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	<title>Lettore Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Le pianure di Gerald Murnane</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Sep 2025 21:08:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Alessio Barettini. In copertina: &#8220;Le pianure&#8221; di Gerald Murnane, Safarà editore, 2019 Gerald Murnane è uno scrittore australiano poco noto da noi, seppure si tratti di uno dei candidati che più frequentemente sono comparsi nelle liste dei bookmakers per il Premio Nobel. In Italia lo pubblica con sapienza Safarà, che sta tuttora lavorando [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Alessio Barettini. In copertina: &#8220;Le pianure&#8221; di Gerald Murnane, Safarà editore, 2019</strong></p>
<p>Gerald Murnane è uno scrittore australiano poco noto da noi, seppure si tratti di uno dei candidati che più frequentemente sono comparsi nelle liste dei bookmakers per il Premio Nobel. In Italia lo pubblica con sapienza Safarà, che sta tuttora lavorando ad ampliare il suo catalogo qui da noi. Con <strong>Le pianure</strong>, uno dei suoi romanzi riconosciuti come più importanti finora, Murnane ci porta dentro le pianure dell&#8217;Australia centrale. Spazi sconfinati, abitati da marsupiali e sporadiche ville di ricchi imprenditori con un forte legame con il territorio.</p>
<p>Eppure, Murnane non si limita affatto a darci un quadro, a offrirci un&#8217;analisi del paesaggio, o dei suoi costumi e abitudini, e le sue pianure, da reali, visibili in tutta la loro magnificente enormità, diventano uno spazio metafisico, al confine fra sogno e realtà, visione e creazione artistica, innovazione e tradizione. Il romanzo, molto breve, si articola sostanzialmente in tre parti. La prima, in cui il protagonista, un regista trentenne dichiara di voler fare un film che colga l&#8217;essenza di quelle pianure; la seconda, con il protagonista alle prese con lunghe discussioni con uomini delle pianure, perlopiù quei ricchi businessmen australiani depositari di tradizioni, vessilli, tic, con i quali entra in relazione per conoscere meglio, per entrarci dentro di più, e anche per ottenere quello che già altri come lui e prima di lui hanno cercato e ottenuto: un mecenate. Infine la terza e ultima parte, in cui il regista vive ormai nella villa di uno di questi ricchi australiani alla ricerca del materiale adatto per la sua opera.</p>
<p>La storia in sé non sembra scardinare stilemi, né offrire percorsi impossibili, anzi. Lineare come quegli spazi, la scrittura di Murnane si dilata nel tempo seguendo suggestioni, riflessioni, parole e discorsi che sembrano alludere sempre ad altro, creano un costante conflitto fra quello che è stato e quello che potrebbe essere, attraversano diversi toni, fra ironia e metafisica, ricerca di sé e conservazione, ideologia e scarnificazione dell&#8217;io. La pianura diventa metafora di viaggio interiore, di ricerca artistica, di auto-osservazione. Sembra incredibile che in poco più di 100 pagine sia possibile, eppure Murnane riesce, in così poco spazio paradossalmente, a dire tutto, della vita di un uomo delle pianure, del suo rapporto con esse, del potenziale, per così dire, delle stesse pianure.</p>
<p>Romanzo del viaggio statico, del dubbio certo, della contraddizione insita in questo tipo di spazi, che si riflette nella scrittura, estesa, apparentemente infinita, appoggiata su un equilibrio illusorio, come quando Murnane racconta della nascita di religioni specifiche delle pianure come se raccontasse della nascita di antiche tradizioni solo per metterci davanti al fatto che nulla è intoccabile, che anche le cose più radicate possono essere messe in discussione. Romanzo del “nonostante tutto”, <strong>Le pianure</strong> mostra una via diversa solo quando tutto sembra perduto, che gioca con il successo e il fallimento insiti nella vita degli uomini come se fossero una casuale moneta da tirare. Murnane è uno scrittore che spiazza ma non lascia interdetti, segno di una consapevolezza autoriale che lo rende uno dei più acclamati al mondo.</p>
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		<title>Giornalisti: battitori frustrati, depressi, senza gloria né soldi</title>
