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	<title>Incontro Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Lacci</title>
		<link>https://www.borderliber.it/lacci-falzone-film-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Oct 2025 22:01:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<category><![CDATA[film]]></category>
		<category><![CDATA[Incontro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Letizia Falzone. In copertina la locandina del film &#8220;Lacci&#8221; “La domanda muta aveva la nuova tonalità imperativa, esigeva una risposta immediata, silenziosa o a gola spiegata”. È un passaggio, uno dei tanti, di “Lacci” in cui è presente la scontro ideale fra silenzio e parola, reazione e passività; una domanda muta, una risposta [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Letizia Falzone. In copertina la locandina del film &#8220;Lacci&#8221;</strong></p>
<p>“La domanda muta aveva la nuova tonalità imperativa, esigeva una risposta immediata, silenziosa o a gola spiegata”. È un passaggio, uno dei tanti, di <strong>“Lacci”</strong> in cui è presente la scontro ideale fra silenzio e parola, reazione e passività; una domanda muta, una risposta necessaria ma non dovuta.</p>
<p>Nella distanza fra questi termini sta la storia d’amore lunga quarant’anni, tra i primi anni ‘80 e oggi, tra Vanda e Aldo, sposati, genitori di Anna e Sandro, abitanti nel quartiere Stella di Napoli, uniti anzi no divisi dai legami – dai lacci – che una famiglia impone, dalle responsabilità della vita in comune, dagli impegni degli affetti, dalle parole che bisogna dire e da quelle che bisogna tacere. Da questo mondo fugge Aldo, intellettuale conduttore radiofonico a Roma che passa buona parte del suo tempo via di casa, prima per lavoro, poi per amore, quando inizia una relazione con la collega Lidia, innamorata di lui tanto quanto lui non riesce ad amare nessuno, o meglio ancora non sente il bisogno di dimostrare e di dire il proprio amore a qualcuno, né all’amante, né tantomeno alla moglie o ai figli.</p>
<p>Aldo è il fulcro del film, l’elemento che scombina la famiglia, andandosene, tornando saltuariamente, scegliendo infine di rimanere, sempre perso nei propri silenzi, nelle parole di troppo che dice alla radio e nei gesti in cui si rifugia nella speranza di delegare l’affetto ad altre forme di comunicazione.</p>
<p>Vanda non sa come reagire. Lo butta fuori di casa, lo cerca, gli chiede di assumersi delle responsabilità nei confronti dei figli. Lui, a sua volta, esce ed entra dalle loro vite. Sembra sparire per sempre. Poi un giorno dopo qualche anno riappare quando la madre accompagna i figli che hanno deciso di passare una giornata con lui.</p>
<p><strong>“Lacci”</strong> è il film di una storia che riparte ogni volta da zero. C’è il tentativo impossibile, forse per questo ancora più drammaticamente romantico, di cercare di far funzionare a tutti i costi una storia che non va.</p>
<p>Tradimenti e dolore, abbandoni e ritorni, segreti e lealtà, il dramma riflette sulle geometrie variabili e davvero poco cartesiane delle relazioni, sentimentali e familiari, cercando di non cedere troppo campo a meschinerie e sotterfugi, ma nemmeno di trascurarli: la vita, senza altari né altarini, e non c’è bisogno di conoscere il significato latino di “Labes”, affibbiato al gatto domestico, per sapere di che cosa sovente sia fatta, dalla vergogna alla caduta, passando per il rancore. Già, di che cosa parliamo quando parliamo di amore che non è più?</p>
<p>Diventa esemplare un’immagine della coppia molti anni dopo, stavolta interpretati da Silvio Orlando e Laura Morante. Sono su una spiaggia in cui sono da soli ma non c’è nessun contatto. Non stanno più insieme, ma di fatto continuano a vivere come una coppia. “Per stare insieme bisogna parlare poco, l’indispensabile” dice a un certo punto Aldo. E <strong>“Lacci”</strong> è proprio anche un film sulla mancanza di dialogo, dove però i personaggi sono sommersi dalla scrittura.</p>
<p>Il regista introduce il tema della trasmissione tra le generazioni delle modalità relazionali, utilizzando l’efficace e metaforica scena dell’allacciamento delle stringhe al bar. “Come ti allacci le scarpe?” Chiede la figlia al padre. In fondo ognuno i lacci se li allaccia da sé, guardando un modello. I figli, che da bambini sono innocenti e silenziose vittime tanto dell’indifferenza del padre quanto del rancore della madre nei confronti di lui e dell’amante, da adulti non appaiono per certi aspetti migliori dei genitori, dei quali ripropongono alcuni errori o meccanismi deleteri.</p>
