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	<title>Giovani Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Rumore rosso in quel settembre</title>
		<link>https://www.borderliber.it/patti-smith-rumore-rosso/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 22 Dec 2023 01:10:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo e foto di Daniela Grandinetti. In copertina: &#8220;Rumore rosso&#8221;, di Goffredo Plastino, Il Saggiatore Il 10 settembre 1979 mi trovavo a Firenze, il mio primo, memorabile, viaggio da sola. Non ero lì per lo stesso motivo che accomunava migliaia di giovani provenienti da tutta Italia: il concerto evento di Patti Smith al quale con [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo e foto di Daniela Grandinetti. In copertina: &#8220;Rumore rosso&#8221;, di Goffredo Plastino, Il Saggiatore</strong></p>
<p>Il 10 settembre 1979 mi trovavo a <strong>Firenze</strong>, il mio primo, memorabile, viaggio da sola. Non ero lì per lo stesso motivo che accomunava migliaia di giovani provenienti da tutta Italia:<strong> il concerto evento di Patti Smith</strong> al quale con rammarico non avrei preso parte. Ricordo le strade inondate da una folla variopinta, orde di giovani che bivaccavano nel salotto buono tra <strong>Piazza della Signoria </strong>e<strong> Ponte Vecchio</strong>. Bruciava la sensazione che avrei mancato un’occasione unica e irrepetibile. Ed è stato così.</p>
<p>La storia dei due storici concerti di <strong>Patti Smith</strong> in quell’anno in Italia, a <strong>Bologna </strong>e a<strong> Firenze</strong>, così come ci viene consegnata da <strong>Goffredo Plastino</strong> nel suo <strong>Rumore rosso</strong> (edito da il Saggiatore) ricostruisce un intreccio che a distanza di più di quarant’anni ha dato una visione nuova a quella giovane diciottenne innamorata della politica e della musica: ho letto “la” storia con l’entusiasmo di allora e la consapevolezza di oggi. Su <strong>Il Venerdì di Repubblica</strong> in una delle tante recensioni uscite per questo saggio, a firma di <strong>Alberto Piccinini</strong> si dice che quello “fu molto più di un concerto: politica, cultura e immaginario ebbero in quei giorni di settembre l’ultimo giro di danza di un’epoca e il primo di un’epoca nuova.”</p>
<p>Siamo in un momento topico della storia di quegli anni: non si era spento l’eco dell’assassinio di <strong>Aldo Moro</strong> e il <strong>1997 aveva segnato la rottura tra il PCI e la sinistra extraparlamentare.</strong> Quell’anno <strong>Lama</strong>, segretario della <strong>CGIL</strong>, deve abbandonare l’aula della Sapienza in mezzo ai fischi e alle proteste e subito dopo il sindaco comunista di Bologna, <strong>Renato Zangheri</strong>, prende l’audace decisione di inviare carri armati in via Zamboni, centro universitario della città, per porre fine ai disordini seguiti alla morte di <strong>Francesco Lorusso</strong>, studente di <strong>Lotta Continua</strong> ucciso da un colpo di pistola sparato da un carabiniere di leva.</p>
<p><strong>Goffredo Plastino – musicologo presso la Newcastle University</strong> – ricostruisce con minuzia di particolari il dibattito di quel momento (sostenuto da un corposo apparato di note) che vedeva un <strong>PCI</strong> che volle organizzare i due eventi per riagganciare consensi perduti nei movimenti, nonostante le dichiarate diffidenze di esponenti di punta e intellettuali storici nei confronti del rock. Dall’altro con quei concerti c’è il ritorno in <strong>Italia</strong> della musica dal vivo che inaugurò la stagione dei grandi concerti a pagamento negli stadi cui ancora oggi si assiste.</p>
