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	<title>Masciovecchio Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Roma sotto a &#8216;sto celo di Marco Masciovecchio</title>
		<link>https://www.borderliber.it/roma-sotto-a-sto-cielo-masciovecchio-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 May 2025 22:01:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Roma sotto a &#8216;sto celo&#8221; di Marco Masciovecchio, Delta3 Edizioni, 2025. Postfazione di Emanuela Sica Intrisa di vita, di goliardia, di saggezza popolare, di Roma. Non dimentica nulla Marco Masciovecchio, autore di una raccolta poetica che sintetizza perfettamente l&#8217;anima della sua città. Una lingua pura e ancora pulsante, parlata [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Roma sotto a &#8216;sto celo&#8221; di Marco Masciovecchio, Delta3 Edizioni, 2025. Postfazione di Emanuela Sica</strong></p>
<p>Intrisa di vita, di goliardia, di saggezza popolare, di Roma. Non dimentica nulla Marco Masciovecchio, autore di una raccolta poetica che sintetizza perfettamente l&#8217;anima della sua città. Una lingua pura e ancora pulsante, parlata con orgoglio, sa raccontare l&#8217;esperienza e racchiuderla in versi che sanno riempire di ironia ogni scenario.</p>
<p><strong>&#8220;Roma sotto a &#8216;sto celo&#8221;</strong> non è malinconica rievocazione, non è il dialetto piegato alle esigenze della riappropriazione, non è un passatempo o un gioco della mente; il libro di Masciovecchio è rappresentazione del suo stesso pensiero, di quella sociologia appresa per le strade e per i quartieri; ma è anche confronto con problemi vecchi e nuovi, nonché con la natura umana.</p>
<p>Il poeta entra in scena presentandosi. La sua voce racconta la storia di un tempo e di un luogo. <strong>&#8220;Roma sotto a &#8216;sto celo&#8221;</strong> è come una casa immersa nell&#8217;infinito. La città eterna dona a chiunque sé stessa. Capitale di un impero che ha unito il mondo antico, casa in cui ogni filosofia e ogni religione si sono incontrate, essa accoglie reietti e sovrani.</p>
<p>Il poeta Masciovecchio è plebeo, popolano, cittadino di borgata che vede il mondo sciogliersi davanti ai suoi occhi. <strong>&#8220;Roma sotto a &#8216;sto celo&#8221;</strong> è un canto pasoliniano che nella lingua del volgo trova forza. È pure la visione particolare del poeta che si intreccia all&#8217;universale. In tutto ciò vi è la forza poietica del dialetto: due parole ben dette, un&#8217;allegoria del mondo, una sentenza che si tramanda, una consuetudine che si confà a ogni tempo.</p>
<p>E questa capacità che sa unire violenza e dolcezza, riflessione e azione, smarrimento e ritrovamento del sé, si fa verso, denuncia, constatazione, libera interpretazione. Tutto ricade in una perfetta musicalità che l&#8217;orecchio percepisce senza difficoltà, perché mai stona, ostinandosi a essere presenza che pretende di essere percepita. La voce delle prostitute, delle persone comuni, degli operai, degli emarginati è caput mundi.</p>
<p><strong>&#8220;Roma sotto a &#8216;sto celo&#8221;</strong> non vuole applausi. Al popolo non serve il pennacchio; fa di testa sua anche quando appare sottomesso; crea le proprie regole mentre finge di rispettare quelle calate dall&#8217;alto; costruisce la sua identità quando certe tendenze si manifestano con pretestuosità.</p>
<p>Roma città libera e aperta, questo ci dicono i versi di Masciovecchio, che scrive nella lingua viva della sua gente, usando parole che i romani hanno coniato nei secoli, con cui hanno sfidato imperatori e papi, dittatori e capibastone; capaci di sopportare il peso delle tirannidi e di accogliere tra le proprie braccia persino gli scacciati.</p>
<p>Masciovecchio costruisce versi di vita che ha imparato lungo la strada; facendo esperienza di un linguaggio che è sopravvissuto alle epoche. È il popolo che resiste sempre. Roma è infatti il suo popolo.</p>
<hr />
<p>Hai preso li panni da la lavatrice<br />
