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	<title>Mezzogiorno Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Valorizzare il Sud? La proposta di &#8220;Officina Mediterranea&#8221;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/sud-valorizzare-stampa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Sep 2023 02:01:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Border News]]></category>
		<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di redazione. Questo è un comunicato stampa È con grande entusiasmo che annunciamo la nascita di &#8220;Officina Mediterranea&#8221;, un&#8217;associazione culturale e turistica che nasce con l&#8217;obiettivo di valorizzare il meraviglioso sud dell&#8217;Italia, dalle aree marine alle zone montane, attraverso le competenze e l&#8217;eccellenza delle persone che lo abitano o che, per motivi personali o professionali, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Di redazione. Questo è un comunicato stampa</strong></em></p>
<p>È con grande entusiasmo che annunciamo la nascita di &#8220;Officina Mediterranea&#8221;, un&#8217;associazione culturale e turistica che nasce con l&#8217;obiettivo di valorizzare il meraviglioso sud dell&#8217;Italia, dalle aree marine alle zone montane, attraverso le competenze e l&#8217;eccellenza delle persone che lo abitano o che, per motivi personali o professionali, si sono trasferite altrove.</p>
<p>L&#8217;associazione, voluta e ideata da Donato Rinaldi, assume il compito di unire le diverse anime del sud, promuovendo e diffondendo la conoscenza dei tesori storici e artistici, dell&#8217;enogastronomia locale e tutte le potenzialità del territorio. &#8220;Officina Mediterranea&#8221; si pone così come un punto di riferimento per chi ama il sud e desidera contribuire al suo sviluppo sostenibile e alla sua valorizzazione. Il direttivo dell’associazione sarà composto dalla vicepresidente Tonia Scaglione, dal musicista Francesco Salime, da Marco D’Alessandro, libero professionista, dallo storico Enrico Fagnano e dalle docenti Cristina Tundo e Rita Collodoro.</p>
<p>Nonostante nasca ufficialmente oggi, &#8220;Officina Mediterranea&#8221; ha già conquistato un nutrito numero di seguaci attraverso le sue trasmissioni su Facebook e Youtube, più di 150 dirette su molteplici argomenti -culturali, sociali, musicali, turistici, storici e tematiche giovanili- ideate per offrire un quadro completo delle meraviglie del sud. Oltre ai membri del direttivo, l’associazione può già contare su tantissimi soci, soprattutto esponenti del mondo della scuola, della cultura e della musica che entreranno a far parte dei diversi circoli regionali.</p>
<p>Grazie alle interviste a scrittori e poeti, &#8220;Officina Mediterranea&#8221; stimola la riflessione sulle espressioni artistiche locali, apportando una profonda conoscenza del patrimonio culturale del sud. Le conversazioni con psicologi e professori, invece, pongono l&#8217;attenzione sulle sfide sociali e sulle strategie per affrontarle. Inoltre, le esibizioni e le interviste ai musicisti offrono un&#8217;esperienza emozionante, condividendo con il pubblico le melodie e i ritmi caratteristici del meridione. Video e interviste realizzate nei luoghi più belli e nascosti del sud Italia mettono in luce luoghi segreti e incantevoli come castelli, Chiese, musei, statue e opere d’arte. La promozione del patrimonio storico è al centro delle attività di &#8220;Officina Mediterranea&#8221;, con l&#8217;obiettivo di diffondere la consapevolezza del valore inestimabile della storia del sud Italia. Infine, l&#8217;associazione dedica un&#8217;attenzione particolare alle tematiche giovanili, fornendo spazio e visibilità alle giovani menti che, arricchite da esperienze internazionali, scelgono di rientrare per contribuire attivamente alla crescita e allo sviluppo del sud.</p>
<p>&#8220;Officina Mediterranea&#8221; rappresenta un&#8217;opportunità straordinaria per valorizzare il meridione e coniugare l&#8217;eccellenza artistica e culturale con le bellezze paesaggistiche e le tradizioni enogastronomiche. L&#8217;associazione sarà un punto di riferimento imprescindibile per tutti coloro che desiderano scoprire e promuovere il meglio del sud Italia.</p>
<p>Per ulteriori informazioni e per seguire le attività di &#8220;Officina Mediterranea&#8221;, è possibile visitare la pagina ufficiale su Facebook e il sito web che verrà allestito a breve. Saranno presto divulgate ulteriori iniziative e eventi organizzati dall&#8217;associazione.</p>
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		<title>Io non sono una donna del Sud</title>
