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	<title>Lettura Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Un pomeriggio di ordinaria entropia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Oct 2026 22:01:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Un pomeriggio di ordinaria entropia» è un racconto di Alessandro Bastasi. «La prima frase del racconto è una voluta citazione dell’incipit de Lo Straniero di Albert Camus». In copertina un&#8217;immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale Oggi la mamma è morta. La telefonata dall’ospedale mi è arrivata verso l’una del pomeriggio, quando stavo guardando il telegiornale. Come [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>«Un pomeriggio di ordinaria entropia» è un racconto di Alessandro Bastasi. «La prima frase del racconto è una voluta citazione dell’incipit de Lo Straniero di Albert Camus». In copertina un&#8217;immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale </strong></p>
<p>Oggi la mamma è morta. La telefonata dall’ospedale mi è arrivata verso l’una del pomeriggio, quando stavo guardando il telegiornale. Come sempre, sentivo i suoni delle parole della speaker, ma soprattutto osservavo la sua faccia un po’ truce, seguivo i movimenti delle labbra e ogni tanto mi incantavo sul suo sguardo allucinato. E’ vestita strana, la tipa, con una giacca a righe verticali bianche e verdi, una collana etnica enorme, due orecchini di metallo pesanti che le trascinano verso il basso i lobi degli orecchi. Mi ero alzato dal divano per andare in bagno quando la suoneria del telefono ha cominciato a trillare con insistenza. Sul display un numero che non conoscevo, e non ho risposto. Per fortuna ha smesso. Ma solo per poco, dopo qualche secondo quel suono insistente e petulante ha ripreso a tormentarmi i timpani, alla fine ho ceduto.</p>
<p>La mamma è morta, mi hanno detto. E io sono qui che mi guardo attorno, nell’unica stanza del mio appartamento. C’è molto disordine, molti piatti sporchi sul lavello nell’angolo cottura, la donna delle pulizie arriva domani, viene una volta alla settimana, il lunedì, peccato che mia madre sia morta proprio oggi, se fosse morta domani o martedì almeno la casa sarebbe stata un po’ più in ordine, e poi non ho camicie stirate, anzi &#8211; per fortuna me ne sono ricordato &#8211; devo metterle in lavatrice ché sennò per domani non saranno asciutte e la donna non le potrà stirare. Sto lì a fissare la lavatrice per un po’.</p>
<p>Oggi pomeriggio dovrò anche farmi vedere all’ospedale, immagino che ci siano delle pratiche burocratiche da sbrigare, e io sono l’unico parente in vita della mamma. Solo che fa un caldo tremendo, afoso, anche se siamo già in ottobre. Le imposte sono socchiuse, per non fare entrare il sole, guardo giù ma non c’è quasi nessuno per la via, solo un cane che ansima sul portone del palazzo di fronte. D’altronde è domenica, chi è così pazzo da andarsene in giro con questa canicola infernale.</p>
<p>All’ospedale mia madre non me la fanno nemmeno vedere, per domattina allestiranno la camera ardente, e per un’oretta mi dicono che potrò stare con lei. Mi fanno firmare un sacco di carte, e io firmo, diligente, l’impiegata è gentile, mi guarda amorevolmente, coraggio, mi dice, mentre mi prende di mano i fogli che ho riempito di scarabocchi. Io abbozzo un sorriso di circostanza, mi osservo le mani e mi accorgo che mi hanno dato una biro che spande l’inchiostro e sporca le dita, ci sono macchie violacee sulle unghie e sui polpastrelli.</p>
<p>Meccanicamente sollevo la mano destra e la tendo verso la donna tutta vestita di bianco dall’altra parte del bancone, come per farle notare che cosa mi è successo, e lei si ritrae, con un lieve grido, forse teme che la insudici, o forse ha paura di come ora la sto fissando, la scopro inquieta, gli occhi che vagano da una parte all’altra, le do subito dei fazzoletti di carta, mi dice in fretta, li cerca sotto il bancone, ma evidentemente non li trova, è agitata, poveretta, impreparata, e io me ne sto lì, fermo, immobile, in attesa, mentre ne studio i lineamenti, le gote rosse, la ciocca di capelli che spunta dal berrettino bianco che ha sulla testa.</p>
<p>Gli occhi sono color nocciola, banali, senza luce, opachi come i fazzoletti che finalmente mi porge, scusandosi per l’inconveniente, non fa nulla, la rassicuro, sono cose che capitano, e la compiango per quel suo affannarsi, per il disagio che mi butta in faccia senza alcun pudore.</p>
<p>A pomeriggio inoltrato sono nell’appartamento della mamma e mi faccio una birra. Spalanco le finestre e resto in mutande e in maglietta, tutto in questa casa è in un ordine perfetto, non una cosa fuori posto, la cera che brilla sui pavimenti. Mi sporgo dalla finestra a contemplare dall’ottavo piano il formicolio che pervade la strada giù in basso, e volute di caldo malsano spurgano dall’asfalto salendo fino in cima, a stordirmi. Finisco la birra con un lungo sorso, respiro forte, un paio di rutti e vago indolente per le stanze.</p>
<p>La camera da letto di mia madre. Lo scrigno è là, in bella vista sul comò, sopra un centrino di pizzo, lei ci ha messo la fede di papà quand’è morto, tre anni fa, in novembre. La sua cosa più preziosa, diceva. Lo apro. La fede c’è ancora, e magari domani ci metterò pure quella della mamma, è tutto ciò che terrò di loro, mi dico, il resto in discarica, rimarranno solo le due fedi. Non so perché mi è venuta questa idea, non c’è un motivo preciso, magari getterò via tutto, cazzo mi frega, a me, delle fedi.</p>