poi sei salita pe&#8217; infinite scale<br />
facenno rumore co&#8217; la chiave</p>
<p>Ma chi l&#8217;ha detto che in arto ce sta&#8217; er Paradiso?<br />
Aprendo la porta in fero der terrazzo<br />
sei entrata ne la panza dell&#8217;Inferno</p>
<p>Hai steso sopra ar filo le camicie e le majette,<br />
le chiavi l&#8217;hai ariposte nel cesto de le mollette,<br />
&#8216;na nuvolaccia nera copre er sole.</p>
<p>Nun aspettavi antro, era er segnale.</p>
<p>Scavarchi er parapetto<br />
er sole riappare, te fa&#8217; l&#8217;occhietto.<br />
Chiudi l&#8217;occhi e spicchi er volo<br />
a braccia aperte, un crocifisso che cade sull&#8217;asfarto.</p>
<p>Er botto arisveja er condominio,<br />
er silenzio rotto d&#8217;ar pianto d&#8217;un bambino<br />
er celo s&#8217;aricopre, se rifà nero.</p>
<p>Sopra l&#8217;asfarto c&#8217;è arimasto er corpo<br />
tu, libbera te ne sei annata,<br />
schiodata da quella Croce.</p>
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		<title>Senza Asilo: l&#8217;esordio di Deborah Prestileo</title>
		<link>https://www.borderliber.it/senza-asilo-prestileo-masciovecchio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 May 2025 22:01:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
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		<category><![CDATA[Masciovecchio]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Marco Masciovecchio. In copertina: &#8220;Senza asilo&#8221; di Deborah Prestileo, Ilglomerulodisale editore, 2025 È sempre difficile parlare di un esordio, e se l’esordio ha la freschezza di una ragazza di venticinque anni lo è ancora di più. Stiamo parlando di Deborah Prestileo, nata il 23 marzo 1999 a Galati Mamertino in provincia di Messina, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Marco Masciovecchio. In copertina: &#8220;Senza asilo&#8221; di Deborah Prestileo, Ilglomerulodisale editore, 2025</strong></p>
<p>È sempre difficile parlare di un esordio, e se l’esordio ha la freschezza di una ragazza di venticinque anni lo è ancora di più. Stiamo parlando di <strong>Deborah Prestileo</strong>, nata il 23 marzo 1999 a Galati Mamertino in provincia di Messina, laureata in Italianistica presso la Alma Mater Studiorum di Bologna, città dove attualmente vive. Si è specializzata in traduzione e permanenza dei classici e studi medievali. Nel 2018 vince la sezione “Miele” del IV seme della “Balena di ghiaccio” e l’anno successivo è seconda al premio “Lighea”.</p>
<p>Collabora come redattrice della rivista culturale “Alma Mater” e cura la rubrica critica “Fragmenta” del lit-blog “Le Finestre” di David La Mantia. Nel 2024 è presente nell’antologia siciliana “Nel verso giusto. Voci di resistenza poetica”. Il mese di marzo 2025 segna l’esordio con la pubblicazione della silloge <strong>&#8220;Senza Asilo&#8221;, </strong>edizioni “ilglomerulodisale”, collana di poesia “La rosa del guardare”, diretta da Franca Alaimo con la collaborazione di Daìta Martinez.</p>
<p>Vi riporto le parole di <strong>Maria Grazia Insinga</strong>, dedicate a Deborah Prestileo: “Aveva 15 anni quando iniziò a seguire i laboratori della Balena. E non ho mai avuto dubbi sul fatto che la poesia le sarebbe stata accanto”.</p>
<p>La silloge è suddivisa in tre sezioni in un delicato canto sempre in equilibrio tra loro, equilibrio necessario e indispensabile che fanno di Mythos, Logos e Soma. Riporto una poesia per ognuna delle tre sezioni. Il “canto” di Deborah Prestileo e la musicalità dei testi sono immediati e mi hanno immediatamente colpito.</p>
<hr />
<p><strong>da: MYTHOS</strong></p>
<p><strong>ARIANNA</strong></p>
<p>Ecco il mio niente a farsi labirinto,<br />
ridursi o dilatarsi che non mi abbandona,<br />
srotolo le mie certezze e rimango guida.<br />
Siamo tutto un rimuoverci, sgomitolarci,<br />
seguendo un filo che forse è cappio,<br />
caduta a picco nel mar Egeo.</p>
<p><strong>da: LOGOS</strong></p>
<p>Rammendi i bordi laceri delle vene,<br />
pur sapendo che la luce è grembo materno<br />
