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	<title>mistero Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Lorenza e il segreto delle mele</title>
		<link>https://www.borderliber.it/lorenza-mele-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Feb 2025 23:02:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto e foto di Adalgisa Giannella Era una giovane pallida e taciturna, Lorenza, e forse anche un po&#8217; scema quando rincorreva il vento con l&#8217;aquilone blu. I capelli svolazzanti, gli occhi da gatta, l&#8217;unico vestito viola, sempre quello, cucitole per pietà da chissà chi, le davano dieci anni anziché tredici. Viveva sulla montagna con il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4>Racconto e foto di Adalgisa Giannella</h4>
<p>Era una giovane pallida e taciturna, Lorenza, e forse anche un po&#8217; scema quando rincorreva il vento con l&#8217;aquilone blu.<br />
I capelli svolazzanti, gli occhi da gatta, l&#8217;unico vestito viola, sempre quello, cucitole per pietà da chissà chi, le davano dieci anni anziché tredici.<br />
Viveva sulla montagna con il nonno, un vecchio muto e scorbutico che scriveva memorie su querce ed elci secolari.<br />
Ad ogni inverno le incisioni venivano coperte da edera e muschi e allora un unico suono usciva dalle labbra avvizzite, una sorta di ululato disperato e rabbioso per il quale in paese era soprannominato Lupo triste.<br />
Lorenza e Lupo triste erano due miserabili che nessuno amava.<br />
Solo io mi avvicinavo alla baracca per lasciare cibo e qualche indumento. Lorenza sorrideva mentre strofinava panni al ruscello, alzava il braccio pieno di ferite e muoveva la mano per salutare.<br />
Da quella bocca di corallo non usciva un suono, si pensava fosse muta anche lei e questo spaventava la gente come fosse un maledetto spettro da tenere distante.<br />
Io che una figlia l&#8217;avevo persa, non ascoltavo nessuno, perché Lorenza si portava via un po&#8217; del mio dolore; un dolore che aveva fiaccato cuore e desiderio di vivere.</p>
<p>Un giorno la sentii cantare.<br />
Trasportava legna dentro a un grembiule al quale aveva tirato su i lembi per contenere i ciocchi.<br />
Figlia benedetta, che voce!<br />
Rimasi estasiata perché sembrava un trillo d&#8217;arpa suonato da un angelo.<br />
Aspettai che finisse.<br />
&#8211; Che voce splendida hai! Che gioia ascoltarti!<br />
Lorenza si tolse il grembiule, lavò le mani al ruscello e si avvicinò. Mi prese la mano con delicatezza.<br />
&#8211; Ti racconto una storia ma non devi ridere.<br />
&#8211; Giuro che non lo farò.<br />
&#8211; Il segreto è nelle mele selvatiche.<br />
Le raccolgo ogni giorno nel bosco. Almeno dieci. Le sbuccio bene e le pesto nel mortaio. Ci aggiungo un po&#8217; di miele e bacche di cannella e prego mamma e papà affinché non rischi di diventare muta come il nonno, dato che nessuno mi parla e ho il terrore che la voce sparisca.<br />
Poi canto e mi sento felice.<br />
L&#8217;abbracciai quella straordinaria creatura e fu come se i nostri dolori sì mescolassero dando vita a un amore nuovo, un amore sacro perché nato ancor prima che ci incontrassimo.<br />
I richiami vanno ben oltre la ragione, perché è Dio a deciderli, noi dobbiamo solo ascoltare.</p>
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		<title>Niriana o del silenzio. Giuseppe Bella e il gioco dell&#8217;inquietudine</title>
		<link>https://www.borderliber.it/niriana-silenzio-bella-giudice/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jan 2025 23:05:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[doppio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Rocco Giudice. In copertina: &#8220;Niriana o del silenzio&#8221; di Giuseppe Bella, Qed Edizioni, 2024 Ci sarà modo di soffermarsi più diffusamente sui cinque racconti di “Niriana o del silenzio”, di Giuseppe Bella, libro fresco di stampa per le edizioni Qed, in via di emersione nel mare magnum dell’editoria nazionale. A titolo di “controllo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h4>Recensione di Rocco Giudice. In copertina: &#8220;Niriana o del silenzio&#8221; di Giuseppe Bella, Qed Edizioni, 2024</h4>
