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		<title>L&#8217;uomo senza riposo. Intervista a Lucrezia Lombardo</title>
		<link>https://www.borderliber.it/uomo-senza-riposo-domande/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Oct 2024 03:20:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista di Martino Ciano sul saggio di Lucrezia Lombardo dal titolo &#8220;L&#8217;uomo senza riposo&#8221;. Le foto che trovate in questo articolo sono state fornite da Lucrezia Lombardo Qual è la differenza che separa “l’essere umano cosciente” dall’intelligenza artificiale? Quale il destino dell’uomo nell’odierna epoca di crisi, in cui ogni certezza pare erodersi? Sono queste alcune [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Intervista di Martino Ciano sul saggio di Lucrezia Lombardo dal titolo &#8220;L&#8217;uomo senza riposo&#8221;. Le foto che trovate in questo articolo sono state fornite da Lucrezia Lombardo</strong></p>
<p>Qual è la differenza che separa “l’essere umano cosciente” dall’intelligenza artificiale? Quale il destino dell’uomo nell’odierna epoca di crisi, in cui ogni certezza pare erodersi? Sono queste alcune delle cruciali domande a cui il saggio “L’uomo senza riposo” intende rispondere. Intanto, abbiamo voluto intervistare l&#8217;autrice, Lucrezia Lombardo. Il libro è stato pubblicato a settembre 2024 dalla casa editrice Gfe.<br />
Buona lettura.</p>
<h3>Nel tuo saggio &#8220;L&#8217;uomo senza riposo&#8221; sembra quasi che l&#8217;individuo sia diventato un essere privo di consapevolezza, in quanto non si rende conto di essere ormai &#8220;mero concorrente&#8221; di un gioco forzato, anzi truccato? Sei d’accordo?</h3>
<p>Come affermi, ne “L’uomo senza riposo”, l’individuo è descritto nella propria letargia, un atteggiamento d’inconsapevolezza indotto dal sistema socio-politico-economico e culturale odierno. Un sistema di stampo biocapitalistico e kratoscientifico. Il secondo concetto, nello specifico, si riferisce, all’interno della mia ricerca, alla dinamica per cui il potere &#8211; degenerato ormai a dominio &#8211; e la tecnica si intrecciano allo scopo d’instaurare un controllo omnipervasivo sulle vite degli individui, resettandone non soltanto la psiche, bensì la coscienza (pensiamo, in tal senso, al ruolo dei mezzi di comunicazione). La coscienza è il substrato primario dal quale la psiche trae origine ed è la struttura che rende possibile lo sviluppo del “discernimento morale” nel soggetto. Difatti, nella misura in cui l’individuo perde il contatto con la propria coscienza, perde anche la relazione intima con se stesso, smarrendo la facoltà di orientarsi nel mondo attraverso la libertà. Non vi è autentica libertà, del resto, senza precedente capacità di giudizio.</p>
<p>L’uomo senza riposo, allora, è qualcuno che ha smarrito la facoltà di connettersi con la propria coscienza, subendo così le conseguenze di tale rimozione in termini di disorientamento e infelicità. Per parlare di felicità, difatti, occorre che nel singolo sia attiva la capacità di scegliere, da cui dipende l’uso della libertà. E, laddove quest’ultima viene meno, è la fioritura stessa della natura umana che risulta amputata, tanto che il soggetto è ridotto a merce, a macchina, a prodotto e meccanismo di un ingranaggio. Le cause di questo reset morale &#8211; quindi cognitivo &#8211; sono molteplici. Tuttavia, la principale conseguenza di esso è riassumibile nei termini di una “riprogrammazione” dell’individuo, in quanto ente soggiogato dalla manipolazione sociale e privo della capacità di pensare criticamente, dunque, della capacità di scegliere e agire consapevolmente sia sul piano personale, che collettivo. S’impongono, così, modelli imitativi e identità collettive -veicolati anche dai mass-media- che schiacciano la fioritura individuale, solo “luogo” in cui si radica la felicità.</p>
