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	<title>Grecia Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Quattro testimonianze sul fiume Erinnio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2026 10:04:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Quattro testimonianze sul fiume Erinnio&#8221; di Angela Dimitrakaki, traduzione di Elisabetta Garieri, Voland, 2026 Ioanna, Katerina, Sofia e Rahil sono quattro adolescenti che vogliono verificare se il fiume sotterraneo Erinnio esiste. Ne hanno sentito parlare a scuola, da una loro professoressa, e ne sono rimaste affascinate. Credere o non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Quattro testimonianze sul fiume Erinnio&#8221; di Angela Dimitrakaki, traduzione di Elisabetta Garieri, Voland, 2026</strong></p>
<p>Ioanna, Katerina, Sofia e Rahil sono quattro adolescenti che vogliono verificare se il fiume sotterraneo <strong>Erinnio</strong> esiste. Ne hanno sentito parlare a scuola, da una loro professoressa, e ne sono rimaste affascinate. Credere o non credere a questo mito contemporaneo? Ma soprattutto perché non fare un&#8217;esperienza?</p>
<p>Da qui lo spunto che dà il via a questo romanzo breve, ambientato nell&#8217;<strong>Atene</strong> degli anni <strong>Ottanta del Novecento.</strong> L&#8217;autrice delinea prima di tutto l&#8217;ambiente in cui l&#8217;azione si svolge, quella <strong>Grecia</strong> che era uscita da poco dalla <strong>dittatura dei Colonnelli</strong>. I giovani non avevano vissuto il <strong>Sessantotto</strong> europeo, ma si mischiarono subito con la cultura <strong>post-punk, </strong>marcatamente nichilista.</p>
<p>Ma la prima cosa che salta all&#8217;occhio è la struttura del romanzo. Infatti, questa vicenda viene tirata fuori da un&#8217;antropologa che sta svolgendo una ricerca sui miti urbani degli anni <strong>Ottanta del Novecento</strong>. La vicenda viene ricostruita quindi a posteriori, grazie alle testimonianze raccolte nei primi anni del XXI secolo.</p>
<p>Insomma, &#8220;<strong>Quattro testimonianze sul fiume Erinnio</strong>&#8221; è una ricostruzione storica e sociale di un periodo cruciale per la <strong>Grecia</strong>. La sua uscita dalla dittatura, nonché il processo di democratizzazione, offrono parallelismi interessanti con la nostra storia nazionale. Anche lo sviluppo urbanistico, con tanto di corsi d&#8217;acqua <em><strong>tombati </strong></em>e sfregi urbanistici, offrono uno spunto di lettura ulteriore.</p>
<p>Possiamo affermare che ci sono stati anni in cui l&#8217;Europa ha subito l&#8217;influsso di una cultura che, nel bene e nel male, ha indirizzato il futuro. Ciò che oggi raccogliamo, con cui continuano a fare i conti, è solo il risultato di un processo alimentato da &#8220;<strong>illustri miti</strong>&#8220;. Infatti, come viene sottolineato in più punti, <strong>Angela Dimitrakaki</strong> porta in superficie i cosiddetti &#8220;<strong>miti urbani</strong>&#8220;. Ogni epoca ha i suoi.</p>
<p>Senza spoilerare troppo, questo romanzo è la storia di una tragedia. Senza andare a scomodare la filologia, &#8220;<strong>Erinnio</strong>&#8221; richiama le mitologiche <strong>Erinni</strong>, quelle <strong>Furie</strong> che si vendicano di coloro che hanno colpito i propri familiari. E se quella a cui assisteremo è la vendetta della natura nei confronti di uno dei suoi figli, l&#8217;uomo, allora possiamo sbizzarrirci con le interpretazioni.</p>
<p>Come dobbiamo interpretare questo libro? Sicuramente, &#8220;<strong>Quattro testimonianze sul fiume Erinnio</strong>&#8221; è un romanzo che, nonostante la sua brevità, svela e apre spunti di ricerca non indifferenti, tanto da dover essere definito come un esempio di letteratura sociale. In secondo luogo, siamo di fronte a un romanzo che senza &#8220;<strong>finzioni</strong>&#8221; e &#8220;<strong>astrusi protocolli per sembrare originali</strong>&#8221; sa narrare fatti che interrogano la quotidianità.</p>
