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	<title>Guy Debord Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Europa: tramonto profetizzato dai suoi artisti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Nov 2017 05:48:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Europa: tramonto profetizzato dai suoi artisti&#8221; è un articolo di Martino Ciano già pubblicato su Zona di Disagio Pensate per un attimo al quadro Le Métafisyx di Jean Dubuffet. È una figura umana sgraziata su uno sfondo color acido. Sembra disegnata da un bambino, invece, è un’opera cardine dell’arte contemporanea, dipinta nel 1950, subito dopo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Europa: tramonto profetizzato dai suoi artisti&#8221; è un articolo di Martino Ciano già pubblicato su </strong><strong><a href="https://zonadidisagio.wordpress.com/2015/08/18/euro-mortis-i-profeti-inascoltati-della-decomposizione-parte-prima/">Zona di Disagio</a></strong></p>
<p>Pensate per un attimo al quadro <strong><em>Le Métafisyx</em></strong><strong> di </strong><strong><em>Jean Dubuffet</em></strong><strong>.</strong> È una figura umana sgraziata su uno sfondo color acido. Sembra disegnata da un bambino, invece, è un’opera cardine dell’arte contemporanea, dipinta nel 1950, subito dopo la Seconda Guerra mondiale, quando l’Europa ancora contava i morti del conflitto.</p>
<p><strong>Il quadro rappresenta la morte della filosofia, della forma, dell’arte, della bellezza. Parametri sui quali l’Occidente aveva costruito la sua società.</strong> Colpa della guerra che aveva distrutto tutto in fretta per declamare il trionfo della crudeltà, della violenza, dell’edonismo.</p>
<p>Poi venne il boom economico, le canzonette, il consumismo, l’emancipazione degli oppressi, la libertà sessuale, la spettacolarizzazione della vita umana.</p>
<p><strong>L’anarchico </strong><strong><em>Guy Debord</em></strong><strong> scrive la sua opera più importante </strong><strong><em>La società dello spettacolo</em></strong><strong> e profetizza una società in cui l’immagine sarà più potente della parola, in cui ogni persona è una comparsa nell’illusorio teatro della libertà.</strong> Comparse che credono di essere protagoniste di una vita immersa nell’eterno presente. Entità senza futuro e senza passato. Ma il grido di allarme di Debord passa inosservato.</p>
<h3><strong>Europa: tramonto profetizzato e inascoltato</strong></h3>
<p><strong>Siamo negli anni sessanta e intanto le comunità </strong><strong><em>hippy</em></strong><strong> e le </strong><strong><em>Primavere sessantottine</em></strong><strong> si moltiplicano in tutto l’Occidente.</strong> Contro di loro si scaglia un filosofo definito un cattivo maestro. È un <strong>nero</strong> scampato al giudizio delle fogne. Il suo nome è <strong><em>Julius Evola</em></strong><strong>.</strong> Nel suo <strong><em>Cavalcare la tigre</em></strong> dipinge un quadro simile a quello di Debord ma usa un’altra chiave di lettura, quella della spiritualità. Parla di riappropriazione dello spirito europeo, ma alle orecchie degli uomini di quell’epoca suonò tanto di culturalismo, <strong>una forma </strong><strong><em>soft</em></strong><strong> di razzismo che nei secoli ha mietuto più vittime del cinico razionalismo nazista.</strong></p>
<p>Trenta anni più tardi, penso proprio senza saperlo, gli farà eco <strong>Michel Houellebecq nel suo romanzo </strong><strong><em>Le particelle elementari</em></strong>, opera dedicata <em><strong>all’uomo che non c’è più</strong></em>. Secondo lo scrittore francese, una volta liberati e di conseguenza soddisfatti gli istinti sessuali all’uomo rimarrà la violenza. Pertanto, un efferato assassino hippy quale <strong><em>Charles Manson </em></strong>non è un figlio dei fiori mal riuscito, ma il prodotto di quella ideologia.</p>
<p>In fondo negli anni del boom economico, in Austria per l’esattezza, i membri del gruppo artistico dell’<strong><em>Azionismo viennese </em></strong>si divertiranno ad inscenare squartamenti di animali e grottesche scene di violenza, per confezionare il proprio museo delle atrocità. Tutto ciò sarebbe servito agli austriaci per non dimenticare la crudeltà <em><strong>fai-da-te</strong></em> che ormai il nazi-fascismo aveva fatto scoprire agli uomini.</p>
<p>Questa violenza banale e borghese, trapelata nel corso dell’olocausto, che i <em>germani</em> volevano dimenticare “annegandola nel perbenismo del socialismo e del cattolicesimo”, come amava ricordare nelle sue opere lo scrittore austriaco Thomas Bernhard&#8230; e poi ci sarebbe tanto altro da dire.</p>
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		<title>Un presente scritto un secolo fa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Oct 2017 05:01:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ballard]]></category>
