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	<title>Firenze Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>È solo questione di tempo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Nov 2024 23:11:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;È solo questione di tempo&#8221; è un racconto di Pasquale De Luca. Foto di Martino Ciano Sono un vecchio orologiaio fiorentino, ho venduto e aggiustato orologi per tutta la vita qui nel mio negozio in piazza Dalmazia, quartiere di Rifredi. Adesso mi trovo nel retrobottega e c’è qualcosa che non comprendo: il ragazzo con cui [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;È solo questione di tempo&#8221; è un racconto di Pasquale De Luca. Foto di Martino Ciano</strong></p>
<p>Sono un vecchio orologiaio fiorentino, ho venduto e aggiustato orologi per tutta la vita qui nel mio negozio in <strong>piazza Dalmazia</strong>, quartiere di <strong>Rifredi</strong>. Adesso mi trovo nel retrobottega e c’è qualcosa che non comprendo: il ragazzo con cui ero venuto a parlare, e che mi aspettavo di trovare sereno e sorridente, ha invece un’aria pensierosa.</p>
<p>Esita, teme che non gradirò quello che sta per dirmi. Stringe al petto la copia della <strong>Gazzetta dello Sport</strong> che ha fra le mani e alla fine sputa il rospo: «Stai commettendo un grave errore.»<br />
«Ero venuto per parlare con te di ciclismo, della vittoria di <strong>Merckx</strong> al mondiale in<strong> Olanda</strong>, e tu mi vuoi far parlare di un argomento spiacevole.»<br />
«È l’unica cosa che in questo momento dovrebbe contare per te.»<br />
«Che esagerazione!» esclamo, e cerco di intuire dalla sua espressione se sia davvero tanto preoccupato per me.</p>
<p>Ha diciassette anni, capelli castani lunghi che gli coprono le orecchie, pantaloni jeans chiari, camicia attillata piena di fiorellini colorati.<br />
«Hai un problema di salute e non stai facendo la cosa giusta.»<br />
«Che intendi?»<br />
«Tieni all’oscuro i tuoi familiari.»<br />
«È un piccolo problema, non voglio farli stare in ansia inutilmente.»<br />
«Per i piccoli problemi di salute c’è il medico di famiglia, invece tu domattina hai appuntamento a <strong>Pisa</strong> con uno specialista neurologo.»<br />
«Il professor <strong>Malaguti</strong> è un luminare. Metti via codesta aria triste, io sto bene.»<br />
«Curioso che uno che abita a <strong>Firenze</strong> e sta bene decida di punto in bianco di andare in gran segreto a <strong>Pisa</strong> per farsi visitare da un luminare della neurologia.»<br />
«Pisa non è in culo al mondo, prendendo la superstrada in auto da Firenze ci si impiega un’ora. Il nome del professor Malaguti me l’ha suggerito un amico che aveva un problema neurologico simile al mio e grazie a lui l’ha risolto.»</p>
<p>Scuote la testa, per nulla convinto dalla spiegazione che gli ho fornito. Il giornale sportivo che ha in mano è piegato in due. Nella parte superiore della prima pagina spicca la foto di tre ciclisti impegnati allo spasimo in uno sprint sulla linea del traguardo. Quello al centro e quello sulla sinistra hanno il viso contratto nello sforzo, bocca aperta, narici dilatate. Il terzo ha una posizione più aerodinamica, la schiena inarcata, testa bassa, braccia tese sul manubrio. Sembra riuscire a produrre più potenza degli altri ma non è così, la ruota della bicicletta del corridore al centro è davanti alle altre due di qualche centimetro e sta già tagliando vittoriosa la linea bianca del traguardo. Di questo bellissimo sprint volevo parlare con lui, non dei miei acciacchi.</p>
<p>«Il problema non è la distanza fra Firenze e Pisa ma che tu ci vada di nascosto, senza dire nulla a tua moglie e ai tuoi figli.»<br />