<p>Ma è proprio dai figli e dal loro tentativo improvvisato di liberarsi da quella pesante eredità generando il caos nell’appartamento dei genitori, scambiato da Aldo e Vanda per un furto che può nascere una nota di speranza. È possibile distruggere i lacci per poter ricominciare a costruire legami veri.</p>
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		<title>Torri assolate</title>
		<link>https://www.borderliber.it/torri-assolate-buttazzo-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Jul 2025 22:01:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Buttazzo]]></category>
		<category><![CDATA[Incontro]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
		<category><![CDATA[Poetare]]></category>
		<category><![CDATA[Torri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Torri assolate&#8221; è il titolo che abbiamo dato a queste poesie di Marcello Buttazzo. In copertina una foto creata con l&#8217;intelligenza artificiale E sulle torri assolate bagnate di cielo di mare il pennone arcobaleno tornerà a sventolare le vane speranze. Le speranze attese profonde come un sogno sospeso a mezz’aria eternamente rincorso su selciati sterrati. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Torri assolate&#8221; è il titolo che abbiamo dato a queste poesie di Marcello Buttazzo. In copertina una foto creata con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>
<p>E sulle torri assolate<br />
bagnate di cielo di mare<br />
il pennone arcobaleno<br />
tornerà a sventolare le vane speranze.<br />
Le speranze attese profonde<br />
come un sogno<br />
sospeso a mezz’aria<br />
eternamente rincorso<br />
su selciati sterrati.<br />
Speranze come giovani chimere<br />
pallide imprendibili,<br />
come coloratissimi lepidotteri<br />
che volano volano via<br />
lontano da noi.<br />
Le speranze deluse frustrate<br />
come un desiderio perso soffocato<br />
nella notte dei vecchi giochi d’amore<br />
quando tu eri dolce e di fuoco<br />
e sapevi di sale<br />
sapevi di sangue.<br />
La speranza di oggi,<br />
saperti felice,<br />
è la stessa di ieri<br />
in questo mondo che opprime<br />
e vanifica tutto.<br />
<em><strong>Versi tratti dalla raccolta “Clandestino d’amore”, Manni Editori, 2006</strong></em></p>
<hr />
<p>Profumo di stagione nuova.<br />
Rifulgono<br />
giorni impreveduti<br />
e tre piccoli papaveri<br />
arrossano<br />
prati desiderati.<br />
Verrà l’estate<br />
del sole alto<br />
il cielo basso,<br />
il grano ondulato<br />
e le cicale pazze di passione.<br />
Verrà l’estate<br />
nei mari di luglio<br />
e le verdi rimembranze<br />
sugli arenili del sogno.<br />
Intanto<br />
trepida febbraio,<br />
l’amore travagliato<br />
scalpita<br />
e attende la sua primavera.<br />
<strong>Versi tratti dalla raccolta “Nei giardini dell’anima”, Manni Editori, 2007</strong></p>
<hr />
<p>Urlo soffocato<br />
l’infanzia perduta<br />
che arde<br />
e riaffiora.<br />
Pietruzza e falò<br />
stupore di donna<br />
stretta di mano<br />
vigorosa.<br />
Grandinata fragorosa<br />
fra pruneti<br />
odorosi e selvaggi.<br />
Dardo infiammato<br />
scagliato<br />
da Cupido bambino.<br />
Lucertola squartata<br />
sullo stradone polveroso<br />
di campagna.<br />
Col muso di paglia<br />
un cane<br />
vagabonda<br />
e scodinzola<br />
in piazza.<br />
Una vecchia<br />
prega<br />
in chiesa<br />
fra incensi e incanti.<br />
La mia infanzia,<br />
un grillo<br />
che parla d’amore<br />
e canta<br />
la piccola ferita.<br />
<em><strong>Versi tratti dalla raccolta “Di rosso tormento”, Calcangeli Edizioni, 2008</strong></em></p>
<hr />
<p>Tu stormivi<br />
al sole<br />
in ulivi<br />
di fronde gioiose.<br />
Con le tue èlitre<br />
di sogno<br />
feci intrecci<br />
di vita vissuta.<br />
Mi lasciasti<br />
un ricordo spezzato<br />
e un bacio<br />
di fragola amara.<br />
Spruzzai<br />
succo di limone<br />
aspro d’amore<br />
sulla ferita<br />
d’un abbandono.<br />
Negli anni<br />
fauni gentili<br />
bruciarono<br />
come falò notturni<br />
la mia pena<br />
di rami sospesi.<br />
<em><strong>Versi tratti dalla raccolta “Per strada”, Calcangeli Edizioni, 2009</strong></em></p>
<hr />
<p>Il tuo respiro<br />
di brezza e freschezza.<br />
T’afferravo la mano<br />
per arrestare il tempo<br />