<p>Scuoto il capo e mi accendo una sigaretta, non vedo un posacenere in giro, ma è lo stesso, butterò la cenere per terra, sul parquet, nel silenzio attonito di questi muri che percorro lentamente con lo sguardo, con il santino del papa e il paesaggio dipinto da papà incorniciati tra la porta e l’armadio di noce. Muri che riflettevano impassibili i suoni della voce di mia madre, che anche in ospedale parlava parlava parlava, di cose senza senso, l’impegno, la responsabilità, la famiglia, i figli, lo status sociale.</p>
<p>Di mio padre che si era fatto un mazzo così per garantire a tutti noi una posizione rispettabile nella società. Della mia incomprensibile abulia. Qualche giorno fa mi ricordava che mancava solo un mese all’anniversario della morte di papà, e che bisognava preparare tutto per bene, invitare i parenti e prenotare la messa in suffragio. Precisa, puntuale, le sue cazzate in cima a ogni priorità, le date e le scadenze innanzi tutto. E io sì, mamma, non ti preoccupare, sta’ tranquilla. Già. Date, scadenze, cose da fare.</p>
<p>Io invece sono uno che guarda.</p>
<p>Fisso la brace sulla punta della sigaretta e mi viene da ridere. Mi lascio cadere sul letto e rido. Solo giovedì scorso con mia madre ancora si parlava dello scrigno con la fede, di un mese, novembre, e di un anniversario, il terzo. Giovedì. Tre giorni fa. Mi sembra un’eternità, lontana, confusa.</p>
<p>Mi accendo un’altra sigaretta, e mi incanto a osservare le nuvolette di fumo che escono dalla mia bocca aperta. Si muovono lente, sensuali, quasi estenuate anch’esse dall’afa e dall’umidità, non riescono nemmeno a salire su fino al soffitto, si perdono a metà, come se ci fosse una barriera che cercano di superare scivolando sotto, per trovare un passaggio da cui poi riprendere il cammino verso l’alto.</p>
<p>Ma non c’è alcun passaggio, e il fumo si ferma lì, a mezz’aria, dissolvendosi poi in un’atmosfera grigiastra uniforme che invade tutta la stanza, me stesso e i miei polmoni. Quasi fosse un liquido amniotico, la cui funzione però non è tenere in vita, bensì accompagnare verso il nulla. O verso il tutto, che è la stessa cosa. L’ineluttabile processo dell’entropia.</p>
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		<title>Nero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2026 22:01:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Nero&#8221; è un racconto di Roberto Saporito. In copertina una foto scattata dall&#8217;autore Attraversi la grande piazza, cammini fino alla zona pedonale, cammini con una sorta di urgenza nelle gambe; la mano destra stringe una busta di plastica bianca e rossa con il logo di un negozio di abbigliamento che non esiste più da molti [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Nero&#8221; è un racconto di Roberto Saporito. In copertina una foto scattata dall&#8217;autore</strong></p>
<p>Attraversi la grande piazza, cammini fino alla zona pedonale, cammini con una sorta di urgenza nelle gambe; la mano destra stringe una busta di plastica bianca e rossa con il logo di un negozio di abbigliamento che non esiste più da molti anni.</p>
<p>Sei vestito esattamente come eri vestito nel tuo studio: maglione nero largo e pieno di buchi e macchie di colore, pantaloni militari neri con macchie di colore, anfibi neri Doc Martens neri con macchie di colore; le macchie di colore sono rosse, blu, gialle, verdi, nere (più difficili da vedere sugli indumenti già neri), e quelle non nere sono vecchie: è un po’ che non usi quei colori.</p>
<p>Arrivi in centro e dove una volta c’era un grande negozio di abbigliamento d’autore c’è la sede della galleria d’arte “Cabaret Voltaire”, la galleria d’arte di Sam, la tua gallerista, la tua mercante, che non vedi da mesi, che ti telefona da mesi, telefonate alle quali non hai mai risposto.</p>
<p>Stavi pensando, dovevi prendere una decisione, dovevi fare qualcosa, dovevi cambiare qualcosa, eliminare qualcosa, anche. Arrivi alla galleria; attraverso la vetrina vedi Sam e uno dei suoi collaboratori che stanno posizionando una grande tela sulla parete, quadro che sembra rappresentare un acquario con tanti pesci colorati, un acquario iperrealista due metri per due metri, sembra, ad occhio.</p>
<p>Sam indica al suo assistente di abbassare la tela, e poi di alzarla e poi di spostarla a destra, sì, ma di meno, dice mentre tu stai entrando.</p>
<p>Sam ti guarda come se avesse visto un orribile fantasma e poi ti dice:<br />
“Sei uno stronzo.”</p>
<p>L’assistente ti fa ciao ciao con la mano destra, ma senza aprire bocca.<br />
Tu annuisci, sospiri e dici:</p>
<p>“Ciao Sam.”<br />
“Ciao un cazzo” fa lei e poi rivolta all’assistente “Metti giù quel quadro.”</p>
<p>L’assistente appoggia, con cautela, la tela contro la parete, e vista l’aria che tira sparisce nel retro della galleria.</p>
<p>“Sei uno stronzo lo sai?” ribadisce.<br />
“Sì, me l’hai già detto.”</p>
<p>Poi ti guarda, guarda come sei vestito e dice:<br />
“Sei un disastro.”</p>
<p>Poi ti osserva meglio e chiede:<br />
“Cos’hai in quel sacchetto?”<br />
“La prova che sto lavorando” dici, e tiri fuori una tela cinquanta per cinquanta centimetri.<br />
“Cos’è?” domanda Sam.<br />
“Ne ho fatte cento negli ultimi sei mesi” dici orgoglioso.<br />
“E i tuoi famosi colori arditi, le tue geometrie, le arzigogolate tele sagomate?”<br />
“Ne ho fatti cento e sono tutti cinquanta per cinquanta” ribadisci.<br />
“Gli altri sono di colori differenti?” chiede Sam.<br />
“No, sono tutti uguali.”<br />
“Sono tutti neri?” chiede ancora.<br />
“Esatto, sono tutti neri, tutti cinquanta per cinquanta, tutti uguali e sono la mia prossima mostra” affermi definitivo.<br />
“Tu sei matto” dice Sam.<br />
“Sempre stato” affermi sorridendo lieve.<br />