«Si tratta di un silenzio provvisorio, non lo manterrò a lungo. Mi confiderò con loro dopo la visita neurologica, quando sarà una volta per tutte confermato che si trattava di un falso allarme.»<br />
«Vorranno sapere per quale motivo non li hai informati subito.»<br />
«Dirò la pura verità: non volevo metterli in apprensione inutilmente. Capiranno. Ti pare così sbagliato?»<br />
«È un grave errore, non approvo questa tua scelta. Tuttavia sono e sarò sempre con te, lo sai.»<br />
«Il tuo appoggio mi dà forza.»<br />
«Sii fiducioso, andrà tutto bene, vedrai. Il professor Malaguti capirà quello che hai, ti darà la cura più efficace e ne uscirai presto. Devi crederci, è solo questione di tempo.»<br />
«Sì, ci credo: è solo questione di tempo.»<br />
«Bravo, la fiducia è una medicina potente. Quali sintomi hai?»</p>
<p><strong>Mi tremano le mani sarebbero</strong> le parole giuste ma taccio perché, mentre sto per pronunciarle, la mia attenzione viene assorbita da uno strano fenomeno che accade all’interno della mia testa. Un agglomerato di forme e di luci che si muove come la giostra di un <strong>Luna Park</strong>. Lampeggiano macchie rosse, arancioni, azzurre, verdi, indaco, viola, poi si sfilacciano, impallidiscono e sfumano in una grigia penombra indistinta. Dal muto nulla della luce che fu, piovono soffusi tonfi che si moltiplicano, oscillano in una cantilena che acquista vigore, tono, ritmo, diventa una voce melodiosa. La riconosco. È la voce di <strong>Nicola Arigliano</strong> che canta <strong>È solo questione di tempo</strong>, una canzone dell’anno 1961.</p>
<p>È solo questione di tempo ha detto un momento fa il ragazzo con la camicia caleidoscopica da hippie degli anni ‘60.<br />
È solo questione di tempo ho ripetuto io.<br />
È solo questione di tempo gorgheggia <strong>Nicola Arigliano</strong> imprimendo alle parole uno <strong>swing</strong> che fa venire voglia di schioccare le dita per seguirne il ritmo dondolante.</p>
<p>Niente avviene per caso, ogni azione umana ha una causa e uno scopo. L’azione in atto è il proferimento delle parole È solo questione di tempo da parte del giovane con la <strong>Gazzetta dello Sport</strong> in mano e di <strong>Nicola Arigliano</strong>, la causa di questa azione è la loro volontà di incoraggiarmi, mentre il suo scopo è di rafforzare in me la convinzione di non essere affetto da un male grave e la fiducia in una rapida guarigione.</p>
<p>La prima volta che ho ascoltato Nicola Arigliano cantare <strong>È solo questione di tempo</strong> era l’autunno del 1961, una sera passata in casa davanti alla televisione insieme ai miei genitori, <strong>Clelia e Piero</strong> erano i loro nomi, a guardare una trasmissione che si chiamava <strong>Canzonissima</strong>. Avevo undici anni, Nicola Arigliano in giacca e cravatta, con un sorriso volpino attorno al naso aquilino, cantava mentre quattro ballerine dalle lunghe cosce avvolte in calze a rete gli ballavano attorno. La mia attenzione non fu attratta tanto dalla circostanza che le ragazzone si dimenassero tenendosi a distanza di sicurezza da lui – pur se ancora bambinetto, capivo che tale atteggiamento era collegato alle parole della canzone in cui <strong>Arigliano</strong> si diceva certo che una lei, nonostante facesse la preziosa, non avrebbe potuto resistergli, lui l’avrebbe conquistata, era solo questione di tempo – quanto dal fatto che Arigliano si rivolgeva a quattro ragazze con frasi declinate al singolare, cantava a una pluralità di femmine versi che erano diretti a una sola femmina.</p>
