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	<title>Gagliardi Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Marcello Buttazzo: &#8220;Le parole, la poesia e la vita&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Sep 2025 21:23:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La nostra Filomena Gagliardi ha intervistato il poeta Marcello Buttazzo. In copertina una foto di Buttazzo Care lettrici e cari lettori: mettevi comodi, prendetevi qualcosa da bere, disattivate le notifiche o ignoratele per un po&#8217;, e immergetevi in questa intervista a tutto tondo che ho proposto a Marcello Buttazzo, un gentiluomo di altri tempi, un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La nostra Filomena Gagliardi ha intervistato il poeta Marcello Buttazzo. In copertina una foto di Buttazzo</strong></p>
<p>Care lettrici e cari lettori: mettevi comodi, prendetevi qualcosa da bere, disattivate le notifiche o ignoratele per un po&#8217;, e immergetevi in questa intervista a tutto tondo che ho proposto a Marcello Buttazzo, un gentiluomo di altri tempi, un raffinato poeta, ma soprattutto un caro amico con cui ho intessuto un’interazione che, seppur a distanza, sento come vera ed autentica. Come leggerete, la storia del Nostro si intreccia con quella delle Marche, la regione dove vivo con grande passione e radicamento.</p>
<p><strong>Marcello Buttazzo, inizio ad intervistarti in relazione alla poesia, attività in virtù della quale ti ho conosciuto tramite Border Liber. Da quanto tempo scrivi versi?</strong></p>
<p>Ho cominciato a scrivere versi in maniera organica solo agli inizi del nuovo millennio (2000). Ho avuto fin da piccolo un rapporto intimo con la lettura. Negli anni dell’università romana (ho studiato Biologia con indirizzo popolazionistico alla “Sapienza” di Roma, senza peraltro riuscire a terminare gli studi) leggevo molta poesia. È necessario più che mai abbeverarsi alla sorgente d’acqua fresca dei poeti e degli scrittori. È importante entrare in contatto con gli altri universi, con i mondi evocati da tanti autori e tante autrici. Per quanto mi riguarda, soprattutto la lettura è stata il mio mestiere di vivere d’elezione. Sul finire del secolo scorso vergavo piccoli pensieri. Solo agli albori del terzo millennio ho iniziato a redigere versi in modo più strutturale.</p>
<p><strong>Grazie per questa ricostruzione sintetica ed esaustiva. Qual è stata la tua prima pubblicazione poetica? E l’ultima? E in mezzo cosa puoi ricordare? Raccontaci.</strong></p>
<p>La prima pubblicazione poetica è stata “Canto intimo” nel 2004, una sorta di diario dei giorni, edito dalla Collana “I Minimi”, fondata e diretta dallo storico salentino Vittorio Zacchino. L’ultima pubblicazione è dell’aprile 2025, “Sommese preghiere”, una plaquette di sole 9 poesie edita da Collettiva edizioni indipendenti. Dopo “Canto intimo” del 2004, ho pubblicato nel 2005, senza alcun editore (solo in tipografia), “Considerazioni e canti”, una raccolta di articoli di bioetica, piccole poesie e un racconto sul convento di Lequile. Nel 2006 è uscita la raccolta di versi “Clandestino d’amore” (per Manni Editori). Sempre per Manni Editori ho pubblicato le raccolte di poesie “Nei giardini dell’anima (2007), “Serenangelo” (2010), “E ancora vieni dal mare” (2012), “E l’alba?” (2015). Per l’Autore Libri Firenze sono uscite le raccolte di versi “Altro da sé” (2006) e “Alba” (2007). Per l’Editore Calcangeli di Magliano “Di rosso tormento” (2008) e “Per strada” (2009). Per Pensa Editore è stata pubblicata la raccolta di poesie “Origami di parole” (2016). Con i Quaderni del Bardo edizioni di Stefano Donno sono uscite le seguenti sillogi: “Verranno rondini fanciulle” (2018), “Nei tuoi arcobaleni…e altre poesie” (2019), “Il cielo degli azzurri destini” (2021), “Fra le pieghe del rosso” (2022), “E se nel giallo ti vedrò” (2023), “Ti seguii per le rotte” (2024). Inoltre, qualche anno fa, è uscito un ebook (sempre per i Quaderni del Bardo edizioni di Stefano Donno) di 25 poesie dal titolo “Mari che non conobbi”, che può essere scaricato dalla Rete.</p>
<p><strong>Complimenti Marcello! Quali sono i tuoi temi d’elezione?</strong></p>
<p>Eminentemente i temi che più colpiscono il mio immaginario sono quelli amorosi e sentimentali. L’amore è il motore che tutto muove, è il cimento di corde rosso sangue che naviga nel sommerso ed emerge poi alla luce del sole. Sono molto attratto anche dalle tematiche civili. Del resto, il limite di demarcazione fra poesia cosiddetta amorosa e poesia civile, a volte, può essere molto friabile. Nella raccolta “Ti seguii per le rotte” del 2024, 14 poesie sono redatte per i migranti, i disperati delle acque e delle terre, che sovente nell’opulento mondo occidentale non ricevono la giusta e decorosa accoglienza.</p>
<p><strong>Mi piace molto, Marcello, questa tua apertura ad ampio raggio sui temi. Veniamo ora agli aspetti più tecnici. Innanzitutto, come ti ho sempre detto, ciò che apprezzo dei tuoi testi è la musicalità. Come ti adoperi per ottenerla? Siamo curiosi.</strong></p>
<p>La musicalità, il ritmo e l’onda del respiro emergono dopo aver lavorato pazientemente sul verso, curando assonanze, dissonanze, passo cadenzato. Ritengo che l’approccio alla musicalità si possa ottenere piano piano confrontandosi con i poeti lirici e con gli altri autori e autrici. Caproni, Penna, Bertolucci, Gatto sono fucine impareggiabili, ci hanno donato calie, pietruzze preziose. Ci hanno regalato versi da leggere e da meditare.</p>
<p><strong>Che bel sostantivo “calìa”: grazie per questa chicca! Altro elemento che apprezzo nel tuo usus scribendi è la scelta formale, o meglio la selezione lessicale. Ad esempio sono tipicamente tue le parole “lucore”, “allogare” etc etc.: perché questi termini? Quali altri sono a te cari? Come arrivi alla tua lectio definitiva? Si può parlare più di una selezione o di una ricerca? O di entrambe?</strong></p>
<p>Talvolta impiego nelle mie poesie termini sorgivi, aurorali. Non ricerco deliberatamente termini arcaici o astrusi. Noi siamo soprattutto le letture che facciamo. Qualche volta nell’economia d’una poesia, nell’esperire il ritmo e la musicalità, impiego qualche termine un po’ più ricercato, che verosimilmente ho già incontrato in altri autori e autrici. Certo, la cura formale è parte essenziale, insieme alla significanza, della poetica d’un autore.<br />
Filomena: Grazie per la tua accuratezza. E ora giungiamo ad un aspetto meno tecnico, ma comunque importante: come il tuo ambiente ti ispira?<br />
Marcello: La terra salentina e la mia terra avita (Lequile) sono contrade di zolle marroni, di ulivi contorti e assolati, di case di bianco. E il mare qui è una culla primigenia, primeva, dove trovare scaturigini d’essenza, dove naufragare seraficamente, dove inseguire rabdomanticamente fonti illese d’ispirazione.</p>
<p><strong>Che meraviglia! Perdonami se ti riporto subito ad una dimensione più pratica o, per meglio dire, prosaica, ma comunque utile per chi ci segue: Marcello, tu hai pubblicato molto. Conosci varie case editrici. In generale, come le scegli quando hai qualcosa da dare alle stampe? Raccontaci, magari puoi essere di aiuto ai poeti in erba.</strong></p>
<p>Conosco solo piccole case editrici salentine. I miei primi libri di versi sono stati pubblicati a pagamento, grazie ai supporti economici di mio fratello Emidio e dei miei compaesani lequilesi, che sono stati sempre generosi con me, mi hanno voluto e mi vogliono bene. Solo a partire dal 2018, con l’uscita di “Verranno rondini fanciulle”, l’editore Stefano Donno dei Quaderni del Bardo ha deciso di pubblicare le mie poesie gratuitamente. Devo, altresì, ringraziare sentitamente Simona Cleopazzo, Elisabetta Liguori, Stefania Zecca e tutte le amiche leccesi di Collettiva edizioni indipendenti che, nell’aprile 2025, hanno dato alle stampe il mio libriccino “Sommesse preghiere”.</p>