in secondi d’infinito.<br />
Le tue gambe<br />
color pesca<br />
pudiche provocanti<br />
belle invitanti.<br />
E quel sorriso<br />
di stelle accese<br />
tutta notte,<br />
paradiso e fiamma<br />
lampo<br />
delle centomila saette.<br />
Di notte,<br />
mi danzavi<br />
sul cuore<br />
come odalisca<br />
d’amore.<br />
<em><strong>Versi tratti dalla raccolta “Serenangelo”, Manni Editori, 2010</strong></em></p>
<hr />
<p>E se ti chiamo<br />
pelle di luna<br />
occhi di fiamma<br />
raggio di sole<br />
è solo per fermare il tempo.<br />
Voglio bloccare il momento<br />
farne un florilegio<br />
di istanti eterni<br />
e vederti qui.<br />
Vederti<br />
vestita di bianco<br />
col pallido rosa<br />
che contorna il tuo viso,<br />
col rubicondo<br />
acceso di passione<br />
del tuo corpo<br />
di grano cereale.<br />
Voglio osservarti<br />
radice della vita.<br />
Tu<br />
che scandisci<br />
il mio tempo,<br />
sei l’esperanto<br />
declamato a voce alta<br />
per averti qui accanto.<br />
E se ti chiamo<br />
goccia di splendore<br />
astro e stella<br />
semenzaio di parole<br />
è solo per ingannare<br />
la ruvidezza del giorno.</p>
<p>Per averti<br />
come rosa<br />
di petali infiniti,<br />
come realtà<br />
ricolma di sogno.<br />
<em><strong>Versi tratti dalla plaquette “Sommese preghiere”, Collettiva Edizioni Indipendenti, I Distillati, 2025</strong></em></p>
<hr />
<h4><strong>Chi è Marcello Buttazzo?</strong></h4>
<p>Marcello Buttazzo è nato a Lecce nel 1965 e vive a Lequile, nel cuore della Valle Della Cupa salentina. Ha studiato Biologia con indirizzo popolazionistico all’Università “La Sapienza” di Roma. Ha pubblicato numerose opere, la maggior parte di poesia. Scrive periodicamente in prosa su Spagine (del Fondo Verri), nella rubrica Contemporanea, occupandosi di attualità. Collabora con il blog letterario Zona di disagio diretto da Nicola Vacca. Tra le pubblicazioni in versi ricordiamo: “E l’alba?” (Manni Editori), “Origami di parole” (Pensa Editore), “Verranno rondini fanciulle” (I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno), “Ti seguii per le rotte” (I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno). Ad aprile 2025, è uscito per Collettiva Edizioni Indipendenti il libello dal titolo “Sommesse preghiere” (Collezione I Distillati).</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Connessione in corso: IncontriAMOci</title>
		<link>https://www.borderliber.it/connessione-in-corso-incontriamoci/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Apr 2025 22:01:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[Connessione]]></category>
		<category><![CDATA[Incontro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Connessione in corso: IncontriAMOci&#8221; è un racconto di Simona Visciglia. In copertina: &#8220;Connettere la vita&#8221; immagine di Martino Ciano creata con l&#8217;intelligenza artificiale Connessione in corso… Accesso effettuato chat privata (ospiti online: L., N.) L.: Allora è deciso N.: Sì, albergo prenotato L.: Quindi ci vediamo giovedì alle 6 in piazza Verdi, davanti all’edicola N.: [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Connessione in corso: IncontriAMOci&#8221; è un racconto di Simona Visciglia. In copertina: &#8220;Connettere la vita&#8221; immagine di Martino Ciano creata con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>
<p>Connessione in corso…<br />
Accesso effettuato chat privata<br />
(ospiti online: L., N.)</p>
<p>L.: Allora è deciso<br />
N.: Sì, albergo prenotato<br />
L.: Quindi ci vediamo giovedì alle 6 in piazza Verdi, davanti all’edicola<br />
N.: Perfetto. Decidiamo già ora la parola di sicurezza? Un classico “Rosso”?<br />
L.: Direi che va bene. Non vedo l’ora di incontrarti, lo sai.</p>
<hr />
<p>Luca guarda la caffettiera sul fuoco. Alle sue spalle la moglie, seduta sullo sgabello di fronte alla penisola, legge distrattamente qualcosa sul cellulare.<br />
«Ehi, ma non senti che è venuto su? Il caffè sta bruciando, spegni! E meno male che stavi lì a guardarlo».<br />
Luca si gira con uno scatto repentino verso di lei, quasi si fosse appena accorto della sua presenza: «Ah, sì, scusa, è che…»<br />
«È che hai sempre la testa altrove», addenta un biscotto, passando sul tavolo la mano per ripulirlo dalle briciole. «Stasera li porti tu i ragazzi agli allenamenti?» chiede con aria seccata.<br />
«Non posso, te lo avevo detto che esco con mio fratello»<br />