“Però sei il mio matto, mi piace l’idea, andiamo a vederli, adesso, nel tuo studio” dice quasi miagolando Sam.<br />
“Davvero?” domandi.<br />
“Certo, avevi dei dubbi?”<br />
“Qualcuno” ammetti.</p>
<p>Tre mesi dopo le pareti bianche della galleria d’arte sono letteralmente invase dalle tue tele nere.</p>
<p>La galleria è piena di gente che beve, mangia e compra a prezzi folli tele completamente nere mentre un critico d’arte molto famoso racconta cose sulle tue opere che tu non avevi proprio pensato, sembra un incantatore di serpenti e la gente, sempre di più e, sembra, sempre più ubriaca, si accapiglia, al limite del venire alle mani, per accaparrarsi più opere possibile. A fine serata sono tutte vendute a prezzi inauditi.</p>
<p>Sam sorride e stravaccati sul divano Bocca di Gufram, una prima edizione del 1970, a forma di labbra rossissime, vi state finendo l’ennesima bottiglia di Champagne.</p>
<p>“Sembri triste” dice Sam.<br />
“No, stavo solo pensando” dici.<br />
“A cosa?” domanda Sam.<br />
“Alla mia prossima mostra” dici.<br />
“Di già?” domanda Sam, e continua “Hai già qualche idea?”<br />
“Sì” affermi sorridendo.<br />
“E cioè?” domanda.<br />
“Cento tele nere sessanta per sessanta centimetri” dici raggiante come un personaggio di Keith Haring.<br />
“Geniale, mi piace, sarà un altro successo” afferma definitiva Sam.</p>
<h3>Chi è l&#8217;autore di Nero?</h3>
<p>Roberto Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962. Ha studiato giornalismo. Ha diretto per trent’anni una galleria d’arte.</p>
<p>Ha pubblicato raccolte di racconti e romanzi, tra le raccolte di racconti ricordiamo &#8220;Harley-Davidson&#8221; (1996, Stampa Alternativa Editore, vendendone più di ventimila copie), e “Generazione di perplessi” (2011, Edizioni della Sera, quarta di copertina di Marco Vichi) e tra i romanzi ricordiamo: “Il rumore della terra che gira” (2010, Perdisa Pop, nella collana “Corsari” diretta da Luigi Bernardi), “Il caso editoriale dell’anno” (2013, come “Anonimo”, Edizioni Anordest), “Come un film francese” (2015, Del Vecchio Editore), “Respira” (2017, Miraggi Edizioni), “Jazz, Rock, Venezia” (2018, Castelvecchi Editore), “Come una barca sul cemento” (2019, Arkadia Editore), “In nessun luogo” (2022, A&amp;B Editrice), “Figlio, fratello, marito, amico” (2024,Qed Edizioni), “Polimeri” (2025, Cose Note Edizioni).</p>
<p>Il 26 febbraio 2027 pubblicherà il suo nuovo romanzo “Residenza per scrittori” con Qed Edizioni. Suoi racconti sono stati pubblicati su alcune antologie e su innumerevoli Riviste Letterarie. A ottobre 2004 è stato invitato al Festival Letterario “Letteraria” a Pistoia, tra gli scrittori invitati: Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli, Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli, Massimo Carlotto, Luca Crovi. A giugno 2007 è stato invitato al Festival Letterario Lib[e]ri 2007 di Teramo, tra gli scrittori invitati: Marco Lodoli, Erri De Luca, Walter Siti. Ha collaborato con la Rivista Letteraria di Milano “Satisfiction” con una sua personale rubrica.</p>
<p>Nel 2013 il suo primo romanzo “Anche i lupi mannari fanno surf” [2002] diventa “oggetto di studio” di una delle dieci lezioni del corso di scrittura narrativa “Inchiostro rosso sangue”, per la precisione la settima intitolata &#8220;L’hard boiled in salsa italiana: il curioso caso di “Anche i lupi mannari fanno surf”, di Roberto Saporito.&#8221;, organizzato dalla Rivista Letteraria “Inchiostro” a Verona, insieme ai romanzi, oggetto di altre lezioni, di Giorgio Scerbanenco, Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto e Gianluca Morozzi.</p>
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		<title>Piove e piove tantissimo</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Oct 2026 17:26:12 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[Autunno]]></category>
		<category><![CDATA[Lamonica]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Pioggia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Piove e piove tantissimo&#8221; è un racconto di Wanda Lamonica. In copertina una foto dell&#8217;autrice Piove e piove tantissimo. E ho appena visto filmati catastrofici al telegiornale per potermi beatamente nascondere sotto le coperte e lasciarmi cullare dal tamburellio della pioggia. E magari sognare. E magari immaginare di allungare una mano sul tuo cuscino e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Piove e piove tantissimo&#8221; è un racconto di Wanda Lamonica. In copertina una foto dell&#8217;autrice</strong></p>
<p><strong>Piove e piove tantissimo.</strong> E ho appena visto filmati catastrofici al telegiornale per potermi beatamente nascondere sotto le coperte e lasciarmi cullare dal tamburellio della pioggia. E magari sognare. E magari immaginare di allungare una mano sul tuo cuscino e trovare proprio te.</p>
<p><strong>Piove e piove tantissimo.</strong> Potrebbe franare la montagna, qui dietro. O allagarsi la strada, in paese. Non è più come quando i fulmini ci beccavano sempre insieme e i tuoni ci facevano abbracciare. Non è più come quando ci sorprese, a novembre, un temporale. E comprammo un ombrello enorme al negozio di Irene e finimmo per piovere solo dai nostri occhi. E dunque finimmo, finimmo le parole.</p>
<p><strong>Piove e piove tantissimo.</strong> E il cielo scarica acqua come da uno sciacquone impazzito. E rutta tuoni cercando di digerire questo mondo indigesto, mal conservato. Osservala, la caparbietà di una pioggerellina che, ad un certo punto, diventa un acquazzone . E magari osserva anche me. Non è piu come una volta, come quando stavamo in auto a tifare per quelle lacrime di cielo che scendevano giù dai finestrini. Tu avevi le tue preferite, io le mie. Ognuna di loro segnava un percorso. Un passaggio liquido immediatamente cancellato dal passaggio di altre gocce. Come quando la vita infelicemente trascorsa viene rimpiazzata subito da altra nuova vita, diversa.</p>