<p><strong>Grazie per la tua panoramica. E ora veniamo al Marcello lettore di poesie. Quali poeti leggi, sia classici che contemporanei? Come vedi oggi la Poesia in Italia?</strong></p>
<p>Leggo con passione molta poesia, perché amo le descrizioni fotografiche, i flash dell’anima, le interminate storie umane. Sul finire del secolo scorso mi recavo presso le librerie leccesi (specialmente presso la Libreria Palmieri della signora Anna, di Luigi, di Daniela) e prenotavo le varie opere di Alda Merini, la meravigliosa poetessa dei Navigli. Erano gli anni pop della Merini. Negli anni giovanili (scolastici) mi piaceva tanto leggere Leopardi, Saffo, Catullo. Poeti che ho amato e amo intensamente sono Campana, Pavese, Federico Garcia Lorca, Neruda, Caproni, Penna, Gatto, Bertolucci. Mi approssimo alla poesia con lo spirito incantato, fanciullo, scevro da complicanze ideologiche. In Italia, ci sono ottimi poeti e poetesse. Per restare nella mia regione (la Puglia), seguo con piacere Vittorino Curci, Lino Angiuli, Antonio Prete, Nicola Vacca, poeta, scrittore e critico letterario di grande esperienza e di enorme umanità. Leggo con interesse poeti e poetesse salentine (che sono anche miei fraterni amici e amiche). Ricordo solo alcuni di loro: Ilaria Seclì, Giorgia Mastropasqua, Claudia Di Palma, Paola Maritati, Vito Antonio Conte, Gianluca Conte, Elio Coriano, Alessandro Zaffarano, Francesco Pasca, Alessandro Cannavale, Marco Vetrugno, Giuseppe Semeraro, Mauro Marino.</p>
<p><strong>Insomma ci hai fornito ottimi consigli di lettura: melius abundare quam deficere, no? E ora ti chiedo: quali altre forme di scrittura pratichi oltre a quella poetica? Raccontaci.</strong></p>
<p>Oltre a leggere, a scrivere e a vergare versi, mi capita di scrivere articoletti su questioni eticamente sensibili, di biologia delle popolazioni. Piccole opinioni di carattere animale e ambientale. Ringrazio vivamente Nicola Vacca che pubblica mie riflessioni sul suo blog, rivista letteraria Zona di disagio e Mauro Marino, che fa uscire le mie opinioni su Spagine (periodico online del Fondo Verri di Lecce).<br />
Filomena: Grazie. Ed ora avviciniamoci al Marcello lettore in senso lato. Cosa leggi? Solo poesia? O altro? Siamo curiosi.<br />
Marcello: Dal 1998 al 2004, leggevo tantissimo i saggi di bioetica, gli scritti scientifici e di carattere ambientale. In quel periodo collaboravo con “Il Nuovo Quotidiano di Puglia”. Sul quotidiano cartaceo leccese venivano pubblicate ogni settimana due mie opinioni. Negli ultimi venti anni mi sono dedicato prevalentemente alla lettura dei poeti, delle poetesse, dei quotidiani cartacei.</p>
<p><strong>Ottimo. Spesso tu mandi “letterine” (come le chiami) ai quotidiani; le pubblichi anche sul tuo profilo Facebook; inoltre so che acquisti e leggi giornali rigorosamente in cartaceo. Bellissima consuetudine, che purtroppo si sta perdendo. Così come l’abitudine a frequentare le edicole fisiche. In Italia molti chioschetti chiudono, come le librerie sia perché si legge poco, sia perché l’informazione virtuale fa una concorrenza sleale a quella scritta su carta, con il beneplacito delle istituzioni che in nessun modo aiutano editoria cartacea ed edicole cittadine. Tu stesso hai molto da raccontarci su questo tema: ti ascoltiamo.</strong></p>
<p>Mando le mie letterine di politica, sull’universo migrante, di attualità, soprattutto a “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Sono figlio di edicolanti. Papà Pietro e mamma Antonietta vendevano giornali già a partire dal 1951 (anno del loro matrimonio). Avevano un emporio in via Trieste, a Lequile. Papà Pietro era anche barbiere. Nel 1973, papà Pietro, mamma Antonietta e mio fratello Emidio acquistarono a rate dalla Tabacchiera di Roma un’edicola in lamiera usata in ottimo stato, che venne situata nella piazza centrale San Vito del mio paese. L’edicola è rimasta in vita fino al 2014. Poi siamo stati costretti dalle contingenze a chiudere. In Italia, è sempre mancata istituzionalmente un’adeguata e seria legge sull’Editoria, che si prendesse cura particolarmente dell’anello debole del sistema: gli edicolanti. Con l’avvento della rivoluzione liberale di Internet, le cosiddette “edicole pure” hanno cominciato a chiudere. Vorrei anche dire che la crisi delle edicole è antichissima. Anche prima della diffusione della Rete, nel secolo scorso, gli edicolanti hanno sempre guadagnato somme esigue, hanno goduto di scarsissime tutele, sono sempre stati bistrattati.</p>
<p><strong>Grazie, Marcello. Io ho due amici edicolanti, Riccardo e Meri, il primo esercita la sua professione in una città di mare, la seconda in un piccolo paese. In entrambi i casi, so quanto si impegnano nel loro lavoro. Li saluto tutti e due con affetto. Tu vivi in Puglia. Eppure hai legami con le Marche, la mia terra. Ci rendi partecipi della tua esperienza?</strong></p>
<p>Ho un rapporto d’amore con Ancona. Mio fratello Emidio, nel 1956, all’età di nove mesi contrasse il microrganismo della poliomelite. Mamma Antonietta, appena 21enne, e il piccolo Emidio hanno dovuto affrontare, per anni e anni, viaggi continui nelle Marche. All’Ospedaletto dei bambini di Ancona, struttura specializzata, il piccolo Emidio ha ricevuto cure d’avanguardia, sperimentali, rivoluzionarie. Emidio rischiava di non camminare. Nel 1968, all’età di tredici anni, ha subito l’ultimo intervento chirurgico d’una lunga serie, decisivo per consentire ad Emidio il movimento del piede destro. Ancora oggi, a quasi settant’anni, Emidio rammemora la generosità e la bellezza umana, l’empatia della gente marchigiana. Mamma Antonietta evoca, ancora oggi, gli anni anconetani e le melanconiche passeggiate per il Passetto di Ancona con l’amica romana Anna, la cui figlioletta Camilla era stata colpita dalla poliomelite ad un braccio e ad una gamba (Camilla all’Ospedaletto era amica di giochi di Emidio).</p>
<p><strong>Grazie Marcello per il tuo tributo ai miei territori. Io vivo nelle Marche del Sud, ma conosco discretamente Ancona e ho ben presente l’ospedale pediatrico che citi, il Salesi: davvero un’eccellenza. Marcello, parlaci di tua mamma Antonietta e del tuo legame con il femminile, sia reale che poetico.</strong></p>
<p>Mamma Antonietta è la mia carissima quasi 91enne vestale di sogno. Mamma Antonietta è una figura fulgida, un faro abbarbagliante. Lei sa perdonare tutti i miei limiti, le manchevolezze. Antonietta ha origini contadine. Ha vissuto fino ai 17 anni (anno della sua “fuitina” con Pietro e conseguente matrimonio riparatore) quasi esclusivamente fra le campagne di Monteroni (nel leccese) e quelle di Cellino San Marco (nel brindisino). Viveva con i suoi nonni, con gli zii, con la sua mamma Consolata e con il suo papà Aniceto. I suoi familiari lavoravano la terra in regime di mezzadria. Il femminile, mansione che contempera l’accoglienza, è inciso a lettere d’amore nel mio immaginario. I miei versi sono popolati di donne, di dolci figure femminili. Di donne, a volte, anche abbandoniche, ma sempre in grado di donarmi l’effervescente ebbrezza di questo viaggio chiamato vita.</p>
<p><strong>Marcello, io sono commossa ascoltandoti…Torniamo dove siamo partiti. La poesia: progetti per il futuro? Stai lavorando a qualcosa di nuovo?</strong></p>