		<link>https://www.borderliber.it/nonsonodonna-del-sud/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Sep 2022 01:01:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Balconi]]></category>
		<category><![CDATA[Camminare]]></category>
		<category><![CDATA[Ippolita Luzzo]]></category>
		<category><![CDATA[Mezzogiorno]]></category>
		<category><![CDATA[Nascondere]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Sud]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Ippolita Luzzo Io non sono una donna del sud Non ho mai fatto la salsa di pomodoro Le melanzane ripiene, la conserva di peperoni. Non ho mai  insaccato una salsiccia, non l’ho mai bucherellata Mi fa senso il sanguinaccio, non lo mangerei mai Non pranzo  dalla suocera, però l’ho tanto amata Non vado a [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Di Ippolita Luzzo</strong></em></p>
<p style="font-weight: 400;">Io non sono una donna del sud<br />
Non ho mai fatto la salsa di pomodoro<br />
Le melanzane ripiene, la conserva di peperoni.</p>
<p style="font-weight: 400;">Non ho mai  insaccato una salsiccia, non l’ho mai bucherellata<br />
Mi fa senso il sanguinaccio, non lo mangerei mai<br />
Non pranzo  dalla suocera, però l’ho tanto amata<br />
Non vado a matrimoni, battesimi  e prime comunioni<br />
Non vado neppure ai funerali.<br />
Come potrei salutare quelle persone</p>
<p style="font-weight: 400;">Affrante<br />
messe lì,<br />
in fila indiana</p>
<p style="font-weight: 400;">Non conosco il parentado, non ricordo  i vari gradi<br />
Mi sfuggono gli intrecci, proprio quelli più succosi<br />
Mi distraggo e poi apro le finestre, tiro giù le tende<br />
Su balconi spalancati.<br />
Non spedisco barattoli a mio figlio, non stiro le camicie<br />
E poi non mi nascondo non dico- ho un impegno-<br />
E non ho mai gente a casa, a volte solo amiche</p>
<p style="font-weight: 400;">Non ho mai abitato qui,<br />
non ho mai vissuto qui, ma ora che lo vedo,<br />
ne sono tanto fiera.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il sud  lo porto nel sangue, nel suo colore, nel suo calore<br />
Nella  storia, nel presente,<br />
nel mio viso da bambina</p>
<p style="font-weight: 400;">Nel dolore delle mamme,<br />
delle donne</p>
<p style="font-weight: 400;">Sempre attente, sempre pronte<br />
Sempre vigili e custodi<br />
di una cura sempre eterna</p>
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		<title>Tra le scrittrici maledette: Sibilla Aleramo</title>
		<link>https://www.borderliber.it/tra-le-scrittrici-maledette-sibilla-aleramo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Feb 2022 05:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[follia]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Mezzogiorno]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Letizia Falzone La vita di Sibilla Aleramo è la schiusa di un bruco ansioso di diventare farfalla.Rina Faccio in arte Sibilla Aleramo, nasce ad Alessandria il 14 agosto del 1876 e, ancora bambina, si trasferisce con la famiglia a Milano, dove compie la sua formazione. I primi anni della vita trascorrono però a Civitanova Marche, dove [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Articolo di Letizia Falzone</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La vita di Sibilla Aleramo è la schiusa di un bruco ansioso di diventare farfalla.<br>Rina Faccio in arte Sibilla Aleramo, nasce ad Alessandria il 14 agosto del 1876 e, ancora bambina, si trasferisce con la famiglia a Milano, dove compie la sua formazione.<br><br>I primi anni della vita trascorrono però a Civitanova Marche, dove Rina, maggiore di quattro figli, vive nell’assenza della madre Ernesta e vicinissima al padre Ambrogio, un ingegnere che le trasmette il suo ateismo e che resterà un modello di riferimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un padre, amato molto dalla figlia, in modo esagerato, a tratti edipico, e una madre invece sottomessa al marito e profondamente infelice, afflitta da una depressione che la porterà al tentato suicidio e poi all’infermità mentale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sibilla ammira il sorriso trionfante del padre, la testa fiera ed eretta. Ne descrive minuziosamente i tratti e le movenze, creando profonda fascinazione per lui.<br>La madre è sempre più sconvolta dalla gelosia, diviene folle.