		<link>https://www.borderliber.it/giornalisti-poveri-sfruttati-pontoriero-articolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Jul 2025 22:01:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esiste una categoria di poveri di cui nessuno parla: sono i giornalisti, impotenti, silenziosi e morti di fame. L&#8217;articolo è di Rosanna Pontoriero. In copertina una foto tratta dal web Batti, batti… Con la schiena curva e gli occhi lucidi. Tu che sei schiavo delle parole, di fonemi e morfemi, senza soldi né gloria. E [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Esiste una categoria di poveri di cui nessuno parla: sono i giornalisti, impotenti, silenziosi e morti di fame. L&#8217;articolo è di Rosanna Pontoriero. In copertina una foto tratta dal web</strong></p>
<p>Batti, batti… Con la schiena curva e gli occhi lucidi. Tu che sei schiavo delle parole, di fonemi e morfemi, senza soldi né gloria. E non è affatto una similitudine iperbolica: i migliaia e migliaia di giornalisti, che lavorano in giornali e siti provinciali e regionali italiani, sono anime invisibili, che digeriscono frustrazione e malessere. Urli muti, ossimoro che spero renda l’idea: perché, a differenza di qualsiasi altra categoria, non hanno neppure con chi sfogarsi. Il lettore, spesso, usufruisce del lavoro di un bracciante malpagato, vessato e neanche pienamente libero di esercitare la propria professione. Un cambiamento tellurico, dato da una infinità di motivazioni, tutti apparentemente concatenati, che hanno prodotto la fine sostanziale di un mestiere. Chi resiste, quasi sempre ci perde. Chi si adegua, quasi sempre diventa isterico e perde l’identità.</p>
<h3>Giornalisti: una vita per poveri</h3>
<p>L’altra mattina, al bar, chi vi scrive ha intrattenuto una conversazione con una signora, la quale, sorseggiando il caffè, ha legittimamente chiesto: «Ma come mai i giornalisti oggi copiano i post? Sai non pensavo si lavorasse così… E, invece… Ma perché? ». Arriccio le spalle, spalanco gli occhi e rispondo dapprima secca, poi argomento: «Perché sono poveri!». È stata la sesta persona a chiedermelo in un mese: i lettori, anche quando ci sono, non hanno alcuna stima, e chi scrive ha perso autorevolezza e fiducia. Non è nessuno. Scelta e libertà sono un lusso. Oggi il giornalista è costretto a saccheggiare il web per sopravvivere: quattro locandine, due delibere, una determina e la giornata è andata. La colpa non è sua: è sopravvissuto con dolore a un altro turno alienante, si è portato a casa una manciata di spiccioli. Uscendone stanco, demoralizzato, trasformato in merce da macello. In fondo, il suo lavoro non vale molto, lo potrebbe fare chiunque, è assolutamente sostituibile, come gli operai nelle grandi catene. Il mantra è: “Avanti un altro”. Le mani sulla tastiera possono adagiarle tutti. La vita di molti giornalisti, intendiamoci gente magari preparata, è quella di passare le ore a cercare avvisi che si potrebbero copiare. Per cosa? Far crescere una azienda. Ma che cresce come?</p>
<p>Senza stima dei lettori. È un discorso complicato, perché è un meccanismo perverso. Incredibilmente perverso, per il quale devi completamente prosciugarti. È una evoluzione data dal web? Dai social. Certamente, ma soprattutto dalla povertà economica ed educativa. Dall’idea comoda che il lettore comune non ha ambizione, non sa distinguere né ricercare. E allora non serve l’originalità, l’esclusività, la critica, serve una marce a bassissimo costo, da buttare lì, come l’osso al cane. E mentre tutti commentano: «Ma che roba è? Madonna!», un giornalista muore di stenti, frustrazione e impotenza. Quest’ultima parola racchiude tutto.</p>
<p>Con quali soldi i giornalisti, oggi, possono fare le inchieste, i racconti, i reportage, andare in giro? Devono «fare quello che possono», come si ripete compulsivamente nelle redazioni, che si traduce in copia e stai zitto, carica e non rompere il cazzo. Siamo socialmente desertificati. Tuttavia, nessuno parla dei giornalisti e della loro miserabile fine. Di come vivano ai margini e patiscano, condannati a perire piano piano, perché sono in agonia. Ciò nonostante, hanno somatizzato questo stato, rassegnandosi a sfiorire, a disumanizzarsi, a non avere aspirazioni né ambizioni. Lo insegnano, sapete: fai quello che fanno tutti, con animo sereno. E, infatti, è tutto un luttuoso silenzio.</p>
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		<title>Panorama. Pincio e l&#8217;oblio della fabbrica culturale</title>
		<link>https://www.borderliber.it/tommaso-pincio-panorama-loblio-e-la-fabbrica-culturale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Mar 2022 05:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Fabbrica]]></category>
		<category><![CDATA[favola]]></category>