<p>Scandagliai il dilemma se il tempo che Arigliano consumava cantando al quartetto delle ragazze dalle cosce lunghe fosse unico o divisibile in quarti, se ciascuno dei quarti fosse da attribuire, e con quale criterio, a una sola delle quattro ballerine, ma arrivai alla conclusione che fosse un falso problema: <strong>il tempo della canzone era la misura della durata del corteggiamento che consisteva nella canzone stessa</strong>, e nessuna importanza aveva che le ballerine fossero quattro o quattromila, anziché una, dal momento che la cosa la cui durata il tempo della canzone misurava era la canzone stessa e la canzone era una e una sola e la sua durata non sarebbe cambiata neppure se le ballerine fossero state un milione.</p>
<p>In quell’<strong>autunno del 1961</strong> erano già due o tre anni che il tempo e il suo scorrere venivano di quando in quando a occupare i miei pensieri di bambino. Da quella volta che, in terza o quarta elementare, io e il mio compagno di classe <strong>Bruno</strong> stavamo giocando ad affidare alla mite acqua d’un torrente quasi in secca di nome <strong>Orme</strong> le barchette che fabbricavamo con pagine di vecchi giornaletti. Mi misi a contare con le dita delle mani quanti secondi le barchette di carta impiegavano a passare sotto un ponticello sul <strong>torrente Orme</strong> e intuii che doveva esserci un legame fra il tempo che prendeva forme numeriche sulle mie mani e lo spostamento dell’acqua.</p>
<p>Tutto passa, è solo questione di tempo. Tutto passa, insieme al tempo in cui ogni cosa è stata. Tutto passa, mentre scorre il suo tempo. Il tempo scorre e passa. Come fa l’acqua del fiume. Sono passati trenta secondi e n milioni di metri cubi d’acqua sotto i ponti di tutti i fiumi del mondo, da quando il ragazzo con la Gazzetta dello Sport in mano mi ha chiesto: «Quali sintomi hai?». Mi tremano le mani, una frase di quattro semplici parole, umili. Non sarebbe una grossa fatica pronunciarle, se solo ne avessi voglia. Invece, non mi va.</p>
<p>Potrebbe dipendere dallo strano fenomeno delle scie colorate che formavano la parola <strong>TEMPO</strong> e turbinavano dentro la mia testa come fasci di luce laser sul palco di un concerto di musica rock, oppure dal loro dissolversi nella suggestione del ricordo d’una canzone jazz di Nicola Arigliano risalita dall’anno 1961 fin dentro la mia testa, ma in realtà non sono per nulla convinto che la mia riluttanza dipenda dal fenomeno delle scie colorate o dalla sua cessazione. C’è qualcos’altro che mi blocca, e riguarda il rapporto fra me e il giovane che ho davanti.</p>
<p>Non che non mi fidi, no, la fiducia che ripongo in lui è superiore a quella che nutro nei confronti di qualunque altra persona al mondo e non lo considero affatto troppo giovane per poter capire la condizione in cui mi trovo. Lo scoglio insuperabile non risiede nei suoi diciassette anni ma nei cinquanta che ci separano: un abisso temporale attraverso il quale io vedo lui mentre lui non può vedere me.</p>
<p>Io so tutto sul giovane con la <strong>Gazzetta dello Sport</strong> in mano, lui ha di me un’idea vaga. Fra noi un dialogo reale è impossibile, anche se siamo l&#8217;uno di fronte all&#8217;altro, qui nel retrobottega dell’Orologeria Poli in piazza Dalmazia a Firenze, quartiere di Rifredi. Io da stamattina a non fare un cazzo al banco di lavoro (perché a causa del tremore alle mani non sono più in grado di fare il lavoro che su questo banco ho fatto per tutta la vita), lui da cinquant’anni nella foto incorniciata appesa alla parete davanti a me. Una foto scattata nella tarda estate del 1967 all’ingresso di questo negozio, l’orologeria di mio zio Gino Poli, fratello maggiore di mia madre <strong>Clelia</strong>.</p>