<p>Quando la struttura sociale si trasforma da luogo di convivenza, in meccanismo di dominio, del resto, l’individuo perde la propria ricchezza umana, trasformandosi in uno strumento di produzione, in mezzo funzionale alla dinamica economica e al perdurare di un sistema che non vuole l’emancipazione dei singoli, né la loro valorizzazione in termini di benessere psicologico e di riuscita esistenziale.</p>
<h3>La destrutturazione valoriale, come la definisci tu, implica tutto; l&#8217;uomo ha perso non solo l&#8217;orientamento, ma anche l&#8217;orizzonte; persino i significati mutano velocemente. Secondo te, anche questi fattori stanno causando le &#8220;derive autoritarie&#8221; dei popoli europei?</h3>
<p>Il crollo dei valori implica il tramonto di un orizzonte condiviso sul piano collettivo e di un orizzonte di senso sul piano individuale. Senza un orizzonte condiviso entra in crisi la possibilità di una pacifica convivenza tra individui e, con essa, la democrazia e i diritti inalienabili che la fondano. Al contempo, senza un orizzonte di senso sul piano individuale, il singolo smarrisce se stesso, perdendo la capacità del discernimento e l’uso responsabile della libertà. Inoltre, tale crollo dei valori è anche “un collasso della speranza”: il futuro, cioè, non è più concepito secondo una progettualità costruttiva, bensì come dimensione labile e della quale avere paura; in alternativa, esso è visto come fonte di ansia incontrollabile per un soggetto schiacciato dalle prestazioni che è chiamato a compiere.</p>
<p>Il crollo dei valori, allora, rimanda chiaramente allo smarrimento di coordinate guida e punti di riferimento che siano in grado di fornire ai soggetti, e alle società, quella stabilità di cui vi sarebbe, ancora oggi, un ancestrale bisogno. Tali punti di riferimento, un tempo erano costituiti da istituzioni egemoni &#8211; penso alla famiglia, alla scuola, alla Chiesa e così via &#8211; in seguito si è cercato di fare in modo che l’individuo ricercasse in se stesso i valori a cui aderire (penso al concetto nietzschiano di trasvalutazione dei valori). Tuttavia, tale processo di introiezione dei valori non è riuscito perfettamente, in quanto ciascuno si è fatto portatore della propria percezione del reale. In tale contesto di relativismo radicale, i significati &#8211; come giustamente affermi &#8211; mutano a una velocità incessante e ogni prospettiva si rivela parziale, temporanea, provvisoria, determinando l’appiattimento “sul medesimo livello” delle plurali teorie, ridotte adesso a meri punti di vista.</p>
<p>Non è un caso che la società dei nostri giorni sia instabile, perennemente in evoluzione e che, in essa, il soggetto provi una sorta d’impossibilità a incidere su dinamiche sempre più impersonali. Paradossalmente, tale instabilità determina negli individui un bisogno di rimando di stabilità radicale, che può condurre all’avvento di nuovi autoritarismi che incarnino un modello alternativo rispetto alla precarietà contemporanea, derivante dalla globalizzazione e dai processi socio-economici e politici in corso.</p>
<p>È vero altresì, che la preoccupante deriva autoritaria che si prospetta, è connessa alla perdita di peso politico degli individui, sempre più esclusi dalle dinamiche decisionali, marginalizzati, e ridotti alla mera sopravvivenza (la precarietà si fa, infatti, anche materiale e lavorativa). Gli individui, inoltre, perdono la capacità di sviluppare un pensiero autonomo, nella misura in cui i processi di manipolazione &#8211; anzitutto consumistici, quindi propagandistico-politici e mediatici &#8211; hanno per scopo quello di programmare soggetti in serie, tutti orientati alla produzione e all’auto-realizzazione edonistica.</p>