<br><br>Sibilla la vede, sempre più pallida ed emaciata, spegnersi in manicomio dopo una vita sottomessa. L&#8217;aveva vista elemosinare briciole di amore, sacrificare se stessa alla cura dei figli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche nel rapporto tra Sibilla e suo padre qualcosa si spezza. Scopre l’adulterio del genitore che tanto amava, con un’operaia della sua impresa, per altro. Ecco che si presenta per lei la prima grande delusione. Sibilla ha quindici anni e questa grande delusione, questa caduta di stima e perdita di un grande punto di riferimento, diventa una tragedia nella sua vita. Sente il padre debole e uguale a chiunque. Percepisce se stessa come sola e abbandonata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo, di delusioni, ne arriveranno altre. Subito accade qualcosa di terribile e ineluttabile. Un dipendente del padre, un impiegato, abusa di lei. Questo abuso interrompe l’adolescenza di Sibilla. L’uomo, per riparare al danno, la chiederà in sposa. Si tratta di un matrimonio riparatore, senza l’ombra del sentimento, da parte di entrambi. Appena sedicenne Sibilla è affidata, abbandonata a costui. Inizia la tragedia silenziosa di una sposa infelice. <br><br>La scoperta della maternità sarà centrale in questa storia. La scoperta di una nuova vita dapprima le appare spaventosa e terribile, tra le preoccupazioni sull’avvenire, sulla propria capacità di essere madre. Ma poi accetta il suo futuro, la stessa malinconia, la possibilità di dare la vita. Così riesce a conferire un senso al suo matrimonio.<br><br>Ma la nascita del bambino non migliora le cose. Quando si ritrova soffocata da un matrimonio umiliante, dopo avere ingerito laudano, a un passo dalla fine, decide di ribellarsi. L&#8217;uomo che l&#8217;aveva prima stuprata e poi portata all&#8217;altare che la soffocava per addomesticarla, non meritava il suo sacrificio. Non era solo violento, era ottuso e pavido. Il che, per Sibilla, era molto peggio.<br><br>Viveva in un labirinto costruito apposta per lei, una donna dallo spirito guizzante rinchiusa e vigilata da un marito sadico e violento. Unico sollievo è la scrittura. Così rinunciò a tutto, anche al figlio tanto amato, pur di salvare se stessa e diventare quello che voleva essere: una persona libera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A partire dal&nbsp;1897 inizia a collaborare con vari giornali e riviste, dalla&nbsp;&#8220;Gazzetta letteraria&#8221; a&nbsp;&#8220;L&#8217;Indipendente&#8221;, dalla rivista&nbsp;femminista&nbsp;&#8220;Vita moderna&#8221; al periodico di ispirazione&nbsp;socialista&nbsp;&#8220;Vita internazionale&#8221;. Il suo impegno si rivolgeva&nbsp;soprattutto alle battaglie per l&#8217;emancipazione femminile.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sibilla decide dunque per il divorzio e si lega a una figura di intellettuale riformista, Giovanni Cena, che vive a Roma, dove l&#8217;autrice si trasferirà. A costo di una grandissima perdita, separarsi dal figlio, che il marito le vieta di portare con sé, Sibilla riuscirà ad andar via da quella casa, da quella illusione di famiglia che per lei è solo una prigione. È una scelta sofferta, dolorosissima ma necessaria per ricominciare a sentirsi viva. Scelta che non le verrà mai perdonata dalla gran parte del mondo letterario femminile, Grazia Deledda prima tra tutte. Il figlio le scrive delle dolcissime, quanto disperate, lettere, in cui le chiede di tornare con lui, di tornare a prenderlo e portarlo con sé, le dice che tutti parlano male di lei, che tengono a impedire categoricamente il loro incontro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A trent&#8217;anni prese in mano la sua vita e al fianco di Cena crebbe dal punto di vista sociale e letterario, e fu qui che iniziò a scrivere &#8220;Una donna&#8221;, con uno stile dannunziano. Un libro apertamente scandaloso, la prima opera letteraria a mettere in discussione la dedizione materna. Il romanzo piombò sulla scena con la forza spudorata di un&#8217;autobiografia. Senza mai fare nomi (i personaggi sono sempre chiamati con il loro ruolo: marito, madre, figlio) denunciava la condizione delle donne e rivendicava la parità tra i sessi. Il successo fu immediato. Se ne parlò in Italia e anche fuori, se ne parlò a lungo. Venne definito il primo libro femminista in Italia, anche se non sempre le femministe amarono la sua autrice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sibilla amava il talento, s&#8217;infiammava per poeti, scrittori e artisti, prendeva ciò che voleva, non chiedeva altro che istanti di passione. Anche quando facevano male e bruciavano di follia. Del resto l&#8217;amore, come recita il titolo di un altro suo libro &#8220;Amo dunque sono&#8221;, è sempre stato l&#8217;unico punto fermo di una vita vorticosa, lo strumento con cui prendeva possesso del mondo e di se stessa. Ogni storia era un diluvio di passione, e di lettere, carte, appunti. Senza nascondere nulla, anche a costo di confondere lettori e critici. In molti la giudicavano. Ma lei nulla, fedele solo a se stessa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo la fine della storia d’amore con Giovanni Cena, intraprese diverse relazioni con i maggiori intellettuali italiani: Vincenzo Cardarelli, Clemente Rebora, Giovanni Papini, Umberto Boccioni, Salvatore Quasimodo.