<p>Quella mattina, appena uscito di casa, avevo comprato la Gazzetta dello Sport perché sono sempre stato un appassionato di ciclismo e volevo leggere del campionato mondiale che si era corso il giorno prima a Heerlen, nei <strong>Paesi Bassi</strong>, dove aveva vinto il belga Eddy Merckx con uno sprint esplosivo che gli aveva permesso di mettere la sua ruota davanti a quelle dell’olandese <strong>Jan Janssen</strong> e dello spagnolo <strong>Ramon Saez</strong>.</p>
<p>L’istantanea dell’arrivo sul traguardo di Heerlen è sulla prima pagina del giornale che ho in mano nella foto appesa al muro davanti a me. <strong>Era lunedì 4 settembre 1967</strong>, il mio primo giorno da apprendista orologiaio in questo negozio dove ho trascorso cinquant’anni e dove, pur essendo io morto da dieci anni, esattamente sei mesi e quindici giorni dopo che il professor Malaguti di Pisa mi aveva diagnosticato la malattia di Alzheimer in stadio avanzato, la mia anima a volte torna.</p>
<p>Tutto passa ma niente svanisce, quello che accade non smette mai di accadere, l’eternità è un infinito qui e ora. Io ho consumato tutto il tempo della mia vita ma la sola cosa che è svanita è il mio corpo materiale. Il tempo che ho vissuto continua a essere e in ogni suo singolo istante io non smetto di vivere. E così, quando me ne viene voglia, entro nella mia orologeria e vado nel retrobottega per incontrare il mio me diciassettenne che ha appena comprato la <strong>Gazzetta dello Sport</strong>.</p>
<p>Mi piace parlare con lui di orologi e ciclismo, le due grandi passioni della nostra vita. Appena lo avrò tranquillizzato sul fatto che ci tengo alla salute e seguirò alla lettera le prescrizioni del professor Malaguti, parleremo della possente volata che ieri pomeriggio ha fatto conquistare a Eddy Merckx la maglia iridata di campione del mondo sul traguardo olandese di Heerlen.</p>
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		<title>La Signorina Maria. Antonio Danise e le origini di un&#8217;ossessione</title>
		<link>https://www.borderliber.it/maria-denise-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[yoursocialnoise]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 May 2024 03:42:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La Signorina Maria&#8221; di Antonio Danise, Porto Seguro, 2021 Un creatore di storie, anzi un assemblatore di racconti che si intrecciano l&#8217;uno con l&#8217;altro senza trovare mai una fine, una collocazione nel tempo. Non c&#8217;è un inizio o una conclusione, un po&#8217; come le ossessioni, la cui origine resta [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La Signorina Maria&#8221; di Antonio Danise, Porto Seguro, 2021</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un creatore di storie, anzi un assemblatore di racconti che si intrecciano l&#8217;uno con l&#8217;altro senza trovare mai una fine, una collocazione nel tempo. Non c&#8217;è un inizio o una conclusione, un po&#8217; come le ossessioni, la cui origine resta misteriosa tanto da farle sembrare innate, proprio perché si manifestano sempre e ovunque, in maniera inspiegabile. <br /><br />Questa è la storia dell&#8217;antiromanzo di <strong>Antonio Danise</strong>. <strong>&#8220;Anti&#8221;</strong>, perché non rispetta nessuna delle regole che il decalogo, creato da non si sa chi, innalza a insindacabili strumenti di valutazione per discernere &#8220;<em>arte vera da vero-altro</em>&#8220;. In <strong>&#8220;La Signorina Maria&#8221;</strong>, il protagonista, un cancelliere di un tribunale, è solo ossessionato dalla necessità di scrivere, da un bisogno impellente che lasci traccia di tutte queste <strong>storie giudiziarie</strong>.</p>
