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	<title>Illuminismo Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Thomas Bernhard: superamento dei deprimenti filosofi francesi</title>
		<link>https://www.borderliber.it/bernhard-origine-favaron/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Dec 2023 01:51:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Renzo Favaron. In copertina: una foto di Thomas Bernhard di Monozigote, via Wikipedia L’origine, come afferma lo stesso Thomas Bernhard, è la storia di una “malattia mortale” inestricabilmente intrecciata a Salisburgo. La città austriaca non fa solo da sfondo, ma è un vero e proprio teatro della memoria in cui prendono forma e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Renzo Favaron. In copertina: una foto di Thomas Bernhard di Monozigote, <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Thomas_Bernhard1.jpg">via Wikipedia</a></strong></p>
<p><strong>L’origine</strong>, come afferma lo stesso <strong>Thomas Bernhard</strong>, è la storia di una “malattia mortale” inestricabilmente intrecciata a <strong>Salisburgo</strong>. La città austriaca non fa solo da sfondo, ma è un vero e proprio teatro della memoria in cui prendono forma e cominciano a definirsi i tratti individuali del protagonista, tratti individuali che condizioneranno e struttureranno precocemente la sua personalità futura e le sue scelte. Oltre che ritratto autobiografico, in altre parole, <strong>L’origine</strong> è anche da leggersi come romanzo di formazione riferito a un periodo personale cruciale e oltre modo contraddistinto da esperienze traumatiche, veri e propri urti esistenziali che non cesseranno mai di scuotere la coscienza di Thomas Bernhard <strong>(tanto da confessare che è stato un periodo che ha ottenebrato “il suo primissimo e primo sviluppo, sviluppo comunque funesto e per le sua esistenza sempre più decisivo”)</strong>.</p>
<p>Ciò che risulta essere un urto estremamente doloroso, è in primo luogo l’essere stato separato da tutti i membri della propria famiglia (in particolare dal nonno materno) e contestualmente obbligato a frequentare un convitto in cui riceve una formazione contraria alla propria volontà. Tuttavia, ancora più doloroso <strong>(sotto l’aspetto psicologico)</strong> è la percezione di essere stato abbandonato, di essere stato tradito e privato della possibilità di crescere, per quanto possibile, liberamente e senza essere esposto a vessazioni e discriminazioni (quelle, ad esempio, subite e riportate in <strong>Un bambino)</strong>.</p>
<p>Forse non è inutile riferirsi o attingere alla lettura di <strong>Piazza degli eroi</strong> (testo teatrale rappresentato a Vienna nel 1988), che mette sotto la lente d’ingrandimento le distorsioni sociali e politiche del proprio tempo, ma in cui echeggia e risuona il clamore e l’adesione festante, quasi totale, della popolazione austriaca che accompagnò l’annessione operata dalla <strong>Germania nazista</strong>, nel 1938.</p>
<p>Ciò che è interessante e centrale di questa pièce, <strong>al di là di una superficie teatrale dai vaghi echi barocchi e a uno sguardo rivolto all’attualità più ampia</strong>, è infatti la denuncia della perdurante ideologia nazionalsocialista che impregna ancora di sé e pervade la società austriaca, quella stessa ideologia a cui era subordinata l’istruzione e l’educazione dell’autore austriaco durante gli anni cruciali della prima fase dell’età evolutiva, cioè de <strong>L’origine</strong>. È come se, attraverso una delle distorsioni temporali tipiche della scrittura di Thomas Bernhard, a occupare il ruolo di testimone fosse ancora il bambino abbandonato alle grinfie dello <strong>spirito hitleriano</strong>, uno spirito perverso e malvagio che lo ha ossessionato e contro il quale l’autore ha dovuto lottare per tutta la vita.</p>