<p>Quei due storici concerti, organizzati dall’<strong>ARCI</strong>, ebbero un incasso di 150 milioni, una cifra abbastanza modesta, che andarono tra PCI, Arci e Patti Smith, per il valore di un biglietto di 3.000 lire, ma come succedeva allora dopo l’inizio del concerto furono aperti i cancelli anche ai non paganti, tant’è che non esistono stime certe di quanti effettivamente parteciparono sia a Bologna che a Firenze.</p>
<p>Patti Smith cantò, entusiasmò e deluse: la sacerdotessa del rock urbano, la poetessa di <strong>New York</strong>, l’icona in Italia della musica rock in quel momento, a metà concerto intonò versi per <strong>Papa Luciani</strong> (aveva per lui una vera e propria venerazione, il Papa che ride, lo definì nelle interviste) e a coloro che la volevano a sostegno dei movimenti in un periodo “caldo” di scontri, lei rispose con la bandiera americana e l’esecuzione dell’inno americano alla fine dei concerti “Io sono un’artista americana, non so nulla della politica italiana, sono cristiana e non comunista”. Dichiarò. Cori e lanci di oggetti e zolle di terra furono il tumulto che accompagnò l’esibizione nei concerti.</p>
<p>All’autore “va il merito di aver ricomposto, attraverso il recupero di frammenti e documenti (articoli di quotidiani, di periodici e fanzine, oltre a una grande quantità di fogli volanti pubblicati tra le pagine del libro), una vicenda non banale, anzi eloquente, rivelatrice, quella dell&#8217;entusiasmo, dell&#8217;innamoramento e poi dell&#8217;incomprensione e dell&#8217;odio che migliaia di giovani italiani provarono per Patti Smith”.<strong> (Ivan Carozzi su Esquire)</strong></p>
<p>Ancora oggi sono molti quelli che dicono “io c’ero”, ma quella che potrebbe apparire un pezzo di storia della musica (e della storia della musica dal vivo in Italia) leggendo Rumore Rosso si comprende fu molto di più: forse un pezzo della nostra storia con la quale, nel bene e nel male, non abbiamo mai fatto pace veramente,</p>
<p><strong>Riporto da pagina 18 di &#8220;Rumore Rosso&#8221;</strong></p>
<p>“Una storia aperta:</p>
<p>A Bologna e a Firenze vanno in scena non solo un gruppo di musicisti e una cantante rock, ma anche uno scontro tra l’egemonia politica e culturale. Non è la sola contrapposizione di quei giorni. Patti si trova di fatto al centro di molteplici contrasti. Simbolici: tra movimento, Autonomia, PCI e FGCI su ciò che lei rappresenta. Politici: tra PCI, FGCI, movimento e Autonomia sull’organizzazione di concerti; tra il PCI, il Partito Socialista Italiano, la Democrazia Cristiana e la destra sulla gestione dei concerti, dei luoghi nei quali si sono svolti e sul loro successo. Economici: tra il PCI, le sue associazioni di riferimento, l’impresario musicale e il pubblico del circuito alternativo della musica dal vivo sull’allestimento e la conduzione dei concerti, sulle loro spese, sul profitto per il management e sul suo compenso. Musicali e artistici: tra gruppi diversi di fan e ascoltatori sul rapporto tra Patti e determinati generi musicali, sui suoi successi recenti. Culturali e sociali: sul significato dei sue spettacoli per la società italiana, sulla partecipazione e il comportamento dei giovani, sull’esibita religiosità di Patti.</p>
<p>Si tratta di eventi complessi, fluidi, che determinano comportamenti reali mutevoli, dinamici. Si può andare al concerto di Bologna nonostante si sia contrari alla sua gestione da parte del PCI e manifestando in molti modi questa opposizione (rifiutando di pagare il biglietto, entrando allo stadio dopo aver sfondato gli ingressi), apprezzare Patti per le sue canzoni del passato e contestarla rumorosamente per le ultime, reagire contro l’organizzazione per le carenze tecniche, manifestare il proprio dissenso politico contro di lei per ciò che sta interpretando sul palco.</p>