		<category><![CDATA[Crash]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Un presente scritto un secolo fa&#8221; di Martino Ciano già pubblicato su Zona di Disagio. In copertina una foto dell&#8217;autore Se George Orwell scrivesse oggi il suo 1984 potremmo definirlo un romanzo neorealista. Se Aldous Huxley resuscitasse, saprebbe destreggiarsi meglio di noi nel Nuovo Mondo. Se rileggessimo Fahrenheit 451 di Ray Bradbury potremmo affermare che il suo pompiere-incendiario-di-libri, Montag, è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Un presente scritto un secolo fa&#8221; di Martino Ciano già pubblicato su <a href="https://zonadidisagio.wordpress.com/2015/09/29/euro-mortis-ultimo-atto-la-letteratura-ha-vinto/">Zona di Disagio</a>. In copertina una foto dell&#8217;autore</strong></p>
<p>Se <strong>George Orwell</strong> scrivesse oggi il suo <em>1984 </em>potremmo definirlo un romanzo neorealista. Se <strong>Aldous Huxley</strong> resuscitasse, saprebbe destreggiarsi meglio di noi nel <em>Nuovo Mondo</em>. Se rileggessimo <em>Fahrenheit 451</em> di <strong>Ray Bradbury</strong> potremmo affermare che il suo <strong>pompiere-incendiario-di-libri</strong>, Montag, è l’azzeccata metafora di un editore moderno che brucia la cultura per dare cenere da sniffare a lettori sempre più assuefatti<em> <strong>dalle nuove proposte mainstream…</strong></em></p>
<p><em>La società dello spettacolo</em> di <strong>Guy Debord</strong>, invece, sarebbe un manuale di istruzioni per vivere bene nello <em><strong>show-business</strong> </em>quotidiano in cui l’Occidente si è cacciato. Il mondo come palcoscenico, l’immagine come linguaggio e il dionisiaco di Nietzsche appannaggio dei pazzi.</p>
<p>Tutto vero, insomma. I distopici e i nichilisti hanno vinto. Ma ce ne sono stati tanti altri e tra questi voglio soffermarmi sul mio preferito,<strong> James Ballard.</strong> Con il suo romanzo <strong>Crash</strong>, uscito nel 1973 e subito inserito tra i romanzetti di serie B dell’epoca, ha detto tutto in 150 pagine. La promiscuità sessuale, la velocità di esecuzione dei sentimenti, la meccanizzazione dell’uomo.</p>
<p>L’uomo-macchina, la penetrazione delle lamiere fumanti nella carne. L’automobile come prolungamento del corpo è uno degli elementi più affascinanti del romanzo. Ballard legge in questo processo i germi dell’autodistruzione umana, ormai incapace di sfruttare l’energia corporea e  sempre pronta a ricorrere a sistemi estremi per esprimere la propria libido. Studioso dei meccanismi sociali ne <strong><em>Regno a venire</em></strong>, Ballard teorizza il ritorno alla xenofobia e introduce l’immagine del <strong>Centro Commerciale – Tempio</strong>. Luogo in cui la rabbia si placa con gli acquisti e il culto della merce raggiunge il suo massimo splendore.</p>
<h3>Un presente scritto un secolo fa e forse anche più&#8230;.</h3>
<p>Ballard è stato anche studioso dello spazio interno e dei meccanismi psicologici che producono nell’uomo pulsioni esternalizzate solo in forma di comportamenti compulsivi. Lo scrittore inglese mostra un uomo perduto, incapace di reagire ma pronto a creare nuovi ovili, come ci spiegherà bene ne <strong><em>Il Condominio</em>. </strong>Ma scomodiamo per un attimo <strong>Martin Heidegger</strong>, questo mostro sacro, a volte prolisso e lezioso.  Per lui la cura è l’azione e il tempo ne definisce i modi. Il senso del tempo è proprio un altro degli elementi che l’occidente ha perso di vista.</p>
<p>Il <em>kairos</em> dov’è? Dove abbiamo dimenticato il momento in cui si agisce e si è propiziatori? Chi ci pone davanti questo problema con i suoi racconti è <strong>Borges.</strong> Lo scrittore argentino ci racconta di labirinti in cui l’uomo perde se stesso.</p>
<p>Spersonalizzato e senza tempo, tutto e nulla, ovunque e in nessun posto. <strong>L’uomo di Borges è il dramma esistenziale di ogni  persona raccontato in tutte le sue manifestazioni.</strong> <em>La scrittura del dio</em>, <em>Le rovine circolari</em>, <em>Il miracolo segreto</em>. Basta leggere questi suoi tre racconti per comprendere l’universo di questo autore.</p>
<p>Per Borges la retta era il labirinto perfetto. Ma tanto è limitato l’uomo che si vede sempre chiuso in gabbia e si sente sorvegliato e punito, da forze invisibili. Quella forza che per Michel Foucault era il potere. <em>Il Panopticon,</em> questa prigione che oggi ci ingabbia e ci libera, cosicché l’uomo viva in una costante libertà vigilata. Il sorvegliante è tra noi, vive le nostre esperienze, ci guida, ci educa e infine ci sbrana. Egli è un cattivo maestro perché ci tiene tra le ombre e ce le fa scambiare per immagini nitide, compiute.</p>
<p>Tutto questo ce l’hanno detto la filosofia e l’arte. Da André Gide in poi ci ha pensato la letteratura che continua a metterci in guardia e a profetizzare. Ma per qualcuno con la cultura, e quindi anche con la letteratura, non si mangia. E come dare torto a questo sorvegliante che ci vuole succubi di modelli tecno-lesivi della creatività e dell’intelligenza?</p>
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