«Cristo santo! Ancora preso male per quella cretina che lo ha mollato?»<br />
Luca versa il caffè in due tazzine e ne porge una alla moglie: «E che ci vuoi fare? Ci vediamo dopo il lavoro e poi ceniamo insieme da lui. Fammi il favore, ai ragazzi pensaci tu»<br />
«Come sempre del resto» lo dice alzandosi e finendo di bere il caffè velocemente. Mentre va via, aggiunge: «Scappo, di’ ai ragazzi di sbrigarsi e almeno qui in cucina sistema tu».</p>
<hr />
<p>Nina rimbocca le coperte a sua madre, le passa una mano sulla fronte, la donna apre gli occhi e la saluta con voce flebile.<br />
Esce dalla stanza che sa di disinfettante e di sofferenza. Nel corridoio in penombra, infila nella borsa le ultime cose, indossa il trench e si affaccia sulla porta della cucina.<br />
«Nadja, la mamma sta riposando. Per stasera siamo d’accordo? Puoi fermarti qualche ora in più, vero?»<br />
«Tranquilla! Esci con fidanzato nuovo?»<br />
Nina sorride, mentre la donna con movimenti curati si dà da fare tra le stoviglie e gli avanzi della sera prima.<br />
«Macché fidanzato, chi ce l’ha il tempo! Esco con delle amiche, una cosa tra donne». Le fa un occhiolino, mentre stacca il cellulare dalla carica e lo infila in tasca.<br />
«Divertiti! Sempre troppo da fare tu. A signora penso io. Bevi vodka con tue amiche, sicuro manda via i pensieri».</p>
<hr />
<p>I palazzi storici che circondano la piazza hanno appena inghiottito la luce del sole.<br />
Nei bar dai vetri appannati si sorseggiano aperitivi, un movimento vorticoso affolla l’ingresso della metro, il rumore del traffico è un sottofondo a cui nessuno fa caso.<br />
Lei è già da qualche minuto davanti all’edicola, finge di dare un’occhiata a riviste che la gente oramai non compra più. Lui arriva di corsa, attraversando i portici; si ferma, si avvicina, le mette una mano sulla spalla con delicatezza. Lei si volta senza sorpresa e si guardano. Come in una scena di un film romantico, sembra che tutto all’improvviso si fermi o addirittura scompaia. Si protendono l’uno verso l’altra e allo stesso tempo indietreggiano, quasi dondolando in una bolla di indecisione. Poi si abbracciano.<br />
«Eccoci! Ci diamo anche la mano per presentarci per bene?»<br />
Ridono entrambi.<br />
«Sei davvero bella, Nina. Cioè, lo sapevo, ma dal vivo sei perfetta» le dice guardandola dritto negli occhi.<br />
«Anche tu non sei male, Luca» risponde lei, accarezzandogli il viso, senza quasi toccarlo.<br />
«Sei nervosa?» le chiede, prendendole la mano e chiudendola nella sua.<br />
«No…Ma beviamo lo stesso qualcosa prima di avviarci»<br />
«Per rompere il ghiaccio» che non è una domanda.<br />
Davanti a uno spritz, finiscono di studiarsi a vicenda.<br />
«Pensavo fossi un po’ più alto», «Non mi avevi detto che fai le fossette quando sorridi», «Quindi gli occhiali non li porti sempre», «I capelli sembravano più scuri nelle foto».<br />
È già buio quando escono dal locale, l’umidità è quasi visibile nei coni tremolanti di luce disegnati dai lampioni sulle strade.<br />
«Hai freddo? Andiamo in taxi, anche se l’albergo non è distante, vuoi?»<br />
Luca prende il cellulare dalla tasca posteriore dei jeans per chiamare e guarda le notifiche.<br />
Lei abbassa la testa, le mani in tasca, sente il suo cellulare vibrare per un messaggio.<br />
«Devo rispondere» gli dice, schiarendosi la voce.<br />
«Sì, anche io. E poi chiamo il taxi».</p>
<p>Al check-in entrambi si scoprono a sbirciare l’uno il documento dell’altra. Poi, con passi misurati, si dirigono verso la camera, al secondo piano di un palazzo anni Settanta.<br />
In ascensore, i loro sguardi cambiano: si illuminano del desiderio che conoscono bene, di cui hanno scritto per mesi.<br />
Lei si umetta le labbra, lui gliele sfiora con il pollice, in un movimento al rallentatore.<br />
Davanti alla porta, restano un attimo come bloccati. Lui cerca il consenso negli occhi di lei, che gli fa cenno di sì con la testa, senza aggiungere altro.<br />
Il rumore della maniglia è come un’esplosione improvvisa, nel silenzio del corridoio tappezzato di rosso cardinale.<br />
Dentro c’è odore di altre vite e di moquette appena pulita.<br />
«Lasciamo una luce accesa» dice lei, mentre si sfila il trench che ha assorbito l’aria della sera.<br />
Lui guarda fuori dalla finestra e tira le tende, a coprire completamente i vetri che danno su una stradina secondaria. Poi si toglie il giaccone, lo lascia cadere senza cura sulla poltrona di velluto damascato.<br />