<p><strong>Morale della favola:</strong> avremmo bisogno di più romanzi così, perché il nostro periodo storico richiede di essere vigili. Il parallelismo tra <strong>Grecia</strong> e <strong>Italia</strong> cade in un momento propizio. Dall&#8217;altra non possiamo non riconoscere che da anni <strong>Voland</strong> dà voce a quegli autori balcanici, che al momento stanno dando prova di grande vivacità; vivacità da cui qualcuno dovrebbe prendere spunto.</p>
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		<title>Illusione ellenica: dopo aver letto Jean-Pierre Vernant</title>
		<link>https://www.borderliber.it/illusione-ellenica-ciano-letture/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 18:54:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[cosmo]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Illusione ellenica&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina: un&#8217;immagine modificata con l&#8217;intelligenza artificiale prendendo spunto dalla copertina dell&#8217;edizione Feltrinelli del saggio &#8220;L&#8217;origine del pensiero greco&#8221; di Jean-Pierre Vernant Vedo oggi questo pensiero ondivago, che volteggia tra tirannide e anarchia. Eppure, in questo indefinito e indefinibile mondo contemporaneo nel quale tutto è permesso, forse [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><strong>&#8220;Illusione ellenica&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina: un&#8217;immagine modificata con l&#8217;intelligenza artificiale prendendo spunto dalla copertina dell&#8217;edizione Feltrinelli del saggio &#8220;L&#8217;origine del pensiero greco&#8221; di Jean-Pierre Vernant </strong></p>
<p dir="ltr">Vedo oggi questo pensiero ondivago, che volteggia tra tirannide e anarchia. Eppure, in questo indefinito e indefinibile mondo contemporaneo nel quale tutto è permesso, forse perché ogni cosa è mossa da occulte oligarchie, si invoca il ritorno alle origini del pensiero: a quella componente <strong>greco-romana</strong> impressa nel nostro <strong>Dna</strong>.</p>
<p dir="ltr">Ma forse essa è solo una visione vanagloriosa, priva di fondamento. Una sorta di <strong>gadget ideologico</strong> che sbuca fuori dalla nebbia e cerca di fare sintesi tra spinte autoritarie e rivendicazioni democratiche. Ed ecco che nessuno ha ragione, ma solo voglia di prevalere con opinioni piccanti. Si compilano elenchi, pamphlet spiccioli, ma niente di serio.</p>
<p dir="ltr">L&#8217;illusione ellenica mi ha portato a rispolverare qualche libro. Uno tra questi è stato &#8220;<strong>Le origini del pensiero greco</strong>&#8221; di Jean-Pierre Vernant, apparso nel 1976, con l&#8217;intento di evidenziare il passaggio dalle <strong>monarchie micenee</strong> fino a giungere alla &#8220;<strong>polis</strong>&#8220;. E così ho riletto di questa metamorfosi dal mito alla razionalità. Ho appreso della decisione di quegli uomini di vivere il più possibile secondo uguaglianza, concordia e di non ostentare ricchezza e potere. Buona prassi sarebbe stata porre un freno alla prepotenza, in quanto essa costruisce disparità e rabbia.</p>
<p dir="ltr">Certo, non era assolutamente qualcosa di semplice. La possiamo immaginare come un&#8217;utopia, anche se in parte si compì. E forse quell&#8217;idea di armonia ancora oggi ci affascina, pure se i miti riesumati dai nostri sovranisti sono quelli di lotta e di conquista, di ricostruzione di una superiorità &#8220;<strong>razziale</strong>&#8221; che verrebbe messa subito a tacere.</p>