<p>A settembre dovrebbe uscire la mia nuova raccolta di poesie dal titolo “Aspettando l’aurora” per i Quaderni del Bardo edizioni di Stefano Donno. Attendo che Mauro Marino, che cura l’impaginazione e la veste grafica, mi mandi le bozze definitive per l’ultima lettura. Nei versi del nuovo libro campeggia un ambiente più familiare, un cammino a ritroso negli anni della fanciullezza. Da agosto 2022, con mamma Antonietta, con mio fratello Emidio, con gatti fratelli Johnny e Alfonso, abito in una casetta in affitto, adiacente al convento dei frati francescani di Lequile. Qui, nel 1973, in questa periferia francescana, incontrai padre Rosario De Paolis, un frate minore dalla cultura laica, una solida e illuminata figura di riferimento.</p>
<p><strong>In bocca al lupo per la nuova creatura! Se ti fa piacere, mi candido per scriverne la recensione, perché so già che si scriverà da sola! Intanto ti ringraziamo Marcello e ti aspettiamo su Border Liber con i tuoi incantevoli versi. Salutiamo le nostre lettrici e i nostri lettori: li invitiamo a leggere questo racconto e, se lo avranno apprezzato, a mettere tanti like di supporto su tutte le pagine e i profili social tramite cui questa intervista verrà diffusa. Ne approfittiamo per salutare nonché ringraziare sia il nostro direttore Martino, sia le tante collaboratrici e i tanti collaboratori che, con scritture diverse (recensioni, interviste, poesie, racconti etc etc), contribuiscono ogni giorno insieme a lui alla vivacità del blog. Marcello, chiudi tu con un bel saluto a Martino e al nostro pubblico!</strong></p>
<p>Vorrei dire che, molto prima della poesia e della scrittura, viene la vita. E le relazioni umane, il contatto empatico. Un giorno mi auguro di poter incontrare Martino Ciano di persona. A lui va tutto il mio affetto, la gratitudine e la profonda stima. Auguro, altresì, a tutti i lettori e alle lettrici di Border Liber giorni sereni. A te, cara Filomena, va il mio sentito ringraziamento per il tempo che mi hai voluto dedicare.</p>
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		<title>Michele Ruol: un inventario per la salvezza</title>
		<link>https://www.borderliber.it/michele-ruol-inventario-lettura-gagliardi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Jun 2025 22:01:49 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Gagliardi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Filomena Gagliardi. In copertina: &#8220;Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia&#8221; di Michele Ruol, Terrarossa edizioni, 2024 Mentre sto finendo di scrivere questa recensione, a cui lavoro ormai da diversi giorni, Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia (qui di seguito solo Inventario) è all’interno della Cinquina [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Filomena Gagliardi. In copertina: &#8220;Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia&#8221; di Michele Ruol, Terrarossa edizioni, 2024</strong></p>
<p>Mentre sto finendo di scrivere questa recensione, a cui lavoro ormai da diversi giorni, <strong>Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia</strong> (qui di seguito solo Inventario) è all’interno della Cinquina del Premio Strega. Mi auguro davvero che <strong>Michele Ruol</strong>, che ho avuto il piacere di conoscere nell&#8217;ambito della rassegna letteraria <strong>Macerata Racconta</strong> ad inizio maggio 2025, possa essere il nuovo vincitore del prestigioso concorso.</p>
<p>Ovviamente, se anche non dovesse essere così, il suo resta comunque un ottimo libro. Le qualità che lo caratterizzano possono certamente essere valorizzate da quella che, volenti o nolenti, è la più importante competizione letteraria italiana. Anche restando su uno degli aspetti più commerciali, lo Strega aiuta a vendere. E, in un mercato editoriale in crisi come quello nostrano, è comunque un dato da non sottovalutare. Ovviamente, se i libri sono belli, è meglio. E qui mi riconnetto al capo opposto del problema, e cioè a quello della qualità di cui sopra.</p>
<p>A tal proposito, le tante peculiarità di quest’esordio sono state notate subito in vari contesti, anche esterni alla manifestazione sostenuta dalla <strong>Fondazione Bellonci</strong>; ciò gli conferisce un valore autonomo ed indipendente e lo fa risaltare sugli altri perché brilla di luce propria. Di conseguenza si distingue anche fra le altre opere “Stregate”.</p>
<p>Innanzitutto perché, tra i tanti libri in gara (anche nella Dozzina) <strong>Inventario</strong> è un romanzo vero e proprio, non una biografia o autobiografia che, per quanto romanzate, non sono mai pura fiction. La storia, come scrive l’autore, potrebbe attingere a qualcosa di reale. O forse no chissà… ma non è questo un problema.</p>
<p>Altra caratteristica positiva è conferita dalla casa editrice. Sicuramente fa piacere che una casa editrice indipendente abbia conquistato intanto un traguardo del genere; tuttavia non è il carattere “indipendente” che di per sé assicura <strong>eo ipso</strong> la qualità dei testi, per quanto possa favorirlo. Nel caso di Terrarossa, posso, tuttavia, garantire. Si tratta di una realtà editoriale che da sempre sa ritagliarsi un suo spazio, con un catalogo meritevole di essere esplorato.</p>
<p>Ciò che tuttavia, a mio avviso, rende un libro valido è la storia: non tanto la storia in sé, ma come è raccontata. Lo scriveva già il buon vecchio Aristotele ( 384/383 a.C.– 322 a.C.) nella Poetica. E non mi metterò certo io a smentire “Il maestro di color che sanno” (Dante, Inferno IV 131). Ed è su questo terreno che Inventario fa tutta la differenza del mondo. Ed è qui, dunque, che voglio insistere.</p>
<p>Di per sé il romanzo è il racconto di una famiglia devastata dalla morte dei due figli e da quanto sopravvive alla loro memoria. Detta così, è la classica vicenda da romanzo borghese che tratta una crisi domestica di fronte a un dramma. Eppure <strong>Inventario</strong> non è questo, o meglio non solo. Perché ciò che colpisce è come tale dramma venga restituito. Non un “c’era una volta” , non dei nomi, non delle azioni…</p>
<p>Sono novantanove oggetti a parlare per i personaggi, a farli agire, soffrire, sorridere, piangere. Novantanove oggetti non selezionati a caso ma inventariati, ovvero catalogati con cura, programmazione, intenzione ed intenzionalità. Tali oggetti sono talmente essenziali e strutturali da essere essi a dettare, infatti, lo sviluppo del testo: ogni oggetto un capitolo, ergo novantanove capitoli.</p>
<p>La loro distribuzione, però, non è istintiva, ma organizzata in una Parte prima comprendente la casa e i suoi vari ambienti — ingresso, cucina, salotto, terrazza, camera di Minore, corridoio, camera di Maggiore, sgabuzzino, bagno, camera matrimoniale, garage —, e in una Parte seconda comprendente l’Automobile e i suoi vari ambienti, bagagliaio, abitacolo, tettuccio.</p>
<p>L’automobile viene vista come una seconda casa in quanto essa, a dispetto del titolo, è co-protagonista delle vicende tragiche del romanzo. Nel titolo si fa riferimento ad una foresta che brucia, ma già nelle prime pagine si mette in correlazione tale evento con la macchina: “la notte dell’incidente c’era stato un incendio sui colli che cingevano a sud la città”; il binomio auto-incendio verrà ripreso alla fine del romanzo in corrispondenza dello scioglimento del “giallo” legato alle dinamiche dei due accadimenti. Non svelerò questo.</p>
<p>Voglio comunque segnalare che questi sono i limiti entro cui si muovono gli accadimenti. Gli oggetti elencati sono come dei personaggi speculari che rivelano e forse tengono uniti i personaggi principali, Padre, Madre, Maggiore Minore. Si noterà che questi ultimi non hanno nomi propri, ma il nome della funzione ricoperta all’interno della famiglia.</p>