<p>Per ricostruire la complessità, la multidimensionalità di questi eventi musicali dal vivo, per provare a capire cosa è successo durante quelle giornate di settembre del 1979, si può raccontare una storia aperta a una pluralità di storie personali e collettive, di voci, di immagini, di fonti: la storia non lineare di un passato non interamente raffigurabile, di una vicenda italiana di ieri che risuona ancora oggi e che va narrata ripartendo dall’inizio.”</p>
<p>Goffredo Plastino ce la racconta egregiamente, anche attraverso un ricco apparato di immagini, in un saggio di grande pregio che ho “divorato”, un’”opera mondo” come l’ha definita Paolo Morando su Domani.</p>
<p>Patti Smith: «Se mi capita di camminare per strada, in Italia, c’è sempre qualcuno che mi si avvicina, e può essere un cuoco o un rappresentante del governo, e mi dice: Patti, io ero a Bologna. Sembra che tutta Italia, quella sera, fosse a Bologna&#8230;».</p>
<p>E l’autore: «In un certo senso è proprio così: c’eravamo tutti e ci siamo ancora, continuiamo ad ascoltare il rumore rosso di quei giorni, di quegli anni»</p>
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		<title>Esiste un paese normale?</title>
		<link>https://www.borderliber.it/esiste-un-paese-normale-pietrosanti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Aug 2023 02:44:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo e foto di Fabio Pietrosanti Sempre più spesso, affaccendati nel nostro quotidiano, ma con l’orecchio sempre connesso al media più prossimo, l’erede del tubo catodico, sentiamo parlare, del nostro come di un “paese alla frutta”. In realtà più che pensare ad un cesto colmo di pomi e chicchi colorati, potremmo tranquillamente dire che questo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Articolo e foto di Fabio Pietrosanti</strong></em></p>
<p>Sempre più spesso, affaccendati nel nostro quotidiano, ma con l’orecchio sempre connesso al media più prossimo, l’erede del tubo catodico, sentiamo parlare, del nostro come di un <strong>“paese alla frutta”</strong>. In realtà più che pensare ad un cesto colmo di pomi e chicchi colorati, potremmo tranquillamente dire che questo paese si è trasformato in una permanente <strong>“sagra della ricerca della normalità”</strong>.</p>
<p>È indubbio che, nel lessico mediatico, si faccia costantemente riferimento ad una ipotetica<strong> “normalità”</strong>, dalla quale lo stivale tricolore sarebbe ancora lontano. Il che sottintende, sorridendo alla tesi dell’imbonitore da salotto televisivo di turno, <strong>che una normalità “oggettiva” esista.</strong> Non solo, ma sarebbe a portata di mano se solo la si volesse cogliere. Ora, senza entrare nel labirinto delle varie accezioni del termine, appare del tutto evidente, anche all’osservatore meno attento e qualificato, che lo spazio compreso tra la prima consonante e l’ultima vocale del termine “normale” vada ben oltre le tre sillabe e le sette lettere di cui è composto.</p>
<p><strong>Normale è qualcosa di profondamente diverso dal concetto elementare che i più, per semplificazione, per fretta, superficialità o per ignoranza, premiano.</strong> O forse, semplicemente non esiste una normalità che possa considerarsi tale “urbi et orbi”. Del resto, appare fin troppo facile sostenere che un paese nel quale si renda necessario sottolineare a gran voce che l’amore non debba sottostare alle regole della “non contaminazione” dei generi, non sia un paese normale. Che in un paese “normale”, le minoranze <strong>non dovrebbero sudare le proverbiali sette camicie per vedere affermati diritti e principi</strong> che sono alla base del più banale buon senso. Come se fosse necessario sostenere che l’acqua bollente brucia la pelle.</p>