e la parola la fessura da cui costruire<br />
l’entropia del bene.<br />
E sono qui a mani giunte,<br />
ma la preghiera diviene bibbia<br />
nel momento in cui è parola<br />
e la parola non è mai vergine<br />
né – per sopravvivere – dev’esserlo;<br />
così inizia il mio canto.</p>
<p><strong>da: SOMA</strong></p>
<p>Eri il bene in tutte le sue forme<br />
– esserlo, cercarlo, trovarlo, donarlo –<br />
mai, però, negarlo. A dirlo<br />
(com’è cieca la ferita)<br />
la tasca sempre piena della giacca.</p>
<hr />
<p>Vi “consegno” alla bellissima e indispensabile prefazione di Franca Alaimo che ci “accompagna” alla soglia di <strong>&#8220;Senza Asilo&#8221;</strong>, ed io non posso fare a meno di “rubare” a pine mani le sue parole.</p>
<p><em>“ […] la silloge Senza asilo di Deborah Prestileo ripercorre attraverso i titoli, tratti dai termini greci mythos, logos, soma trascritti in caratteri latini, la storia del pensiero occidentale: dai miti che i primi uomini inventarono per spiegare i fenomeni che si dispiegavano sotto i loro occhi; […] da quelle lontane storie in cui umano e divino si contrappongono, si misurano, si fondono in una visione sempre sacra, al trionfo del logos.” È attraverso il logos che parliamo del mito, e dopo aver attraversato mithos e logos per “comprendere appieno il significato più profondo di soma (corpo), che, innestandosi fra mythos e logos, rimanda al mistero dell’incarnazione divina nel corpo del Cristo alla luce del vangelo giovanneo, che riprende, a sua volta, i versetti veterotestamentari del libro della Genesi, secondo i quali la Parola non è solo pronunciamento sonoro, ma atto creativo.”</em></p>
<p>Infine, a ribadire quanto scritto in prefazione, ecco la quarta di copertina firmata da Daìta Martinez: “Deborah Prestileo piega l&#8217;invisibile nell&#8217;estensione del dolore a nome della sua stessa incarnazione quasi a voler significare la resa ancestrale all&#8217;unità di una coscienza con il corpo e con il verbo e con il sé ultimata nella formula di una trinità identitaria che scorge sintesi nell&#8217;ineffabile natura della poesia chiamata dentro un fondale di abbandono voltato ad assorbire il freddo delle ossa attraverso lo sguardo del pensiero reso nudo dall&#8217;esistente sceso in terra senza asilo.”</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Nuziale di Enrico Marià: poesie affilate come lame di coltelli</title>
		<link>https://www.borderliber.it/nuziale-poesie-masciovecchio-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Apr 2025 22:01:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Marco Masciovecchio. In copertina: &#8220;Nuziale&#8221; di Enrico Marià, La nave di Teseo, 2025 A due anni e mezzo di distanza da “La direzione del sole”, Enrico Marià è tornato in libreria con Nuziale, la sua nuova raccolta poetica pubblicata anch’essa come la precedente da “La nave di Teseo”. Nuziale è l’ottava raccolta di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Marco Masciovecchio. In copertina: &#8220;Nuziale&#8221; di Enrico Marià, La nave di Teseo, 2025</strong></p>
<p>A due anni e mezzo di distanza da <strong>“La direzione del sole”</strong>, Enrico Marià è tornato in libreria con <strong>Nuziale</strong>, la sua nuova raccolta poetica pubblicata anch’essa come la precedente da <strong>“La nave di Teseo”</strong>. <strong>Nuziale</strong> è l’ottava raccolta di Marià. Qui la parola, ancor di più che nei libri precedenti, è portata all’essenziale. Marià è una corona di spine; le sue poesie sono sangue vivo, perché le ferite sono aperte come il costato di <strong>Cristo</strong> quando riappare dopo essere resuscitato.</p>
<p>Liberami della supplica<br />
fino al lampo che affoga,<br />
disciplina del poco<br />
i tizzoni del costato.</p>
<p>***<br />
È il mio cristo<br />
dio delle bestie<br />
nel cielo taurino<br />
una fessura<br />
di croci e binari.</p>
<hr />