<p><strong>Piove e piove tantissimo.</strong> C&#8217;è troppa acqua, fuori e dentro. Ce n&#8217;è troppa persino nella boccia di vetro del pesce rosso. Che non sa mai niente di noi e gira solo su se stesso. Non è più come prima, quando la pioggia era soltanto pioggia e i tuoi occhi erano solo per me. E se non smettesse più? E se si allagasse il mio giardino con le tue rose rosse? Che poi, semmai volessi venire, semmai volessi tornare…</p>
<p>Non è più come prima. Dovresti persino volare.</p>
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		<title>Giuseppe Sciarra: intervista all&#8217;autore di Rododendro</title>
		<link>https://www.borderliber.it/giuseppe-sciarra-intervista/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2026 17:08:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Rododendro]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[sessualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo e intervista di Martino Ciano. In copertina una foto di Giuseppe Sciarra scattata da Priscilla Nutshell Nel suo romanzo, Giuseppe Sciarra racconta attraverso Davide e Nicolò una relazione ambigua, sospesa tra amore, desiderio e dominio. Da Rododendro, paese immaginario ma specchio di tante realtà italiane, fino a Roma, la storia esplora la difficoltà di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/giuseppe-sciarra-intervista/">Giuseppe Sciarra: intervista all&#8217;autore di Rododendro</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo e intervista di Martino Ciano. In copertina una foto di Giuseppe Sciarra scattata da Priscilla Nutshell</strong></p>
<p>Nel suo romanzo, <strong>Giuseppe Sciarra</strong> racconta attraverso Davide e Nicolò una relazione ambigua, sospesa tra amore, desiderio e dominio. Da <strong>Rododendro</strong>, paese immaginario ma specchio di tante realtà italiane, fino a Roma, la storia esplora la difficoltà di accettare sé stessi e di costruire rapporti liberi da manipolazioni e possesso. Ma c&#8217;è solo questo? Ne parliamo con l&#8217;autore.</p>
<p><strong>Giuseppe Sciarra, Davide e Nicolò si innamorano davvero o cercano nell&#8217;altro una via di fuga da sé stessi?</strong></p>
<p><strong>R:</strong> Credo che sia Davide sia Nicolò stiano cercando una via di fuga da se stessi, seppur guidati da motivazioni ben diverse. Nicolò è imbrigliato nel suo disturbo narcisistico, una patologia dolorosa e complessa che gli impedisce di instaurare relazioni autentiche e profonde. Chi soffre di questo disturbo spesso vive un&#8217;incapacità strutturale di amare, per la quale ad oggi non esiste una cura specifica. Credo che in fondo Nicolò vorrebbe riuscire ad amare, ma ne è fisicamente ed emotivamente impossibilitato.</p>
<p>Quel suo continuo passare da una relazione all&#8217;altra, che sia con ragazzi o ragazze, non è altro che un tentativo disperato di sentirsi vivo e di illudersi di saper offrire affetto; un tentativo che, però, è destinato ogni volta a fallire.</p>
<p>Per Davide, invece, la dinamica è differente: la sua è una fuga legata al mancato riconoscimento e all&#8217;incapacità di accettare se stesso e la propria sessualità. In questo senso, Nicolò rappresenta la via più semplice: gli regala l&#8217;illusione di essere finalmente sceso a patti con la propria vera natura e di poter vivere un sentimento. Eppure, neanche Davide ha davvero chiare le proprie emozioni. Si tratta di un affetto fraterno e amicale distorto dall&#8217;idealizzazione? Escluderei si tratti di vero amore: è più probabile che stia scambiando la ricerca di sé per un sentimento verso l&#8217;altro.</p>
<p><strong>Rododendro è un paese immaginario, ma richiama molte realtà italiane. Quali pregiudizi e contraddizioni hai voluto mettere in mostra?</strong></p>
<p><strong>R:</strong> Ho una visione decisamente cupa e pessimistica della provincia italiana, forse perché vissuta in prima persona e sulla mia pelle. Sono contesti che mi stanno stretti e che credo soffochino chiunque sia alla ricerca di autenticità nelle relazioni e di vera libertà nelle proprie scelte, non soltanto per quanto riguarda la sfera sessuale. Chiunque cerchi di affermare se stesso in tutte le proprie sfaccettature trova spesso un muro.</p>
<p>In molte province vige una legge non scritta fatta di stereotipi e cliché duri a morire, a cui ci si deve conformare per non rischiare l&#8217;emarginazione o il ridicolo. In alcune realtà, soprattutto al Sud, la &#8220;diversità&#8221; viene ancora derisa e sbeffeggiata: si creano vere e proprie &#8220;cacce alle streghe&#8221; che meriterebbero ben altra attenzione, anche legale. Ho voluto con Rododendro mettere in luce l&#8217;ossessione per la mascolinità che domina questi contesti: una mascolinità spesso parodistica, esasperata, quasi ridicola e ai limiti del grottesco, eppure ampiamente accettata — se non pretesa — per poter far parte del tessuto sociale.</p>
<p>Allo stesso tempo, però, ho voluto far emergere l&#8217;ambiguità profonda di certi personaggi. Pensiamo al bullo che molesta Davide da ragazzino e che poi arriva ad abusare di lui, consumando a tutti gli effetti un atto omosessuale. È fin troppo evidente come, in ambienti in cui il machismo e l&#8217;omofobia la fanno da padroni, si generi un cortocircuito inevitabile: un meccanismo che porta a vivere la propria sessualità in modo ipocrita, ambiguo e sommerso.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-16367 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2026/08/formatconvert_20260812_180451_10481376682040855567447.jpg?resize=800%2C600&#038;ssl=1" alt="Rododendro" width="800" height="600" data-recalc-dims="1" /></p>
