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	<title>libri Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Illusione ellenica: dopo aver letto Jean-Pierre Vernant</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 18:54:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Illusione ellenica&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina: un&#8217;immagine modificata con l&#8217;intelligenza artificiale prendendo spunto dalla copertina dell&#8217;edizione Feltrinelli del saggio &#8220;L&#8217;origine del pensiero greco&#8221; di Jean-Pierre Vernant Vedo oggi questo pensiero ondivago, che volteggia tra tirannide e anarchia. Eppure, in questo indefinito e indefinibile mondo contemporaneo nel quale tutto è permesso, forse [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><strong>&#8220;Illusione ellenica&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina: un&#8217;immagine modificata con l&#8217;intelligenza artificiale prendendo spunto dalla copertina dell&#8217;edizione Feltrinelli del saggio &#8220;L&#8217;origine del pensiero greco&#8221; di Jean-Pierre Vernant </strong></p>
<p dir="ltr">Vedo oggi questo pensiero ondivago, che volteggia tra tirannide e anarchia. Eppure, in questo indefinito e indefinibile mondo contemporaneo nel quale tutto è permesso, forse perché ogni cosa è mossa da occulte oligarchie, si invoca il ritorno alle origini del pensiero: a quella componente <strong>greco-romana</strong> impressa nel nostro <strong>Dna</strong>.</p>
<p dir="ltr">Ma forse essa è solo una visione vanagloriosa, priva di fondamento. Una sorta di <strong>gadget ideologico</strong> che sbuca fuori dalla nebbia e cerca di fare sintesi tra spinte autoritarie e rivendicazioni democratiche. Ed ecco che nessuno ha ragione, ma solo voglia di prevalere con opinioni piccanti. Si compilano elenchi, pamphlet spiccioli, ma niente di serio.</p>
<p dir="ltr">L&#8217;illusione ellenica mi ha portato a rispolverare qualche libro. Uno tra questi è stato &#8220;<strong>Le origini del pensiero greco</strong>&#8221; di Jean-Pierre Vernant, apparso nel 1976, con l&#8217;intento di evidenziare il passaggio dalle <strong>monarchie micenee</strong> fino a giungere alla &#8220;<strong>polis</strong>&#8220;. E così ho riletto di questa metamorfosi dal mito alla razionalità. Ho appreso della decisione di quegli uomini di vivere il più possibile secondo uguaglianza, concordia e di non ostentare ricchezza e potere. Buona prassi sarebbe stata porre un freno alla prepotenza, in quanto essa costruisce disparità e rabbia.</p>
<p dir="ltr">Certo, non era assolutamente qualcosa di semplice. La possiamo immaginare come un&#8217;utopia, anche se in parte si compì. E forse quell&#8217;idea di armonia ancora oggi ci affascina, pure se i miti riesumati dai nostri sovranisti sono quelli di lotta e di conquista, di ricostruzione di una superiorità &#8220;<strong>razziale</strong>&#8221; che verrebbe messa subito a tacere.</p>
<p dir="ltr">Tra le illusioni elleniche, però, spadroneggia oggi un sentimento guerrafondaio, nonché di chiusura verso ogni contaminazione di pensiero e di etnia. Eppure, la grandezza di quei tempi risiede proprio nella capacità di innestare nella propria tradizione quella degli altri. Ci fu una sorta di prestito di &#8220;<strong>dei</strong>&#8221; e di &#8220;<strong>teogonie</strong>&#8220;. Le civiltà spesso si scontravano, ma ciascuna di esse rubava qualcosa all&#8217;altra anche se c&#8217;era forte disprezzo.</p>
<p dir="ltr">Lo so che appare difficile riassumere queste cose in poche battute, in semplici paragrafi schiavi dell&#8217;indicizzazione o di qualche manipolatore seriale. Ecco, perché l&#8217;unica cosa che si può fare è leggere e stupirsi, rendersi conto di quanto si sia sempre disinformati su certi argomenti. Penso all&#8217;<strong>Iran</strong>, grande e antica civiltà costruttrice di ponti.</p>
<p dir="ltr">Io disprezzo il pensiero neoliberista che con disarmante superficialità separa il mondo in buoni e cattivi, rendendo ogni spazio solo un gran mercato. Ed è proprio quello che una sana illusione ellenica, simile a quella manifestatasi nel <strong>Rinascimento italiano</strong>, non contempla, in quanto il presente è frutto di un processo. Invece, noi mandiamo a processo le cose, le società e ciascun essere umano che non ci somigli. <strong>Traballano le democrazie</strong>: vorremmo che un solo organismo decidesse velocemente per tutti, senza chiedere consiglio agli altri.</p>