<p>Che un paese “normale” non tollererebbe conflitti di interesse tanto grandi quanto duraturi. Perché, se una parte beneficia di quei conflitti, l’altra beneficia della bandiera della lotta contro quei conflitti. Entrambe intenzionate a non risolverli, il primo per evidenti interessi, il secondo per poter mantenere l’asta di quella bandiera e sventolarla, alla bisogna, come un ex voto. <strong>“Se vogliamo che tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi”.</strong></p>
<p>L’illuminante frase di <strong>Filippo Tomasi di Lampedusa nel “Gattopardo”</strong> fotografa quello che si trasformerà, nel tempo, in uno stato permanente. Tutti pronti a gridare, con artefatto sdegno, <strong>“al lupo, al lupo”</strong>, senza imbracciare mai un fucile per scacciarlo, quel lupo. Altro che “paese normale”. Del resto, nella comune accezione del termine, non può considerarsi un paese “normale” quello nel quale una intera generazione portatrice di assoluta deficienza di capacità genitoriale,<strong> condividendo con i figli spazi virtuali costruiti non per donare libertà, ma per appropriarsi di dati, gusti, preferenze, idee, diventano anch’essi minuscole rotelle di macro-ingranaggi troppo grandi per essere anche solo percepiti.</strong></p>
<p>Una caduta in una dimensione artefatta, nella quale valori, principi, etica, buon senso, giustizia, finiscono per essere trasformati in un frullato, che li rende irriconoscibili, dalla medesima centrifuga che trova il suo motore in inesplicabili algoritmi. <strong>Ed ecco allora orde di giovanissimi macchiarsi di reati odiosi, apparentemente per scelta responsabile, in realtà per aver perso completamente di vista cosa sia giusto e cosa no.</strong> Sono gli stessi che battono i piedi per un “no” al quale sono disabituati, e non per loro colpa atavica. Valori semplici come il rispetto, l’altruismo, il sacrificio, diventano chimere, al tempo dei like, al tempo del tutto e subito.</p>
<p>Non impegno, applicazione, sudore, ma visualizzazioni, la scorciatoia per un benessere tanto dorato quanto effimero. Perché prima o poi arriverà un nuovo algoritmo invisibile, che rimescolerà le carte in tavola durante la partita. Lasciando il re nudo. In questo parossismo, fatto di tutto e fatto di niente, il famoso “muretto”, quello scaldato dai jeans contenenti le chiappe dei ragazzi degli anni ’60, ’70, ’80, assume dignità di “cosa normale”.<strong> Fiumi di parole spese alla ricerca di una presunta “normalità”, che sempre più assume i connotati dell’Araba Fenice,</strong> per farci capire che forse, quando pensavamo di avere tutto e ci sentivamo padroni del mondo, non eravamo poi così lontani dal vero; <strong>e che forse aveva ragione Tomasi di Lampedusa.</strong></p>
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		<title>Giovani adulti, adulti bambini e Tso</title>
		<link>https://www.borderliber.it/giovani-adulti-psicologia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 May 2023 02:32:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Giovani adulti, adulti bambini e Tso&#8221; è un articolo di Angelo Maddalena. In copertina una foto scattata dall&#8217;autore Un po&#8217; di anni fa avevo scritto un racconto con una “visione” dei nostri giorni, era più o meno il 2008, e dicevo che i nati dagli anni ‘70 in poi sono “condannati” al 270 bis, se [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Giovani adulti, adulti bambini e Tso&#8221; è un articolo di Angelo Maddalena. In copertina una foto scattata dall&#8217;autore</strong></p>
<p>Un po&#8217; di anni fa avevo scritto un racconto con una “visione” dei nostri giorni, era più o meno il 2008, e dicevo che i nati dagli anni ‘70 in poi sono “condannati” al 270 bis, se sono troppo vivaci e frequentano o militano in gruppi anarchici insurrezionalisti, oppure sono condannati al <strong>Tso, Trattamento Sanitario obbligatorio. </strong></p>