<p dir="ltr">Tra le illusioni elleniche, però, spadroneggia oggi un sentimento guerrafondaio, nonché di chiusura verso ogni contaminazione di pensiero e di etnia. Eppure, la grandezza di quei tempi risiede proprio nella capacità di innestare nella propria tradizione quella degli altri. Ci fu una sorta di prestito di &#8220;<strong>dei</strong>&#8221; e di &#8220;<strong>teogonie</strong>&#8220;. Le civiltà spesso si scontravano, ma ciascuna di esse rubava qualcosa all&#8217;altra anche se c&#8217;era forte disprezzo.</p>
<p dir="ltr">Lo so che appare difficile riassumere queste cose in poche battute, in semplici paragrafi schiavi dell&#8217;indicizzazione o di qualche manipolatore seriale. Ecco, perché l&#8217;unica cosa che si può fare è leggere e stupirsi, rendersi conto di quanto si sia sempre disinformati su certi argomenti. Penso all&#8217;<strong>Iran</strong>, grande e antica civiltà costruttrice di ponti.</p>
<p dir="ltr">Io disprezzo il pensiero neoliberista che con disarmante superficialità separa il mondo in buoni e cattivi, rendendo ogni spazio solo un gran mercato. Ed è proprio quello che una sana illusione ellenica, simile a quella manifestatasi nel <strong>Rinascimento italiano</strong>, non contempla, in quanto il presente è frutto di un processo. Invece, noi mandiamo a processo le cose, le società e ciascun essere umano che non ci somigli. <strong>Traballano le democrazie</strong>: vorremmo che un solo organismo decidesse velocemente per tutti, senza chiedere consiglio agli altri.</p>
<p dir="ltr">Ecco, domandate a un politico se crede <strong>nell&#8217;isocrazia</strong>, cioè nell&#8217;uguale esercizio del potere e della forza da parte dei diversi Enti, partendo da una certosina spartizione. Chiedete a questo signore se sia necessaria <strong>l&#8217;isonomia</strong>, ovvero l&#8217;uguaglianza di ciascun cittadino che ha come unico potere superiore &#8220;la giustizia&#8221;. Direte voi: «Alt, ma questa è la nostra <strong>Costituzione</strong>». Sì, avete ragione, ma sembra che di questo nessuno se ne ricordi e coloro che se ne ricordano ammettono che sono solo belle parole.</p>
<p dir="ltr">«Vero, solo nei principi scritti su pagine che di volta in volta si mettono in discussione &#8211; rispondo &#8211; ma è sempre meglio lottare affinché tutto si compia». Siamo quindi pregni di <strong>illusione ellenica</strong>, di qualcosa che ci riempie di misticismo e di pragmatismo. E quei greci partirono proprio dagli &#8220;<strong>dei</strong>&#8220;, collocati in un&#8217;apparente gerarchia pur sottostando tutti, in egual misura, alla giustizia. E non esisteva un&#8217;origine, ma tutto era stato dato, era lì da sempre.</p>
<p dir="ltr"><strong>Apeiron, ci dice tutto&#8230;</strong></p>
<p>Ecco, l&#8217;origine infatti crea discordia, perché in quel momento le potenze si scontrano tra loro, provano a prevalere l&#8217;una sull&#8217;altra, invece questo equilibrio così perfetto, in cui sta l&#8217;armonia è lì da sempre. Chi è la mente? Forse, è solo un&#8217;illusione ellenica che prima o poi finirà?</p>
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		<title>Omero</title>
		<link>https://www.borderliber.it/omero-gagliardi-lettura-poema-letteratura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Sep 2025 21:44:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Omero&#8221; è un racconto di Filomena Gagliardi. In copertina una foto tratta dal web. Questo racconto è inserito nel volume antologico &#8220;Marche d&#8217;autore&#8221;, Infinito adriatico edito nel 2025 Secondo una versione poco nota, Omero, il cantore per eccellenza, il non vedente più famoso della letteratura, non visse prima del IV secolo a.C. Secoli e secoli [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Omero&#8221; è un racconto di Filomena Gagliardi. In copertina una foto tratta dal web. Questo racconto è inserito nel volume antologico &#8220;Marche d&#8217;autore&#8221;, Infinito adriatico edito nel 2025</strong></p>