<p dir="ltr">Ecco, domandate a un politico se crede <strong>nell&#8217;isocrazia</strong>, cioè nell&#8217;uguale esercizio del potere e della forza da parte dei diversi Enti, partendo da una certosina spartizione. Chiedete a questo signore se sia necessaria <strong>l&#8217;isonomia</strong>, ovvero l&#8217;uguaglianza di ciascun cittadino che ha come unico potere superiore &#8220;la giustizia&#8221;. Direte voi: «Alt, ma questa è la nostra <strong>Costituzione</strong>». Sì, avete ragione, ma sembra che di questo nessuno se ne ricordi e coloro che se ne ricordano ammettono che sono solo belle parole.</p>
<p dir="ltr">«Vero, solo nei principi scritti su pagine che di volta in volta si mettono in discussione &#8211; rispondo &#8211; ma è sempre meglio lottare affinché tutto si compia». Siamo quindi pregni di <strong>illusione ellenica</strong>, di qualcosa che ci riempie di misticismo e di pragmatismo. E quei greci partirono proprio dagli &#8220;<strong>dei</strong>&#8220;, collocati in un&#8217;apparente gerarchia pur sottostando tutti, in egual misura, alla giustizia. E non esisteva un&#8217;origine, ma tutto era stato dato, era lì da sempre.</p>
<p dir="ltr"><strong>Apeiron, ci dice tutto&#8230;</strong></p>
<p>Ecco, l&#8217;origine infatti crea discordia, perché in quel momento le potenze si scontrano tra loro, provano a prevalere l&#8217;una sull&#8217;altra, invece questo equilibrio così perfetto, in cui sta l&#8217;armonia è lì da sempre. Chi è la mente? Forse, è solo un&#8217;illusione ellenica che prima o poi finirà?</p>
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		<title>Nicola Argenti e il suo &#8220;esercizio involontario del sogno&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2026 19:09:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;L&#8217;esercizio involontario del sogno&#8221; di Nicola Argenti, Les Flâneurs Editore, 2026 Così Iperione, il Titano che rappresenta la luce celeste, decide di attraversare le epoche, muovendosi in quella materia invisibile che ingabbia gli uomini e le cose, ossia il tempo. E siccome più che morire, noi oltrepassiamo, se non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;L&#8217;esercizio involontario del sogno&#8221; di Nicola Argenti, Les Flâneurs Editore, 2026</strong></p>
<p dir="ltr">Così Iperione, il <strong>Titano</strong> che rappresenta la luce celeste, decide di attraversare le epoche, muovendosi in quella materia invisibile che ingabbia gli uomini e le cose, ossia il tempo. E siccome più che morire, noi oltrepassiamo, se non addirittura cadiamo di sogno in sogno, allora non solo il tempo è un&#8217;illusione, ma forse lo stesso <strong>Universo</strong> appare così perfetto proprio perché evanescente.</p>
<p dir="ltr">Questo è in sostanza ciò che <strong>Nicola Argenti</strong> ci narra in questo romanzo. E la sua scrittura, così votata a farci assaporare le cose come se fossero estrapolate da un mito antico, ci porta a spasso tra passato e presente. A vegliare sui protagonisti c&#8217;è sempre Iperione, il Titano che ha bisogno di comprendere. Persino lui è incredulo e si domanda se davvero esista l&#8217;origine di tutte le cose.</p>
<p dir="ltr">E forse proprio perché non v&#8217;è origine, ogni elemento, dal più semplice al più complesso, è parte di un sogno che ciascuno di noi osserva e che muta in base al punto di vista. E in questo quadro cos&#8217;è la morte? Un nulla. Un nulla nel vero senso della parola. Anzi, potrebbe essere priva di ogni significato come la stessa parola &#8220;<strong>morte</strong>&#8220;. E secondo questo artifizio linguistico, noi possiamo affermare che siamo immersi nell&#8217;eternità. Pertanto, non solo di questa esperienza chiamata &#8220;<strong>realtà</strong>&#8221; ci cibiamo, ma anche di quelle che abbiamo sperimentato in vite precedenti&#8230; Ops, scusate, volevo dire in sogni precedenti.</p>