<p>L’individuo inconsapevole odierno, allora, è un soggetto che non sa distinguere ciò che è attendibile, da ciò che non lo è, e che non è in grado d’interrogarsi. Questo è il giusto presupposto per derive autoritarie, nelle quali l’egemonia è traslata dalla base popolare, a cerchie oligarchiche, mentre le masse sono abbandonate all’inconsapevolezza e alla lotta per la sopravvivenza.</p>
<h3>Cosa c&#8217;entra Cristo con il tuo saggio? Leggi la sua lezione da un punto di vista storico?</h3>
<p>Giusta domanda. Il saggio si apre infatti con la figura di Cristo e con il passaggio, tratto dal Vangelo, nel quale Gesù interroga la guardia che lo percuote, per capire il perché di tale violenza. E la cosa interessante è che, il dialogo tra Cristo e la guardia, mette in luce proprio la gratuità del brutale gesto. Ciò che più m’interessava, era proprio avviare la riflessione a partire dal tema della violenza e della sua origine.</p>
<p>Come nasce l’abuso? E quali gli intimi motivi che spingono a compierlo? Erano queste alcune delle domande a cui volevo tentare di dare una risposta. La violenza, difatti, si rivela sempre immotivata e assurda &#8211; questo è il punto!- e la domanda provocatoria che Cristo pone alla guardia che lo percuote, centra la questione.</p>
<p>Difatti, nella misura in cui la violenza è sempre assurda &#8211; e le motivazioni che tentano di giustificarla sono sempre scuse &#8211; le intime cause di essa vanno ricercate in profondità, nella psiche e nel sentire del soggetto che compie gesti di abuso. Ancor più, ciò è vero in un contesto socio-politico, come quello odierno, caratterizzato da una violenza diffusa, in cui il progresso tecnologico non va di pari passo con la crescita nella capacità di una convivenza pacifica. Tant’è che violenza e paura divengono oggi vere e proprie componenti del linguaggio e della prassi politica, caratterizzata com’è da una crescente entropia e dal proliferare di plurali conflitti, anche se, per adesso, esterni “ai confini” dell’Occidente.</p>
<p>La figura di Cristo, allora, era necessaria per arrivare a parlare del tema del discernimento, nella misura in cui, solo coloro che non hanno contatto con la propria parte morale, cedono alla spirale violenta, facendo prevalere sulla natura empatico-relazionale e razionale, l’impulso dell’appropriazione, il dominio e il correlato bisogno dell’altrui obbedienza. L’uomo che abbia rimosso la parte morale, e che abbia quindi perduto la propria stabilità interiore è, allora, un soggetto incline alla violenza e bisognoso di schiacciare gli altri per trovare un senso alla propria vacua esistenza.</p>
<p>Il Cristo, con la sua domanda, smaschera questo meccanismo, che è poi la radice del dominio biopolitico e della deriva autoritaria, che le nostre democrazie inaridite stanno subendo.</p>
<h3>&#8220;L&#8217;uomo senza riposo&#8221; non parla di riposo dal punto di vista fisico, questo mi sembra lampante, ma di quello dello spirito. Ma come possono mente e anima &#8220;riposare&#8221; davanti ai continui impulsi della società contemporanea che invitano all’azione frenetica?</h3>
<p>È proprio questo il punto: nella misura in cui viviamo in una realtà frenetica, che con stimoli continui sollecita il desiderio e la volontà, diviene fondamentale, per l’individuo, ritagliarsi uno spazio sicuro, nel quale ascoltare il silenzio e ritrovare se stesso, esercitando l’antica arte del discernimento, che proprio la velocità contemporanea vorrebbe cancellare. E, poiché il mondo muta a una velocità inafferrabile, lasciando l’individuo perennemente frustrato e con un senso d’incompletezza, il luogo entro cui potersi riposare deve diventare interiore e coincidere con lo spirito, a cui si accede a partire da una mente tranquilla, come la stessa tradizione orientale &#8211; e teologica in generale &#8211; insegna da secoli.</p>
