione che <em>luccechèa comm nu girasol</em>. Incontra lo sguardo <em>schiattùso</em> di Violante e ci fa l’occhiolino <em>comm foss</em> l’amica sua. Quella si aggiusta le lenti sul naso e le fa cenno di sedersi. Sole si avvicina e le sussurra piano “Puttana!” Violante si sente svenire.<br />
<em>E femmene so vendicative e nun s’arriposano mai, chest</em> è a verità. E poi difficile spiegare il rispetto alle nuove generazioni se chell vecchie nun l’hann capìto.</p>
<p>È un mese che Clelia è tornata in sé. Le hanno tolto gli psicofarmaci, le sedute analitiche e pur la bambola di pezza. Adesso lavora in cucina e ripara tovaglie e lenzuola stracciate. Scrive tutti i giorni su di un quaderno, disegna la figlia e Pasquale. Il dolore s’è fatto <em>chiù piccirill e mò</em> se vuole vedere Giulietta s’adda <em>spiccià</em> a guarire.</p>
<p>Violante le fa visita spesso e sedute in giardino in mezzo a cascate di giacinti, parlano di mille cose e si rivogliono bene. Quando Clelia torna a casa, pur se ci stà a paur, decidono di riprendersi Giulia. Violante si allontana dal peccato e prepara una lettera per Sole, ch’è chiù e <em>na lettera, è na storia poco allèra di lei e chella sòra sfurtunat</em>.</p>
<p>— Nonna perché mi hai detto che la mamma è morta?<br />
Grazia Messeri si sente svenire, si appoggia allo stipite della porta per non cadere, s’ammutisce perché parlano gli occhi <em>appaurati</em> al posto suo davanti allo sguardo severo della nipote e il viso di Pasquale che<em> smorfieggia</em> da una foto sulla parete dell’ampio salone, le mette addosso cento anni. Il disgusto per quel che ha fatto, le fa pensare che la morte adesso, sarebbe <em>na</em> bella cosa.</p>
<h4>Cinque anni dopo</h4>
<p>È Natale e nel parco di Villa Messeri hanno <em>appriparat n’abete chino</em> e luci. Gli angeli di pietra ai lati dell’enorme cancello<em> smorfieggiano</em> alle rose argentate che non hanno mai smesso di fiorire. Il Vesuvio è incipriato di bianco e finalmente si sta <em>zitt e non murmulìa</em>. L’aria è fresca e l’addor e cib arriva chiù fort dalle cucine della villa. <em>Addor e pasta fresca, basilic, carn arrustùt</em>, cafè e struffoli con miele.</p>
<p>Cristo è nato <em>n&#8217;ata vota</em> e lo sono pure i protagonisti del nostro racconto e figuriamoci se la sottoscritta non trovava il giusto finale a <em>na</em> storia che pure se <em>appucundrùta</em> e drammatica poi <em>s’dda riscattà, se no a chè</em> serve scrivere?</p>
<p>Dentro al salone ci sta <em>na</em> tavola<em> appreparat</em> a festa. Candelabri in argento, porcellane e cristalli ci gettano sopra una bella luce. Clelia e Giulia sistemano sullo scintillante albero di Natale le palline con i nomi di ciascuno. Le ha decorate Sole, sluccicose e coi colori giusti: rosso amore, argento eleganza, oro luce. Per l’occasione si è fatta cucire da Ilde un vestito di velluto rosso lungo fino alle caviglie, sui fianchi una fusciacca verde smeraldo e indossa un paio di <em>camperos</em> neri e lucidi.</p>
<p>Violante la guarda con tenerezza e si rammarica per averla pensata sconsiderata e scellerata quella donnina che dalla lettera in poi l’ha sostenuta e ammorbidita. Guarda attentamente anche Grazia che abbraccia la sorella e la nipote con affetto e si meraviglia di come gli eventi possano cambiare e le vite rifiorire. Non crede ai miracoli ma a un riscatto dal dolore <em>quann a chist se rice</em> basta, quello sì.</p>
<p>Ilde e Graziano la invitano a sedere accanto a loro. Sono una famiglia anzi come afferma Sole “di troppa famiglia” e le famiglie <em>s’hann vulè</em> bene pure se in agguato ci sta nu passato <em>malament</em> e dolori non ancora assopiti. <em>Chell ca s’adda capì è che chiù</em> dei cromosomi e la consanguineità ci stanno comprensione, fiducia, rispetto e pure accettazione. <em>Chell che s’adda capì che il gentilìzio</em> è un debito d’amore e che…</p>
<p>All’improvviso <em>na</em> farfalla bruna si appoggia al sorriso di Pasquale sulla parete, pare che il giovane dica:” Basta <em>penziamènti</em>, siete fortunati! Qua sopra non si è poi così felici! Quando sono partito ho lasciato le cose a metà e mi sono chiesto se ce l’avreste fatta ad <em>accuncià ogni cos,</em> ma forse a man e Dio è proprio <em>chest</em>, un respiro profondo e segreto che aggiusta le cose.”</p>