<p dir="ltr">Insomma, <strong>Nicola Argenti</strong> ha creato un rebus che non ha bisogno di essere risolto, perché è intuitivo e di facile interpretazione. Non c&#8217;è neanche necessità di avere particolari conoscenze filosofiche per leggere questo romanzo, perché questa è un&#8217;opera che tutti sentiamo in noi e che scriviamo giorno dopo giorno, appena ci svegliamo. Apparentemente non v&#8217;è una trama, non v&#8217;è neanche un tema, semplicemente ogni pagina vibra e si sofferma su alcuni concetti. Chiede al lettore di partecipare e di lasciarsi trasportare.</p>
<p dir="ltr">La realtà è composta di elementi buoni e cattivi, di esperienze comuni e personali. Ciò rende ciascuno di noi unico e inimitabile, seppur legato al resto. Così &#8220;<strong>l&#8217;essere è e mai può non essere</strong>&#8220;, ma potremmo anche affermare un&#8217;altra cosa: Iperione darebbe ragione a <strong>Schopenhauer</strong> quando sentenziò che <strong>&#8220;Il mondo stesso è il giudizio universale&#8221;</strong>, in quanto il &#8220;<strong>qui-ora</strong>&#8221; è il frutto di arcaici precedenti che relegano la giustizia a una &#8220;<strong>Necessità</strong>&#8221; sconosciuta persino agli Dei.</p>
<p dir="ltr">Sì, questo è &#8220;<strong>L&#8217;esercizio involontario del sogno</strong>&#8220;. E il bello è che <strong>Nicola Argenti</strong> non utilizza la filosofia per scrivere un libro complesso, ma adotta uno stile che mi ha ricordato il <strong>Calvino</strong> più sperimentale, o il <strong>Borges</strong> che si diverte a creare labirinti lineari, retti. La filosofia è il giusto sostegno a un&#8217;idea forte di letteratura che non si fermi solo all&#8217;apparenza, ma che resti sempre sostanza mutevole che va continuamente interrogata.</p>
<p dir="ltr">Ecco, ogni scrittore che riesce con semplicità a incantare il lettore fino a farlo &#8220;<strong>oltrepassare</strong>&#8220;, compie un miracolo. <strong>Nicola Argenti</strong> c&#8217;è riuscito senza troppi problemi.</p>
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		<title>La lunga strada: l&#8217;esordio di Francesco Iorio Mazzillo</title>
		<link>https://www.borderliber.it/la-lunga-strada-lesordio-di-francesco-iorio-mazzillo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 15:48:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La lunga strada&#8221; di Francesco Iorio Mazzillo, Qed Edizioni, 2026 Se c&#8217;è una cosa che mi ha colpito di questo libro è di sicuro la capacità dell&#8217;autore calabrese di non perdere mai di vista il tema del racconto. Sono sette le storie che Francesco Iorio Mazzillo ci narra e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La lunga strada&#8221; di Francesco Iorio Mazzillo, Qed Edizioni, 2026</strong></p>
<p dir="ltr" style="line-height:1.38; margin-top:0.0pt; margin-bottom:0.0pt;"><span>Se c&#8217;è una cosa che mi ha colpito di questo libro è di sicuro la capacità dell&#8217;autore calabrese di non perdere mai di vista il tema del racconto. Sono sette le storie che </span><span><strong>Francesco Iorio Mazzillo</strong></span><span> ci narra e tutte hanno a che fare con i ricordi; ed essi non sono quelli che sbucano all&#8217;improvviso per portare un po&#8217; di nostalgia.</span></p>
<p><span>Infatti, al centro di </span><span><strong>&#8220;La lunga strada&#8221;</strong></span><span> ci sono i momenti formativi, ovvero le esperienze che hanno caratterizzato, nel bene o nel male, l&#8217;esistenza di ciascuno. Lo capiamo anche dal titolo di questa raccolta, che mira proprio a evocare in noi quel lento apprendistato che ci dà negli anni forma e sostanza. </span></p>
<p><span><strong>Iorio Mazzillo</strong></span><span> ci chiede un&#8217;immersione totale in questi racconti brevi, che rappresentano il tragitto esistenziale percorso da personaggi che ancora hanno voglia di</span> interrogarsi<span> sul significato delle loro esperienze. Ed è anche la percezione un tema che, sebbene appaia sottotraccia, risulta essere quasi del tutto dominante.</span></p>