<p>Ciò da un lato conferisce a ciascuno un valore universale, replicabile in ciascuna altra famiglia, dall&#8217;altra però spersonalizza ognuno di essi rendendolo quasi un oggetto, accanto agli altri novantanove: quasi perché nella loro grafia mantengono comunque la lettera maiuscola-. Faccio notare solo a latere che anche un’autrice affermatissima nell’attuale panorama italiano, Chiara Gamberale, ha assegnato il nome “Bambina” nel suo ultimo romanzo, Dimmi di te, edito da Einaudi nel settembre scorso anno.</p>
<p>I novantanove oggetti possono semplicemente essere appartenuti ai ragazzi che non ci sono più, come ad esempio la “cartellina di tecnica” (numero trenta della lista) rinvenuta nella camera di Minore che ricorda “i problemi” dati da quest’ultimo quando “era alle medie”; infatti “studiare non gli piaceva, non si impegnava. Riuscire ad arrivare a scuola con tutti i compiti fatti era una tortura per lui, e per Madre che gli stava dietro”.</p>
<p>Quest’oggetto consente anche un approfondimento del ménage familiare perché Madre chiedeva collaborazione a Padre nell’educazione dei figli, ma quest&#8217;ultimo pensava di potersela sbrigare facendo lui le tavole di educazione tecnica: non era chiaramente questo che Madre intendeva con collaborazione. Oppure, nella camera di Maggiore, c’è un orologio Swatch Crono (in elenco al numero quarantuno), che il ragazzo non toglieva mai nemmeno durante la doccia, nemmeno durante la notte, nemmeno durante l&#8217;incidente <em>“l’unica cosa materiale che resta di quella sera” [&#8230;.] “Nell’impatto, l’orologio di Maggiore si era rotto e le lancette si erano fermate”; mentre per chi indagava era un oggetto utile per la ricostruzione del sinistro, “Per Madre era l’incarnazione di una metafora, quella del tempo che aveva smesso di scorrere [&#8230;] Se annusava il cinturino in acciaio, le pareva di sentire ancora l’odore della pelle di Maggiore”</em>; ma l’orologio era foriero in Madre di altri pensieri, di nostalgia, di desiderio di un ἀδύνατον (“cosa impossibile”), ovvero che si potesse tornare indietro e rivivere il tempo passato, con tutti i suoi momenti belli e brutti.</p>
<p>Oppure poteva trattarsi di oggetti legati all’accudimento materno dei figli come un &#8220;pentolino da latte” (annotato al numero dieci). Quest’ultimo, in particolare, le ricordava il senso di inadeguatezza durante la prima maternità, quando non aveva abbastanza latte al seno e si sentiva in colpa di dover ricorrere a quello aggiuntivo.</p>
<p>Oppure gli oggetti potevano essere utili a raccontare il dolore di Padre per la perdita, invisibile eppure reale. Tale è un coltellino svizzero che egli usava per colpire il pioppo di un bosco che raggiungeva ogni giorno di nascosto da tutti: <em>“Lentamente la lama affondava nel legno. A fatica la estraeva e la piantava di nuovo. Sempre lo stesso albero. Tornava ogni giorno sperando di vedere il dolore ma di non sentirlo. Come quando si toccava la cicatrice che aveva sull’avambraccio; come quando gli avevano rimosso il neo sfrangiato [&#8230;] Quando era andato a farselo togliere, non era riuscito a smettere di guardare. Dopo l’anestesia vedeva il bisturi che incideva la cute, vedeva il sangue, vedeva l’ago che trapassava la pelle: vedeva il dolore ma non lo sentiva. La ferita era guarita con una cicatrice lineare, e in quel punto aveva perso per sempre la sensibilità, come se l’anestesia si fosse fatta eterna. Forse è così che si supera il dolore, rimuovendolo insieme a quello che gli sta intorno, insieme a ogni altra sensazione”</em>.</p>
<p>Il coltellino svizzero è l’oggetto numero trentasette: si tratta a mio avviso di un capitolo di svolta, dopo il quale lo scavo psicologico effettuato a partire dagli oggetti sarà sempre più profondo; l’episodio raccontato in questo capitolo, inoltre, permette di oggettivare il dolore di Padre, che solo apparentemente vuole dimostrare indifferenza di fronte alla tragedia, anche a costo di mentire a se stesso: <em>“A lui il lavoro l’aveva salvato, si diceva. E il suo compito era salvare Madre; non poteva permettersi di stare male”</em>. In questo capitolo sul dolore, inoltre, emergono le competenze da anestesista del Nostro autore.</p>
<p>Oppure gli oggetti possono raccontare le imperfezioni di Padre, i suoi tradimenti consumati “solo” mentalmente nei confronti della moglie: come il “tappetino in moquette nera” registrato al numero ottantasei che diventa il correlativo oggettivo delle sue trasgressioni sessuali quando lui, in macchina, si eccita pensando alla madre di un amico di Minore che vuole sedurlo, invitandolo a vedersi: può anche non rispondere ai messaggi della donna, può anche non volere eccitarsi, <em>“ma la sua erezione parlava per lui [&#8230;.]: Padre non aveva risposto, ma sull’angolo del tappetino era caduta una goccia di sperma”</em>.</p>
<p>Se l&#8217;ordine degli oggetti catalogati segue lo spostamento della narrazione nei vari luoghi presentato all’inizio, la memoria a cui gli oggetti riportano è tale da creare un continuo intreccio narrativo, che rende la storia non lineare, ma sempre in bilico tra tempo in cui si narra e il tempo narrato. Il narratore, inoltre, si esprime prevalentemente in terza persona, assume la focalizzazione interna ora di Padre, ora Di Madre dimostrando di sapere come loro e non oltre: anche perché la verità verrà svelata da un ulteriore narratore. Per quest’ultimo sarà importante un altro oggetto che diverse volte comparirà, ovvero uno stradario. E lascio al lettore il compito di capire in che senso.</p>
<p>Lascio ancora al lettore tutto il gusto di studiare e spulciare tutti gli oggetti che, come dei veri personaggi, sono personificati e portano avanti la trama con rapidità ma anche con intensità, con il supporto esplicativo della voce narrante, e del suo stile ora più asciutto, ora più lirico, ora più descrittivo, ora più introspettivo. I dialoghi di Padre e Madre sono anch’essi veloci, inglobati nel ritmo della storia, privati dei segni di interpunzione, come a voler esemplificare un difetto di comunicazione all’interno della coppia, sintomo e causa della crisi che la attraversa nelle varie fasi della trama.</p>
<p>Apparentemente questo romanzo può essere considerato come un giallo. E in parte forse potrebbe anche esserlo. Tuttavia non può risolversi interamente nel genere giallo perché quello di Michele non è un testo di intrattenimento; bensì un romanzo introspettivo, psicologico e anche di formazione. Ciò che è nuovo è dato dal fatto che non si parte dall&#8217;interno dei personaggi ma dagli oggetti e da essi si risale ai personaggi, e alla loro psiche.</p>
<p>In tale movimento di risalita, però, mi è sembrato di cogliere i tratti di una teologia esperienziale: se esiste il mondo esiste Dio… analogamente se esistono questi oggetti sono esistiti i personaggi che li hanno abitati, toccati, accarezzati. Essi costituiscono un modo per osservare un dolore, portarlo fuori perché esso è talmente forte che non può essere detto, come nel caso di Padre. Del resto, è innaturale che i genitori sopravvivano ai figli… ed ancora altrettanto drammatico che questi ultimi scoprano dei figli diversi da quelli che avevano conosciuto in vita.</p>
<p>Gli oggetti allora restano ed essi sopravvivono a Maggiore e Minore che si ergono sopra a quel che resta, sopra la macchina come due ombre che saltano dal cerchio dei legami affettivi a cui si ribellano con un “folle volo” come si nota dalla copertina. Dopo un tale sacrificio, dopo la tabula rasa, dopo questa ricognizione dolorosa, forse potrà esserci un altro mondo, chissà. E, se questa prospettiva appare molto stoica, molto distaccata, molto inventariata, tuttavia il fuoco che brucia e fa bruciare, apparentemente perfetto, nasconde il caos, così come l’alibi del lavoro offre a Padre la scusa per non affrontare il trauma della perdita.</p>