<p>Sole afferra la chitarra e pensa a Nico che come lei brilla e le vuole bene.<br />
La voce morbidamente esce e avvolge ogni cosa.</p>
<p><em>Ma basta &#8216;na jurnata &#8216;e sole</em><br />
<em>E quaccheduno ca te vene a piglia&#8217;</em><br />
<em>Ma basta &#8216;na jurnata e sole</em><br />
<em>Pe&#8217; pote&#8217; parla&#8217;</em></p>
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		<title>Titina</title>
		<link>https://www.borderliber.it/titina-fucci-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 May 2025 22:01:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Cariati]]></category>
		<category><![CDATA[Fucci]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Madre]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[Titina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Titina&#8221; è un racconto di Manuela Fucci. In copertina una foto dell&#8217;autrice Era cresciuta dentro i vicoli e non se ne vergognava; in stanze piccerelle come bugigattoli ciechi, stanze basse, zozze, fetenti, dove i topi e i cristiani si erano abituati a mangiare e dormire tutti dentro, come in una buatta. Dai buchi nel muro, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Titina&#8221; è un racconto di Manuela Fucci. In copertina una foto dell&#8217;autrice</strong></p>
<p>Era cresciuta dentro i vicoli e non se ne vergognava; in stanze piccerelle come bugigattoli ciechi, stanze basse, zozze, fetenti, dove i topi e i cristiani si erano abituati a mangiare e dormire tutti dentro, come in una buatta. Dai buchi nel muro, appena l’aria era un poco afosa, colavano le blatte, che ogni anno diventavano sempre più veloci, incazzate, toste. Niente le ammazzava.</p>
<p>Scappare era impossibile, e poi, da cosa? Non c’era un vicolo più felice di un altro. La gente era tutta la stessa, con le stesse facce sporche e abbrutite. La stradina si riempiva: di vapori delle cucinelle, avviate per riscaldarsi, di umori, dei vestiti immersi nell’acqua bollente, dei fumi di sigarette rubate dagli scugnizzi agli ospiti fissi, oppure occasionali, che si presentavano la sera nelle loro case, con venti lire o poco più nella tasca, per intrattenersi ora con la sorella ora con la madre; tutto dietro una tenda, anche dalla mattina alla sera in cambio di una scatoletta, di una pagnotta, di un pezzetto di carne da mettere nel piatto. La disperazione che camminava con la vergogna. E le facce di pietra delle donne: non un incoraggiamento, mai un ammicco. Niente le faceva più schifo dell’accozzaglia di brutture in cui era nata.</p>
<p>Nessuno si ribellava. Si viveva di giorno per strada, a terra, oppure seduti sopra le scale del vico Croce a Cariati, l’ultimo di tutti.</p>
<p>Se le ricordava le voci delle famiglie: sembrava le vivessero in casa; le lenzuola, le federe, le canottiere bianche e le mutande appese sui fili sopra la testa, tutti ammischiati, fili tesi da un balcone all’altro, che a volte nemmeno la luce già debole riusciva a passare. I bambini mezzi nudi perché non c’erano abbastanza panni puliti e non dovevano sporcare quelli che indossavano. Così, se qualcuno fosse morto all’improvviso sarebbe stato seppellito come mamma l’aveva fatto. Si conoscevano gli uni con gli altri già dalle pance delle mamme. Con un sasso, o un pezzo di calce, disegnavano i giochi a terra e ci saltavano sopra; se erano fortunati, rubavano una palla ai ragazzini puliti che andavano al Pontano. Loro, invece, le facce e le mani sporche di sudiciume: intanto si facevano gli anticorpi. Una bolla in cui si entra, si esce e basta. Ciò che succedeva nel frattempo era solo roba loro e chi ci viveva sapeva che non gliene fotteva niente a nessuno.</p>
<p>Pure ce l’aveva davanti agli occhi quella donna del vicolo appresso, che il marito la infamò con l’accusa di essere una poco di buono della peggiore specie. Una sera in quella fessura di Napoli</p>
<p>non si capì niente, tante le urla e gli strilli. Italia vide quattro uomini vestiti di bianco, con i cappellini bianchi, le scarpe bianche, i calzini bianchi: presero quella donna per le ascelle mentre lei si sbatteva sana sana, provarono a tapparle la bocca mentre lei gli mordeva le dita quasi da staccarle; lottò finché non riuscirono a infilarla a calci dentro una macchina che sembrava uguale alle ambulanze, ma un po’ diversa.</p>