<p>Per approdare a tale luogo interiore di quiete, occorre, anzitutto, apprendere come dominare la mente e ripulirla dai desideri indotti e dalle ambizioni frustranti e mimetiche, che fanno sentire gli uomini e le donne di oggi perennemente inadeguati, costringendoli a realizzare performance sempre più faticose e competitive. Il luogo del riposo interiore abbisogna allora, in primis, di tempo e che il soggetto torni padrone di esso, senza farsene dominare.</p>
<p>A un simile luogo interiore si può giungere solo grazie ad alcuni esercizi: la contemplazione e lo studio, intesi come attività da condurre nella calma e nel silenzio; il contatto con la natura intesa come contesto in cui farsi osservatore vigile e la relazione autentica con gli altri. Una relazione che richiede anche di scomodarsi per gli altri e, talvolta, di sacrificarsi per il bene altrui (compassione): tutte azioni che aiutano a decentrarsi dal proprio egoismo edonistico.</p>
<p>La frenesia e la continua sollecitazione dei desideri che il singolo subisce, di contro, sono funzionali acché l’individuo dimentichi la capacità di relazionarsi intimamente con se stesso e quella di costruire rapporti autentici con gli altri, in modo tale da perdere la capacità di considerare il mondo come un ambiente accogliente e del quale ciascuno è parte viva.</p>
<h3>Lucrezia Lombardo quanto si sente riposata, o quanto prova a non esaurire tutte le proprie energie? Chiedo questo perché molti autori, senza farne troppo mistero, scrivono e indagano su situazioni di cui si sentono tanto protagonisti quanto vittime.</h3>
<p>Bellissima domanda!</p>
<p>Devo dire che l’arte del riposo è &#8211; oggi più che mai &#8211; qualcosa che si apprende, poiché la nostra esistenza postmoderna non segue più il ritmo delle stagioni, né conosce la stabilità del lavoro fisso, di relazioni durature e così via… Dunque, entro tale contesto da cui non è possibile &#8211; né giusto &#8211; astrarsi, anch’io, al pari di chiunque altro, sono sulla via dell’apprendimento dell’arte del riposo.</p>
<p>Non è tuttavia facile sviluppare tale arte e, soprattutto, riuscire a mantenere la mente libera dai condizionamenti esterni, che concernono preoccupazioni, paure, problemi economici e relazionali, finti desideri e ambizioni mosse da invidia e rivalità… Eppure, il riposo è, anzitutto, quiete della mente, quindi dello spirito: solo quando la mente si libera da ciò che non le appartiene davvero, essa riesce ad aprirsi alla vita e al mondo in modo nuovo e gioioso.</p>
<p>Questo nuovo modo di vivere si caratterizza per la fiducia e per l’apertura, che sostituisce adesso la chiusura della paura. Inoltre, in questo nuovo modo di vivere, le relazioni &#8211; con noi stessi e con gli altri &#8211; tornano a fiorire. Devo dire, poi, che che il tema del riposo è di mio interesse, poiché volevo giungere a elaborare una vera e propria filosofia del riposo, in quanto di esso &#8211; io per prima &#8211; ho sentito a lungo la mancanza.</p>
<p>Una vita e una società che costringe tutti noi a lottare quotidianamente per la sopravvivenza, per il lavoro, per il riconoscimento, per il merito, per relazioni stabili, e in cui normali strumenti per una vita dignitosa sono divenuti orami eccezionali (penso al lavoro, a una casa, a relazioni durature, etc), occorre ripartire proprio da no istessi e dal recupero della capacità di guardare con maggiore oggettività le cose, senza farsi sommergere da esse, né schiacciare dallo scenario tragico in cui siamo catapultati… Ritorno quindi, ancora una volta, al tema fondamentale del discernimento, che è, anzitutto, capacità di ascoltarsi e ascoltare, riconoscendo ciò che è davvero importante rispetto a ciò che non lo è (penso, per esempio, ai tanti desideri sociali indotti per cui ci danniamo, o ai modelli sociali imposti con una sottile manipolazione e per i quali lottiamo competitivamente gli uni contro gli altri).</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-10666 size-large" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2024/09/Copertina_Uomo_Riposo.jpg?resize=800%2C1024&#038;ssl=1" alt="L'uomo senza riposo di Lucrezia Lombardo" width="800" height="1024" data-recalc-dims="1" /></p>