<p>In quel periodo abitavo a Bologna, avevo assistito (sia nel senso di vedere dal vivo, sia nel senso di stare vicino) a giovani che venivano arrestati con l’accusa di 270 bis del codice penale, per motivi risibili, cioè di <strong>“associazione sovversiva con finalità di eversione dell’ordine democratico”</strong>, e avevo vissuto per pochi mesi con Antonio, un ragazzo (allora aveva 25 anni circa) che aveva subito un <strong>TSO in piazza Santo Stefano a Bologna</strong>, per il fatto di aver bevuto una birra in più e perché urlava in piena piazza, e forse era un po&#8217; molesto, cose per cui fino a dieci anni prima al limite ti dicevano, gli amici, di calmarti, o i vigili urbani se ti vedevano ti intimavano di “circolare”.</p>
<p>Sempre in quel periodo, per allargare un po&#8217; lo sguardo, musicisti di strada, a Siena come a Milano, a Bordighera come a Barcellona (spesso ho assistito a episodi e a volte ne sono stato vittima in quanto cantante di strada) venivano multati e allontanati, a volte subivano il sequestro dello strumento musicale, solo per aver iniziato pochi minuti prima dell’orario fissato dal permesso o per essersi spostati di pochi metri rispetto allo spazio concesso: <strong>è un delirio sottile e poco visibile, per chi non lo vuole vedere, uno stravolgimento antropologico</strong>, una vera epidemia della repressione e della criminalizzazione della vita di strada, della dimensione non mercificabile dell’agire umano e di chi non si sottomette a questa mercificazione (spesso di tutto ciò, e questo è un altro punto importante, non ne sono coscienti neanche le vittime, come quel “cantastorie” toscano che alla domanda se avvertisse sempre più criminalizzazione nei confronti degli artisti di strada, mi disse che a volte gli era capitato anche a lui, “ma io mi cerco altri posti, non credo sia così grave”, e questo è semplice narcisismo molto diffuso anch’esso negli ultimi decenni nel nostro occidente cristiano, <strong>ne parla Cristopher Lasch in La cultura del narcisismo</strong>, pubblicato nel 1978).</p>
<h3>Giovani, adulti e Tso: un balletto</h3>
<p>Ma torniamo al TSO “quotidiano” o sotterraneo sempre più diffuso tra giovani e adulti. <strong>Conosco Serena, ha quasi 25 anni, ho seguito la sua vicenda personale da quando era bambina.</strong> Fin da quando aveva 13 anni ha dimostrato una lucidità e un coraggio nell’esplicitare consapevolezze circa le storture della famiglia di sua madre che ancora oggi, sua madre e alcuni suoi fratelli (zii di Serena) fanno fatica a esplicitare. <strong>In tutto ciò Serena, negli anni, ha iniziato a frequentare psicologi, eppure la sua lucidità e consapevolezza personale e familiare, e finanche sociale, è sempre più “adulta” degli adulti che la circondano.</strong> Ha scritto e pubblicato un libro in cui, in terza persona, racconta e sviscera questioni importanti dei rapporti tra suoi coetanei, tra lei e gli adulti che la circondano in famiglia ecc. Insomma, dimostra che dovrebbe essere lei a fare da psicologa agli adulti che la circondano, eppure da più di un anno continua una terapia presso psicologi e psichiatri.</p>