Si ritrovano l’uno di fronte all’altra, le parole chiuse fuori dalla stanza, un dialogo interrotto lasciato ai corpi.<br />
La mano di lui scivola sul braccio di lei che con un movimento impercettibile prende le distanze, un lieve allontanarsi pur restandogli vicino.<br />
Poi è lei a fare un tentativo: gli prende la mano e la accompagna sul suo collo, sente pulsare la vena sotto il calore delle sue dita.<br />
Lui stringe, ma poi molla la presa, con lo stesso automatismo con cui lei un momento prima si è divincolata.<br />
E allora Nina si siede sul bordo del letto, con un’ombra di delusione che si traduce in movimenti lenti e impacciati.<br />
Luca si inginocchia davanti a lei, le posa le mani sulle ginocchia avvolte dai collant neri, e le sussurra: «Non doveva andare così, c’è qualcosa che non va, lo senti anche tu, no? E adesso, che facciamo?»<br />
Lei gli accarezza i capelli, come si farebbe con un bambino. Poi prende il cellulare, lo sblocca e, con il viso rischiarato dal display, gli dice: «Quello che sappiamo fare meglio».</p>
<p>Connessione in corso…<br />
Accesso effettuato chat privata:<br />
N: Allargherei le gambe, mentre tu faresti scivolare il frustino lungo le mie cosce.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Non regalate orsacchiotti agli sconosciuti</title>
		<link>https://www.borderliber.it/non-regalate-orsacchiotti-grandinetti-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Mar 2025 23:01:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Grandinetti]]></category>
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		<category><![CDATA[Ironia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Non regalate orsacchiotti agli sconosciuti&#8221; è un racconto di Daniela Grandinetti. In copertina una foto scattata e rielaborata dall&#8217;autrice «Non posso, davvero non posso accettarlo.» «È così che ringrazi per i regali?» «Ma questo non è un regalo!» «Per me lo è e tu lo stai rifiutando!» Lo ammetto, in testa girava un’espressione che non [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Non regalate orsacchiotti agli sconosciuti&#8221; è un racconto di Daniela Grandinetti. In copertina una foto scattata e rielaborata dall&#8217;autrice</strong></p>
<p>«Non posso, davvero non posso accettarlo.»<br />
«È così che ringrazi per i regali?»<br />
«Ma questo non è un regalo!»<br />
«Per me lo è e tu lo stai rifiutando!»<br />
Lo ammetto, in testa girava un’espressione che non osavo proferire: “ma sei scemo?”, ma come si fa a ferire un ragazzo così tenero, così dolce…. ragazzo poi! Per quel che ricordo non era più tanto un ragazzo. Aveva 27 anni o giù di lì. Era quasi un uomo, anzi, senza quasi.<br />
Già la settimana precedente ero rimasta perplessa davanti al garzone del fioraio…. no, garzone del fioraio è brutto, però fa tanto film francese, sì, lo so che garçon è cameriere e non c’entra niente, ma il suono in compenso fa molto Parigi e già li vedi i chioschi sulle piazzette all’uscita del metrò con tutti quei fiori di campo dai colori bellissimi, giallo, viola, arancione, rosa. Ti richiamano subito la fisarmonica e la voce di Juliette Greco che intona <strong>Sous le ciel de Paris</strong> e ti vedi volteggiare in un vestito leggero a maniche corte a fiori minuscoli che svolazza mentre il tuo compagno ti stringe alla vita con presa sicura e a passo di danza girate tutt’intorno alla piazza che è umida di una pioggerellina che sulla pelle è benefica, ballate in mezzo alla gente, voi non li vedete, ma loro muovono la testa a ritmo seguendo la musica e i passi, e sorridono, sorridono, partecipi, compiaciuti….. no, aspetta, non correre, torna indietro.<br />
Era garzone appunto, non garçon. E garzone se mai ricorda il commesso malpagato, il ragazzo di bottega della salumeria di <strong>Sor Mario a Tiburtina</strong> che fa le consegne a domicilio e odora di mortadella.<br />
Ecco. Aveva sbagliato tutto. Se m’avesse mandato, che so, un panino con la mortadella, di quella rosa, sottile, profumata, con i pistacchi, a me non sarebbero venuti in mente tutti quei pensieri scemi su Parigi che avevano fatto sì che guardassi il ragazzo del fioraio (che poi magari era proprio il fioraio in persona, che ne so?) in modo strampalato da fargli dire:<br />
«È lei M.N.? perché se è lei, questi sono suoi.»<br />
“Questi” era un mazzone di rose rosse, non me lo ricordo quante fossero, ma erano tante. Un mazzone appunto.<br />