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		<title>Esiste un paese normale?</title>
		<link>https://www.borderliber.it/esiste-un-paese-normale-pietrosanti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Aug 2023 02:44:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo e foto di Fabio Pietrosanti Sempre più spesso, affaccendati nel nostro quotidiano, ma con l’orecchio sempre connesso al media più prossimo, l’erede del tubo catodico, sentiamo parlare, del nostro come di un “paese alla frutta”. In realtà più che pensare ad un cesto colmo di pomi e chicchi colorati, potremmo tranquillamente dire che questo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Articolo e foto di Fabio Pietrosanti</strong></em></p>
<p>Sempre più spesso, affaccendati nel nostro quotidiano, ma con l’orecchio sempre connesso al media più prossimo, l’erede del tubo catodico, sentiamo parlare, del nostro come di un <strong>“paese alla frutta”</strong>. In realtà più che pensare ad un cesto colmo di pomi e chicchi colorati, potremmo tranquillamente dire che questo paese si è trasformato in una permanente <strong>“sagra della ricerca della normalità”</strong>.</p>
<p>È indubbio che, nel lessico mediatico, si faccia costantemente riferimento ad una ipotetica<strong> “normalità”</strong>, dalla quale lo stivale tricolore sarebbe ancora lontano. Il che sottintende, sorridendo alla tesi dell’imbonitore da salotto televisivo di turno, <strong>che una normalità “oggettiva” esista.</strong> Non solo, ma sarebbe a portata di mano se solo la si volesse cogliere. Ora, senza entrare nel labirinto delle varie accezioni del termine, appare del tutto evidente, anche all’osservatore meno attento e qualificato, che lo spazio compreso tra la prima consonante e l’ultima vocale del termine “normale” vada ben oltre le tre sillabe e le sette lettere di cui è composto.</p>
<p><strong>Normale è qualcosa di profondamente diverso dal concetto elementare che i più, per semplificazione, per fretta, superficialità o per ignoranza, premiano.</strong> O forse, semplicemente non esiste una normalità che possa considerarsi tale “urbi et orbi”. Del resto, appare fin troppo facile sostenere che un paese nel quale si renda necessario sottolineare a gran voce che l’amore non debba sottostare alle regole della “non contaminazione” dei generi, non sia un paese normale. Che in un paese “normale”, le minoranze <strong>non dovrebbero sudare le proverbiali sette camicie per vedere affermati diritti e principi</strong> che sono alla base del più banale buon senso. Come se fosse necessario sostenere che l’acqua bollente brucia la pelle.</p>
<p>Che un paese “normale” non tollererebbe conflitti di interesse tanto grandi quanto duraturi. Perché, se una parte beneficia di quei conflitti, l’altra beneficia della bandiera della lotta contro quei conflitti. Entrambe intenzionate a non risolverli, il primo per evidenti interessi, il secondo per poter mantenere l’asta di quella bandiera e sventolarla, alla bisogna, come un ex voto. <strong>“Se vogliamo che tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi”.</strong></p>