<p>Ne viene fuori questo quadro: <strong>uno degli aspetti più aberranti e inquietanti del nostro tempo è questa psichiatrizzazione di giovani</strong> che mostrano lucidità e coraggio intellettuale come fossero adulti, mentre invece la “bambinizzazione” di molti “adulti” è tollerata e malcelata. Lo so, potrebbe sembrare uno dei tanti e antichi aspetti perversi della borghesia, però guardando indietro con lo sguardo del granchio di <strong>Kuchembach</strong>, viene da dire che fino a qualche decennio fa, i “giovani” si davano alla lotta armata e alla droga, al narcisismo, e non venivano criminalizzati e psichiatrizzati, oggi stiamo psichiatrizzando giovani che non hanno modo di commettere atti così fuori dalle regole da risultare passibili di repressione, però vengono psichiatrizzati quasi in modo preventivo, non solo (spesso) senza un motivo plausibile e oggettivo, ma vengono sprecati e buttati al macero energie e creatività, lucidità e risorse enormi di cui una comunità dovrebbe fare tesoro, invece le butta in psichiatria facile e “leggera”?!</p>
<p>Riprende questo discorso <strong>Il Messaggero di Sant’Antonio di maggio 2023, a pagina 16, l’articolo è di Giulia Cananzi, il titolo La grande diserzione.</strong> Cananzi cita Colamedici, filosofo e coautore del libro <strong>Ma chi me lo fa fare?</strong>, dedicato a tanti giovani che non ambiscono più al lavoro fisso (anche Serena è coinvolta in questa tendenza), partecipando al movimento delle grandi dimissioni: più di 2 milioni di italiani hanno lasciato il proprio lavoro nell’ultimo anno, volontariamente.</p>
<p><strong>Colamedici, riferendosi alla generazione cosiddetta dei Neet</strong> (“3 milioni di giovani che non studiano né lavorano”), dice che si tratta di una great resignation, nel senso più letterale del termine, di una grande rassegnazione, un grido sordo di dolore” (…) “Evidente che per questi ragazzi, lavoro e formazione, così come vengono proposti, non hanno senso. E hanno ragione. La società sembra dire a questi giovani: ‘Non mi interessa la vostra vita, né il vostro futuro’” (…) “Il mondo dà loro degli inetti, degli incapaci, dei deboli rispetto ai loro genitori. E loro che fanno? Disertano, si ritirano, rispondono con la stessa moneta: non ci interessa”. L’articolo di Cananzi conclude sempre con le parole di Colamedici: <strong>“Le persone stanno oggettivamente dicendo ‘io non ce la faccio’ e il cambiamento comincia dal riconoscimento del problema</strong>, dal dare un nome al proprio malessere, dal parlarne con gli altri, dal riscoprire che il senso della nostra vita è relazione”.</p>
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		<title>Ora si parte: un rito calabrese</title>
		<link>https://www.borderliber.it/e-poi-si-parte-dalla-calabria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Sep 2022 02:32:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Ora si parte: un rito calabrese&#8221; è un articolo di Martino Ciano. La foto in copertina è stata scattata e rielaborata da Martino Ciano Nei loro visi ci sono i sorrisi amari di un lungo disincanto, ché il benessere è altrove e l&#8217;eco del suo richiamo giunge da terre lontane. La stazione ferroviaria è affollata, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/e-poi-si-parte-dalla-calabria/">Ora si parte: un rito calabrese</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Ora si parte: un rito calabrese&#8221; è un articolo di Martino Ciano. La foto in copertina è stata scattata e rielaborata da Martino Ciano</strong></p>
<p>Nei loro visi ci sono i sorrisi amari di un lungo disincanto, ché il <em>benessere</em> è altrove e l&#8217;eco del suo richiamo giunge da terre lontane. La stazione ferroviaria è affollata, le voci si confondo, gli abbracci si susseguono, le lacrime scivolano lungo le guance.</p>
<p>Forse, da un po&#8217; di tempo gli <em>addii </em>sono meno dolorosi, ormai ci sono le <em>videochiamate </em>e oltre al tono della voce puoi anche gustare le smorfie del viso. Quante valigie ognuno porta con sé, sono piene di vestiti e anche di salami e formaggi, ché nessuno se ne va senza un <em>pezzo di casa</em>, senza i sapori che rinnoveranno la nostalgia.</p>