<br>Tra i numerosi amanti di Sibilla si conta pure una donna, la scrittrice Lina Poletti, cui furono dedicate le &#8220;Lettere a Lina&#8221; e parte del romanzo &#8220;Il passaggio&#8221;.<br><br>Tanti amori, nessun amore. Un’immediata indagine psicologica induce a<br>pensare che la leggerezza del suo comportamento era data dall’affetto perduto del padre e la disperazione segreta per non aver più rivisto il figlio.<br>Uomini, tanti uomini, giovani, molto giovani. Fragile donna mai stata consapevole del suo valore, anima dai sentimenti confusi, nel desiderio sconnesso nascondeva la privazione di una vita normale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come membro della sezione romana dell&#8217;Unione femminile nazionale, si impegnò per istituire scuole serali femminili&nbsp;&nbsp;e scuole festive per contadini di entrambi i sessi e fece parte del Comitato per l&#8217;istruzione delle popolazioni nel Mezzogiorno costituito dopo il terremoto&nbsp;del 1908.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">A partire dal 1910 inizia un periodo molto intenso per la Aleramo, segnato da viaggi e nuovi amori. Durante gli anni della Prima Guerra Mondiale conosce il suo grande amore, lo scrittore Dino Campana, un poeta vittima della sua sensibilità, oppresso da problemi psichici.<br><br>Inizia una relazione passionale e burrascosa. Per lei il poeta improvvisò i suoi versi più belli. Il carteggio tra i due fu pubblicato sotto il titolo &#8220;Un viaggio chiamato amore. Lettere 1916-1917&#8221;.<br>Dieci anni di meno di quella donna tanto bella, tanto desiderata dagli uomini. Il loro è un rapporto tormentato, lei ha già avuto tante relazioni con i più famosi intellettuali del tempo, lui è divorato dalla gelosia resa ancor più esasperata dalla malattia mentale che lo accompagna da quando aveva 15 anni.<br><br>Dopo pianti, slanci e ardite riconciliazioni la passione tra Aleramo e Campana si spense, fu un amore che giunse quasi a sfiorare la follia come disse la stessa Sibilla. Il loro amore si concluderà tragicamente un anno prima dell&#8217;internamento dell&#8217;autore dei &#8220;Canti orfici&#8221; nell&#8217;ospedale psichiatrico di Villa di Castelpulci, nei pressi di Scandicci. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Lei non si fermò più. Incapace di sostare a lungo nella stessa città, continuò a lottare in una infinità di modi diversi contro la società repressiva, la famiglia autoritaria e per la liberazione della donna. A 53 anni, famosa letterata, giornalista, femminista, pacifista e socialista, si rivolse a Mussolini. Per fame. Viveva in una soffitta gelida di via Margutta, i lettori e i critici l&#8217;avevano abbandonata. Eppure, indomabile, chiese di essere nominata membro dell&#8217;Accademia d&#8217;Italia. Lui rifiutò ma poi le concesse un piccolo aiuto economico. Andò avanti così, alla meno peggio, per una quindicina di anni. Poi scoppiò la guerra e paralizzata la voce poetica, iniziò ad annotare nei diari le morti e le distruzioni. Maturò così la scelta politica che la porterà nel 1946 a chiedere la tessera del Partito comunista: si era incendiata di una nuova passione, questa volta politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse il fascino che la sua figura emana ancora adesso, oltre sessant’anni dopo la sua morte, deriva proprio da questo: non tanto dal suo femminismo precoce, ma dal suo essere sempre padrona delle proprie scelte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Visse ostinatamente, cocciutamente, passionalmente all’estremo limite tra letteratura e vita. Amò senza misura, ma fu sempre padrona di se stessa e invitò le donne, tutte le donne, a fare altrettanto. Fu la prima donna, a inizio Novecento, a rivendicare il diritto di una donna di dire “Io” attraverso la scrittura. Emanava quel fascino che aveva colto così bene Montale, dopo la sua morte, definendolo “fermezza”; era quello il suo segreto. O forse lo scandalo di una vita pienamente. vissuta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sibilla Aleramo si spense nel 1960, all’età di ottantatré anni in una clinica romana, povera, ma ostinatamente libera. E con lo sguardo nobile di chi è stata padrona del proprio destino. Ai lettori il lascito dell&#8217;opera più importante, quell&#8217;immenso diario che scrisse ininterrottamente dal 3 novembre 1940 al 2 gennaio 1960, e migliaia e migliaia di carte.<br><br>“Ho fatto della mia vita – scrisse nel suo diario – come amante indomita, il capolavoro che non ho avuto così modo di creare in poesia”.</p>