<p>Secondo una versione poco nota, Omero, il cantore per eccellenza, il non vedente più famoso della letteratura, non visse prima del IV secolo a.C. Secoli e secoli di questione omerica sarebbero stati risparmiati a generazioni di studenti se qualcuno avesse avuto la pazienza e il coraggio di far fede a tale versione tramandata in epoca più recente.</p>
<p>Stando ad essa, dunque, Omero visse a Siracusa nel periodo in cui la città cercava spazio nel Mediterraneo e in Italia, attraverso l’occupazione di punti strategici dell’Adriatico. I siracusani erano greci di stirpe dorica: i dori erano antichissimi. Si erano insediati in Grecia nel 1200 a.C. e sotto il loro dominio era nata la gestazione orale dei “poemi omerici”. Si dovette aspettare il IV secolo a.C. perché nascesse colui che li avrebbe scritti materialmente.</p>
<p>Nel 387 a.C. un carico di coloni siracusani decise di spostarsi verso il Nord della penisola, proprio in quella zona costiera dell’Italia centrale in cui si formava quasi un gomito, un angolo: Ankon si chiamava il sito ed erano gli stessi Greci ad averlo nominato così nei secoli precedenti. Anche i dori erano greci. Ankon in greco significa infatti gomito. Come si era soliti procedere nel rito della colonizzazione, bisognava scegliere un ecista. In quell’occasione non si riuscì a trovare facilmente qualcuno che intraprendesse il viaggio.</p>
<p>La scelta cadde, in modo forzato e insolito, su un giovinetto poco più che ventenne, che aveva intrapreso il praticantato di aedo e che, come se non bastasse, era non vedente: Omero, per l’appunto. Ovviamente Omero fu un fondatore simbolico. Come avrebbe potuto lui, da cieco, fare il timoniere della nave? Nessuno voleva affiancarlo in quella strana avventura. Ma lui aveva il suo asso nella manica: si trattava della Musa Calliope.</p>
<p>I coloni erano inizialmente scettici: uno pseudo-ecista, cieco e poeta, una guida effettiva donna e dea…come era possibile? Eppure bastò che essi, saliti sulla nave, ascoltassero il duetto di Omero e di Calliope, l’uno che chiedeva ispirazione, lei che si prestava a raccontare mentre guidava il timone, per sciogliersi alla bellezza del canto. La Musa anticipava il poeta che le veniva dietro ripetendone le parole in modo cantilenato ma dolce. Accompagnava la performance un giovane suonatore di cetra.</p>
<p>Da Siracusa erano partiti di notte in una sera primaverile: il mare profumava di consolazione…per la terra che si lasciava, per il futuro, per il benessere che avrebbe raggiunto quegli audaci. Oltrepassarono il Mare Ionio costeggiandone le articolate sponde fino ad entrare nel Mar Adriatico dove dovettero fronteggiare i pirati: ma pian piano risalirono il mare stretto e attraccano al porto di Ancona. Fu facile la conquista o meglio l’assimilazione delle popolazioni preesistenti.<br />
Per qualche istinto recondito il venerabile aedo intuì che si sarebbe trovato bene in quel braccio di terra, a tal punto che cominciò a farsi chiamare Omero, l’Adriatico.</p>
<p>Passò dove oggi dimora il museo a lui omonimo e vi depositò un cumulo di pietre prese insieme ai suoi coloni. Poi insieme a Musa e al giovane musicista risalì tutta la città. Durante l’anabasi i suoi compagni di viaggio si spartirono il territorio, ognuno stabilizzandosi dove l’istinto, o il dio li ispirava; altri, invece, restarono con i tre.</p>
<p>Risalendo la città, il cantore aveva studiato gli abitanti del posto, che non erano indigeni ma Piceni, una popolazione arrivata da regioni vicine del Centro Italia. Erano tutti operosi, o nelle attività marittime, o commerciali o in quelle artigianali; le donne sapevano ornarsi, gli uomini amavano le armi. Amavano bere il vino e coltivare la vite. A loro modo erano devoti e religiosi, ospitali e rispettosi degli altri.</p>