<p>Racconti veri, che recupera dai verbali delle udienze che egli stesso ha trascritto. E proprio tra questi appunti, che non sono solo burocratiche acrobazie attraverso le quali si cercano di aggirare gli ostacoli legislativi, spunta lei, <strong>la Signorina Maria</strong>, manifestazione della <strong>libido</strong> o forse della gelosia, visto che un accanito senso della giustizia è, per <strong>Freud</strong>, sublimazione della gelosia.<br /><br />E questa ossessione di carne e di ossa, di spirito e di sessualità inappagata è il <strong>&#8220;motore immobile&#8221;</strong> che genera una visione compulsiva, che l&#8217;autore, attraverso il suo personaggio, né frena né riesce a gestire. Lascia che tutto fluisca; impone che l&#8217;ossessione sia sempre lì. <strong>Anche se questo torrente di parole dovesse spazientire il lettore, il cancelliere non potrebbe arrestarlo.</strong> Lo confessa dalle prime pagine: lui deve andare fino in fondo, lui deve dare a questa storia una possibilità. Se si fermasse, questa forza che lo obbliga a scrivere potrebbe riversarsi contro qualcun altro o contro di lui.<br /><br />Potremmo quindi accostare questo romanzo a  ciò che <strong>Bernhard</strong> racconta in <strong>&#8220;La Fornace&#8221;</strong>. Anche nell&#8217;opera dell&#8217;autore austriaco, il protagonista è ossessionato dal bisogno di mettere su carta il proprio saggio. Il problema è che lui non riesce a scriverlo mentre, nel libro di Danise, il cancelliere non si lascia prendere in giro dal timore di comporre qualcosa di illogico, <strong>ma si abbandona alle parole.</strong><br /><br /><strong>&#8220;La signorina Maria&#8221;</strong> è pertanto la testimonianza di come la scrittura non abbia nulla di <strong>&#8220;sentimentale&#8221;</strong>, ma che sia solo un crudo atto di concepimento che viene quasi sempre sostenuto da forze celate nell&#8217;animo. Scrivere non è <strong>&#8220;portare a compimento&#8221;</strong>, bensì costante spoliazione. Anche se frutto della sublimazione, la scrittura parla di noi, è guidata dalla nostra irrazionalità, è la prova più ampia dell&#8217;esistenza di una radicale contraddizione che alberga nella nostra coscienza, ossia <strong>&#8220;essere e non essere nello stesso momento&#8221;</strong>.<br /><br />Danise mette in mostra tutto questo; addirittura, il suo protagonista chiede scusa al lettore se lo sta annoiando, e lo fa proprio nel momento in cui non ce ne sarebbe bisogno; così come preannuncia che è tempo di fare accadere qualcosa, quando invece il colpo di scena si è già manifestato. Così facendo, il dialogo con il lettore non è pacifico, ma disturbante come lo è la <strong>Signorina Maria</strong>, che appare e scompare, che distrugge e ricostruisce, che dà speranza e tormento, che non vuole lasciare in pace nessuno, neanche noi.<br /><br />A <strong>Danise</strong> i complimenti per un&#8217;opera coraggiosa, in cui a vincere è la scrittura nelle sue mille sfaccettature, ognuna con una voce diversa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;</p>
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		<title>Diario di una prof: &#8220;I grandi coleotteri&#8221;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/diario-prof-coleotteri-grandinetti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Apr 2024 00:30:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Bastian Contrario]]></category>
		<category><![CDATA[Coleotteri]]></category>
		<category><![CDATA[Diario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto ed elaborazione grafica della foto di Daniela Grandinetti Spesso nelle scuole ci sono quelli che io chiamo i grandi coleotteri, ovvero gli insegnanti coriacei la cui mission impossible è essere impermeabili. Usano un linguaggio forbito e hanno modi di fare ineccepibili. In una parola, hanno corazze che al confronto lo scudo di Goldrake era [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Racconto ed elaborazione grafica della foto di Daniela Grandinetti</strong></em></p>