		<category><![CDATA[Lettore]]></category>
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		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano già pubblicato per Suddiario. In copertina: &#8220;Panorama&#8221; di Tommaso Pincio, NNE Editore, 2017 Ottavio Tondi è un lettore vorace, uno di quelli che si allontana dalla realtà per attraversarne un’altra, forse più comoda, perché costellata di finzioni interpretabili a piacimento. È l’ultimo intellettuale romantico prima che il mondo venga divorato dalla [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Recensione di Martino Ciano</strong> <strong>già pubblicato per <a href="https://suddiario.it/panorama-la-societa-virtuale-secondo-la-visione-di-tommaso-pincio/">Suddiario.</a> In copertina: &#8220;Panorama&#8221; di Tommaso Pincio, NNE Editore, 2017</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ottavio Tondi è un lettore vorace, uno di quelli che si allontana dalla realtà per attraversarne un’altra, forse più comoda, perché costellata di finzioni interpretabili a piacimento. È l’ultimo intellettuale romantico prima che il mondo venga divorato dalla tecnologia, dalla vita virtuale dei social network. Sulla sua voracità crea un personaggio, addirittura uno spettacolo teatrale. Poi, tutto cambia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Panorama </em>è un luogo in cui ci si spia, si dialoga, ci si sveste, ci si trasfigura. <em>Panorama </em>è come il Panopticon di Jeremy Bentham, ossia una prigione costruita per educarsi, quindi conoscersi, ovvero sorvegliarsi. Qui, Tondi incontra Ligeia Tissot, forse una donna, forse una poetessa, semplicemente un’entità di cui ci si può innamorare, che si può immaginare, che può essere e non essere a seconda delle proprie voglie o tendenze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tommaso Pincio ha scritto un romanzo complesso. Scorre, perché la sua prosa è leggera, ma allo stesso tempo è complesso perché costringe a riflettere. Pertanto, ciò che costringe a riflettere è anche disturbante. Leggendolo, si comprende subito che quella descritta è la nostra epoca, ma l’autore ne parla al passato prossimo. Infatti, Ottavio Tondi è l’uomo che oltrepassa la realtà per entrare nella virtualità, la socialità per abbracciare il social network.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima di approdare a <em>Panorama</em>, ultima scappatoia da un mondo che ha ormai messo al bando la letteratura e i libri, Tondi era un personaggio pubblico ben inserito nella fabbrica culturale. Il suo giudizio era capace di dare vita o morte a un manoscritto, poteva rendere immenso un esordiente o trascinare nell’oblio un blasonato scrittore. Ma tutto ciò era soddisfacente e, soprattutto, era autentico?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Panorama</em> non è altro che il tentativo di purificare la realtà attraverso la virtualità, ossia la separazione definitiva dello spirito dal corpo. È un social network che nasce con lo scopo di ritrovare il pensiero. Ma questa è solo una buona intenzione, come tutte le rivoluzioni umane che si nutrono di utopia, di speranza, di teoria dell’incanto. Il loro fallimento è già nelle premesse. Tondi non fa altro che scoprire questo, ovvero <em>l’utopia non è realizzabile</em>. Passa da un mondo di carta, lontano dalla realtà, a uno virtuale che si muove sulle stesse coordinate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si innamora di Ligeia Tissot proprio perché non la vede. Un po’ come la favola di <em>Amore e Psiche. </em>Lei è solo un simbolo da cercare in una stanza da letto vuota perennemente inquadrata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel libro di Tommaso Pincio c’è una critica al mondo editoriale, alla fabbrica culturale, alla virtualità, alla pura disumanità che si manifesta attraverso l’indifferenza. Tondi è un nostalgico che cerca pur sapendo che non troverà. È un solitario che incarna la follia dei nostri tempi, ovvero credere nella vita là dove nulla è più vivo. In alcuni punti, <em>Panorama </em>sembra una fiaba a cui il lettore può dare un lieto fine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma possiamo ancora sperare nel lieto fine?</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/tommaso-pincio-panorama-loblio-e-la-fabbrica-culturale/">Panorama. Pincio e l&#8217;oblio della fabbrica culturale</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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