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-13792 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2025/03/Copertina.jpg?resize=800%2C554&#038;ssl=1" alt="Copertina di Nuziale" width="800" height="554" data-recalc-dims="1" /></p>
<p>Come scrivono nella prefazione i fratelli <strong>D’Innocenzo</strong>, la poesia di <strong>Enrico Marià</strong>  “è parola di fuoco, d’abisso, sacrificio e speranza. Parola secca, poesia che è grido. Per raggiungere l’innocenza, per riconoscere la dolcezza e perdonarsi nell’oblio.” Con <strong>Nuziale</strong>, l&#8217;autore racconta pezzi di vita senza nessuna messa in scena, ma solo evidenziando la crudezza della realtà.</p>
<p>È qui che vengo a perdonarmi<br />
dove i caprioli si incastrano<br />
nelle reti di protezione<br />
subendo per liberarsi<br />
l’amputazione delle zampe.</p>
<p>***</p>
<p>Perché è la mia vita.<br />
Ma poi io e te insieme<br />
il riprendere l’uscire,<br />
anche il mangiare<br />
ripetendoti, sulle labbra,<br />
fine pena, il viaggio del nome.</p>
<p>***</p>
<p>Gridami ancora vivo<br />
nella tua pelle così sottile<br />
a spaccarsi di luce il dolore<br />
dove penitenza del corpo<br />
il fidanzarti a mia sposa.</p>
<hr />
<p>Le sue poesie ci parlano dell’abuso, del carcere, della schiavitù, della tossicodipendenza e di un amore assoluto. Riprendo dalla prefazione altri passi essenziali per far capire meglio la poetica di Enrico Marià: “Di questo grande poeta senti la voce fino a… sentire la tua. Ci credi. Alla tua alla sua. E ti soffermi su ogni singola parola, perché è anche mia. Un dio normale non vuole altro che un amore normale.”<br />
“Questo grande poeta che deve dire la verità, e se sono due verità-due poesie.”<br />
“Questo grande poeta sa essere breve perché sa che c’è da pagare l’affitto. Per chi scrive e per chi legge spesso la vera grande poesia è: rovistare in cerca dei baiocchi. Preoccuparsi. Avere paura di essere rovinati per sempre e aver rovinato chiunque intorno a te, anche il cielo. E ogni ricordo. Essere brevi, farlo con poco.”</p>
<p>Al minorile scalciando<br />
gli scarabei del mare<br />
pregavamo gli orfani<br />
che a bava dei coralli<br />
evaporata verità<br />
il reclutamento<br />
lo sperma delle onde.</p>
<hr />
<p><strong>Enrico Marià</strong> definisce le sue poesie<strong> “scarabocchi”</strong> e io gli ripeto sempre che mi piacciono da impazzire questi scarabocchi, perché oltre ad essere lame taglienti, esse scarnificano, scavano dentro e non ti lasciano nessuna via di scampo; le senti addosso con la stessa forza del freddo quando ti penetra nelle ossa.<br />
Infine, una chicca sulla scelta del titolo della raccolta<strong>. </strong>Marià mi confida: “il titolo nasce dopo una notte tremenda dove mi sono chiesto come definire il mio rapporto-relazione con il male che scarabocchio: è uscito <strong>Nuziale</strong>”.</p>
<p>Per ossari di luce<br />
amarti nuziale<br />
con la stessa forza<br />
di quando i minori<br />
isolati nella scabbia<br />
si tentano nel suicidio.</p>
<hr />
<h4>Chi è Enrico Marià?</h4>
<p>Enrico Marià (Novi Ligure, 1977) ha pubblicato le raccolte poetiche: Enrico Marià (Annexia 2004); Rivendicando disperatamente la vita (Annexia 2006); Precipita con me (Editrice Zona 2007); Fino a qui (Puntoacapo 2010); Cosa resta (Puntoacapo 2015), I figli dei cani (Puntoacapo 2019), La direzione del sole (La nave di Teseo 2022). È tradotto in lingua inglese e spagnola.</p>
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		<title>Emanuela Sica e il suo Memorie di una Janara</title>
		<link>https://www.borderliber.it/emanuela-sica-memorie-janara-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Mar 2025 22:01:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Janara]]></category>
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		<category><![CDATA[Strega]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Marco Masciovecchio. In copertina una foto di Emanuela Sica, autrice di Memorie di una Janara Viviamo in tempi bui, solo apparentemente “moderni” in cui ancora oggi la donna è relegata ad un livello di secondo piano rispetto all’uomo. E sì, perché dopo anni di battaglie sociali, di aperture, spiragli, sembriamo inevitabilmente ricadere in [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Marco Masciovecchio. In copertina una foto di Emanuela Sica, autrice di Memorie di una Janara</strong></p>