<p>Ci sarà modo di soffermarsi più diffusamente sui cinque racconti di <strong>“Niriana o del silenzio”</strong>, di <strong>Giuseppe Bella</strong>, libro fresco di stampa per le edizioni <strong>Qed</strong>, in via di emersione nel <strong>mare magnum</strong> dell’editoria nazionale. A titolo di <strong>“controllo di qualità”</strong>, per il momento, consideriamo il racconto eponimo: nemmeno tutto, ma solo per un passaggio cruciale, piuttosto lungo e complesso quanto ricco di contenuti essenziali.</p>
<p>Siciliano di Acireale, Giuseppe Bella ha all’attivo una lunga frequentazione, in qualità di lettore attento, di quella narrativa che si è tenuta ai margini rispetto alle linee di forza novecentesche; e facciamo a tal proposito i nomi di Tozzi e Landolfi, ma senza stabilire filiazioni dirette o affinità elettive. Basterà qui dire che questa ideale “consanguineità” non rientra nei canoni italiani oggi in voga, e neppure nei codici siciliani ratificati: e lo si verifica agevolmente sulle pagine dei racconti già pubblicati da Bella, fra cui citeremo quelli raccolti in <strong>“Congiure celesti”</strong> (1992), <strong>“L’attesa di Saturno”</strong> (2009), <strong>“Gli angeli di Ittar”</strong> (2015) e fra narrativa e saggistica, il confronto su pittori contemporanei che figurano in <strong>“Crudeli tenerezze”</strong> (2012).</p>
<p>Ma si diceva di un passaggio piuttosto articolato e su di esso focalizziamo la nostra attenzione.</p>
<p>Un incontro con <strong>“omini straordinari”</strong> di Lettere per averne lumi; duelli dialettici a distanza ravvicinata, se pensiamo al duello fra siciliani che si accende fra le pagine di questo racconto di <strong>Giuseppe Bella</strong>: ma come se la tenzone avvenisse a passo di danza. Una danza con gli spettri o spiriti magni letterari, tenuto conto del loro sdoppiarsi o darsi in formato e <strong>pluribus unum</strong>, nel contrarre in una fisionomia, nel nome, nella figura, nelle parole quelli che sono i caratteri di più di uno di essi: duplice operazione di sapore borgesiano.</p>
<p>Catalizzatore, con nome e cognome, <strong>Manlio Sgalambro</strong> (il filosofo che volle essere o valerli tutti, i filosofi), che Giuseppe Bella omaggia come non dirò (comprate il libro, non costa neppure tanto, lasciate stare le Valerio e altri frutti di stagione che sbocciano al mercato e sotto l’effetto serra del sole dei media). <strong>Sgalambro da Lentini</strong>, concittadino di Gorgia, fondatore della retorica, e del <strong>Notaro Jacopo</strong>, da cui si parte la letteratura in volgare, è chiamato al proscenio della pagina dal protagonista: in prima istanza, come oggetto di discorso, non quale locutore né interlocutore.</p>
<p>Poco dopo, però, il travestimento onomastico di <strong>Leonino</strong> non ne smentisce le fattezze reali, annotate ruga per ruga da Bella, cui questa seconda ipostasi di Sgalambro come personaggio fa da controfigura: e il nome è un doppio dalla doppia faccia, richiamando nella desinenza <strong>Bufalino</strong>, altro nume tutelare e dispensatore di letture che sarebbe meglio non perdere d’occhio: mentre la radice su cui è innestato quel morfema suffissale (chiamiamolo così) è <strong>Sciascia,</strong> esplicitamente tirato in ballo per una questione di interpretazione del dipinto <strong>La Tentazione Di Sant’Antonio, di Rutilio Manetti</strong>, una sorta di chiave d’accesso o di lettura in <strong>Todo Modo</strong>: dove è tutto un gioco di specchi fra spiriti e spettri, doppi e misteri e doppi misteri.</p>