<p>In questi giorni sto leggendo la bellissima raccolta poetica <strong>Amuleti</strong> di Lorenzo Pataro (1998-2025) edita da Edizioni Ensemble (2022): chissà perché, ma mi pare di notarvi delle fortissime connessioni con Inventario. Anche <strong>Amuleti</strong> affronta, tra i tanti, il tema della morte visto come elemento che trasforma i corpi facendoli diventare Natura…analogamente in Inventario gli oggetti della realtà sono la sostanza dei personaggi. Tale constatazione, tuttavia, rende terribile la realtà perché come scrive Pataro: <em>“io lo so che è una tragedia/e non so che dire e non è vero che il/tempo poi cura ogni ferita”. Ho trovato assolutamente incredibile la consonanza di tali parole con il pensiero di Madre: “C’è chi dice che il tempo cura ogni cosa. Madre non era per niente d’accordo”.</em></p>
<p>Eppure è sempre dalla Natura, da ciò che resta dopo la tragedia che forse, anche due genitori distrutti possono provare a ricominciare ripartendo da quello che entrambi erano quando non erano ancora Padre e Madre e che fa parte, pur nel dolore, pur nel Bene e nel Male, di ciò che resta, come i corbezzoli, inventariati al numero novantanove ma anticipati al numero cinquantadue (innaffiatoi).</p>
<p>Dopo un incendio aveva detto Madre proprio a metà romanzo, <em>“tra i primi a rinascere ci sono i corbezzoli [&#8230;] “e poi sono piante speciali, aveva proseguito Madre entusiasmando, capaci di fare contemporaneamente fiori e frutti”</em>. Alla fine del romanzo <em>“Madre e Padre guardano nella stessa direzione e si dicono, Oggi li pianteremo (sott. i corbezzoli)”</em>.</p>
<p>Da autentica marchigiana, allora, non posso non pensare alla Ginestra di Leopardi (1798-1837) che pure chiude l’esperienza scrittoria del Recanatese e a tante altre connessioni letterarie che sarebbe qui impossibile menzionare tutte: ci vorrebbe un altro inventario, tipo il Piccolo manuale delle malattie letterarie di Marco Rossari, edito da poco da Einaudi. Ma questa è un’altra storia! Ribadisco invece che la letteratura, analogamente ai φάρμακα (rimedi) medici che sicuramente <strong>Michele Ruol</strong> conosce alla perfezione, allevia ed anestetizza molti strappi dell’anima!</p>
<p>Chiudo la mia recensione ringraziando ancora <strong>Michele Ruol</strong> per le emozioni che mi ha regalato con il suo testo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I cinque malfatti di Beatrice Alemagna</title>
		<link>https://www.borderliber.it/i-cinque-malfatti-gagliardi-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Jun 2025 22:01:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Gagliardi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Filomena Gagliardi. In copertina: &#8220;I cinque malfatti&#8221; di Beatrice Alemagna, Topipittori, Prima edizione 2014, ripubblicato per Rcs Media Group nel 2024 &#8220;Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice lo è a modo proprio&#8221; Incipit di Anna Karenina di Lev Tolstoj C’erano una volta “cinque cosi malfatti”. E così uno aveva dei [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Filomena Gagliardi. In copertina: &#8220;I cinque malfatti&#8221; di Beatrice Alemagna, Topipittori, Prima edizione 2014, ripubblicato per Rcs Media Group nel 2024</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>&#8220;Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice lo è a modo proprio&#8221; </em><br />
<em>Incipit di Anna Karenina di Lev Tolstoj</em></p>
<p>C’erano una volta “cinque cosi malfatti”. E così uno aveva dei buchi in mezzo alla pancia, un altro era piegato in due come una lettera, un altro sempre molle, roba da invertebrati, un altro capovolto e un altro ancora completamente sbagliato, il malfatto per eccellenza, senza una forma.</p>
<p>La loro estetica, resa nei disegni usciti come le parole dalla mano magistrale di Beatrice Alemagna, conta perché è un riflesso della loro inettitudine morale (“non riuscivano a concludere niente nella vita, né avevano voglia di fare granché”) e dell’ ambiente in cui abitano (in una “grande casa sbilenca che sarebbe potuta crollare da un momento all’altro”): anche in questo caso il disegno è iconico, a rendere una dimora obliqua, pendente, instabile nonostante la sua pesantezza voluminosa. Però questi malfatti erano stoicamente irriverenti e si divertivano molto a discutere “su chi, fra loro, fosse il più malfatto”.</p>
<p>Per fortuna, però, un Dio c’è sempre e allora, come un deus ex machina, “un giorno, da non si sa dove, arrivò un tipo straordinario”, fisicamente perfetto e tutto il contrario dei nostri cari malfatti. Anche qui l’immagine rende benissimo l’idea di tale perfezione, anche in modo parossistico e, forse, caricaturale: una lunga treccia rossa, morbida come una matassa di lana, che arriva fino a terra, come fosse un vestito da sposa, un naso vero, come ironicamente espresso dalle parole “un naso al posto del naso” e altre bellezze levigate e perfette, niente buchi o piegature, per intenderci. Lui aveva la soluzione per la depravazione morale dei malfatti, sentenziando che a loro servisse “un’idea”, lui, che era “il perfetto”.</p>
<p>E fin qui la pars destruens della storia.<br />
Poi c’è una parte mediana (medium): e infatti ognuno dei cinque rispose ai consigli del perfetto in un modo elegante, ma tale da intendersi come “fatti gli affari tuoi”, parimenti a come Virgilio risponde a Caronte e a Minosse che cercano di ostacolare il viaggio di Dante: ciò avviene rispettivamente nel III Canto dell’Inferno vv (95-96) e nel V canto dell’Inferno vv (23-24) : “vuolsi così colà dove si puote/ciò che si vuole, e più non dimandare&#8221;.</p>
<p>Al bucato, infatti, le idee passavano attraverso, il piegato non riusciva a trovare le idee tra le sue pieghe, il molle aveva solo idee molli, il capovolto le aveva tutte al contrario, e lo sbagliato per eccellenza non le aveva solo “malfatte”, ma anche sbagliate. Al lettore più generoso situazioni di tal sorta fanno ridere, invece le persone grette e meschine si limitano a offendere “i poveracci”, definendoli una &#8220;nullità”: così fece il perfetto nei loro riguardi.</p>
<p>Eppure esiste anche stavolta una pars construens.<br />
E ognuno dei cinque malfatti la costruì sempre attraverso la parola, ovvero evidenziando ciascuno un autentico lato positivo di se stesso: al bucato la rabbia passava via attraverso, il piegato aveva una memoria di ferro, conficcata in ciascuna delle sue pieghe, il molle aveva solo la forza di dormire, senza dar fastidio a nessuno, il capovolto poteva vedere le cose da un’ altra prospettiva, a testa in giù, lo sbagliato sbagliava sempre, ma vuoi mettere la festa che faceva quando, magari per sbaglio, ci azzeccava e ne combinava una giusta?</p>
<p>Di fronte a queste frasi assertive e disarmanti, anche il nostro perfetto rompiscatole non ebbe da fare altro che dileguarsi: non per la nullità dei suoi avversari, ma per la propria incapacità di vedere nei limiti degli altri un pregio.</p>