Ora, se mi mandi un mazzone di rose rosse, altro che <strong>Juliette Greco</strong> e la visione romantica di <strong>Parigi</strong>, a me vengono in mente le vene gonfie del collo di <strong>Massimo Ranieri</strong> che con piglio virile va dicendo rose rosse per te ho comprato stasera e il mio cuore lo sa cosa voglio da te.<br />
A parte il fatto che il tuo cuore sappia cosa vuole da me, non significa affatto che il mio voglia la stessa cosa, anzi non mi pare proprio, ma quella canzone dice anche: d’amore non si muore.<br />
E allora se già dichiari in partenza che il tuo non sarà mai un amore per sempre e nonostante tutto, che me le mandi a fare tutte ste’ rose?<br />
«Signorina ha capito o no che queste rose sono per lei?»<br />
Presi il mazzo come se fossero carboni ardenti e richiusi la porta. Magari avrei dovuto dargli una mancia, ma secondo me quello era il fioraio in persona, mica si dà la mancia al padrone che oltretutto co sto’ mazzone di rose oggi s’è fatto la giornata.<br />
C’era una bustina bianca con il mio nome tra le rose, discreta, timida, sembrava avesse timore a farsi notare. La apro e dentro c’era un foglio scritto a mano. Una poesia. Bella, per quanto ricordi. Ma è un ricordo vago. Lui scriveva poesie, me le aveva fatte leggere qualche volta, ma quella era proprio per me, l’aveva scritta per me.<br />
Se uno vi dedica una poesia, cioè la pensa, la sente, la scrive, la corregge, la rende unica e poi l’appiccica a un mazzone di rose e ve la manda, spendendo anche dei soldi, beh… vuol dire che nella testa di quella persona siete importanti. La cosa quanto meno vi lusinga e voi quella poesia la mettete in un luogo sicuro dove rimarrà – comunque vada – per sempre. Anche perché che ne sapete voi che magari quello un giorno diventerà un poeta famoso e voi, zacchete!, la tirerete fuori e diventate all’improvviso la musa che lo ha ispirato, l’artefice della sua arte?<br />
Voi, non io.<br />
Io non lo so dove l’ho messa. L’ho persa.<br />
E comunque per quel che ne so non è diventato un poeta famoso, credo sia diventato qualcosa tipo un chimico di qualche casa farmaceutica. Un avvelenatore a mezzo di farmaci. Quindi avevo visto giusto.<br />
Insomma, già ero perplessa per le rose, figuriamoci quando quella mattina questo delicato ragazzo biondo cenere (biondo cenere è quello che assomiglia al castano? Perché se no non è quello giusto, tanto per intendersi) mi piomba alle spalle mentre ero intenta sulle mie sudate carte di un libro in biblioteca e mi dice:<br />
«Puoi interrompere un attimo?»<br />
Mi mette in mano le chiavi di un cassetto di quelli dove era obbligatorio lasciare le borse quando entravi in biblioteca e mi fa:<br />
«Vai ad aprire il numero 35, c’è una cosa per te.»<br />
A dire il vero il numero l’ho inventato, non posso ricordare il numero di un cassetto di più di vent’anni fa, no anzi, 30 (ma com’è che il tempo passa così in fretta che mi sbaglio sempre?)<br />
Insomma, ci vado. Lui mi segue.<br />
Io sono curiosa. Lui è impaziente.<br />
Quando lo apro vedo un orsacchiotto, chiaro, seduto, composto, come se fosse lì tranquillo e ubbidiente ad aspettare.<br />
«Cos’è?» Chiedo<br />
«Non lo vedi?» Risponde.<br />
Lo vedevo sì, ma non era una cosa nuova, bello era bello, ma era vecchiotto.<br />
«È mio, è stato il mio amico d’infanzia.»<br />
Mi aveva parlato della sua infanzia difficile, aveva avuto non ricordo bene che malattia, una per cui non poteva correre o affaticarsi, quindi giocava poco con altri bambini. Una cosa triste insomma. Però dell’orsacchiotto non sapevo niente.<br />
«Non si regalano cose così.» Dissi.<br />
«E perché?» Replicò.<br />
«Perché è una cosa importante, un ricordo, un giorno ci ripenserai e lo rivorrai indietro e magari io chissà dove sarò. Te ne pentiresti.» Questo chiamasi mettere le mani avanti.<br />
«Per me è una cosa importante e se voglio regalartelo vuol dire qualcosa.»<br />
«Appunto.» Replicai.<br />
Mi stava davanti, così tenero, con lo sguardo quasi supplichevole. Sentivo che stava cominciando ad offendersi. In fondo mi stava facendo dono di un pezzo della sua vita e io cosa stavo facendo? Lo stavo spingendo a razionalizzare un gesto emotivo del quale avrebbe potuto pentirsi. Avrebbe, ma mica era detto. In fondo che diritto avevo io di azzerare quell’illusione? Se gli piaceva regalarmelo, e sia.<br />
Presi l’orsacchiotto, che era davvero bello. Conservato benissimo, doveva averne avuto molta cura.<br />