<p>C’è, poi, il titolo onorifico di Maestro conferito dal protagonista (cui, secondo tutte le convenzioni narrative, tocca spesso fare da portavoce autorizzato e più o meno fedele dell’autore) a Leonino. E questo appellativo, col dialogo che i due intrecciano a partire dal dipinto, fa venire in mente il Borges di uno dei racconti più belli (e davvero commoventi: in forza della frase, una sola, come ultimo, finale sigillo) del grande scrittore argentino, <strong>“La rosa di Paracelso”</strong>, che vale tutto <strong>Il Nome Della Rosa di Umberto Eco</strong>, che tanto snobbava Borges da volerlo come cattivo e in modo trasparente nel calco onomastico di Jorge da Burgos nel romanzo che gli diede la fama mondiale come romanziere.</p>
<p>Un dialogo serrato o doppio monologo si instaura fra i due, Maestro e pupillo (in senso oculare, verrebbe da dire) che stravede, per leggere in profondità volto e parole del patrono: a chiudere lo scambio, una risata, oggetto dell’opera smarrita di Aristotele nel “Nome della rosa”. Una risata che giunge alle lacrime per farsi di pianto, cui è spinta la stessa delusione che, nel racconto borgesiano, è provata da <strong>Johannes Grisebach</strong>, disposto a pagare perché <strong>Paracelso</strong> ne faccia un discepolo, nel constatare che il Maestro è solo uno squallido ciarlatano: ha gettato nel fuoco del camino una rosa, dalle cui ceneri non ha saputo trarre con l’arte magica il fiore.</p>
<p>Invece, non appena lasciata la stanza il giovane arrogante, che solo da quella delusione pedagogica potrebbe trarre profitto, in una scienza che non può essere comunicata, ma solo conquistata, Paracelso “raccolse nell’incavo della mano il piccolo pugno di cenere e disse una parola. La rosa risorse&#8221;. Questi intrecci, incroci a più incognite, camuffamenti, del resto, a viso aperto, producono, in <strong>“Niriana o del silenzio”</strong>, uno stesso effetto, se non magico, straniante: una metamorfosi avviene per indizi sfuggenti, per segni nascosti e indecifrabili: verbali, non visivi, come il dipinto di<strong> Manetti</strong>.</p>
<p>Dopo tante parole, infatti, entra in gioco, con <strong>Niriana, il silenzio</strong>. Una presenza numinosa, Musa o diavolo come nel dipinto di Manetti: non ci sono gli occhiali a discriminare ciò che nella sua immagine è adombrato. Una presenza che attraversa il racconto come un trait d’union che si svolge ai margini della scena: e solo quando le parole lasciano il posto al silenzio in cui il protagonista precipita vediamo Niriana occupare la scena.</p>
<p>“A un certo momento, mi viene di cantare, però, per amore e rispetto alla natura, che qui mantiene il medesimo silenzio di Niriana, vasto e sapiente, mi limito a un mormorio di nenia conventuale (…) Poi, lei appare. Quasi sempre si staglia nel vano di una porta, vicino al punto in cui ogni mattina insceno il mio rito” (pagg. 14-15).</p>
<p>Volendo dare a Niriana una qualche sembianza, che il protagonista lamenta non stia in nessuna descrizione possibile, sfuggendo al potere della parola, potremmo rinvenirla, come sembra da questa citazione, in quella di una gatta, <strong>demone</strong> custode silenzioso e curioso di ogni atto, che finisce per dettare senza mai aprire bocca. Nulla di se stessa, Giuseppe Bella le fa dire, come nulla fa dire al protagonista in modo incontrovertibile su di lei: il silenzio non è alla portata delle parole.</p>
<p>Non che esse manchino: ma non sarà il silenzio a dirci cosa le ha ‘disattivate’, messe fuori gioco, dando scacco al personaggio e cogliendo di sorpresa il lettore. “Dove sta lei cala come un’ombra, una calma; e i rumori ci si spengono” (pag. 25). Onnipotenza del silenzio: da un’immagine che non è ancora di gatta a una figura che non sarà mai solo di donna. Il cerchio si chiude: Nuda nomina tenemus, finale del romanzo di Eco: e la “parola a bassa voce” del Paracelso di Borges si mesce alla “nenia conventuale” del protagonista del racconto di Giuseppe Bella.</p>