<p>L’illuminante frase di <strong>Filippo Tomasi di Lampedusa nel “Gattopardo”</strong> fotografa quello che si trasformerà, nel tempo, in uno stato permanente. Tutti pronti a gridare, con artefatto sdegno, <strong>“al lupo, al lupo”</strong>, senza imbracciare mai un fucile per scacciarlo, quel lupo. Altro che “paese normale”. Del resto, nella comune accezione del termine, non può considerarsi un paese “normale” quello nel quale una intera generazione portatrice di assoluta deficienza di capacità genitoriale,<strong> condividendo con i figli spazi virtuali costruiti non per donare libertà, ma per appropriarsi di dati, gusti, preferenze, idee, diventano anch’essi minuscole rotelle di macro-ingranaggi troppo grandi per essere anche solo percepiti.</strong></p>
<p>Una caduta in una dimensione artefatta, nella quale valori, principi, etica, buon senso, giustizia, finiscono per essere trasformati in un frullato, che li rende irriconoscibili, dalla medesima centrifuga che trova il suo motore in inesplicabili algoritmi. <strong>Ed ecco allora orde di giovanissimi macchiarsi di reati odiosi, apparentemente per scelta responsabile, in realtà per aver perso completamente di vista cosa sia giusto e cosa no.</strong> Sono gli stessi che battono i piedi per un “no” al quale sono disabituati, e non per loro colpa atavica. Valori semplici come il rispetto, l’altruismo, il sacrificio, diventano chimere, al tempo dei like, al tempo del tutto e subito.</p>
<p>Non impegno, applicazione, sudore, ma visualizzazioni, la scorciatoia per un benessere tanto dorato quanto effimero. Perché prima o poi arriverà un nuovo algoritmo invisibile, che rimescolerà le carte in tavola durante la partita. Lasciando il re nudo. In questo parossismo, fatto di tutto e fatto di niente, il famoso “muretto”, quello scaldato dai jeans contenenti le chiappe dei ragazzi degli anni ’60, ’70, ’80, assume dignità di “cosa normale”.<strong> Fiumi di parole spese alla ricerca di una presunta “normalità”, che sempre più assume i connotati dell’Araba Fenice,</strong> per farci capire che forse, quando pensavamo di avere tutto e ci sentivamo padroni del mondo, non eravamo poi così lontani dal vero; <strong>e che forse aveva ragione Tomasi di Lampedusa.</strong></p>
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		<title>E poi, non ci parliamo più</title>
		<link>https://www.borderliber.it/e-poi-non-ci-parliamo-piu/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Aug 2022 01:14:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Media]]></category>
		<category><![CDATA[Minaccia]]></category>
		<category><![CDATA[paura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Ippolita Luzzo &#8211; Professoressa, non mi parla. &#8211; No, è lui che non mi parla. Ribatteva il compagno di banco. Non mi parla ed io non lo parlo. Si susseguono così le ore di lezione nel mio primo anno di ruolo nella scuola media. Io, ignara o dimentica di queste dinamiche, non prendevo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Articolo di Ippolita Luzzo</strong></em></p>
<p>&#8211; Professoressa, non mi parla.<br />
&#8211; No, è lui che non mi parla.</p>
<p>Ribatteva il compagno di banco.<br />
Non mi parla ed io non lo parlo.<br />
Si susseguono così le ore di lezione nel mio primo anno di ruolo nella scuola media.</p>
<p>Io, ignara o dimentica di queste dinamiche, non prendevo posizione, incerta e confusa agivo, secondo me, con buon senso, cercando malamente di arginare le urla, il vociare, i dispetti che i miei piccoli alunni facevano l’un l’altro. A volte, stanca di tutto quel baccano, demoralizzata alzavo la voce, Ed era la fine della lezione, gli alunni, invece di calmarsi riprendeva con più avvenenza protestando le loro  rivendicazioni. Chiedevo consigli ai colleghi più esperti.</p>
<p>-Non si parlano &#8211; dicevo.</p>
<p>I maschi risolvevano con l’autorità, con il potere, con il timore; le donne, materne, con la comprensione, con le favole, mi consigliavano di cercare di distrarre quei piccoli esseri verso il regno delle fantasie e dell’immaginazione. Seguii quel consiglio e restai nel mondo dell’immaginazione dove tutto si placa, dove i conflitti ci sono, terribili, ma trasfigurati e combattuti da creature angeliche, da guerrieri della luce, da fate dai capelli turchini, dove il bene trionfa sul male e i sentimenti sono il valore della vita.</p>