Chissà dove sarà finito adesso. Non lo so, come la poesia, non ne ho la minima idea. Magari in una discarica.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Ur e il suo uomo</title>
		<link>https://www.borderliber.it/uomo-ur-racconto-giudice/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jan 2025 23:03:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Creazione]]></category>
		<category><![CDATA[Dio]]></category>
		<category><![CDATA[Donna]]></category>
		<category><![CDATA[Giardino]]></category>
		<category><![CDATA[immagine]]></category>
		<category><![CDATA[Incontro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Ur e il suo uomo&#8221; è un racconto di Rocco Giudice. Foto di Martino Ciano Che cosa chiede una creatura che chiama se stessa ‘io’? Chiede di essere. Una bella pretesa! Czeslaw Milosz. In un momento in cui la strada s’animò più del solito e lampi di torce filtrarono dagli spiragli alle finestre lasciate socchiuse [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Ur e il suo uomo&#8221; è un racconto di Rocco Giudice. Foto di Martino Ciano</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Che cosa chiede una creatura che chiama se stessa ‘io’? Chiede di essere. Una bella pretesa!</em><br />
<em>Czeslaw Milosz.</em></p>
<p>In un momento in cui la strada s’animò più del solito e lampi di torce filtrarono dagli spiragli alle finestre lasciate socchiuse per il caldo e smossero ombre dagli angoli e anch’egli si rivoltava come per scrollarsi di dosso definitivamente il sonno e il sudore, scorse un’ombra dallo spessore inconfondibilmente vivo ai piedi del letto su cui era sdraiato. Una delle donne che partecipavano ai bagordi della notte e introdottasi, per sfida o per errore, nella casa in cui s&#8217;annidava il suo capriccio s’era imbattuta al primo insorgere.</p>
<p>Chiunque fosse questa devota ai sensi che prestavano un orgasmo agli dei, egli aveva in mente la ragazza cui aveva dato un nome mai prima udito, un breve suono che pareva prolungarsi nell’eco che suscitava come il ricordo in cui invocarlo. Un nome che poteva essere di donna o d’un colore: era il colore bruno della sera prima: adesso, il chiarore diafano delle torce nelle strade, che infondeva stupore e euforia ai volti, nel chiasso e nella polvere, nella folla che rimescolava afrori come se fra le viscere e la pelle non ci fosse distinzione né differenza, un solo miscuglio da cui non avrebbe avuto senso difendersi.</p>
<p>Con ciò, era annullato il ricordo che evocava un nome cui, per non riservare all’estranea quell’abbandono peggiore del disprezzo, era rimesso l’interrogativo che permetteva a lui di resistere: così che poteva chiedersi: chi sarà, chi l’avrà, chi può saperlo?</p>
<p>Nessuno. Bisognava, perciò, non avere un nome, bisognava lasciare la propria casa, abbandonare la famiglia, lasciare quella vita, dimenticare tutto. Solo improvvise obnubilazioni, subitanei mancamenti che lasciassero più spossati, simili al relitto di un’inondazione o di una siccità, resi disperati e invincibili.</p>
<p>Una mistura dolce e fredda gli mordeva le tempie e la nuca. La notte era diventata un campo luminoso sotto il pieno splendore solare come lo sarebbe stato se l’avessero incendiato al lume della luna.</p>
<p>La colomba bianca era nera, in realtà o sapeva di trovarsi dentro un sogno e di poter mutare a piacimento tinta al suo piumaggio; anche lo zufolo, adesso, era fiorito, con ciò rivelando l’inganno d’essere non altro che un pezzo di legno pietrificato e spacciato per osso. I morti venivano in sogno e venivano senza chiedere: perché tu veda senza vedere e sappia senza sapere: tale è la gelosia del Vero, più forte di quanto non lo sia la foia di chi si congiunge alla Menzogna. Lui li pregò perché non scambiassero il loro sogno per il suo.</p>
<p>Gli dèi non potevano provare dolore – e dunque, non gli era dato comprendere il sacrificio – né desiderio &#8211; e perciò, gli era tollerabile il piacere, goduto senza il turbamento irresistibile cui è umiliante sottostare –; ma, soprattutto, questo, il sacrificio, verso cui non provavano curiosità, come non provavano vergogna per il piacere cui s’abbandonavano, esigendo per sé anche quello degli umani.</p>