<p>Immediatamente dopo la rappresentazione di <strong>Piazza degli eroi</strong>, per altro, furono rivolte diverse critiche all’autore per la gratuità delle sue osservazioni e delle sue descrizioni. Pur individuando i tratti di una rielaborazione associata ad una coazione a ripetere, non si può altresì negare, basti pensare ai riciclati tipo <strong>Kurt Waldheim</strong>, che risultano assolutamente legittime e tutt’altro che frutto di una mente malata (più o meno quello che disse di lui il vescovo di Vienna) i fantasmi riconducibili all’annessione e insieme i ritratti (apparentemente) impietosi e acidi della società austriaca tratteggiati attraverso l’ultima pièce scritta da Thomas Bernhard.</p>
<p>Dopo la fine della <strong>Germania nazista</strong>, tornando a <strong>L’origine</strong>, non meno problematica risulta essere la ripresa della frequenza scolastica, anche se il convitto è adesso gestito da religiosi. Anzi, non a caso si è citato il testo teatrale <strong>Piazza degli eroi</strong>, perché niente (o molto poco) sembra essere sostanzialmente cambiato. Così l’autore racconta: <strong>“… dove prima c’era il ritratto di Hitler pendeva adesso una grande croce… l’intero ambiente non era stato nemmeno ritinteggiato e si poteva scorgere la macchia&#8230; dove per anni era stato appeso il ritratto di Hitler”</strong>. Non è solo la facciata esteriore ad essere pressoché simile se non addirittura uguale, ma anche l’impostazione e l’indiscutibilità del programma educativo che ha sostituito la dottrina ispirata dal e al nazionalsocialismo. Ancora una volta il giovane Thomas Bernhard è costretto a subire l’influenza di una visione del mondo dogmatica e comunque che lascia poco spazio alla possibilità di sviluppare autonomamente i “mezzi di indagine e di risoluzione dei problemi”, come auspicato da <strong>Rousseau</strong> nel suo <strong>Emilio</strong> e dell’educazione. (L’opera testé citata, per inciso, la si può considerare e assumere come un ipotesto che, consapevolmente o meno, presiede e accompagna <strong>L’origine.</strong>) Del resto, puntuale e implacabile nel dare conto di sé e della realtà, l’autore non ha alcuna remora a puntare lo sguardo e smascherare l’ottusità e l’ignavia, se così si può dire, di una istituzione religiosa che gli appare esangue e che si limita, come afferma nel testo autobiografico, a <strong>“sovrapporre una nobile decorazione a qualcosa di </strong><strong>putrido”.</strong></p>
<p>Già, proprio così: qualcosa che non lo aiuta ad uscire da uno stato di depersonalizzazione e di grave emarginazione. In questo senso, sperimentando quotidianamente una realtà in cui è umiliata e negata ogni aspirazione individuale, non sorprende che il protagonista sia tormentato e fatalmente abitato da idee suicidarie (cosa che va interpretata, parafrasando <strong>Karl Jaspers</strong>, non tanto nei termini di una autonegazione o abdicazione, quanto piuttosto come “un&#8217;affermazione sbagliata di se stessi”).</p>
<p>Vero è che durante la lettura si ha l’impressione che il fanciullo indulga in queste idee come per compiacersene o senza che lo tocchino davvero in profondità, quasi che potessero aiutarlo (paradossalmente) a escludere la realtà dalla testa (alla stessa stregua si possono interpretare gli esercizi di violino come momenti di evasione attraverso cui si diluisce e stempera la soffocante coscienza della propria condizione). Nondimeno, <strong>più si inasprisce il contrasto tra le esigenze personali e quelle del collegio, più risulta difficile tenere nascosta la propria sventura.</strong> E così, anche se la si può considerare una scelta dettata da fattori esterni più che rispecchiare un atto razionale, il giovane Thomas Bernhard scappa via e inizia un periodo di apprendistato in un negozio di generi alimentari, il che ha indubbiamente un contatto ed è associabile con quanto si legge nel Libro terzo de <strong>L’Emilio o dell’educazione</strong>, dove è esaltato il ruolo del lavoro quale strumento per essere “indipendente dalla fortuna e dagli uomini”.</p>