<p>Questo libro, quindi, può essere letto in chiave filosofica, come una sorta di dialogo socratico che disintegra l&#8217;avversario senza violenza; ma anche in chiave psicologica, come autoconsapevolezza della propria specificità e come anelito alla crescita personale, o anche in chiave semplicemente narrativa, come una storia che fa ridere anche e in virtù dei disegni in cui però questi malfatti sono venuti proprio bene, tanto da risultare, paradossalmente, benfatti: ad esempio il piegato è disegnato con tante lettere che fanno pensare all’ apertura mentale oltre che alle pieghe della memoria (che a dire il vero spesso possono essere dolorose!), il rovesciato ha un bel vestito simile a quelli dei soggetti di Klimt o alle figure cubiste di Picasso: ciò rimanda al modo alternativo di vedere le cose, considerandole non come monoliti, ma come realtà scomponibili in varie facce, in vari aspetti da cogliere in modo analitico: si tratta, in verità, di una chiave di volta per tutto e per tutti noi, ciascuno malfatto a suo modo. I benfatti, in quanto perfetti, sono compiuti quindi statici: non impareranno altro e non ci insegneranno nulla; invece solo chi è “sbagliato” può, paradossalmente, sorprendere ed evolvere in positivo.</p>
<p>E qui torna Socrate : solo chi sa di non sapere può intraprendere la strada della conoscenza e del Bene.<br />
In conclusione, consiglio assolutamente la lettura che oggi ho raccontato per il nostro pubblico di ogni età: è un inno ai difetti e alle imperfezioni, che rendono ciascuno unico e non riducibile alla &#8220;massa&#8221;. Anche in virtù di ciò vorrei fare un plauso alle collaborazioni tra case editrici e quotidiani che consentono a testi magari non nuovissimi, ma che hanno fatto scuola, di sfidare un certo tipo di consumismo editoriale edonistico del qui ed ora, e di arrivare nelle edicole, luoghi troppo spesso dimenticati nel nostro Bel Paese, ma dove conviene sempre fare un salto anche solo per fare una passeggiata, respirare il mondo reale con i suoi profumi, e scambiare due sane parole con l’edicolante.</p>
<p>Ho raccontato parecchio del libro, tuttavia non credo di aver fatto spoiler, innanzitutto perché l’albo, in quanto tale, va visto e solo nella visione tutta la storia trae la sua compiutezza; inoltre, rifacendomi alla poetica greca, mi sento in dovere di sdoganare il concetto stesso di spoiler: i Greci, infatti, quando si sedevano a teatro per assistere ad uno spettacolo, ne conoscevano benissimo la trama, in quanto la tragedia, ad esempio, era una rielaborazione del mito, patrimonio comune di tutto il mondo ellenico; non per questo però essi mancavano di curiosità nell’assistere alla recitazione, in quanto ciò che contava non era il contenuto, ma come esso veniva realizzato, ovvero performato.</p>
<p>Tutta la poesia greca era performance, in quanto viveva davanti agli occhi dello spettatore, nonostante ci fosse un testo scritto. Analogamente, nonostante un libro sia qualcosa di statico, esso prende vita nel momento dell’incontro con il lettore e, nel caso in cui ci siano immagini, l’interazione conta ancora di più ai fini della ricezione di emozioni da parte del destinatario dell’opera.</p>
<p>A ciascuno il proprio malfatto, allora!</p>
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		<title>Premio Letterario Nazionale Città di Ascoli: ecco il bando</title>
		<link>https://www.borderliber.it/premio-letterario-citta-di-ascoli-bando/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 May 2025 22:01:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Border News]]></category>
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		<category><![CDATA[Ascoli Piceno]]></category>
		<category><![CDATA[Gagliardi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Filomena Gagliardi. In copertina una foto tratta sito &#8220;Premio Letterario Nazionale Città di Ascoli&#8221; C’è ancora un po’ tempo per partecipare al Premio Letterario Nazionale Città di Ascoli, giunto ormai alla sua settima edizione. Con l’apertura del bando avvenuta il 15 marzo scorso e la chiusura fissata per il prossimo 30 giugno 2025, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Filomena Gagliardi. In copertina una foto tratta sito &#8220;Premio Letterario Nazionale Città di Ascoli&#8221;</strong></p>
<p>C’è ancora un po’ tempo per partecipare al Premio Letterario Nazionale Città di Ascoli, giunto ormai alla sua settima edizione. Con l’apertura del bando avvenuta il 15 marzo scorso e la chiusura fissata per il prossimo 30 giugno 2025, l’Associazione Un Passo Avanti APS di Ascoli Piceno con il patrocinio del Comune di Ascoli Piceno, della Provincia di Ascoli Piceno, della Regione Marche ribadisce il proprio intento affinché anche La Città dalle Cento Torri possa contribuire a promuovere la scrittura contemporanea.</p>
<p>La manifestazione, di carattere nazionale, presenta in realtà anche una sezione di poesie in vernacolo per valorizzare e diffondere l’idioma locale, colorito e foriero di saggezza antica. Le altre due sezioni contemplano rispettivamente la poesia in lingua italiana e il racconto in lingua italiana. Per tutte e tre le categorie il tema è libero e i testi possono essere editi o inediti.</p>
<p>Partecipare è facilissimo, in quanto è possibile inviare i lavori tramite mail: per questo, scrittori professionisti e amatoriali non hanno scuse per tirarsi indietro.<br />
Come riconoscimento per i vincitori e per i menzionati sono previsti non sono soltanto premi concreti, ma anche la possibilità di visitare la bellissima Ascoli Piceno e una sua location d’eccezione, la Sala dei Savi: quest’ ultima, ubicata all’interno del Palazzo dei Capitani, che si affaccia sulla famosa Piazza del Popolo, è il luogo deputato ad accogliere gli artisti.</p>
<p>I premiati saranno contattati con congruo preavviso in modo da poter essere presenti e cogliere l’occasione per un viaggio memorabile nel luogo dei Piceni per eccellenza. Le giurate e i giurati, appartenenti al mondo della cultura a tutto tondo (scuola, arte, giornalismo), sono già impegnati con la lettura del materiale finora pervenuto.</p>
<p>Per tutte le informazioni più specifiche vi rinviamo al sito del concorso, dove è pubblicato il bando insieme ad altre indicazioni utili: <a href="https://www.premioletterarioascolipiceno.it/">https://www.premioletterarioascolipiceno.it/</a></p>
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		<title>Poesie per aria. Tra i componimenti di Chiara Carminati</title>
		<link>https://www.borderliber.it/per-aria-poesie-recensione-gagliardi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 May 2025 22:01:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[anima]]></category>
		<category><![CDATA[Aristotele]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Filomena Gagliardi. In copertina: &#8220;Poesie per aria&#8221; di Chiara Carminati. Illustrazioni di Clementina Mingozzi, prima edizione Topipittori 2008, riedito nella collana I minitopi nel 2020-2021 “A l’alta fantasia qui mancò possa; ma già volgeva il mio disio e ‘l velle sì come rota ch’igualmente è mossa l’amor che move il sole e l’altre [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Filomena Gagliardi. In copertina: &#8220;Poesie per aria&#8221; di Chiara Carminati. Illustrazioni di Clementina Mingozzi, prima edizione Topipittori 2008, riedito nella collana I minitopi nel 2020-2021</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>“A l’alta fantasia qui mancò possa;</em><br />
<em>ma già volgeva il mio disio e ‘l velle</em><br />
<em>sì come rota ch’igualmente è mossa</em><br />
<em>l’amor che move il sole e l’altre stelle” </em><br />
<em>(Dante, Paradiso XXXIII, vv 142-145)</em></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Poesie per aria</strong>, che racconterò oggi per le lettrici e i lettori dai sette anni anni in su, mi fa pensare immediatamente che “per aria” esprima il mezzo di propagazione delle poesie: per l’aere. Quest’ultimo non è la destinazione altrimenti, secondo me, il titolo sarebbe stato Poesie per l’aria.</p>
<p style="text-align: left;">Eppure forse il mezzo in parte è anche il fine: perché, se il fine ultimo delle poesie che si muovono attraverso l’aria è l’orecchio di chi ascolta (e anche il cuore), il fine intermedio o direi formale è l’aria, dove la poesia risiede finché è detta.</p>