<p>Arrivarono sulla sommità della collina e qui, con quelli dei coloni che non si erano accontentati di restare nella comoda pianura, ma che coraggiosamente si erano spinti verso l’altura dura e aspra, fondarono la città vera e propria, la polis con i monumenti, i templi, gli edifici nuovi che si sarebbero andati a sostituire a quelli delle precedenti fasi.</p>
<p>Un giorno Omero andò a sentire il mare da una piccionaia: era il tramonto di un giorno mite, un tramonto che sapeva di tutti quei profumi tipici di una città di mare, di pesca, di cucinato, di rumori e grida di passanti, pescatori, commercianti, cantanti di strada, prostitute e di bordelli. Percepiva il profumo delle notti d’estate e la leggerezza della vetta&#8230;sentiva di essere a casa e gli pareva di scorgere, oltre la costa, la Madrepatria, la Grecia vera e propria, quella di cui aveva sentito raccontare storie sulla guerra di Troia e sui ritorni di Ulisse e che lui stesso aveva imparato narrare.</p>
<p>Si rese conto di avere un compito: scrivere quelle storie. Ora aveva trovato la pace per farlo… Ma, dopo un attimo di entusiasmo, si ricordò di essere cieco e una tristezza lo attraversò…rimase in silenzio. Musa lo guardava altrettanto silenziosa, tutto conoscendo dell’anima di lui, ma aspettò che lui parlasse, fino a che le loro menti si incontrarono. Anche se non poteva vederla le disse:</p>
<p>“Musa, stai pensando la stessa cosa?”<br />
“Certamente”,</p>
<p>I due entrarono in un tempio. L’aedo recitò tutta l’Iliade e l’Odissea davanti alla dea che si prestò a scrivere su fogli di papiro messi a disposizione dai sacerdoti del tempio. Ne nacquero due volumi piuttosto grossi che sarebbero stati poi ricopiati in altri esemplari.</p>
<p>Musa rimase nel tempio come custode dei poemi, mentre il cieco, con il suo bastone e con il citarista, tornò in pianura. Qui, con l&#8217;aiuto dei coloni lasciati in precedenza, costruì una casupola piccola ma accogliente e passò il resto del suo tempo cantando le imprese, ricordando Siracusa, immaginando la Grecia. Il ragazzo gli faceva compagnia.</p>
<p>Si dice ancora oggi che il Museo Tattile Omero, nato molto tempo dopo attorno a quel nucleo, e dedicato a tutti coloro che, pur ciechi, vogliono fare esperienza dell’arte, conservi da qualche parte le spoglie e l’anima del poeta.</p>
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		<title>Alfonso Sciacca: Senectus come omaggio alla classicità</title>
		<link>https://www.borderliber.it/alfonso-sciacca-senectus-libro-bella/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Jun 2025 22:01:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Giuseppe Bella. In copertina una foto di Alfonso Sciacca, autore di &#8220;Senectus&#8221;, Qed Edizioni, 2025 Alfonso Sciacca è stato docente di latino e greco nei Licei, per vari anni; poi, nella sua Acireale, è stato preside del Gulli e Pennisi, fra i più vetusti e rinomati istituti classici di Sicilia. Non ha mai [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Giuseppe Bella. In copertina una foto di Alfonso Sciacca, autore di &#8220;Senectus&#8221;, Qed Edizioni, 2025</strong></p>
<p>Alfonso Sciacca è stato docente di latino e greco nei Licei, per vari anni; poi, nella sua Acireale, è stato preside del Gulli e Pennisi, fra i più vetusti e rinomati istituti classici di Sicilia. Non ha mai concepito lo studio del mondo antico come rifugio e come antidoto alle cure problematiche del presente; non si è mai tenuto in disparte. Ma ha destinato alla politica la parte più fervorosa della sua intelligenza. È stato consigliere comunale, infine sindaco.</p>