<p>«Non la faranno uscire da quell’inferno.»<br />
Le uniche parole di sua madre rientrando nel basso.<br />
Non la rivide più la signora. E la moglie dell’acquaiolo, Titina, che dice: «L’hanno portata al Bianchi, che Dio la protegga» e si butta le mani in faccia a schiaffeggiarsi.</p>
<p>Invece, sua madre se ne stava buona. Sembrava sul punto di rompersi come una bolla di umidità, ma se aveva un briciolo di salute girava per le case a lavare e pettinare i capelli alle signore, e faceva le pulizie. Di suo padre si diceva fosse cameriere in un ristorante al Borgo Marinaro; anche se lei ci credeva poco: forse era più una leggenda che lui raccontava, perché né sua madre ci era mai andata a mangiare lì, né lei lo aveva mai visto mettersi addosso la divisa.</p>
<p>In casa, così la chiamava quella stanza sua madre, c’era un tavolo zoppo raccattato dalla strada, poi rimesso in piedi, due sedie che la vecchia inquilina si era tolta, tutte masserizie, il matrimoniale e la sua brandina; una vetrinetta scura dove la madre conservava, come tanti ex–voto, le pile di piatti spaiati che le varie capere, in cambio di poche ore di pulizia nelle case, le regalavano: pensava che un giorno li avrebbe passati in dote a Italia, senza sapere che lei stessa li avrebbe ridotti in cocci durante i litigi con suo marito; questo poteva permettersi.</p>
<p>Il crocifisso nel vico se lo sogna ancora.</p>
<p>Lo cercava con gli occhi, Italia. Apriva la porta, usciva nella stradina e lo vedeva di schiena, sotto quella tettoia. tutt’uno con la croce, che sembrava una balestra; allora saliva le scale per leggere in mente le parole sul pezzo di pietra, sotto i piedi di Gesù; una alla volta e mille volte perché lei aveva solo la seconda elementare: Croce per il colera. Lo trattava con confidenza, come un amico a cui si chiedono favori: di farli uscire dalla guerra, di far tornare suo padre a casa tutte le sere, sano e salvo, e di tenere cara la mamma perché ogni tanto le veniva una febbre assurda che la faceva arravugliare dai dolori. L’ultima non passava più.</p>
<p>Era mercoledì, e Italia aveva quindici anni. Aveva aspettato in casa sua madre: a momenti doveva tornare da una visita a un’amica, due strade appresso. Già quando l’aveva vista apparire alla porta, reggendosi agli stipiti, le aveva fatto impressione tanto era cadaverica la faccia, le labbra livide.</p>
<p>«Mi devo stendere.»</p>
<p>Senza spogliarsi e con le scarpe ancora infilate, sua madre si era avvicinata tentoni a uno dei letti. Ci si era calata sopra cauta come una vecchiarella, coprendo la pancia con le mani pallide e chiudendo gli occhi.</p>
<p>«Chiama Titina.»</p>
<p>Italia non se l’era fatto ripetere. Era corsa fuori e poi giù, in mezzo alla strada principale, dov’era sicura di trovare Titina con il marito. Infatti era entrambi seduti su due cassette di legno, in attesa che qualcuno ordinasse una spremuta di limone oppure un sorso d’acqua sulfurea. Titina aveva capito subito, dalla faccia impaurita di Italia. Italia l’aveva preceduta a casa. Dentro, sua madre se ne stava rannicchiata su un fianco; si reggeva il ventre come era successo a lei quando le era finita in pancia la palla calciata male dal suo amico Lelluccio, oppure quando era diventata signorina. Titina prese un asciugamano dal filo fuori.</p>
<p>«Dov’è l’acqua?»</p>
<p>Nel catino, le risponde Italia, l’abbiamo raccolta con l’ultima pioggia. Titina nemmeno la guarda: afferra una pentola, la poggia sul fornello; Italia le passa il catino, lei lo versa; poi Italia prende un fiammifero lungo da una scatola di cartone, Titina accende il fuoco con un fiammifero – è di quelli che si usano in chiesa per dare fiamma alle candele: non ha il tempo di chiedere cosa ci faccia lì, perché altrimenti Italia dovrebbe risponderle che l’ha rubato durante uno dei bombardamenti, quando il quartiere si è sparpagliato tra i banchi in chiesa. Ecco: forse Gesù non gliel’ha mai perdonato.</p>
<p>Segue i movimenti di Titina, senza mollarla un secondo.</p>