<p>“Ê settembre e, di sera, fa già freddo, ma non importa: butto i ciocchi nel camino e sfrigolando la fiamma svampa” (pag. 28): questa la conclusione di Niriana o del silenzio.</p>
<p><strong>Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere</strong>, ammonisce la nota e tautologica sentenza di <strong>Ludwig Wittgenstein</strong>. Una parafrasi più funzionale, mi permetto di azzardare, è che del silenzio non si può dire nulla, qualunque cosa esso nasconda. Ben più che creatura o figura di esso, Niriana è come l’incarnazione del silenzio, un angelo in terra di questa verità: che in principio era il silenzio.</p>
<p>Ma nessuna nemesi o gnosi blasfema letteraria o teologale: grazia o maledizione, il Verbo non seguì al silenzio, perché esso è il principio: di una unità inscindibile fra pensiero e essere, la cui fede non viene meno in queste pagine di Giuseppe Bella.</p>
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		<title>Malinverno. Domenico Dara e la Storia di tutte le storie</title>
		<link>https://www.borderliber.it/recensione-malinverno-dara-ciano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 May 2023 00:23:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Malinverno&#8221; di Domenico Dara, Feltrinelli, 2020</strong></p>
<p>Ecco una sorta di fiaba nella quale a trionfare è quel realismo magico che sa svelare i simboli che governano l&#8217;umanità. <strong>Malinverno</strong> di <strong>Domenico Dara</strong> è un romanzo in cui la morte non si affaccia in maniera tenebrosa sulla vita, ma è e resta come la fine di un percorso lungo il quale si apre a noi lo scrigno della conoscenza.</p>
<p><strong>Conoscere vuol dire penetrare in ciò che appare chiuso, invalicabile</strong>, ed è solo grazie a questa volontà di addentrarsi che facciamo esperienza dello stupore. No, la morte non è minaccia, ma riposo, riflessione, abbandono alla quiete meditativa. Nulla di mistico, solo semplice constatazione.</p>
<p><strong>Timpamara</strong> è un paese-mondo, pur conservando il suo status di periferia; eppure, qui si svolge la ricerca di <strong>Astolfo Malinverno</strong>, zoppo fin dalla nascita; prima bibliotecario, poi anche guardiano del cimitero, ma da sempre amante dei libri. Nei suoi occhi si incontra la malinconia tipica dei sognatori, di coloro i quali non si accontentano della <strong>nuda realtà</strong>. I libri sono nel suo destino. I suoi genitori si innamorarono proprio grazie al maceratoio dei libri, posto vicino all&#8217;antica cartiera.</p>
<p>Astolfo legge e divulga, crea storie e amalgama la vita dei suoi concittadini con quella dei personaggi dei romanzi che più ama, perché più dei fatti, che sono passeggeri, sono le interpretazioni che immortalano gli accadimenti. <strong>Le parole, che imbrigliano sui fogli ciò che avviene, hanno il potere di fermare il tempo e di rendere le singole esperienze patrimonio di tutti.</strong> Per questo un libro è capace di consegnare all&#8217;eternità anima e corpo.</p>
<p>Un cimitero e una biblioteca sono quindi luoghi della <strong>memoria</strong>, perché così come un libro testimonia il momento storico in cui è stato scritto, così una lapide ci fa volgere lo sguardo indietro, verso chi è stato su questa Terra. Di quell&#8217;uomo sepolto vorremmo sapere tutto, anche i segreti che si è portato nella tomba, tanto a lui non servono più.</p>
<p>Per questo <strong>Malinverno</strong> vuole scoprire il segreto che si cela dietro una lapide che se ne sta in un&#8217;area appartata del cimitero; vuol conoscere di quella donna di nome <strong>Emma</strong> che assomiglia tanto alla protagonista di <strong>Madame Bovary</strong>. In questo frangente, il povero Astolfo fa i conti con l&#8217;amore, quel sentimento che travalica la morte e le barriere architettoniche, ma che inciampa nella <strong>realtà dei fatti</strong>. Così, un mistero ne richiama un altro, ma sembra quasi che i libri abbiano già detto tutto al becchino-bibliotecario. Non ci sono fatti occulti che non possano essere svelati, forse a bloccare è solo la paura di poter trovare conferma a ciò che da sempre è stato intuito. Infatti, nessuno vive <strong>per sé</strong> o solo <strong>in sé</strong>, ma fa parte del tutto.</p>