<p><strong>Il romanzo sembra parlare soprattutto di possesso e scarsa educazione affettiva. È questa, secondo te, una delle grandi fragilità delle relazioni contemporanee?</strong></p>
<p><strong>R:</strong> Assolutamente sì. La carenza di un&#8217;adeguata educazione affettiva è uno dei grandi problemi della nostra società. Spesso si finisce per confondere l&#8217;amore con il possesso, scambiando il bisogno di controllo per un sentimento assoluto, quasi &#8220;da romanzo&#8221;. Ma l&#8217;amore e il possesso sono due cose diametralmente opposte: possedere significa soffocare l&#8217;altro, privarlo della sua libertà e condizionarne le scelte. Che cosa c&#8217;entra l&#8217;amore con tutto questo? L&#8217;amore è un sentimento nobile e puro, che non dovrebbe mai essere contaminato da dinamiche tossiche che, in diversi casi, sconfinano nel penale.</p>
<p>Non credo affatto di esagerare: mi è capitato di osservare coppie protagoniste di comportamenti inquietanti e tossici che non hanno nulla a che vedere con l&#8217;affetto reale. A questo si collega il tema del disturbo narcisistico di personalità. Le stime ufficiali parlano di un risibile 2 percento della popolazione, ma basandomi sull&#8217;esperienza personale e sui racconti di tanti amici e amiche, la realtà percepita è ben diversa. Moltissime persone ne mostrano i tratti senza averne alcuna consapevolezza, finendo per devastare la vita di chi sta loro accanto.</p>
<p>Chi ne soffre non è in grado di instaurare legami maturi e autentici, né in ambito sentimentale né nelle relazioni interpersonali in genere. Se esistesse un&#8217;educazione affettiva strutturata, capace di sensibilizzare fin da giovani sui segnali del narcisismo patologico, molte meno persone cadrebbero in queste trappole emotivamente distruttive, che nei casi più estremi possono condurre a conseguenze tragiche, fino al suicidio indotto.</p>
<p><strong>Per concludere, ogni opera deflagra nel mondo e spesso neanche l&#8217;autore può calcolare dove andrà. Per il momento come è stato accolto «Rododendro»?</strong></p>
<p><strong>R:</strong> Rododendro sta avendo un’ottima accoglienza di pubblico. Sono davvero contento dei risultati raggiunti. Proprio grazie al libro sarò tra i partecipanti al ReWriters Fest, il festival sulla sostenibilità sociale ideato da Eugenia Romanelli, che rappresenta per me un’importante vetrina sia come scrittore sia come artista. Inoltre, Rododendro si inserisce in un progetto transmediale più ampio realizzato insieme alla fotografa Priscilla Nutshell: una serie di scatti in cui interpreto un personaggio narcisista per muovere una critica al narcisismo digitale.</p>
<p>Questa performance artistica sta riscuotendo un grande successo, tanto da farci entrare in due tra i più autorevoli database d&#8217;arte al mondo, HENI News e Artfact, dov&#8217;è stato indicizzato anche il libro. Il mio obiettivo, infatti, è far travalicare a Rododendro i confini dell&#8217;editoria tradizionale per inserirlo a pieno titolo nel circuito d’arte contemporanea.</p>
<p>Vorrei che diventasse un’opera d’arte integrata alla ricerca fotografica fatta con Priscilla, fino a vederlo distribuito nei bookshop dei musei come un tassello unico di un progetto più vasto: Against the Digital Narcissus, un’esplorazione artistica a tutto tondo del disturbo narcisistico di personalità.</p>
<p><strong>Ringraziamo Giuseppe Sciarra per la collaborazione. Se vuoi leggere la recensione del romanzo &#8220;Rododendro&#8221;, <em><a href="https://www.borderliber.it/rododendro-sciarra-e-il-fascino-della-tossicita/">clicca qui.</a></em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/giuseppe-sciarra-intervista/">Giuseppe Sciarra: intervista all&#8217;autore di Rododendro</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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		<title>Claudia Sarritzu: Il patriarcato nel nuovo ordine mondiale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Sep 2026 22:15:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Patriarcato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Sacha Rosel. In copertina: &#8220;Il patriarcato nel nuovo ordine mondiale&#8221; di Claudia Sarritzu, Catartica Edizioni, 2026 In questo breve ma densissimo saggio Claudia Sarritzu, giornalista specializzata in linguaggio e politiche di genere, intervista una serie di esperte per vedere come il sistema patriarcale continui ad attuare multiple forme di dominio sulle donne (ma [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/il-patriarcato-claudia-sarritzu-saggio-recensione/">Claudia Sarritzu: Il patriarcato nel nuovo ordine mondiale</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Sacha Rosel. In copertina: &#8220;Il patriarcato nel nuovo ordine mondiale&#8221; di Claudia Sarritzu, <span data-olk-copy-source="MessageBody">Catartica Edizioni, 2026</span></strong></p>
<p>In questo breve ma densissimo saggio<strong> Claudia Sarritzu</strong>, giornalista specializzata in linguaggio e politiche di genere, intervista una serie di esperte per vedere come il sistema patriarcale continui ad attuare multiple forme di dominio sulle donne (ma senza dimenticare le soggettività non binarie ed LGBTQAI+) a varie latitudini del mondo.</p>