<p>Dov’è suo padre? Perché non viene? Non può muoversi lei: deve rimanere con sua madre per accertarsi, aiutare, per tenerla sveglia; ma le fa troppa impressione l’asciugamano sopra la pancia, e sentire quello strofinio dei denti nella bocca, che sembra se li stia consumando. Si domanda cosa può fare per aiutarla.</p>
<p>Apre la porticina e corre davanti al Cristo. Il vicolo si è riempito di voci e corpi perché le notizie brutte arrivano in fretta. Giù alle scale le comari si disperano: le mani davanti alle bocche, chi piange, chi chiede aiuto, chi bacia il rosario, nessuno si accorge di lei immobile, in ginocchio, perché il Cristo la copre.</p>
<p>«Che ci stai a fare qui? Io ti prometto che farò la brava: mi laverò bene e non farò più arrabbiare mamma perché mangerò tutto, anche le cose che mi fanno schifo. Te lo giuro. Tu però aiutala.»</p>
<p>La febbre sembra stia salendo pure a lei adesso perché suda freddo, la bocca secca e il dolore alle tempie. Però le mamme mica muoiono?</p>
<p>Fu a un certo punto, quando aveva finito tre Padre Nostro e due Ave Maria, e si era ricordata di concludere le preghiere con un Salve o Regina, che i rumori dietro di lei erano aumentati, tanto da coprirsi le orecchie. Sentiva la propria voce ovattata, ma non più quelle delle comari che si agitavano come formiche impazzite nel vicolo.</p>
<p>Non ci guardò più su quelle scale, neanche quando arrivò suo padre ed entrarono insieme nel buio della casa, e nella stanza c’era odore di sangue. Ricorda i seni di Titina che le schiacciano il naso in un abbraccio violento; la paura di vedere, la voglia di piangere, ma perché non ci riusciva?</p>
<p>Titina la guida; lei si libera dalla stretta e si avvicina di più al materasso, in punta di piedi; il corpo di sua madre è avvolto da lezzo di sudore e già a un metro le arriva il freddo cadaverico. La vede stesa sua madre, immobile; le gambe divaricate e una mano che ancora copre l’utero e l’altra penzoloni dal lato opposto. Senza che lo voglia le labbra si schiudono: «Mamma?»</p>
<hr />
<h4>Chi è Manuela Fucci?</h4>
<p>Manuela Fucci nasce a Napoli nel 1973. È autrice di racconti pubblicati sulla rivista Topsy Kretts; altri in antologie pubblicate da Morellini Editore: Questione di scelte (2022), Ritratti di donne (2023) con il racconto Fuoco e nebbia, con trasposizione teatrale e musicale, Tremenda vendetta (2023) con il racconto Il quinto comandamento, che ha ricevuto la menzione di merito al Festival letterario Grisù 451, edizione 2024; ha partecipato al romanzo corale: La signora del terzo piano (2023); nella raccolta Le spietate (2024) il suo racconto, Alla fine della Strada, prende spunto dalla storia di Bonnie Parker. Ha pubblicato sulla rivista Fumo Magazine, Racconticon, Nabu, Nido di Gazza.</p>
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		<title>La Grande Sete di Erica Cassano</title>
		<link>https://www.borderliber.it/la-grande-sete-cassano-ciano-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Apr 2025 22:01:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Anna]]></category>
		<category><![CDATA[Cassano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La Grande Sete&#8221; di Erica Cassano, Garzanti, 2025 Si inserisce tra le pieghe della storia con un impianto narrativo maturo e uno stile che sa fare i conti con diversi registri. &#8220;La Grande Sete&#8221;, romanzo di esordio di Erica Cassano, è prima di tutto un&#8217;opera che si confronta con [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La Grande Sete&#8221; di Erica Cassano, Garzanti, 2025</strong></p>
<p>Si inserisce tra le pieghe della storia con un impianto narrativo maturo e uno stile che sa fare i conti con diversi registri. <strong>&#8220;La Grande Sete&#8221;</strong>, romanzo di esordio di <strong>Erica Cassano</strong>, è prima di tutto un&#8217;opera che si confronta con un periodo drammatico, che parte da vicende &#8220;familiari&#8221; e che giunge a noi come se fosse una testimonianza.</p>
<p>Napoli e la seconda Guerra mondiale. <strong>Curzio Malaparte</strong> ne parlò in <strong>&#8220;La Pelle&#8221;</strong>, indimenticabile reportage che ancora oggi colpisce per il suo piglio grottesco che seppe fare del capoluogo campano un teatro a cielo aperto. Eppure la storia è quella, <strong>così come la riporta anche Cassano nelle 373 pagine</strong> di questo libro.</p>