<p>Viviamo in tempi bui, solo apparentemente “moderni” in cui ancora oggi la donna è relegata ad un livello di secondo piano rispetto all’uomo. E sì, perché dopo anni di battaglie sociali, di aperture, spiragli, sembriamo inevitabilmente ricadere in un oscurantismo senza uguali. Certo molte donne, oggi, occupano posti di potere, ma nella maggior parte dei casi <strong>“scimmiottano”</strong> gli atteggiamenti maschili, va da sé che invece di un arricchimento le nostre società ipermoderne, ipertecnologiche si stanno man mano impoverendo.</p>
<p>A fine 2024 è uscito, per la Delta3Edizioni: <strong>Memorie di una Janara</strong> di <strong>Emanuela Sica</strong>, un “omaggio” alle donne custodi di segreti e tessitrici di destini, un testo “unico” nel suo genere tra romanzo, poesia e fonti storiche. Un testo che mette in luce la figura della donna, nel periodo storico più nero della loro storia. Quelle donne che poiché lungimiranti, indipendenti, essendo il collegamento tra sacro e terreno sono state da sempre dipinte come le spose o le figlie del Demonio.</p>
<p>Indipendenza pagata a prezzo carissimo, con il rogo. Perché quando l’inspiegabile, il mistero, il diverso diviene più<strong> “forte”</strong> dello spiegabile, l’uomo non trova più le parole e passa a gesti disperati, i più disperati (purtroppo, ieri come oggi, nulla è mutato… muta solo la forma, la sostanza è la medesima). In Memorie di una Janara, <strong>Emanuela Sica</strong> ci ricorda che queste donne (tutte le donne non solo le Janare &#8211; termine campano per chiamare le streghe -), appartengono solo a loro stesse, rifiutano di appartenere a un uomo o a un ordine prestabilito; e proprio questa sorta di libertà è quella che le relega a nascondersi a diventare preda e ossessione da parte dell’uomo.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-13425 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2025/03/Janara_Frontera_Libro.jpg?resize=800%2C561&#038;ssl=1" alt="Memorie di una Janara, foto di Domenico Frontera" width="800" height="561"  data-recalc-dims="1"></p>
<p>In un racconto che alterna e fonde prosa e poesia, inizia con il ritrovamento, in contrada <strong>Li Pacci (Guardia Lombardi)</strong>, d’un misterioso manoscritto da parte del piccolo Michele all’interno d’una casa abbandonata. Qui inizia la storia, il manoscritto ritrovato è il diario di una strega dal titolo: “Memorie di una Janara”. L’autrice ci accompagna, attraverso <strong>Michele e Ginevra</strong> (la sorella maggiore di Michele) alla scoperta di questo mondo misterioso attraverso la lettura del manoscritto.</p>
<p>Un manoscritto che custodisce anche ricette antiche, infusi e pozioni, simbolo del patrimonio di conoscenze di cui le Janare erano detentrici; si passa dal filtro dell’amore bramoso all’incantamento per sogni profetici, dall’antidoto contro i veleni all’infuori di verità, etc. etc. Ci sono poi gli antichi racconti in dialetto irpino che raccontano, oltre che delle janare, anche di donne vittime della violenza dei mariti o della cultura patriarcale.</p>
<p>Un memoriale in tutto e per tutto questo <strong>Memorie di una Janara </strong>di <strong>Emanuela Sica</strong>, complesso come complesso è l’universo femminile. E poi c’è tanta, tantissima poesia:</p>
<p>E tu, che mi respiri nel cuore<br />
allunga questo presente al domani<br />
ricama ancora filigrane di brina<br />
albe a schiudersi negli occhi<br />
accendi costellazioni sul mio cammino<br />
parlami con la voce fondente della notte<br />
ma vegliami sempre dal sonno<br />
col richiamo della rondine<br />
che torna al suo nido.</p>
<hr>
<p>Tienimi radice<br />
attaccata alla terra.<br />