<p><span>Non voglio scomodare <strong>Husserl</strong>, ma quando si parla di ricordi non si può non richiamare tra noi il filosofo tedesco che rintracciava nel gioco della memoria la percezione del tempo che passa. Proprio grazie a questo noi sopravviviamo, perché altrimenti il rischio sarebbe quello di non esserci, di non esistere, di essere costantemente sospesi nell&#8217;atemporalità.</span></p>
<p><span>Qui invece tutto viene ricollocato nel tempo e nello spazio. I personaggi si ridefiniscono, tirano le somme, guardano alle loro esperienza e provano ancora stupore. <strong>&#8220;La lunga strada&#8221;</strong> diventa quindi un diario sulle metamorfosi che ciascuno ha nel corso della sua vita. Ciò vuol dire anche fare i conti con quello che si perde. Non ci sono infatti solo i &#8220;<strong>lieto fine</strong>&#8220;, ma anche solo la &#8220;<strong>fine</strong>&#8220;. </span></p>
<p><span>Con una scrittura sempre mediata, ma anche molto intima, l&#8217;autore ci porta per mano tra personaggi che hanno la necessità di ricostruire il loro passaggio. Quello di <strong>Iorio Mazzillo</strong> è un esordio. È quindi l&#8217;inizio di un percorso per lo stesso autore, che però dimostra già di saper arrivare al lettore.</span></p>
<p><span>Ma è soprattutto importante quello che ci viene sottilmente suggerito: &#8220;<strong>ricordare vuol dire anche ritrovarsi</strong>&#8221; e riconoscere &#8220;<strong>la lunga strada</strong>&#8221; che abbiamo percorso.</span></p>
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		<title>Il prete bello di Goffredo Parise</title>
		<link>https://www.borderliber.it/il-prete-bello-di-goffredo-parise/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Dec 2025 13:47:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Il prete bello&#8221; di Goffredo Parise, edizione Adelphi Così appare la vita: una messinscena nella quale ci si trova catapultati e che, proprio per questo, è difficile da gestire. Nel romanzo di Goffredo Parise, pubblicato nel 1954, tutto ciò emerge con forza, con ironia e con sarcasmo, quasi come [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Il prete bello&#8221; di Goffredo Parise, edizione Adelphi</strong></p>
<p>Così appare la vita: una messinscena nella quale ci si trova catapultati e che, proprio per questo, è difficile da gestire. Nel romanzo di Goffredo Parise, pubblicato nel 1954, tutto ciò emerge con forza, con ironia e con sarcasmo, quasi come se ogni cosa fosse velata d’incanto.</p>
<p>&#8220;Il prete bello&#8221; è don Gastone,che fa impazzire le donne del rione. Tutte lo desiderano, ma lui appare imperturbabile, finché non arriva lì, in quel piccolo mondo antico in cui il Fascismo è ancora un dolce mito in cui credere, una prostituta che risveglia i sensi dell’ardito sacerdote che aveva servito la Patria durante la guerra civile spagnola.</p>
<p>Ma &#8220;Il prete bello&#8221; è soprattutto la storia di un’amicizia, quella tra Sergio, che è anche la voce narrante, e Cena, figlio di un’ubriacona. Sono bambini che diventano, giorno dopo giorno, sempre più adulti. La povertà è un marchio che si sopporta, perché nel quartiere tutti vivono nelle stesse condizioni. Quei pochi che stanno meglio, alla fine, affrontano un altro dramma: sono la parte più esposta della messinscena fascista, coloro che tra “il dire e il fare” mettono di mezzo un oceano.</p>
<p>Il romanzo di Parise, infatti, prende a calci tutte le convenzioni, fa a pezzi un’epoca e la rende sopportabile. Cos’era il Fascismo se non la peggiore delle macchiette, capace di alimentare il lato più ipocrita della società italiota? E queste donne borghesi, così fedeli alla castità e al buoncostume, diventano il bersaglio privilegiato del narratore. La genuinità risiede quindi altrove, forse proprio nel maldestro cavaliere Esposito, felice occupante dell’unico bagno presente nel rione e che, proprio per tale motivo, si sente ricco come un pascià.</p>
<p>&#8220;Il prete bello&#8221; è dunque un po’ favola nera e un po’ triste storia di un’Italia che è esistita e che deve ancora estinguersi. Come molte opere del Novecento, anche questa si distingue per il suo stile curato e ricercato. Pagina dopo pagina, si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un testo capace di raccontare di noi. Certamente, Parise ha preso spunto anche da alcuni fatti che hanno riguardato la sua infanzia. Non possiamo parlare di autobiografia, ma di sicuro si sente quella componente di &#8220;vissuto personale&#8221; che dà respiro all&#8217;intero romanzo.</p>