<p>Ponendo a confronto paesi con tradizioni fra loro diversissimi come ad esempio <strong>il Venezuela, la Palestina, l’Italia, la Federazione Russia, la Cina e la Siria,</strong> facendo spesso un excursus su come i diritti delle donne siano cambiati nel corso del tempo in un dato paese, Sarritzu e le esperte da lei intervistate ci parlano di intersezionalità. Il tutto mira a dimostrare come la liberazione delle donne di un luogo passi anche attraverso il riconoscimento dell’importanza delle lotte di tutte le altre donne che vivono e resistono altrove, scontrandosi in maniera analoga anche se declinata con varianti locali con le leggi ataviche del patriarcato.</p>
<p>L’appello dell’autrice è quello di “volersi bene fra donne anche se non ci somigliamo, perché sotto ai vestiti di tutte ci sono gli stessi corpi umiliati e oggettivati.” Il libro si apre, di certo non casualmente, con due riflessioni personali dell’autrice sulle donne palestinesi, in particolare su come il loro indossare il velo sia spesso visto (anche da donne occidentali) come atto di sottomissione. “La resistenza”, ci spiega invece Sarritzu, “è anche in quel velo, simbolo politico di esistenza di un popolo.</p>
<p>È un simbolo anche di genere contro il patriarcato, sia interno che coloniale.” E a chi, con tipiche chiacchiere da supermercato, si erge dall’alto della sua superiorità di donna privilegiata bianca e occidentale, sparando a zero sulle donne palestinesi che continuano a fare figli, l’autrice spiega: anche questo è un atto di resistenza, perché un popolo che rischia l’estinzione “può solo resistere con le nascite.”</p>
<p>E, insieme all’appello a riconoscere, capire e fare propria l’intersezionalità e vedere sé nell’altra (e nell’altrə), <strong>Sarritzu lancia anche un grido di allarme: bisogna purtroppo constatare come il patriarcato sappia ormai rinnovarsi, affidandosi anche all’aiuto di ‘ancelle’ di genere femminile.</strong> Si tratta di donne che fanno del sistema che opprime altre donne il proprio credo assoluto, non contribuendo a smantellare stereotipi ma anzi rinvigorendoli, ad esempio non attuando nessuna politica che incentivi l’occupazione femminile per ridurre il gender pay gap né incentivando una maggiore presenza femminile nei ruoli di leadership. Solo considerando l’Italia, ad esempio, il gender pay gap è arrivato negli ultimi anni a livelli spaventosi e gli stereotipi continuano a essere tramandati di generazione in generazione senza che si faccia mai nulla per cambiare le cose.</p>
<p>Anzi: con il <strong>DDL Valditara</strong> (di cui Sarritzu non parla, perché è stato approvato mentre il libro era in fase di stampa), il primo governo italiano della storia repubblicana guidato da una donna dimostra di voler cristallizzare ancora di più gli stereotipi di genere, affidando l’unica responsabilità di educazione all’affettività e alla sessualità delle e dei giovani alla famiglia nucleare, istituzione spesso sinonima di oppressione delle libertà del sentire individuale.</p>
<p>Lungi dallo scomparire dietro le risposte delle sue eminenti interlocutrici, Sarritzu ci mostra chiaramente il proprio pensiero nei contenuti delle domande poste alle varie esperte, dando una direzione ben precisa alla sua ricerca. Lo stesso sottotitolo del libro, <strong>“Responsabilità delle leader donne e machismo femminile”</strong>, ci rimanda ad una delle questioni fondamentali dibattute nel corso del saggio: per poter cambiare le cose quando si è al comando essere donna non basta. Di per sé, l’appartenenza al genere femminile e l’identificarsi come ‘donna’ non sono infatti indicatori della volontà di gestire il potere in maniera diversa da quella proposta dal sistema patriarcale.</p>
<p>Figure come <strong>Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen</strong>, in effetti, non fanno altro che perpetrare una visione del potere oppressiva e indifferente alle istanze femministe. <strong>Non a caso, Giorgia Meloni, che pure definì se stessa durante la campagna elettorale del 2022 usando le seguenti parole:</strong> “sono una donna, sono una madre”, ha scelto di farsi chiamare il Presidente del Consiglio al maschile, cancellando la differenza del proprio genere non solo perché vista come incompatibile con il ruolo da lei ricoperto, ma anche perché non funzionale alla gestione machista del potere da lei scelta. Come precisa la sociolinguista Vera Gheno, fra le esperte intervistate nel libro, il linguaggio di Meloni non prevede “una caratterizzazione di genere nel modo di esprimersi […]. Il fatto che sia una donna è tangenziale, un dato […] meramente biologico ma non ideologico”.</p>
<p>Che il modello di donna machista stia guadagnando sempre più consensi a livello internazionale, perché funzionale al perpetrarsi del patriarcato e a legittimare la retorica della “internazionale nera” (l’espressione è di Vera Gheno) presentandola con ‘rassicuranti’ sembianze femminili, è dimostrato anche dall’assegnazione nel 2025 del Premio Nobel per la Pace a María Corina Machado, politica venezuelana allineata al movimento Maga.</p>
<p>Non a caso, Machado si è poi recata personalmente a consegnare la statuetta del premio a Donald Trump, a voler ribadire il ruolo di “re” del tycoon americano, a cui il mondo intero deve inchinarsi e rendere omaggio per ottenere una legittimazione. Con l’aiuto di Claudiléia Lemes Dias, scrittrice e giornalista, Sarritzu analizza in maniera puntuale i contenuti del discorso tenuto da Machado in occasione del conferimento del premio.</p>