<p>La protagonista è <strong>Anna</strong>. Ha poco più di vent&#8217;anni e per lei la caduta del Fascismo, nonché l&#8217;arrivo degli americani, rappresenta il passaggio della<strong> &#8220;linea d&#8217;ombra&#8221;</strong>. La guerra non risparmia nessuno: o si è forti o si perisce; l&#8217;ingenuità dell&#8217;adolescenza deve soccombere. Certamente, la protagonista non può saperlo e dovrà provare tutto sulla propria pelle. Quando <strong>Napoli</strong> viene liberata, la situazione diventa ancora più pericolosa: il rischio è che tutti, anche il più mite, possa trasformarsi in sciacallo.</p>
<p>Il romanzo comincia dalla grande sete che anticipò le quattro giornate di Napoli. L&#8217;acquedotto viene danneggiato e dai rubinetti non esce più il prezioso liquido. Solo una casa sembra essere stata miracolata, quella in cui abitano Anna e la sua famiglia. La notizia si diffonde e loro la distribuiscono. Intorno, però, la battaglia continua; dal 27 al 30 settembre i napoletani scacciano i nazisti. Si sono salvati da soli, si sono ripresi la libertà con le loro mani; gli americani arrivano quando il peggio è passato, per questi motivi <strong>gli yankee</strong> sono e resteranno degli ospiti, graditi ma senza esagerazioni.</p>
<p>La città distrutta, la povertà dilagante, la ricostruzione lenta generano in Anna un&#8217;altra sete,<strong> quella di vita, di aspettative, di gioia.</strong> Sebbene lei non si perda d&#8217;animo, intorno ci sono donne e uomini induriti dalla fatica, poco propensi alla speranza e più attaccati a un senso di sopravvivenza dettato dal cinismo. Inoltre, la famiglia di Anna non è una qualunque, ma è stata <strong>&#8220;sorvegliata dal regime&#8221;</strong>. Lei viveva con i suoi a Genova, e lì il padre, insieme ad altri amici, combatteva clandestinamente il <strong>Fascismo</strong>. Ciò completa il quadro di una condizione di <strong>&#8220;cattività&#8221;</strong> in cui tutti si ritrovano.</p>
<p>Ma al di là della trama ricca e complessa, nella quale non manca nulla e in cui ogni aspetto, dalla disperazione alla gioia, dall&#8217;amore alla tragedia, dalla fiducia nel futuro alla disillusione, viene trattato con scrupolosità, creando così un armonioso intreccio in cui ogni personaggio acquista la sua dignità, <strong>&#8220;La Grande Sete&#8221;</strong> si riappropria di una certa tradizione novecentesca <strong>in cui raccontare è già espressione della totalità delle cose</strong>. Sebbene la protagonista sia anche la voce narrante, Anna non interferisce, non propone sé stessa, resta ai margini, osserva, testimonia, sospende il giudizio anche davanti alle proprie inquietudini.</p>
<p>Ciò potrebbe suggerirci che la guerra anestetizza e che le emozioni si adattano?</p>
<p><strong>&#8220;La Grande Sete&#8221;</strong> è soprattutto un romanzo di donne, in cui gli uomini non invadono il campo, ma sono anche loro addormentati in un <strong>&#8220;surreale predominio&#8221;</strong>. Anna, come sua madre, sua sorella e tutte quelle che compaiono, sono personaggi che divengono. Il lettore parteciperà alla loro graduale formazione, una sorta di emancipazione della sopravvivenza che dona al libro una certa vitalità.</p>
<p>Di origini calabresi e cresciuta a <strong>Praia a Mare</strong>, <strong>Erica Cassano è partita dalle vicende di sua nonna</strong>; la fonte d&#8217;ispirazione è stata una testimonianza diretta che può avere le sue défaillance, le sue omissioni, le proprie interpretazioni, ma che rappresenta sempre e comunque un autentico frammento di vita.</p>
<p>Il merito della scrittrice è stato sicuramente quello di<strong> &#8220;aderire, senza sabotare&#8221;</strong>, riportando in vita un passaggio drammatico che è ancora presente <strong>&#8220;nel rimosso&#8221;</strong> della nazione. L&#8217;abilità è stata quella di trasformare una <strong>&#8220;storia individuale&#8221;</strong> in una pagina universale che parla a chiunque, in ogni momento e ovunque, in particolar modo oggi, in tempi in cui facilmente si divaga sulla guerra come se fosse una consuetudine.</p>
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