<p>In questa parodia chiamata vita, i personaggi di Parise sono apparizioni comiche che vogliono a tutti i costi prendersi sul serio, senza rendersi conto che nulla è davvero importante e che, spesso, l’abitudine più ridicola degli esseri umani è quella di attribuirsi un ruolo e di volerlo incarnare fino in fondo.</p>
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		<title>La custodia dell&#8217;angelo di Alessandra Saugo</title>
		<link>https://www.borderliber.it/la-custodia-dellangelo-saugo-recensione-lettura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Oct 2025 22:01:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La custodia dell&#8217;angelo&#8221; di Alessandra Saugo, Wojtek edizioni, 2025 Poesie? Prose? No, semplicemente la parola che si frantuma con la realtà. La deflagrazione di ogni relazione si riempie di potere descrittivo, di necessità dell&#8217;espellere dal cuore e dall&#8217;anima il veleno. È questa anche la funzione dell&#8217;arte? Aprire un discorso [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La custodia dell&#8217;angelo&#8221; di Alessandra Saugo, Wojtek edizioni, 2025</strong></p>
<p>Poesie? Prose? No, semplicemente la parola che si frantuma con la realtà. La deflagrazione di ogni relazione si riempie di potere descrittivo, di necessità dell&#8217;espellere dal cuore e dall&#8217;anima il veleno. È questa anche la funzione dell&#8217;arte?</p>
<p>Aprire un discorso in tal senso è difficile, richiederebbe tempo e spazio. Ciò che resta di <strong>&#8220;La custodia dell&#8217;angelo&#8221;</strong> è un grumo che il lettore accoglie, che pian piano prova a portare dentro di sé a piccoli pezzi. La scrittrice Alessandra Saugo, morta nel 2017, ha lasciato tante pagine e delle sue vicende nella fabbrica culturale italiota ancora se ne parla sul web.</p>
<p>Dopo le sue vicissitudini nel mondo dell&#8217;editoria, in questo libro postumo tutto si concentra <strong>sul suicidio della madre e sui tradimenti del marito.</strong> Lei, malata e con il fiato della morte sul collo, ribatte e replica a qualcosa di ingiusto. E più si sente questa denuncia dell&#8217;onta subita, più si fa spazio un&#8217;altra sensazione: <strong>quella voglia di acciuffare il perché di tutto questo</strong>.</p>
<p>Ecco che <strong>Saugo</strong> si dimena come <strong>Giobbe</strong>, ma non chiede di parlare con Dio, ma con i suoi carnefici, o presunti tali. E nonostante nei confronti della madre il tono sia dolce, quasi remissivo in alcuni punti, sottotraccia sentiamo il grido disperato di chi non può e non potrà mai accettare quella scelta.</p>
<p>I versi giocano con le sensazioni, mischiano le parole. La prosa viene lasciata senza punteggiatura, come se quel flusso di coscienza sia universale. Non ha bisogno di traduttori, non chiede analisi. Ogni parola è autentica e condivisibile, è terribilmente umana. Succede così che anche una recensione non possa fare altro che testimoniare, perché qui non ci sono &#8220;significati&#8221; da trovare in cielo, tra le nuvole o un improvvisato iperuranio.</p>
<p><strong>&#8220;La custodia dell&#8217;angelo&#8221;</strong> di Alessandra Saugo va oltre quello che potremmo definire auto fiction. Non è autobiografia, tantomeno estensione del proprio dolore; addirittura non chiede sostegni e non vuole aggiudicarsi il &#8220;primato&#8221; della sofferenza umana. Questo libro è una sorta di invocazione, se non un salmo scritto nella solitudine e poi abbandonato in un cassetto. Eppure, porta con sé la sospensione del giudizio e la ricercatezza di uno stile; entrambi questi elementi sono capaci di affascinare e di guadagnarsi un posto tra la letteratura.</p>
<p>Pensato così o meno non ha importanza. La caratteristica di questo libro è che parla a un dolore che ciascuno comprende. Ogni pagina è chiara, non ha bisogno di orpelli. Qui ogni cosa è in uno stato di sublimazione. L&#8217;ego quindi è stato oltrepassato.</p>
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