<p><strong>Allora, cosa c&#8217;è di nuovo da scoprire? </strong>Forse nulla, forse solo altre interpretazioni dello stesso avvenimento.</p>
<p>Sono tanti i personaggi che <strong>Dara</strong> fa comparire all&#8217;interno di questo romanzo, ponendoli in una dimensione onirica nella quale si intreccia qualcosa di folkloristico, che sopravvive ancora nelle leggende popolari e nei miti. Ma c&#8217;è anche tanta <strong>Calabria</strong>; ad esempio, quell&#8217;andirivieni trasognato e malinconico in cui tanto ci si affida ai suggerimenti del destino, quanto a una soluzione ingegnosa che sia ponte tra l&#8217;umano e il divino, il cielo e la terra, il limite temporale e l&#8217;eternità.</p>
<p>Buon viaggio tra i segreti di <strong>Timpamara</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Jung e l&#8217;ombra insonne</title>
		<link>https://www.borderliber.it/jung-e-ombra-insonne/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Apr 2023 02:43:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Jung e l&#8217;ombra insonne&#8221; è un articolo di Martino Ciano. La foto è dell&#8217;autore  Nessuno sopravvive alla realtà, caduti i filtri usati per attraversarla ciò che resta è un violento sconcerto. Ogni simbolo maschera, è l&#8217;apollineo che non permette al dionisiaco di fuoriuscire. Il caos è verità, l&#8217;ordine è illusione. Poi, dentro, nell&#8217;inconscio, si lascia [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Jung e l&#8217;ombra insonne&#8221; è un articolo di Martino Ciano. La foto è dell&#8217;autore </strong></p>
<p>Nessuno sopravvive alla realtà, caduti i filtri usati per attraversarla ciò che resta è un violento sconcerto. Ogni simbolo maschera, è l&#8217;apollineo che non permette al dionisiaco di fuoriuscire. <strong>Il caos è verità, l&#8217;ordine è illusione</strong>. Poi, dentro, nell&#8217;inconscio, si lascia assorbire dall&#8217;ombra ogni sensazione, ogni contraddizione; lì restano, lì si accoppiano, lì procreano, lì germoglia ciò che siamo realmente. <strong>Produzione, ripetizione, serialità&#8230;</strong></p>
<p>Quanto è terribile conoscere sé stessi; contro la propria ombra nessuno sopravvive. Se <strong>Lei riesce a propagarsi anche all&#8217;esterno</strong>, la percezione del mondo si sottomette al suo volere. Ciò che vediamo, ciò con cui veniamo a contatto, ciò con cui dialoghiamo ci rendono quello che siamo.</p>
<p><strong>Solipsismo folle</strong>, beato il concetto della relatività che ci scagiona dalla volontà di morte e di annientamento. Neanche la luce dirada l&#8217;ombra, semplicemente la nasconde, non la pone in evidenza. Come una serpe si attorciglia questa volontà di prevaricare su ciò che mi circonda. Il muto immutabile che va per conto suo percorre un pezzo di strada insieme a me.</p>
<h3>Jung: e l&#8217;ombra si sveglia</h3>
<p><strong>&#8220;Finalmente è finita&#8221;</strong> faceva sospirare Céline in <strong>Morte a Credito</strong>, a quel personaggio &#8211; forse era lui &#8211; stufo di avere volontà e ragione. Non esiste <strong>Primavera</strong> o <strong>Inverno</strong> negli occhi di chi ombroso non è più tentato dal desiderio di scalare qualcosa. Placido è il mare dell&#8217;indifferente, tiepido il fuoco del sofferente, ché soffrire non è solo declamazione di sventure, ma anche quiete che assorbe e assopisce ogni tentazione.</p>