<p>Maledetta terra che lascia fuggire i propri figli. <em>Un popolo debole e arrendevole produce figli deboli</em>, così avevo letto su un libro e questa frase rimbomba mentre il primo treno arriva, mentre saluto l&#8217;amico che con passo deciso sale sul convoglio con i suoi bagagli, sgomitando tra gli altri avventori. <em>Andiamo, partiamo, saremo calabresi ovunque, chi resta e chi va, pochi restano e troppi vanno via. </em>Ogni anno è così, neanche questa volta è cambiato qualcosa. Il rito si ripete, il rito è noioso; anche parlarne lo ha reso un piagnisteo.</p>
<p>Nessuno torna, nessuno ci pensa al ritorno. <em>Forse quando sarò in pensione! Ora si parte&#8230;</em></p>
<p>Si fugge dalla precarietà, anche se altrove la precarietà è onnipresente, ma questa precarietà calabrese risulta essere insopportabile. Meglio la precarietà romana, milanese, torinese, vicentina. Sì, tutte le precarietà sono migliori di quella calabrese. La precarietà è opprimente. Lei è un cappio al collo, oggi spinge a impiccarti, domani ti farà impiccare, dopodomani sarai un altro dei tanti che si è impiccato, dopodiché nessuno si ricorderà di te. Ecco, tutti coloro che stanno partendo, con questo treno e con i prossimi, sono degli impiccati. Se ne vanno senza fiato. Trattengono tutto nello stomaco per vomitarlo in un altro posto.</p>
<p>&#8230; e chi resta non è un eroe. Troppa filosofia, troppe parole sulla <em>resilienza</em>&#8230; chi resta è solo con se stesso, chiuso nel suo pensiero di Calabria. La mia regione dà a tutti la possibilità di essere utili idioti, eroi per un giorno, codardi per un giorno, omertosi per un giorno, coraggiosi per un giorno, sudditi per un giorno, padroni per un giorno. La mia regione è anarchica, lascia che tutti conoscano gli inganni subiti e fa sì che quegli inganni li riversino su altri&#8230;</p>
<p>Ora mi fermo a osservare: la madre saluta il figlio, il padre abbraccia la moglie e il figlio, il padre non piange, la madre piange, il figlio sussurra&#8230; <em>donna non è ancora giunta la mia ora&#8230;</em> e il padre si allontana, ché l&#8217;uomo calabrese non piange e di notte bacia i figli, e la madre dice <em>mi raccomando, </em>e il figlio sale sul treno sorridendo.</p>
<p>Ci sono partenze che contengono già il senso del ritorno, il sospiro di sollievo del pericolo scampato, del <em>mai più!</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/e-poi-si-parte-dalla-calabria/">Ora si parte: un rito calabrese</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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		<title>Di generazione in generazione. L&#8217;incontro, lo scontro e la quasi adolescenza</title>
		<link>https://www.borderliber.it/generazione-incontro-confronto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Jul 2022 02:44:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Attesa]]></category>
		<category><![CDATA[Deserto]]></category>
		<category><![CDATA[dialetto]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Golfo di Policastro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo e foto di Martino Ciano Sarà meglio riassumere perché questi tre ragazzi hanno detto tanto, troppo, e spesso bisogna trovare le parole giuste. Vero? La ragazza che prega è ormai lontana e noi cani morti siamo rimasti qui, nella piazza circondata dai palazzi. I tre ragazzi mi hanno spiegato che ognuno di loro cerca [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Articolo e foto di Martino Ciano</strong></em></p>
<p>Sarà meglio riassumere perché questi tre ragazzi hanno detto tanto, troppo, e spesso bisogna trovare le parole giuste. Vero?</p>