<p>No, gli dèi, peggio per loro, non conoscevano il sacrificio, anche se potevano morire combattendo nell’una o nell’altra schiera celeste: non per l’uomo morivano, ma la loro morte doveva essere riscattata o l’immortalità loro cara propiziata dalla morte degli umani, i quali non possono rifiutarsi e non saranno mai ricompensati, cui deve bastare l’onore d’essergli immolati, col sangue o la rinuncia; e così, il loro piacere doveva essere prolungato come una libagione riservata nel modo che meno li offendesse, perché il rito non implicasse il prevalere del desiderio, che gli era precluso.</p>
<p>Gli dèi esigevano l’effusione del sangue e delle lacrime, volevano per sé l’ebbrezza dell’orgasmo e come mezzani, favorivano gli amplessi e si appropriavano dello spasimo dell’eiaculazione. Non erano meno rozzi dei selvaggi dell’Elam e anzi, inferiori persino alle cavalcature di quei barbari; o alle linci, le linci nel frutteto, di guardia alla luna, pasciute con le offerte votive e con le carni abiette di schiavi ribelli e rei decapitati. I barbari sarebbero venuti a depredare e distruggere la Prima Regina delle Città, per sterminare i suoi dèi miserabili e cibarsene. Gli spiriti buoni lasciano operare il male ovunque, in mille forme; poi, per le loro ridicole vendette, al solo fine di farsi beffe dei docili e puri di cuore e non per rendere loro giustizia, eleggono a strumenti della propria ira popoli incivili. Se permettevano il male, su di loro ricadesse la loro ira! Accettassero almeno di soffrire i patimenti che s’abbattono sugli uomini!</p>
<h4>E svegliatosi o sognando di svegliarsi per il nome urlato in sogno, uscì al fresco</h4>
<p>Ah, la rosa è appassita e triste è l’usignolo! Il fiume era d’argento, la terra era nera. Pianse, pianse per le lavandaie, che sbattevano e strizzavano la propria carne cantando con coraggio; e per i cavalieri, che nutrivano delle proprie membra sciacalli e avvoltoi, cibandoli con le proprie mani, mentre la morte bifronte veniva all’attacco, con otto zampe che terminavano in artigli e doppia fila d’ali, piumate le superiori e l’altre membranose, in posizione obliqua; i bufali dalla cervice spezzata: al bufalo s’annebbia la vista: nulla è lucido al suo occhio; ma quella tenebra lo sgomenta più di tutto: infine, anche la polvere è buona da respirare</p>
<p>Fuggì. Corse, inseguito da un cane che rinunciò presto a lui; attraversò piccole volte dov’era stipata gente che dormiva accovacciata o s’accoppiava all’in piedi, straccioni introdottisi di nascosto in città in cerca di fortuna e ora, per colmo di sfortuna, non sapevano come fare per uscirne; servi mutilati e gettati per strada dai padroni o perché vecchi o ammalati; e forestieri venuti per concludere lucrosi affari e spogliati di tutto un’ora dopo l’arrivo; travolse una guardia che gli aveva bloccato il passo: salutò silenziosamente la luna chiamandola Jasmeen.</p>
<p>Aveva attribuito la sua innegabile disposizione all’obbedienza a difetto di discernimento: come capisci sempre bene le cose per cui non c’è rimedio! La saggezza, non lo vedi?, abbandona il suo consiglio, che non dà conforto e inasprisce il tedio, con l’intento di scrutarlo con maggior diletto, se non con più profitto. Io non ho creduto a nessuno e potevo dubitare fosse allo scopo di sottrarmi al potere delle parole di chi è più saggio di me.</p>
<p>Però, lo ammise: è vero unicamente quello che non potrebbe capitare solo a me! Sapendo questo, per approfittare della mia ingenuità o per punire la mia presunzione, essendo entrambe un’unica cosa che differisce solo in relazione alla vostra convenienza, voi tutti mi avete ingannato. Voi! – tutti! – mi avete ingannato!</p>
<p>Nel silenzio, tutto questo sarebbe durato in eterno; sarebbe durata in eterno quella diatriba puerile e quell’angoscia matura che asserviva la mente con i suoi sospetti: tutto sarebbe morto in eterno, nulla sarebbe stato vero di quello che accadeva a lui: nulla mai era stato, il mondo era nato morto per risparmiare a tutti un’agonia più dolorosa di quella che pareva affliggere chi si credeva vivo: già non c’era nulla (il fiume? La terra? Le stelle? Erano davvero qualcosa?) e si poteva accettare con animo leggero quella pace che sarebbe stato solo il corpo a scontare.</p>
<p>E fu così che sentì accadere l’altra cosa, che s’impossessò di lui in ogni fibra, partendo dalle ossa da cui pareva lo volesse svellere: la voce che gridò, mai prima udita perché potesse essere da lui riconosciuta (pertanto, non poteva sapere se stava sognando o no) il nome ch’era giunto ad aborrire e ora e per sempre, da quel ribrezzo riscattato e reso memorabile: Avraam!</p>
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