<p style="text-align: left;">La poesia, in quanto declamata, è voce, è suono e quest’ultimo si muove attraverso l’aria. Questa teoria dei suoni affonda le sue radici nella psicologia aristotelica; e in effetti lo <strong>Stagirita</strong> (384 a.C.-322 a.C.) nel <strong>De anima</strong> impiega l’ottavo capitolo del secondo libro a spiegare tale concetto, poi ripreso anche nei trattati di scuola aristotelica non propriamente autentici, come i <strong>Problemata</strong>, una raccolta di domande e risposte nata già in seno alla scuola aristotelica quando il filosofo era ancora in vita e ampliatasi nel corso dei primi secoli dell’età cristiana: fra questi si distingue la sezione XI, incentrata proprio sulla voce e sui suoni.</p>
<p style="text-align: left;">Non voglio ora addentrarmi in un argomento, quello della propagazione dei suoni, molto tecnico, che nel corso dei secoli è stato oggetto di numerosissimi studi a carattere fisico, acustico e musicale. E anche <strong>Aristotele</strong> ebbe le sue intuizioni, ad esempio che l’aria fosse il vuoto, non inteso però come nulla, cosa inconcepibile per i Greci, bensì come lo spazio necessario al passaggio dei suoni. Volevo solo provare ad interpretare il titolo <strong>Poesie per aria.</strong></p>
<p style="text-align: left;">In realtà avrei altre chiose da suggerire, anche più semplici e forse più autentiche, chissà. Infatti l’espressione <strong>Poesie per aria</strong> rimanda all’area semantica del disordine, del caos, tipo quando diciamo, ad esempio, “ho tutta la casa per aria”, “ho tutto sottosopra”. Perché le poesie vivrebbero nel disordine? Detto così potrebbe sembrare un concetto negativo. Ma non è corretto. Tutt’altro.</p>
<p style="text-align: left;">Le poesie possono stare per aria in quanto la poesia è creazione, libertà, attività. La poesia è un atto fondativo. La prova di ciò risiede nell’etimologia di poesia (ποίησις), derivante dal verbo greco ποιέω, = ‘io faccio, produco’. Il fare è ancor prima della poesia. Il risultato del fare è qualcosa di autonomo, quindi libero: anche la poesia è altro rispetto al poeta, pur rispecchiandolo in parte. Tale parziale rispecchiamento permette alla poesia di sfuggire al dogma, di uscire e di stare fuori dal cerchio. Si libra in alto, lontana, leggera.</p>
<p style="text-align: left;">Ciò però non significa inconsistenza:<strong> infatti l&#8217;aria esiste ed è dimostrabile.</strong> Lo vediamo dal primo componimento di questa meravigliosa silloge scritta da Chiara Carminati, illustrata da Clementina Mingozzi ed edita da quei geni dei <strong>Topipittori.</strong></p>
<p style="text-align: left;">Di <strong>Chiara Carminati</strong> dirò qualcosa più avanti, nell’apposito spazio che Border riserva agli autori. Qui anticipo solo che è una delle autrici migliori del nostro attuale panorama italiano e non solo. Di lei ho letto la raccolta<strong> Viaggia verso. Poesie nelle tasche dei jeans</strong>, edita per Bompiani nel marzo 2023. Questo libro l&#8217;ho letto e recensito nell&#8217;ottobre dello stesso anno per un altro blog, in un periodo di grande lutto e dolore per la mia vita affettiva e mi sono del tutto identificata con gli adolescenti “rotti” per amore, di cui parlava poeticamente l’autrice.</p>
<p style="text-align: left;">Il primo componimento di questo librino piccolino, decorato con colori pastello e composto da quarantaquattro testi, si intitola <strong>L’aria. </strong>Perché caotico significa libero, ma non sprovveduto: <em>“L’aria è fiato, soffio e brezza/sulle guance ti accarezza./L’aria gonfia, svela, spinge/con le nuvole dipinge/fischia e schiocca tra le fionde/si riposa sulle in onde./L’aria è tutto e non è niente/c’è anche quando non si sente”</em>.</p>
<p style="text-align: left;">In queste parole, infatti, che spiegano nel segno della bellezza concetti fisici e metafisici, ritrovo i miei filosofi greci, in particolare il dettato di <strong>Anassimene</strong> (VI sec. a.C.) che aveva posto a fondamento di tutto l’aria, instaurando un’analogia e un collegamento fra aria esterna e aria interna, ovvero tra l’anima e il respiro: <em>“Come la nostra anima, essendo aria, ci sostiene, ugualmente il respiro e l’aria avvolge il cosmo&#8221;</em> (Anassimene, fr. 2 Diels-Kranz, traduzione mia).</p>
<p style="text-align: left;">Analogamente accade nei versi sopra riportati: la differenza sta chiaramente nel tono, perentorio nel frammento greco, affettivo nella poesia della Carminati, con un delicato “sulle guance ti accarezza” successivo alla definizione iniziale; segue una descrizione molto visiva e musicale delle cose che fa l’aria: “gonfia, svela, spinge, dipinge, fischia, schiocca, si riposa”, con tutto il gioco di allitterazioni (g, n, c) e onomatopee ( fischio e schiocco) che lega questi versi, fino al “si riposa” conclusivo; al termine, a chiudere il tutto in modo circolare, una nuova definizione, non dogmatica, bensì derivante dall’esperienza che tutti, grandi e piccini, possono fare dell’aria: <em>“L’aria è tutto e non è niente/c’è anche quando non si sente”</em>. Versi, questi ultimi, costruiti per antitesi (“tutto” e “ niente”/ “c’è” e “niente”), rafforzata dalla negazione ( “non” e “non”). Il disegno per questa poesia consiste in una sorta di aereoplanino o triangolo (così mi pare almeno) che si interseca con delle nubi e che ha per testa un soffio d’aria.</p>
<p style="text-align: left;">Prossimale all’aria è la nebbia e infatti proseguendo la lettura si trova una Poesia per nebbia: «<em>“Nebbia balena distesa su un fianco/quando ti appoggi di primo mattino/mi dai l’occhio calmo, il respiro bianco”, sussurra la terra da molto vicino.// “Sei sabbia d’acqua che colma la pelle /umida pace di pallido opale/cuffia da balia per sole e per stelle/mi lasci soffice e senza parole.//Sei tutti i sogni che fanno i bambini/mentre non dormono e non sono svegli./Fai venir voglia di stare in ciabatte/mia dolce nebbia, sorella di latte”»</em>.</p>
<p style="text-align: left;">L’illustrazione aiuta a comprendere meglio le parole, rappresentando una coltre/cuffia con dentro le stelle; su una curvatura di essa, come fosse un culla, poggia un bambino scalzo che forse non dorme, forse non è sveglio, ma che sicuramente guarda gli astri. Trovo bello in questa lirica il fatto di considerare la nebbia come un’amica per la terra, e di riflesso per l’uomo e per i bambini che in essa vedono l’indistinto di tutti i sogni; è questo un invito, forse, a non cercare solo le idee chiare e distinte, a saper stare anche nel dubbio, nell’incerto, nell’indistinto, visti anch’essi come momenti di conoscenza. Spesso noi vorremmo delle soluzioni veloci ai problemi; invece non capiamo che la conoscenza matura anche attraverso la confusione: anche la nebbia, quindi, può essere organo della verità.</p>
<p style="text-align: left;">Questo l’ho sempre compreso, ad esempio, leggendo e rileggendo una poesia di <strong>Hermann Hesse</strong> (1877-1962): <em>“Strano, vagare nella nebbia!/È solo ogni cespuglio ed ogni pietra,/né gli alberi si scorgono tra loro,/ognuno è solo.//Pieno di amici mi appariva il mondo/quando era la mia vita ancora chiara;/adesso che la nebbia cala/non ne vedo più alcuno.//Saggio non è nessuno/che non conosca il buio/che lieve ed implacabile/lo separa da tutti.//Strano, vagare nella nebbia!/Vivere è solitudine./Nessun essere conosce l’altro/ognuno è solo”</em> (Nebbia tr. it. Mario Specchio). Ora è vero che in questa seconda lirica la verità di cui sarebbe foriera la nebbia è triste; invece <strong>Carminati</strong> vede nel dubbio qualcosa di positivo; in entrambi i casi però tale fenomeno atmosferico è valorizzato in quanto rivelatore di verità, nonostante il buio che lo caratterizza.</p>