<p>La ragazza che prega è ormai lontana e noi cani morti siamo rimasti qui, nella piazza circondata dai palazzi. I tre ragazzi mi hanno spiegato che ognuno di loro cerca la felicità, ma non è di questo luogo, di questo paese; a patto che non ci si accontenti. Cosa vuol dire accontentarsi? Forse, lasciarsi andare e non opporsi, ché nulla cambia. Si vive una sola volta, dice il ragazzo con la Terza Media. Meno male, continua quello con il Padre Giustiziere. Ma andate a fanculo, conclude ridendo quello con i Genitori Separati.</p>
<p>La perfezione invece esiste e si trova facilmente in Internet, nel Grande Altro. Ogni risposta, ogni soluzione, ogni evasione; tutto è lì, in un click e in una buona connessione dati. E quando non si raggiunge la perfezione è giusto punirsi. Sei curvy, sei magro, sei triste, sei allegro, sei spensierato, sei gay, sei lesbica; scegli, l&#8217;importante che tu segua il decalogo del perfetto ciò che vuoi essere. E poi?</p>
<p>E poi, mi raccontano che La ragazza che prega, che voleva essere perfetta in più cose senza però riuscirci, si divertiva con una lametta. Uno sfregio sulla pancia, vicino al polso, vicino alla caviglia, dove capitava. Piccoli, impercettibili taglietti. Il dolore è bello, a volte ti fa ridere. E anche i miei tre interlocutori ci avevano provato, spegnendosi le sigarette sul corpo o pungendosi i capezzoli con degli aghetti. Non ci credete? Mi chiede quello con i Genitori Separati. Ci siamo mandati anche delle foto e dei video su WhatsApp. E ridono. Giochi da coglioni! esclama quello con la Terza Media mentre si accende un&#8217;altra sigaretta. Poi, rivolgendosi agli altri, Ave Maria me la prendo io, ca io nun pregu li muorti, ma sacciu futti li vivi. A te pensa, risponde quello con i Genitori Separati, per quella ci vogliono la villa, i soldi e pure il cocco, ché secondo tira come una mula. Poi la domenica ti devi andare a confessare in chiesa.</p>
<p>C&#8217;ho Netflix, risponde quello con la Terza Media. E tutti e tre ridono, ché la sera si avvicina e andranno a divertirsi da qualche parte agitando un cocktail annacquato, ché hanno i soldi solo per prenderne uno. Ni calamu qualcosa e poi sbariamu&#8230; E noi siamo i brò da chiazza, Signò; che poi la mettiamo la testa a posto, la mettiamo. Anch&#8217;io rido, non ho nulla da controbattere, non li rimprovero, non li bacchetto. Anche noi eravamo così: perfettamente spaesati, ufficialmente sfatti. Poi la testa a posto l&#8217;abbiamo messa, tant&#8217;è che ci mancano quei tempi di disperazione allegra, mentre naufragando come idioti ci puntavamo il dito l&#8217;uno contro l&#8217;altro, come a dire: siamo coglioni, ma ce la faremo; è tutto un gioco, noi siamo bambini capricciosi.</p>
<p>I tre ragazzi mi hanno salutato. La conversazione è finita lì. Intanto questo paese è rimasto immutato, immobile, privo di aspettative, privo di coraggio. Siamo figli di una società collusa a cui tutto va bene, fin troppo. No, nessuno si è salvato; tutto al più qualcuno se l&#8217;è cavata. I problemi sono rimasti gli stessi: la voglia di fuggire, di andare a morire altrove, il rimpianto, il rimorso, l&#8217;attesa e la speranza.</p>
<p>Cala la sera sul Golfo di Policastro. Uso il presente storico perché qui ogni sera si impossessa del cielo seguendo il solito copione. Tutti i tramonti ci donano un sospiro di sollievo e qualche speranza: attendevamo il miracolo all&#8217;epoca, ne attendiamo uno anche oggi. I tre ragazzi si sono allontanati in fretta, forse già non mi pensano più. Però mi hanno salutato.</p>
<p>Per loro sono stato un diversivo, un momento, un passatempo che si è sgretolato rapidamente. Stasera avranno le loro cose da fare. Un giorno, quando leggeranno questo articolo, neanche si riconosceranno&#8230; penso che sia un bene, certe cose è meglio non prenderle sul serio.</p>
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