<p>Il capitolo, a mio avviso uno dei più affascinanti del libro, mette sotto accusa anche gli stessi organizzatori del Premio Nobel, per aver deciso di premiare una donna che chiede di fatto l’intervento delle forze militari internazionali (principalmente statunitensi) per sbarazzarsi del dittatore Maduro. Una donna che dunque non auspica un normale processo pacifico di democratizzazione del paese, con elezioni e un diretto coinvolgimento della popolazione, ma un atto violento e imposto dall’alto, prevedendo per di più l’invasione del paese da parte di forze esterne per risolvere una situazione di stagnazione politica ed istituzionale.</p>
<p>Nel premiare Machado, gli organizzatori del Nobel hanno dimostrato di considerare “la forza militare come l’unico mezzo per raggiungere la liberazione democratica” e questo, afferma Lemes Dias, è ancora più grave delle affermazioni di Machado stessa. Fra l’altro, la decisione degli organizzatori del Nobel contraddice la natura stessa del premio, precedentemente assegnato a figure sudamericane di tutt’altro tenore. Basti pensare a <strong>Rigoberta Menchú, insignita del Nobel “per la sua lotta contro l’oppressione militare e la difesa delle radici indigene”</strong> senza auspicare l’uso della violenza. Esibendo un atteggiamento di onesta umiltà, Menchù mostrò di non ritenersi la vincitrice di un premio, ma piuttosto la voce di un popolo.</p>
<p>Con l’assegnazione del Nobel a Machado, invece, gli organizzatori del premio profanano quell’onesta umiltà sostituendola con l’arroganza. La decisione della giuria avvalla sul piano culturale ciò che si sta nel frattempo delineando a livello geopolitico: una superpotenza statunitense che, incurante del multipolarismo creatosi negli ultimi anni, vuole imporsi come unica arbitra delle vicende mondiali autocelebrandosi come ‘forte’ e ‘vincente’, imponendo la propria presenza (invasione) militare in territori che non le competono.</p>
<p>Questo avvallo culturale ad un’invasione politica fino a poco tempo fa impensabile rappresenta il definitivo tramonto della diplomazia, ormai liquidata come ‘debole’ e ‘perdente’. Premiando una donna che propone un modello di ‘pace’ basato sull’aggressione, gli organizzatori del Nobel hanno di fatto creato le condizioni ideali per giustificare un attacco da parte della CIA e della marina statunitense pur di rovesciare il regime di Maduro, cosa poi avvenuta puntualmente pochi mesi dopo della cerimonia.</p>
<p>Un’altra intervista particolarmente acuta è quella con Ester Cois, ricercatrice di sociologia presso l’Università di Cagliari. L’esperta spiega di cosa parliamo quando parliamo di patriarcato: “un sistema di organizzazione sociale il cui il potere politico, economico, simbolico e riproduttivo è storicamente concentrato nelle mani degli uomini, e in cui le norme culturali e istituzionali definiscono comunque il genere maschile come riferimento privilegiato per l’autorità e per la legittimità.”</p>
<p>Un sistema iniquo, dunque, in quanto “ordine di potere che gerarchizza i generi” e che nel corso della storia umana si è rivelato particolarmente abile nel rimanere intaccabile/intoccabile, visto che “opera indipendentemente dalle intenzioni individuali”, andando ad agire a livello inconscio sulle persone e condizionandone le azioni e i pensieri. Sostituire il patriarcato, prosegue Cois incitata dalle domande di Sarritzu, sarà possibile solo se le persone andranno a scardinare la gestione gerarchica e monopolista del potere, per costruire società basate sulla redistribuzione del lavoro, della cura e delle responsabilità.</p>
<p>Ma combattere il patriarcato vuol dire innanzitutto riconoscerne i segnali deleteri che agiscono sulle coscienze, cambiando anche i modelli culturali smascherandone le iniquità, ad esempio andando ad agire sul modo in cui alcune figure archetipiche o personagge letterarie femminili vengono tramandate nei libri. Le cosiddette rivisitazioni femministe di narrazioni mitologiche e letterarie, diventate molto popolari negli ultimi anni, trovano una valida rappresentante anche nel panorama italiano con <strong>Marilù Oliva</strong>, anche lei fra le intervistate del libro. Partita da adolescente da un senso di “rassegnazione che le donne fossero solo una cornice attorno alla quale si stagliava qualcosa di grande e autorevole”, ossia il canto o l’impresa dell’eroe maschio, una volta diventata scrittrice Oliva ha deciso di usare il suo talento per “riscattare le donne”.</p>
<p>Ad esempio, ha dato nuova linfa alla figura di Didone, realmente vissuta nel nono secolo avanti cristo e dunque non contemporanea di Enea, come volle invece Virgilio per la sua Eneide. Una donna che nella realtà non solo era esperta di navigazione e “a capo di una flotta maschile”, <strong>ma che inoltre fondò Cartagine, diventando regina di un popolo che fino a quel momento non esisteva. Poi, una volta costretta a sposarsi, decise di uccidersi per non rinunciare alla propria libertà.</strong> Una figura complessa, insomma, di cui era necessario celebrare il coraggio.</p>
<p>Sarritzu si chiede anche quanta responsabilità abbiano gli autori maschi nel perpetrare certi stereotipi in quello che scrivono, e lo fa intervistando un unico uomo, Ciro Auriemma, cofondatore della scuola di scrittura creativa Baskerville. Gli stereotipi, afferma l’autore, corrodono anche gli uomini, basti pensare alla figura del principe azzurro delle fiabe, che “non dà la possibilità di sperimentare forme di relazione non conflittuale e non competitiva”, perché un principe deve conquistare, non cooperare ed essere “forte, ricco, coraggioso”.</p>
<p>I maschi, insomma, crescono con l’idea di “dover essere la parte che salva e protegge (o peggio, che ha la spada e quindi esercita il potere)” finendo quindi per costruire relazioni non paritarie. Per cambiare veramente le cose, afferma Auriemma, gli uomini dovrebbero compiere delle scelte decisive, ad esempio rifiutandosi di partecipare a convegni se i convitati sono unicamente maschi, viceversa pretendendo che ci siano anche donne, perché quell’escludere la voce e la presenza femminile nasconde sempre “una sacca residuale di violenza”.</p>