<p><strong>Un giorno, un uomo che sapeva lavorare l&#8217;argilla fece un vaso.</strong> Gli riuscì perfettamente, non doveva aggiungere nulla, non avrebbe dovuto aggiustare nulla. Per mesi lo tenne lì, al suo fianco, sul ripiano dove poggiava gli attrezzi del lavoro. Lo lasciò lì per ricordare a sé stesso che le cose migliori sono frutto di una violenta ispirazione e di una lampante concentrazione mentale. Avvenne che il vaso finì sul pavimento e si ruppe. <strong>&#8220;Prima o poi sarebbe dovuto accadere&#8221;</strong>, disse sorridendo; ne fece un altro, ma non fu più come quel vaso che la mente gli ispirò distrattamente.</p>
<p>Così avviene nel tempo per tutte le cose, persino del dolore di un momento si ride per anni. <strong>Qualcosa ci muove, ci smuove, ci blocca, ci tramortisce, ci seppellisce. Poi si rinasce&#8230;</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Univeros. Paolo Vismara e la &#8220;psichedelia indotta&#8221;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/universos-paolo-vismara/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Sep 2022 01:57:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Giuseppina Sciortino Cos&#8217;è Univeros (Paolo Vismara, Manni)? Parafrasando il testo stesso una &#8220;personale&#8230; passione trainante per la parola&#8221; oppure &#8220;piacevole e indotta psichedelia&#8221; alla scoperta delle &#8220;arti infinitorie&#8221;. Come nel regno di Fantàsia aggredito dal Nulla e come sulla Terra minacciata dagli umani con la loro sete di potere foriera di guerre e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/universos-paolo-vismara/">Univeros. Paolo Vismara e la &#8220;psichedelia indotta&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Recensione di Giuseppina Sciortino</strong></em></p>
<p>Cos&#8217;è Univeros (Paolo Vismara, Manni)?<br />
Parafrasando il testo stesso una &#8220;personale&#8230; passione trainante per la parola&#8221; oppure &#8220;piacevole e indotta psichedelia&#8221; alla scoperta delle &#8220;arti infinitorie&#8221;.</p>
<p>Come nel regno di Fantàsia aggredito dal Nulla e come sulla Terra minacciata dagli umani con la loro sete di potere foriera di guerre e ingiustizie, così nel mondo costruito da Paolo Vismara incombe il regime dell’Illusione, il &#8220;terrore frammentista&#8221; a cui si deve la distruzione del mistero, della complessità, dell’immaginazione per la cui mancanza si potrebbe morire e la cui presenza è invece motivo di vita, come già sintetizzato da Céline: &#8220;Quando non si ha immaginazione, morire è poca cosa, quando se ne ha, morire è troppo&#8221;.</p>
<p>Si resiste in ogni modo, si preserva l’Univeros, l’amorevole desiderio primigenio, <em>frammentisti</em> contro <em>infinitori</em>, divisione paradigmatica che potrebbe definire ogni tipo di contrapposizione, Guelfi/Ghibellini bianchi/rossi democratici/conservatori. Nell’Agorà un sapiens può imbattersi in Latimer o homental, gustare panini ai granchi su barche che offrono alle gocce (non sottraggono), incontrare spiriti itineranti o personaggi dai nomi strani: Darkie, Arimatea, il presidente Diastema, la sacerdotessa Ellimes, re Calumne, la dottoressa Blahnik, il professore Vis Amai (probabile alter ego dell’autore) impegnato a recuperare un capitale culturale distrutto dalle ostilità tra fazioni opposte. Ma attenzione a non essere travolti da moti <em>ond’osi! </em></p>
<p>Ci vuole coraggio e un pizzico di cautela nell’addentrarsi in un universo fatto di varchi, più che altro semantici, scollamenti tra le parti, dialoghi surreali e grotteschi, divertimenti che fanno pensare a Carroll o ancora a Queneau, al suo <em>I fiori blu</em>, in particolare e, in genere, alle sperimentazioni dell’<em>OuLiPo</em> francese. Un’invenzione continua e sfrenata in cui perdersi senza badare troppo alle trame, rimanendo ancorati a &#8220;frazioni di dubbio&#8221;. Romanzo? Forse, oppure poema onirico, allegorico, fantasmagorico. Non per tutti, il preponderante &#8220;traboccar simbolico&#8221; potrebbe provocare escrescenze frizzantine alla lingua o, al contrario, dipendenza da &#8220;sontir&#8221;.</p>
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