Lucidi fili di parole<br />
si rincorrono nel vento<br />
a tirare memoria nei capelli<br />
Barlumi di fuochi fatui nel petto.<br />
bevimi veloce<br />
come se fossi l’ultima luna<br />
a scendere nella gola<br />
dal monte dei miei anni.<br />
Reliquia dissacrante l’assenza<br />
in questa torba di pensiero.<br />
Inutili i miei canti<br />
a questo Dio<br />
sordo.</p>
<hr>
<p>A noi tutti resta una domanda: ieri come oggi chi ha paura delle streghe?</p>
<p><strong>Emanuela Sica</strong> è nata ad Avellino nel 1975 e vive a Guardia Lombardi in Irpinia. È un avvocato cassazionista, giornalista pubblicista, attivista per i diritti delle donne contro la violenza di genere. Ha pubblicato molte raccolte di poesia.</p>
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		<title>Il tempio dell&#8217;anima. Il ritorno di Antonio Veneziani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Mar 2025 23:01:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[anima]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Marco Masciovecchio. In copertina: una foto di Antonio Veneziani, autore di &#8220;Il tempio dell&#8217;anima&#8221;, Il simbolo edizioni, 2025 Dopo due anni di apparente silenzio, nei primi giorni di febbraio del 2025 è uscito, finalmente, il nuovo libro di Antonio Veneziani. Silenzio apparente, poiché, in realtà Veneziani continua il suo lavoro in silenzio; infatti, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Marco Masciovecchio. In copertina: una foto di Antonio Veneziani, autore di &#8220;Il tempio dell&#8217;anima&#8221;, Il simbolo edizioni, 2025</strong></p>
<p>Dopo due anni di apparente silenzio, nei primi giorni di febbraio del 2025 è uscito, finalmente, il nuovo libro di <strong>Antonio Veneziani</strong>. Silenzio apparente, poiché, in realtà Veneziani continua il suo lavoro in silenzio; infatti, dopo la ripubblicazione di<strong> “Brown Sugar”</strong> da parte di Hacca Edizioni nel 2019, sono seguiti rispettivamente nel 2022<strong> “Canzonette Stradaiole”</strong> sempre per Hacca Edizioni, <strong>“Santi subito”</strong> per la Five Edizioni e, infine, nel 2023 <strong>“Talismani”</strong> per Via Oznam poesia di Giorgio Giotti.</p>
<p>Ma veniamo a oggi, il nuovo libro ha un titolo a dir poco intrigante &#8220;<strong>Il Tempio dell’anima&#8221;</strong> ed è stato pubblicato da Il Simbolo Edizioni, casa editrice fondata a Roma nel 2024 e che vanta nomi illustri nel suo catalogo come Elio Pecora, Giorgio Ghiotti, Maurizio Gregorini. Ed è proprio Gregorini (poeta, scrittore, giornalista e da pochissimo editore) a firmare la prefazione dell’opera.</p>
<p><strong>Antonio Veneziani</strong>, piacentino di nascita e romano d’adozione, anche se oramai da molti anni ha abbandonato la Capitale per andare a vivere in provincia, insieme a Renzo Paris, Gino Scartaghiande e Agostino Raff, è tra gli autori della cosiddetta <strong>“Scuola Romana”</strong> che va da <strong>Pier Paolo Pasolini</strong> a <strong>Dario Bellezza</strong> fino ad <strong>Amelia Rosselli</strong>. Probabilmente <strong>Gabriele Galloni</strong> sarebbe stato l’erede naturale di tale scuola.</p>
<p>Oltre che poeta, Veneziani è narratore, saggista, e instancabile promotore culturale. Persona schietta e sincera, sempre pronto ad ascoltare a intraprendere nuove avventure, ha ricevuto molti riconoscimenti. I più significativi li ha ottenuti con il suo libro di poesia <strong>&#8220;Torbida innocenza&#8221;</strong>, con il quale ha vinto il &#8220;Premio Sandro Penna&#8221; nel 1988 e il “Premio Letterario Vittoriano Esposito alla Carriera” nel 2014, ricevuto a Celano, in provincia dell&#8217;Aquila.</p>
<p><strong>&#8220;Il Tempio dell’anima&#8221;</strong> raccoglie versi scritti nell’arco di un ventennio, uniti e “ricuciti” tra loro da un filo conduttore unico: la ricerca costate di un poeta verso l’esistenza e l’assoluto. Il libro è un viaggiare nella spiritualità della “parola”: un alito, un soffio che dolcemente arriva nella profondità dell’anima.</p>