<p>La cultura classica per lui è stata la saggia matrice ai cui insegnamenti si è sempre richiamato. Con questa caratteristica indefettibile, tuttavia &#8211; che quell’occhio fermo sull’antichità greco-latina gli è servito per meglio osservare, valutare, giudicare i fatti e i fenomeni dell’attualità culturale, politica e civile. Ad Acireale, alla sua tradizione pittorica e ai suoi cittadini più insigni per modernità di vedute ha dedicato indagini accurate, svolte con erudizione e incisive capacità narrative (Il racconto dell’arte; Giambartolo Romeo, Il cerchio che si spezza). Ma la sua vera patria, per così dire, la sua dimora più confortevole e saziante l’ha sempre trovata in ciò che la civiltà greca produsse quali valori che non trasmutano con il passare dei millenni.</p>
<p>Ecco, allora, una colta incursione nel mondo di Erodoto (Il filo della trama, novellando con Erodoto), di cui riscrive le storie, non come semplici parafrasi ma come “racconti di racconti”, una narrativa al quadrato, che estrae e rafforza appunto il “filo della trama” che tiene insieme le molteplici figure e le intramontabili vicende raccolte e descritte dal genio letterario di Alicarnasso.</p>
<p>Con questo Senectus, adesso Alfonso Sciacca si inoltra nei territori della vita offuscati dalle brume del tramonto. Usa questa nuda parola per intitolare il suo libro. Una parola lapidaria, univoca, asciutta. Una parola che non richiede aggiunte, e il cui significato non si circonda di perifrasi. Una parola: vecchiaia, a tutti comprensibile &#8211; perché raffigura l’orizzonte di ogni esistenza, il suo crepuscolo, il suo termine inaggirabile.</p>
<p>Il senso della vecchiaia è connesso inestricabilmente con l’esperienza del dolore, della decadenza del corpo, delle infermità; ed è temuto come una sorta di <em>introibo</em> alla morte. Su questa che è come una pietra di inciampo lungo il percorso della vita Alfonso Sciacca propone una meditazione dai toni alti ma accessibile a chiunque si interroghi e, insieme, interroghi la sfinge celata nelle infinite sfumature di questa stagione ultima dell’esistenza. È un testo di agile lettura, ma di intensità straordinaria. Come spirito guida nelle sue escursioni lungo i territori temibili della senilità Sciacca si avvale di Cicerone. Nel suo complesso, infatti, possiamo concepire questo Senectus come una serie organica di scholia alla famosa opera ciceroniana; ma se è vero che il De senectute costituisce</p>
<p>l’ossatura portante del saggio, non va trascurata l’altra fonte, più antica, rappresentata da Erodoto, delle cui storie – come già detto – Alfonso Sciacca è stato un interprete curioso e ben fornito di mezzi filologici. Ma accanto a Erodoto è l’intera cultura classica che offre spunti inesauribili agli argomenti di Sciacca; Omero, a esempio &#8211; ma è un nome che vale per tutti.</p>
<p>Ecco, allora, che Senectus si presenta con un profilo complesso, anzi prismatico: è molte cose in una volta. Partecipe meditazione su quel finis vitae, che tutti ci attende; trattatello morale; riflessioni sul senso del tempo e della storia; investigazioni intorno ai vissuti profondi allorché l’essere per la morte ha raggiunto quasi il suo traguardo. Ma si trova nelle sue pagine un sottile filo autobiografico (si dovrebbe meglio dire: auto-rappresentativo) che specie in alcuni capitoli (Il tempo e l’eternità, Achille e Priamo, L’approprinquatio mortis) conferisce alla materia una temperatura più calda e personale.</p>
<p>La scrittura è di alto livello per qualità espositiva. È dotta ma anche affabile, e non presenta alcuna di quelle pesantezze di stile che l’erudizione si porta appresso come una fatale ombra. Insomma: leggere questa preziosa creatura dell’intelligenza di Sciacca è un colto antidoto alle illusioni dei nostri tempi, un garbato e affettuoso richiamo a tutti coloro che pensano alla vita come a una palestra in cui esercitare il corpo a un’infinita giovinezza.</p>
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		<title>Ifigenia. Da Racine a San Guedoro per una traduzione in rima che racconta dell&#8217;uomo</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Jun 2024 15:10:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Achille]]></category>