<p style="text-align: left;">Nonostante il titolo della raccolta, o forse proprio in virtù di esso, esiste anche una <strong>Poesia per terra:</strong> aria e terra si rimandano perché cielo e terra confinano tra loro, si parlano, si abbracciano, nonostante il loro essere ognuno l’opposto dell’alta: <em>«“Tu terra sei strana davvero, lo sai?”/le dice il cielo girandole intorno./&#8221;Ti muovi sempre, non ti fermi mai/sei inquieta di notte e di giorno./Mi dai un po’ di noia…ma io sai che faccio?/ti amo lo stesso e tutta ti abbraccio”»</em>.</p>
<p style="text-align: left;">Questi versi possono essere considerati, fuor di metafora, anche un invito ad andare oltre se stessi, ad amare gli altri senza volerli cambiare, nonostante e in virtù di come sono. Imparare ad amare è fondamentale e bisogna saperlo insegnare ai piccoli non meno degli altri contenuti: di questo mi sono sempre più convinta negli ultimi tempi. Il disegno per questa scena è dato da due cerchi concentrici, il cielo che abbraccia la terra, invocandola (&#8220;Ti muovi”, “sei inquieta”, “ti abbraccio”) con il beneplacito dello spicchio della luna.</p>
<p style="text-align: left;">Esistono anche poesie per acqua, anche se non si intitolano così: sono tutte quelle dedicate al mare, che sono diverse numericamente. Del resto “il mare ha una sua voce”, ovvero rimanda anch’essa ad un suono che si propaga. E in effetti, ci dice ancora Aristotele, già nel passo del De anima di cui sopra, i suoni si possono propagare anche per acqua, anche se meno. A maggior ragione, allora, occorrerà prestare più attenzione: bisogna innanzitutto mettersi “con i piedi in acqua” ad ascoltare, ma in “un tempo silenzioso/quando il sole è più prezioso/”, durante “l’alba di mattina/o la sera maggiolina//: è lì che il mare sussurra/come il canto di sirene/la sua voce verde e azzurra/la sua voce che va e viene”.</p>
<p style="text-align: left;">Quello in acqua è un ascolto che riguarda tutto il corpo e presuppone maggior silenzio: ne varrà la pena, almeno per ottenere indietro la risposta dell&#8221; “infinito delle onde”. L’illustrazione dei vari versi poco sopra richiamati, appartenenti a Poesia in mare, ritrae persone che nuotano e non semplicemente in acqua solo con i piedi. Confesso che mi sarei aspettata delle poesie per fuoco, elemento citato solo en passant in un componimento: ma per l’appunto vale il discorso del niente dogmi.</p>
<p style="text-align: left;">Invece, in coerenza con il tema della libertà, ci saranno poesie fatte di Parole matte: <em>“Poesia è una voce allegra/che fa le capriole/e come l’acqua e il vento fa cantare le parole/Poesia è un orecchio attento che ascolta e che cattura/ è un seme nato dentro che riempie chi lo cura/Poesia ha parole matte/per ridere e pensare/ci giochi le assapori e poi le fai volare/Poesia ha parole matte/ che dicono in profondo/la storia a molti sensi di come è fatto il mondo”</em>. Una figurina stilizzata, nera e capovolta rappresenta da sola tutte le parole matte della poesia.</p>
<p style="text-align: left;">Di questo testo, che meriterebbe un’analisi stilistica a parte, dirò solo che esso collima del tutto con il pensiero metafisico aristotelico secondo cui l’essere di dice in molti modi. Inoltre, sempre lo stesso <strong>Aristotele</strong>, afferma nei suoi scritti di biologia che ogni ente, anche il più piccolo e umile, è degno di essere trattato: qualcosa di simile viene detto nella lirica <strong>Faremo una poesia</strong> che riporto alla fine del mio contributo come dono al lettore in modo che possa scoprirla in libertà.</p>
<p style="text-align: left;">Qui mi limito a chiudere la mia recensione, sperando che l’interpretazione da me proposta non sia campata per aria, almeno non troppo! Del resto posso dire che, prendendo spunto dal titolo dell’opera, mi sono divertita a volare tra i secoli, partendo da <strong>Anassimene per arrivare a Chiara Carminati</strong>. Ho fatto anche un’altra cosa: ho recuperato un podcast della<strong> serie Morgana che Michela Murgia</strong> conduceva su <a href="https://storielibere.fm/">https://storielibere.fm/</a> con Chiara Tagliaferri dedicato alle donne fuori dagli schemi, streghe e un po’ stronze, ma al contempo capaci di opere generose di beneficenza, in particolare la puntata su Astrid Lindgren (1907-2002), l’ideatrice di Pippi Calzelunghe (1945), libro che mi piacerebbe raccontare tra queste righe.</p>
<p style="text-align: left;">Amavo questo podcast, ma da quando lei è morta non riuscivo più a sentirlo, anche se so che ora è stato ripreso e portato avanti. Comunque, essendomi imbattuta nella Lindgren nello scrivere questa recensione, ho istintivamente cercato e riascoltato (almeno tre volte, ma melius abundare quam deficere!) il predetto episodio, di cui voglio riportare uno stralcio in linea con il caos iniziale di cui sopra.</p>
<p style="text-align: left;">Dice la Murgia: “Perché io avevo bisogno del caos”. Poi una sera, durante un aperitivo con un mio amico, è venuta fuori questa passione comune per Michela e per <strong>Morgana</strong>. E allora mi sono sentita anche io un po’ per aria (non solo per la Passerina bevuta, ma carminis amoris causa), tipo tre metri sopra il cielo (perché la letteratura e i libri aerei creano amicizia, φιλία).</p>
<hr />
<p><strong>Faremo una poesia &#8211; tratta da Poesie per aria</strong></p>
<p>Faremo una poesia<br />
su come è nato il mondo.</p>
<p>Faremo una poesia<br />
su ciò che è più importante:<br />
la terra l’acqua il sole<br />
le facce della gente.</p>
<p>Faremo una poesia<br />
sui grandi sentimenti<br />
Comporremo rime<br />
per tutti quattro i venti<br />
Scriveremo strofe<br />
a uomini gloriosi<br />
Costruiremo versi<br />
su monti e mari erbosi.</p>
<p>E se nel gran daffare<br />
ci cadrà un capello</p>
<p>faremo una poesia<br />
anche su quello.</p>
<p>Per il suo testo il disegno consiste in una donna nera, forse una strega, o una fata, chissà, che ha sulle spalle un’enorme penna, che possa bastare a scrivere tutte le cose elencate nella lirica: la poesia è anche inclusione.</p>
<hr />
<h4>Chi è Chiara Carminati?</h4>
<p>Nata a Udine, dove vive, è autrice per bambini e ragazzi; è sempre impegnata a diffondere la sua parola poetica tra bambini ed insegnanti incontrandoli in scuole, biblioteche, librerie. Ha pubblicato varie opere, ha ottenuto vari riconoscimenti in concorsi letterari. Nel 2012 ha ottenuto il Premio Andersen come miglior autrice. È stata nominata candidata per l’Italia al H.C. Andersen International Award nel 2016 e nel 2018 e all’Astrid Lindgren Memorial Award dal 2021 al 2025. Ha un suo sito, non a caso chiamato www.parolematte.it. Tra i suoi titoli: Quel che c’è sotto il cielo (Mondadori), Perlaparola (Equilibri), A fior di pelle e Occhio ladro (Lapis).</p>
<h4>Chi è Clementina Mingozzi?</h4>
<p>Vive e lavora a Bologna. Illustratrice, scultrice e non solo, in questo albo ha saputo alternare colori chiari e colori scuri sia nel colorare le pagine, sia nell&#8217; arricchirle di disegni, ottenendo così uno sfondo in armonia con i testi stessi. Anche lei ha un suo sito: <a href="https://clementinamingozzi.com/">https://clementinamingozzi.com/</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/per-aria-poesie-recensione-gagliardi/">Poesie per aria. Tra i componimenti di Chiara Carminati</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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