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	<title>Marylin Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Splendori e miserie di una icona. Elfriede Jelinek e la sua “Jackie&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Sep 2022 01:11:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Antonio Maria Porretti Sei lettere; quelle del suo diminutivo che ha finito per soppiantare il suo nome. Bastano loro a evocare e in modo inequivocabile, una delle icone più rappresentative del XX secolo. Più controverse e discusse, tanto da mantenere e assicurarsi ancora oggi un posto di tutto rilievo fra quelle celebrità a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Recensione di Antonio Maria Porretti</strong></em></p>
<p>Sei lettere; quelle del suo diminutivo che ha finito per soppiantare il suo nome. Bastano loro a evocare e in modo inequivocabile, una delle icone più rappresentative del XX secolo. Più controverse e discusse, tanto da mantenere e assicurarsi ancora oggi un posto di tutto rilievo fra quelle celebrità a cui la morte ha regalato solo altro futuro: <em>J-A-C-K-I-E!</em></p>
<p>Dopo tutto, lo scopo di condurre una vita perennemente sotto i riflettori, al di là dei meriti e dei titoli per farlo, non è forse anche quello di continuare a vivere in assenza ?</p>
<p>Ed è proprio il vuoto, la mancanza, la perdita, il cardine intorno al quale si muove e aziona questo monologo scritto da Elfriede Jelinek nel 2002, pubblicato in Italia da <em>La Nave di Teseo</em> e tradotto da Luigi Reitani. Ossia, due anni prima del conferimento del suo Nobel e ben quindici anni prima che Pablo Larrain la riportasse sul grande schermo, con una interpretazione grandiosa di Nathalie Portman.</p>
<p>Secondo l’indicazione e nota di regia fornita dalla stessa scrittrice nella didascalia iniziale del testo, Jackie dovrebbe entrare in scena indossando un tailleur Chanel (non una copia) o in una alternativa di più facile attuazione – per un teatro che intenda portarlo in scena &#8211;  un impermeabile, gli iconici occhiali scuri e un foulard di Hermès, trascinandosi dietro come in una sorta di tiro alla fune il carico dei suoi cari estinti<strong>,</strong> mentre regge la testa perforata con il sangue rappreso di J.F.K.</p>
<p>Per tutto il tempo, lei non dovrebbe che arrancare sul palco, tranne nei momenti previsti affinché riprenda fiato. Una perfetta sintesi allegorica della sua vita. È così che penetriamo nei pensieri e nelle memorie che intanto affiorano ed emergono dal labirinto della sua mente. Così incontriamo quella determinazione di fondersi e confondersi con il simulacro di se stessa da offrire in pasto al pubblico. Una icona vestita di abiti scelti con l’intento di apparire, mostrarsi, senza però farsi mai vedere.</p>
<p>È questa la condizione richiesta a chi voglia detenere il vero potere: rendersi invisibili anche in piena luce. Il tailleur rosa di Chanel macchiato di sangue è la riprova più valida di questo diktat: il mondo ricorderà per sempre l’immagine, non la donna. E non è da escludere la possibilità – o per meglio dire il dubbio – di trovarsi non in presenza di una figura umana, quanto di un’astrazione recante il peso dei suoi ricordi, e che siano loro i reali destinatari delle sue parole; quelle forse mai potute dire in vita.</p>
<p>Da un punto di vista di forma e struttura, il monologo rientra a pieno titolo nel canone dell’auto-confessione o dell’intervista impossibile, se si vuole. Con il suo eloquio da sovrana detronizzata e condannata all’esilio, Jackie trasforma quelle parole in cuciture del suo corpo, da rifinire sulla sua pelle. Sempre più caustiche, da indirizzare a quei <em>Pensieri/Corpi</em> che giacciono dietro, accanto e sopra di lei. Questa volta non ha intenzione di mentire; neppure a se stessa. Niente e nessuno viene tralasciato. Né la “povera” Marilyn, troppo fragile e ingenua per pensare di sopravvivere in quella Camelot degli inganni (leggi White House); né gli uomini e le donne di casa Kennedy, chi più chi meno tutti dipendenti da droghe e psicofarmaci; né la stupidità della povera gente che applaudiva a piena voce la favola della happy family.</p>
<p>Nemmeno il cancro che l’ha uccisa resta in ombra. Non c’è compassione; non c’è autocompassione. Vi è forse solo un’unica e possibile consolazione: la speranza di aver eseguito e condotto a termine una buona performance, malgrado tutto. E che sia almeno piaciuta a qualcuno.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/splendori-e-miserie-di-una-icona-elfriede-jelinek-e-la-sua-jackie/">Splendori e miserie di una icona. Elfriede Jelinek e la sua “Jackie&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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