		<category><![CDATA[Calcante]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina &#8220;Ifigenia&#8221; di Jean Racine, tradotto in rima da Lodovica San Guedoro, C&#38;P Adver Effigi, 2024 Una rilettura della rilettura per rendere vivo, più attuale, il mito di Ifigenia, l&#8217;opera scritta e messa in scena nel 1674 da Jean Racine, già con qualche ritocco rispetto alla storia originale. Lodovica San [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina &#8220;Ifigenia&#8221; di Jean Racine, tradotto in rima da Lodovica San Guedoro, C&amp;P Adver Effigi, 2024</strong></em></p>
<p>Una rilettura della rilettura per rendere vivo, più attuale, il mito di <strong>Ifigenia</strong>, l&#8217;opera scritta e messa in scena nel 1674 da <strong>Jean Racine</strong>, già con qualche ritocco rispetto alla storia originale.</p>
<p><strong>Lodovica San Guedoro</strong> si cimenta con la sacralità di un&#8217;opera senza tempo, con il discorso del contrasto tra ambizione personale e tutela del prossimo. Infatti, è enorme il prezzo che viene chiesto ad <strong>Agamennone,</strong> da parte degli Dei, ossia sacrificare sua figlia <strong>Ifigenia</strong> per giungere con tranquillità a <strong>Troia</strong>.</p>
<p>Tutto ciò avviene poco prima che le navi prendano il largo. Il messaggio giunge al <strong>Re dei Re</strong> per bocca dell&#8217;oracolo <strong>Calcante</strong>, ma c&#8217;è un equivoco. In molti sapranno già tutto su questa tragedia, ma preferisco rimanere vago, non &#8220;spoilerare&#8221;, come se questa storia appartenesse alla letteratura contemporanea.</p>
<p><strong>Agamennone</strong> non sa cosa a fare, anche se la prima risposta che si dà è quella di provare a ingannare tutti, cercando di salvare i suoi desideri di conquista e sua figlia. Egli ha dei doveri verso i suoi uomini, verso la<strong> Grecia</strong> e anche una smisurata sete di potere. Ma dall&#8217;altra parte c&#8217;è la sua amata <strong>Ifigenia</strong>, promessa in sposa ad <strong>Achille</strong>, l&#8217;eroe delle sue truppe che, di certo, non potrebbe mai accettare un sacrificio del genere.</p>
<p>Eppure, ogni cosa frutto dell&#8217;equivoco, di un gioco che però mette a dura prova il cuore di ciascuno dei protagonisti. Ed è per questo che l&#8217;opera, nonostante i suoi adattamenti e le sue traduzioni, resta il simbolo della famelica ambizione che guida l&#8217;uomo di potere, che non può fermarsi neanche davanti a ciò che più dovrebbe amare.</p>
<p>E se anche ciò avvenisse, salvare un altro a costo dei propri desideri o delle ambizioni, è sempre qualcosa che si accetta con difficoltà, che apre nell&#8217;anima una ferita che mai viene sanata. <strong>Agamennone</strong>, per quanto la sua prepotenza sia leggenda, è un uomo <strong>&#8220;secondo misura&#8221;</strong>. Infatti, è il semidio <strong>Achille</strong> ad avere altri pensieri, se proprio vogliamo leggere alcune sottigliezze tramandateci per secoli e secoli. L&#8217;unica che non ha nessuno indugio su cosa scegliere è la madre di <strong>Ifigenia</strong>.</p>
<p>Dal punto di vista della traduzione, <strong>Lodovica San Guedoro</strong> non stravolge, adatta, plasma rime, rende tutto più fluido, liberando l&#8217;opera dalla sua &#8220;rigorosità&#8221; linguistica. È il messaggio che non deve cambiare. È infatti l&#8217;equivoco che salva tutto, non l&#8217;uomo e la sua volontà. È la <strong>Necessità</strong> che impone il suo cammino, non le ambizioni di Agamennone, e sebbene tutto ciò fosse chiaro ai Greci, comunque l&#8217;inganno è l&#8217;escamotage preferito da ciascuno. Anzi, è la risposta immediata.</p>
<p>È la gloria, quella che viene fomentata dalle buone opinioni, che interessa ad Agamennone. Ed è questa la parodia degli uomini, da sempre.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-10045 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2024/06/foto-Lodovica-San-Guedoro-Strega-2023.jpg?resize=800%2C557&#038;ssl=1" alt="" width="800" height="557" data-recalc-dims="1" /></p>