<p>Oh! Sapessi scrivere sulla polvere<br />
poesie di sangue e sudore<br />
allora sì! potrei inchiodare<br />
l’anima all’acqua che scorre<br />
lenta e sottovoce.<br />
Le lucertole risvegliandosi<br />
farebbero perdere l’orientamento<br />
alla morte e potrei inseguire<br />
favole antiche, non miraggi.</p>
<hr />
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-12580 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2025/02/copertina-libro.jpg?resize=800%2C574&#038;ssl=1" alt="Il tempio dell'anima di Antonio Veneziani" width="800" height="574" data-recalc-dims="1" /></p>
<p>Come detto, nella sua appassionata prefazione Gregorini, oltre ad introdurci, ci fornisce una chiave di lettura diversa rispetto all’abituale scenario in cui Veneziani è da sempre stato “letto”. Infatti, Gregorini mette in luce la potentissima carica spirituale e visionaria di Veneziani, e leggendo quest’opera si capisce una volta di più che ci troviamo al cospetto di un Maestro.</p>
<p><strong>&#8220;Il Tempio dell’anima&#8221;</strong> si apre con la sezione “Gerusalemme” e si conclude con “Shalom”, testo introvabile di una tale profondità che inchioda il lettore nel ricercare il senso di sé in relazione con gli altri.</p>
<p>La Torà<br />
elenca gli attributi<br />
di Dio, ma io, figlio<br />
d’Abramo, non rintraccio<br />
più la parola e abito<br />
sgranate infanzie<br />
disfatte in umide chiome.</p>
<hr />
<p><strong>Antonio Veneziani</strong>, con quest’opera, ci sollecita a scrutare dentro di noi e alle tensioni del vivere, e proprio così facendo apre un varco, oltrepassa l’invisibile soglia oltre la quale possiamo dare una nuova lettura e spunti di riflessione nella comprensione del passato, per tramutarlo, finalmente “pacificati”, in una nuova fase: quella dell’accettazione in cui la rabbia, la paura e la tristezza dell’esistenza sono offerti al “tempio dell’anima” come una sorta di tribunale di “grazia” che sappia scardinare quell’ordine costituito dalla passione della carne.</p>
<p>Le piccole cose terrene diventano immagini reali e al contempo parte di un mondo onirico custodito in un altrove in cui anche gli spiriti dei morti danno la possibilità al poeta di riscoprire se stesso e di abbandonarsi ad una sorta di nostalgia.</p>
<p>Fa notte in me.<br />
Sul ciglio della strada.<br />
Giocano,<br />
con i riflessi di rame<br />
sull’impossibile ritorno alla vita,<br />
gli innocenti.<br />
Ascolto mio padre<br />
senza perdere una sola intonazione.<br />
Se non avesse resistito<br />
si appenerebbero all’unisono<br />
i nostri occhi?</p>
<hr />
<p>Tentando di leggere<br />
fra le righe dell’abbandono<br />
mi sono fermato<br />
ad origliare il battito,<br />
non ignaro del disastro,<br />
della mia umida stanza.<br />
A quest’ora di notte<br />
è di rigore avere un mondo<br />
per abitarci.</p>
<hr />
<p><strong>Antonio Veneziani</strong> accompagna se stesso e noi attraverso un percorso (un percorso a cui tutti noi consciamente o inconsciamente siamo “chiamati”) di riscoperta dell’essenzialità.</p>
<p>Non c’è nessuna operazione egoica o di autocelebrazione. I veri poeti, e d’altronde Antonio Veneziani lo è a tutti gli effetti, non hanno l’esasperante necessità dell’apparire, dell’urlare, di mettersi in mostra come oggetti o opere d’arte. I veri poeti sussurrano i loro versi, lasciando che entrino nell’anima e nel cuore di chi saprà e avrà voglia di “ascoltarli” e, come nell’opera più nota di Rostand, il Cyrano de Bergerac “al fin della licenza io tocco!”.</p>
<p>Quel tocco, quel pizzicare in profondità, quel “tormentare” il lettore attento, condurrà nel luogo dove ognuno di noi potrà finalmente riscoprire e approdare nel <strong>“Tempio dell’anima”</strong>.</p>
<p>Dormono<br />
In angoli reconditi<br />
gli scarti del mio vivere.<br />
Appare l’alba<br />
Verde smeraldo cupo.<br />
Oramai qui,<br />
senza le tue calde mani,<br />
è tutto dimenticanza.</p>
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