<p>Che mondo fantastico finché ci sono rimasta! Perché ora punirmi e catapultarmi di nuovo in questa triste dimensione dove – Non ti parlo – Non mi parla – dove nessuno parla più con l’altro, dove anche gli adulti peggio dei mie piccoli alunni non si parlano più, per dispetto, per ripicca, per vendetta, per creare disagio e tormento?</p>
<p>Figli che non parlano le mamme, i papà, nipoti che non parlano con nonni, zii, zie, amici carissimi che all’improvviso ecco non si parlano più, colleghi di lavoro che non si rivolgono un saluto, vicini di casa che non osano fare nemmeno una domanda per paura di invadere, di essere di fastidio, vicini di casa a volte suscettibili, permalosi, a volte impauriti, diffidenti, perché nessuno si parla più, anche se si vive gomito a gomito.</p>
<p>Sconosciuti.<br />
Non ci parliamo più.</p>
<p>Cosa avrà fatto di male questa parola per essere trasformata, come arma di offesa, maneggiata come una bomba ad orologeria pronta ad essere lanciata. Ecco le parole usate solo come dardi, lance infuocate eppure tenute ben strette, non usate, perché il silenzio sia la giusta punizione verso chi non ci merita. Che cosa triste e come era bello il mondo delle parole nel paese della immaginazione.  Voglio ritornare al mio paese; il mio paese non è quello di Alice, un po’ catastrofico, anche se rutilante di colori, il mio paese non è quello di Avatar, è il paese dove i classici della letteratura si parlano, il paese dove i libri si parlano fra di loro, visto che le persone hanno cessato di farlo. Ed i libri, io credo, si faranno tante risate, vedendoci litigare come le rane nello stagno.</p>
<p>&#8211; Mia figlia non mi parla &#8211; Mi racconta al telefono una cara donna che ha vissuto per questa figlia e per un figlio, ha lavorato e messo da parte risparmi per darli poi a loro, mai un cinema, una passeggiata, una pizza, una gita, sempre ho messo da parte per loro – e quando poi hanno avuto bisogno io ho pulito, cucinato, lavato, rassettato, per amore, felice di farlo ora … ed ora il nipotino, la nipotina… Ed ora non mi parlano più …</p>
<p>-Sono diventata di troppo, sono invadente mi dicono, mi impiccio, ho idea diverse mi devo togliere dai piedi…</p>
<p>Così dice il suo sfogo!<br />
Beati i tempi in cui ci si rivolgeva ai nostri genitori chiamandoli signora mamma, signore babbo.<br />
Beati i tempi in cui il timore diventava rispetto, il pudore tratteneva gli istinti; il denaro non veniva agitato come unico lasciapassare per entrare.</p>
<p>Ma dove – dico io?</p>
<p>Nel vuoto del mondo senza immaginazione viviamo di suoni, di figure, di sollecitazioni, di consumi, di appuntamenti, di spostamenti, di acquisti. Nel vuoto le nostre parole vuote, i nostri sguardi vuoti, le nostre mani vuote, il nostro portafoglio pieno di carte.</p>
<p>Ma per favore!</p>
<p>Riprendiamoci la fantasia e ridiamo di noi stessi, che siamo rimasti sempre, come i miei piccoli alunni di scuola media!</p>
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		<title>Di generazione in generazione. Il cronista avveduto e la &#8220;boomeranza&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Jul 2022 06:42:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[generazione]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Media]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo e foto di Martino Ciano Riprendo di nuovo il discorso con questi tre ragazzi. La ragazza che prega ha il passo svelto e lo sguardo basso. I capelli castani si adagiano sul maglione viola. Tira le maniche fin sopra le mani diafane e ossute. Un jeans fin troppo classico, di antica foggia, cade dritto, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Articolo e foto di Martino Ciano</strong></em></p>