<h3>Due domande alla traduttrice</h3>
<p><em>Quanto ti ha impegnata questa nuova traduzione e, soprattutto, ce n&#8217;era bisogno?</em></p>
<p><strong>R:</strong> Mi ero accinta a leggere la traduzione di Flavia Mariotti, edita da Marsilio nel 2007. Di Racine conoscevo e amavo già molto Phèdre, letta in francese e in italiano, molto tempo prima. E a cui avevo issato un altare in Fedra e le mammine nei caffè. E ora mi accingevo a conoscere e ad amare Iphigénie, leggendo l’originale e la traduzione: Iphigénie…</p>
<p>Che delusione, tuttavia, quella traduzione, quando l’abbordai, quanto mi apparve scarna e disadorna! Io avevo la fortuna di poter leggere l’originale. Ma gli altri, quelli che non conoscevano il francese? Che Racine avrebbero conosciuto mai? Smisi di leggere. Filologicamente correttissima, quella della Mariotti era poeticamente scorretta. Mentre io avrei voluto leggere una traduzione completa, che fosse fedele al contenuto e nello stesso tempo si presentasse in una smagliante e multicolore veste poetica; una traduzione musicale, sbrigliata, giocata, spericolata, sontuosa, capace di rapire i sensi. E, per leggerla, mi fu presto chiaro che non avevo scelta: mi occorreva confezionarla io stessa. È quel che ho fatto, e si può ben dire che ho letto questa tragedia solo mentre la traducevo.</p>
<p>Affinché il lettore ignaro di francese potesse sentire qualcosa del ritmo vibrante dell’originale, ho tradotto Iphigénie, per quanto possibile, in rima; ma, con la consapevolezza immediata che una tale sfida non fosse perseguibile per tutto l’arco del poema, ai versi in rima, ho inframmezzato versi liberi, in una lingua meno semplice di quella raciniana, a tratti montiana, a tratti più barocca, e dotata di un’altra musicalità. Giacché, ancor prima delle rime, e di una comunque irraggiungibile perfezione metrica, mi premeva proprio la musicalità. Non potevo agire come avevo agito scrivendo ex-novo tutto un romanzo in rima (D’argolo e Ginevra trasgressive le avventure), dove le rime condizionavano, creavano, indirizzavano il pensiero; misteriosamente, genialmente, nascevano in uno col contenuto. Pur perseguendo l’aderenza anche formale all’originale, quando invece la mia lingua non poteva attenercisi, ho fatto ricorso quindi a uno stile tra montiano e barocco, scaturito d’istinto non dal francese, ma dalla mia lingua madre: in definitiva era in italiano che doveva rinascere il poema! E l’italiano aveva la sua storia, i suoi differenti strati, le sue molteplici manifestazioni formali. È stato come camminare su un’asse d’equilibrio per tutto il corso della traduzione del poema: muovendomi tra la fedeltà a Racine e la fedeltà allo spirito della lingua italiana. Il timore di creare un ibrido mi ha tenuta per un po’. Ma poi la mia bussola in tutto questo errare, il piacere estetico, ha messo a tacere gli scrupoli. Talvolta nella revisione m’incagliavo nei versi dove, con una sensibilità probabilmente esasperata, sentivo una disarmonia, auscultandoli, rileggendoli – rileggevo il testo quasi sempre ad alta voce – fino all’esaurimento delle energie nervose. E finché, modificando qualcosa o no, non trovavo pace.</p>
<p><em>Chi è oggi Ifigenia?</em></p>
<p><strong>R: </strong>Alla seconda domanda in verità hai risposto già nella recensione. Ifigenia è più che mai attuale. Ifigenia è chiunque, uomo, donna, bambino o vecchio sia vittima di crudeltà e violenza. Ifigenia è la stessa parte innocente dell&#8217;assassino e del prevaricatore, Ifigenia è la Natura continuamente violata e insensatamente depredata e sfruttata dall&#8217;uomo.</p>
<div class="x_elementToProof"></div>
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