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		<title>‘U Brigante. Un racconto di Antonella Perrotta</title>
		<link>https://www.borderliber.it/u-brigante-un-racconto-di-antonella-perrotta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Apr 2021 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Brigante]]></category>
		<category><![CDATA[Cenzino]]></category>
		<category><![CDATA[Mezzogiorno]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Terra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto di Antonella Perrotta Ad ogni processione c’era lui. In prima fila.Portava la croce di Cristo e stava pure tutto contento.Portare la croce in processione per Cenzino Mangano era un privilegio e una soddisfazione. Procedeva sorridente, concentrato, col capo eretto, le braccia ferme piegate all’altezza del busto, le dita delle mani strette sul legno, i [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Racconto di Antonella Perrotta</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ad ogni processione c’era lui. In prima fila.<br />Portava la croce di Cristo e stava pure tutto contento.<br />Portare la croce in processione per Cenzino Mangano era un privilegio e una soddisfazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Procedeva sorridente, concentrato, col capo eretto, le braccia ferme piegate all’altezza del busto, le dita delle mani strette sul legno, i passi cauti, ché mai si fosse detto che Cristo Signore ondeggiasse in processione come un ubriaco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era bravo Cenzino. Il migliore. Non l’aveva mai fatta sbandare, la croce. E la gente applaudiva, a lui per primo, che stava davanti, e, soltanto poi, alla statua del Santo e alla banda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando si muoveva in processione, Cenzino si scordava di tutto e di tutti, pure della miseria, della balbuzie, del figlio che se ne era andato in America e, addio, non era più tornato e di sua moglie Concettina che, anche se non era più fresca come una rosa di maggio, veniva ancora detta “l’Allegra” per via delle sue consuetudini libertine. Ché, poi, che Concettina gli mettesse le corna da sempre, pure prima del matrimonio, lo sapevano tutti, fuorché Cenzino che a queste cose non badava. Quisquilie rispetto alla pena del Cristo in croce e allo spettacolo che, anche grazie a lui, di tale pena si soleva dare, a ricordo del sacrificio dell’Uomo e del Figlio di Dio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In paese, lo chiamavano “’U Brigante”, ma era questo uno dei rari casi in cui il soprannome non descrive la persona, non ne sviscera e rende plateali i vizi o le virtù. Era un soprannome a sfottò perché, di brigante, Cenzino non aveva neanche la calabresità. Era un trovatello, venuto da chissà dove, figlio di una profuga, ai tempi della Grande Guerra. Almeno, per quel che si diceva in giro. Pareva un mezzo tonto, in verità, forse per colpa del sapore di guerra di cui sapeva il latte della madre o dei boati delle bombe che, da neonato, gli avevano disturbato il sonno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Portò la croce per tutta la vita Cenzino ‘U Brigante. Croce di legno di chiesa e croce per davvero. La portò fino a settant’anni quando, d’un tratto, un Venerdì Santo, la croce sbandò, si piegò prima da un lato, poi dall’altro, fino a cascare a terra, sull’acciottolato in pietra antica, dritta sul suo corpo. La gente accorse, soccorse, ma non ci fu nulla da fare. ‘U Brigante era morto in processione e sorrideva di un sorriso beato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Aveva capitu tuttu da’ vita!” esclamò qualcuno, lì, tra la folla.<br />“E che aveva capito ‘U Brigante?” chiese qualcun altro.<br />“Che la croce appartiene agli uomini. Ognuno tiene la sua. E, allora, tanto vale portarla con orgoglio e col sorriso.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">A quelle parole, gli uomini si tolsero il cappello e le donne recitarono un requiem in memoria di Cenzino Mangano che brigante non era e, forse, nemmeno tonto.</p>
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