<p>Stabilire la tua assenza vuol dire infatti delegittimare la tua presenza e quindi in definitiva cancellare la tua stessa esistenza. La violenza sessuale e il femminicidio sono solo la punta di un iceberg pesantissimo che si fonda sul non voler vedere il proprio privilegio di essere maschio. Ma, conclude Auriemma, bisogna proprio partire dal riconoscere che nascere uomini vuol dire “nascere con un immeritato vantaggio” per poi spezzare le condizioni che rendano il nascere donna uno svantaggio.</p>
<p>Una parte non secondaria del libro rivestono inoltre le interviste ad esperte di universi culturali e geografici “altri”, proprio in virtù del fatto che, come annunciato nell’introduzione, la battaglia di una è la battaglia di tutte e viceversa, senza creare gerarchie fra la lotta delle femministe in Italia e tutte le lotte delle donne presenti nel resto del mondo. Colpisce la scelta effettuata dall’autrice, nel suo voler dare conto della possibile evoluzione della lotta femminista transnazionale e internazionale, di alcuni paesi oggi particolarmente cruciali per il loro ruolo nell’attuale assetto geopolitico mondiale, quali ad esempio la Russia e la Cina, due fra i paesi chiave di quel multipolarismo di cui si accennava in precedenza.</p>
<p>Nel caso della Cina, la sinologa Giada Massetti, autrice fra l’altro del volume La Cina è un’aragosta, precisa come nella Cina dell’antichità la cultura rappresentasse per le donne dell’élite l’unico modo per apprendere le norme di comportamento sociale per evitare di essere giudicate negativamente dalla comunità. In tal senso si colloca la pratica, tristemente conosciuta anche in Occidente, della fasciatura dei piedi che, come precisa Massetti, era un vero e proprio rito di passaggio. Esso infatti segnava “il percorso di realizzazione dell’identità sociale e morale femminile.” Il fatto che fossero le madri a sottoporre le proprie figlie a tale rituale lo rendeva particolarmente efficace e dunque difficile da eliminare (cosa che avverrà solo nel corso del ventesimo secolo, anche a causa di articoli di denuncia sia da parte di missionari occidentali che da parte di intellettuali cinesi moderni).</p>
<p>Interessante il paragone, a mio avviso molto azzeccato, che Sarritzu propone fra questa pratica e quella dell’uso/obbligo del corsetto per le donne occidentali, che provocava “la riduzione della capacità polmonare e la costrizione degli organi interni.” Entrambe le pratiche in effetti stavano a simboleggiare “quale e quanto spazio” potesse occupare una donna nelle rispettive società di appartenenza. Uno spazio che in Cina si è fatto sempre più esiguo, passando dagli anni del maoismo con il cosiddetto “femminismo di Stato”, caratterizzato da una partecipazione equa delle donne alla produzione ma di fatto tradotta in una mascolinizzazione dell’ “altra metà del cielo”, per poi assistere alla sessualizzazione dei corpi femminili attuata dagli anni ‘80 in poi, arrivando alla situazione attuale di ribellione sotterranea delle donne al ruolo obbligatorio di mogli e madri stabilito ufficialmente dal leader Xi Jinping nei suoi discorsi.</p>
<p>Un piccolo difetto che mi sento di segnalare di questo bel saggio è nell’introduzione. Personalmente, ho trovato un po’ infelice sottolineare come il nostro paese si trovi al sessantatreesimo posto del global gender gap, “sotto Uganda e Zambia”, come se due paesi del continente africano siano per definizione inferiori e incivili rispetto a un ‘glorioso’ paese europeo. Mi è sembrato che questa precisazione contraddicesse l’idea di una visione pluralista e transnazionale e dunque priva di gerarchie fra un’entità nazionale e l’altra posta alla base del libro. Inoltre, visto il sottotitolo così specifico, l’emersione del ‘machismo femminile’ e delle ‘ancelle’ nella politica internazionale contemporanea avrebbe forse richiesto un approfondimento maggiore sulla responsabilità delle leader donne nel perpetrare il modello patriarcale attraverso la loro gestione del potere, non necessariamente sempre apertamente misogino ma comunque escludente (antiabortista e/o anti-immigrazione e/o anti-LGBTQAI+).</p>
<p>Analizzare figure come Marine Le Pen (Francia), Rikka Purra (Finlandia), Siv Jensen (Norvegia), Alice Weidel (Germania), Pia Kjaersgaard (Danimarca) o Beata Szydło (Polonia), invece che solo Meloni e Machado, sarebbe stato più esaustivo (ma c’è sempre tempo per un secondo libro, no?). In ogni caso, Il patriarcato nel Nuovo Ordine Mondiale è un volume ricchissimo di informazioni e riflessioni, utile sia per chi sa già qualcosa di argomenti come l’intersezionalità o sulle situazioni culturali specifiche dei paesi analizzati sia per chi ancora non ha le idee chiare sui femminismi del mondo. Una sorta di bussola per orientarsi e per aumentare la propria consapevolezza, che si può costruire solo con la conoscenza. Perché, come direbbe Michela Murgia dall’epigrafe posta all’inizio del libro: “Essere femminista significa sapere che non è colpa tua, ma tua è la responsabilità di cambiare le cose.” Perché conoscere, e informarsi, sono il primo passo per assumersi tale responsabilità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/il-patriarcato-claudia-sarritzu-saggio-recensione/">Claudia Sarritzu: Il patriarcato nel nuovo ordine mondiale</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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