<p>Riprendo di nuovo il discorso con questi tre ragazzi.</p>
<p><em>La ragazza che prega</em> ha il passo svelto e lo sguardo basso. I capelli castani si adagiano sul maglione viola. Tira le maniche fin sopra le mani diafane e ossute. Un jeans fin troppo classico, di <em>antica foggia</em>, cade dritto, senza pieghe. Labbra sottili incastonate in un viso da vestale le danno un atteggiamento timido e introverso, ma sono sicuro che quella sia solo una smorfia di difesa. I tre ragazzi sghignazzano, come se lei avesse un conto in sospeso con loro.</p>
<p>Quando ci passa davanti mormora <em>Stronzi</em>. Loro continuano a ridere. Il ragazzo con la Terza Media sussurra agli altri due <em>Ave Maria, s&#8217;è fatta straniera, manco ci saluta, tutta colpa tua!</em> Rivolgendosi a quello con il Padre Giustiziere&#8230; <em>E che le ho fatto, io l&#8217;avevo invitata a mangiare una pizza e quella l&#8217;ha presa come una proposta di matrimonio! Un bacio ci siamo dati&#8230; </em>E quello con i Genitori Divorziati interviene <em>Ma tu le hai scritto Ti amo!</em></p>
<p><em>Ti amo &#8216;sta minchia, </em>ribatte lui, che forse si sente in colpa, <em>lei mi piace, ma chi ci resta qui. Le ho detto che me ne voglio andare da &#8216;sto paese di merda, che mica ho tempo da perdere tra &#8216;sti coglioni. </em>Lei è già lontana da noi, una silhouette che si sgretola tra i palazzi che circondano la piazza. <em>Quella ha avuto una delusione d&#8217;amore e mo&#8217; sa solo studiare e pregare. A scuola ha detto alle sue amiche che gli uomini neanche lì cerca più, megli</em>o <em>Dio.</em> Così dice il ragazzo con il Padre Giustiziere, e gli altri due ridono; io li ascolto, per loro continuo a non esistere. <em>E speriamo che solo Dio le piaccia. </em>Aggiunge quello con i Genitori Separati.</p>
<p>Il ragazzo con la Terza Media si gira verso di me e mi chiede <em>Signò, ma mica poi scriverete quello che ci stiamo dicendo? </em>In un primo momento dico &#8220;no&#8221;, poi mi rendo conto che in un modo o nell&#8217;altro ne parlerò, perché è interessante mettere in evidenza le differenze, di come certi pensieri siano rimasti immutati. <em>Anche noi alla vostra età volevamo scappare da questo paese. Qualcuno l&#8217;ha fatto, altri sono tornati&#8230; </em>ma come dico così, il ragazzo con il Padre Giustiziere si siede e interviene <em>Io non torno. Se me ne vado qui ci torno solo d&#8217;estate e piscio in mare. </em>La voce diventa rabbiosa. <em>Devo rimanere qui per farmi le canne? Per farmi sottopagare, per farmi prendere per il culo? Non ditemi che sono cafone, ma qui non c&#8217;è niente. E poi mio padre mi ripete sempre che me ne devo andare, che qua solo i cani morti ci restano. </em>E quello con la Terza Media si innervosisce, si accende una sigaretta e grida <em>Ma perché io sono un cane morto? Il Signore che qui ci vive è un cane morto? </em>E lui risponde <em>No, no, non capisci un cazzo, come sempre! E poi tu che fai? Fumi, giochi a carte, tra un po&#8217; ne metti pure una incinta e finisce la vita tua. A cinquant&#8217;anni ti trovo con la panza, divorziato e alcolizzato.</em></p>
<p><em>Ma voi non credete che qualcosa possa cambiare? </em>Intervengo io, giusto per smorzare i toni. Mi risponde quello con i Genitori Separati<em> Vabbè, non è che le cose non possono cambiare, ma meglio andare dove la vita è più semplice. Che poi qui dicono che è tutto bello; che la gente è più umana; ma non è vero&#8230; </em>E ne viene fuori un discorso di rivelazioni autolesioniste, perché per loro esiste un linguaggio del dolore, della punizione, della spersonalizzazione e forse glielo abbiamo insegnato noi.</p>
<p>Ma questo è un altro discorso&#8230;</p>
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