<p>Non diversamente da ciò che si è già segnalato, pare a noi che <strong>L’origine</strong> non ignori e anzi si offra come una testimonianza in cui è riscontrabile una vera e propria contiguità con il pensiero del filosofo francese, ossia di riconoscere al lavoro la stessa dignità dell’istruzione. A questo riguardo, come se assecondasse un intento pedagogico, è lo stesso <strong>Thomas Bernhard</strong> a parlare in termini positivi dei tre anni passati nella <strong>bottega di Podlaha</strong>, al punto da riconoscere a quest’ultimo di averlo aiutato <strong>“a vivere con gli altri e precisamente a vivere in compagnia di molte persone tra loro diversissime, oltre che essere stato addestrato alla realtà più grande che possa esistere, la realtà assoluta”.</strong></p>
<p>Spingendoci ancora più a fondo nell’indagare i frammenti di ipotesto sottesi a <strong>L’origine</strong> non meno che a <strong>La cantina</strong>, si può altresì notare un alto grado di affinità e una forte immedesimazione, riconducibili al periodo in cui l’autore austriaco si riprendeva dalla tubercolosi, con la vita e l’opera poetica di <strong>Arthur Rimbaud</strong> (1). <strong>Sorvolando su alcuni elementi biografici quasi coincidenti</strong> (ad esempio, una comune insofferenza nei confronti delle trite ritualità e credenze religiose o il precoce distacco dal contesto familiare), è indubitabile che entrambi gli autori prestino attenzione e valorizzino figure che ai loro occhi si stagliano per agire e pensare indipendentemente da stereotipi sociali e culturali.</p>
<p>Per quanto riguarda <strong>Arthur Rimbaud</strong>, in particolare, ciò emerge e lo si può cogliere alla lettura di poesie come <strong>Les Mains de Jeanne-Marie, Les pauvres à l’ église e Les Poètes de sept ans.</strong> Quasi riprendendone i temi e riproponendone delle variazioni, l’autore austriaco ci offre altresì dei modelli concreti di individui pervasi da uno spirito tollerante, uno spirito intellettualmente autonomo <strong>(quali, ad esempio, gli abitanti del sobborgo di Salisburgo e la figura del nonno).</strong> Inoltre, entrambi vissero sulla loro pelle il trauma di eventi storici che erano la negazione degli ideali illuministici e del primato della ragione, a cui era associato un orizzonte universale di sviluppo e progresso.</p>
<p>Insieme a tali corrispondenze, occorre però segnalare l’impatto funesto che ebbe la <strong>Comune di Parigi</strong> sul giovane poeta francese, così da essere indotto a scrivere che il suo cuore è stato depravato e a causa di ciò, deluso e ferito nello spirito non meno che nel corpo, di lì a poco deciderà di abbandonare la <strong>Francia</strong> e di tacere come poeta. Parimenti, mentre afferma l’importanza che hanno avuto autori come <strong>Voltaire e B. Pascal</strong>, Thomas Bernhard imbastisce parallelamente trame che presentano personaggi in cui sono visibili i sintomi di una follia che nasce e monta sempre di più a causa di un uso esasperato della coscienza (ragione?) e dello spirito critico (come nel personaggio de <strong>L’origine</strong> e, più marcatamente, nel personaggio che campeggia nel romanzo <strong>Il soccombente</strong>).</p>
<p>A differenza di <strong>Arthur Rimbaud</strong>, inguaribilmente deluso e nauseato, <strong>Thomas Bernhard</strong> vivrà, tranne una breve parentesi in Inghilterra, tutta la vita in Austria. Vi vivrà incarnando ciò che ebbe a dire Denis Diderot a proposito dell’autore, ossia che “è tanto più grande quanto più usa la testa e meno la sensibilità innata”. A questo riguardo ci sembra emblematica l’affermazione che <strong>Thomas Bernhard</strong> mette in bocca a un personaggio del testo teatrale <strong>Ritter, Dene, Voss: “Sempre ai confini della pazzia/ mai superare quei confini, ma sempre ai confini della pazzia/ se lasciamo questa zona di confine/ siamo morti”.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>1) La conoscenza e l’attenzione prestata al poeta francese è attestata da un dattiloscritto risalente al 1954 conservato nell’archivio T. Bernhard di Gmunden e porta il titolo: Thomas Bernhard: Jean Arthur Rimbaud. In onore del centenario dalla sua nascita</em></p>
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