<p>Spesso nelle scuole ci sono quelli che io chiamo i grandi coleotteri, ovvero gli insegnanti coriacei la cui <strong>mission impossible</strong> è essere impermeabili. Usano un linguaggio forbito e hanno modi di fare ineccepibili. In una parola, hanno corazze che al confronto lo scudo di <strong>Goldrake</strong> era plastilina allo stato liquido. Ma, attenzione! Possono essere pericolosi.</p>
<p>Di solito questi grandi coleotteri &#8211; per motivi che qui non è il caso di analizzare &#8211; odiano i ragazzi su una scala che va da uno a dieci: <strong>più sono ambiziosi e/o frustrati, più li odiano</strong>. Agiscono in sordina e se prendono di mira qualcuno &#8211; di solito quelli più facilmente attaccabili &#8211; la preda è loro. Una volta che li hanno catturati, sventolano il regolamento (che peraltro conoscono a memoria) e nove volte su dieci hanno la meglio.</p>
<p>Ne ho incontrato uno particolarmente coriaceo anni fa in un istituto professionale di <strong>Firenze</strong>. Era a livelli patologici. Il ragazzo che aveva preso di mira era un rumeno biondino con gli occhi azzurri, molto arrogante. Frequentava la prima di una classe con indirizzo meccanico.</p>
<p>A me fanno sorridere quelli che dicono che non siamo psicologi o assistenti sociali (se è per questo neanche maghi). Insegnare valutare documentare. Documentare insegnare valutare. Il resto non è di nostra pertinenza. Quando però insegni in istituti professionali impari che è oggettivamente molto diverso che insegnare in percorsi liceali, dove se un ragazzo non è all’altezza magari gli consigli di cambiare scuola.</p>
<p>Nei professionali, e ormai anche in certi tecnici, dopo la scuola bisogna sapere che per molti ci sono lavori precari e malpagati, al limite dello sfruttamento, e/o la strada. <strong>C’è chi non sente questa responsabilità, chi si ritiene abbastanza professionista da non lasciarsi coinvolgere. I grandi coleotteri è facile appartengano a questa categoria di pensiero.</strong></p>
<p>Nel caso di quel ragazzino rumeno che chiameremo <strong>Bastian Contrario</strong> la storia era la seguente: <strong>madre sfuggita a un padre violento approda in Italia per lavorare lasciando il figlio alla nonna.</strong> Appena le condizioni lo permettono il figlio la raggiunge in <strong>Italia</strong>, ma la madre intanto ha trovato un compagno e ci fa una figlia. Ebbene, anche quel compagno beve, non ha un lavoro e all’occorrenza alza volentieri le mani. <strong>Bastian Contrario</strong> si prende cura della sorella più piccola con attenzione amorevole (riferiscono fonti testimoniali) ma a scuola è ingestibile.</p>
<p><strong>Ora, di grazia, voi non sareste neanche un po’ incazzati? Lui lo era e parecchio.</strong></p>
<p>Nei casi di <strong>Bastian Contrario</strong>, se non si lavora sulla motivazione è una battaglia persa, non ci sono sospensioni, nozioni, provvedimenti disciplinari che tengano. Occorre una grande coesione del consiglio di classe, strategie comuni, che spesso per fortuna si trovano. Ma capita di imbattersi nel grande coleottero e dove voi aggiustate quello rompe, perché provocherà la reazione che desidera fino all’estremo. Lui in classe “quello” non ce lo vuole, e deve spuntarla, è una questione di principio.</p>
<p>Una volta l’esimio collega fiorentino, senza che <strong>Bastian Contrario</strong> proferisse parola, entrato in classe gli intimò di uscire. Lo mise dritto davanti alla porta per tutta l’ora e lì lo tenne. La volta dopo, quando ci riprovò, <strong>Bastian Contrario</strong> lo mandò a fanculo direttamente.</p>
<p>Inutile dire che quell’anno perdemmo <strong>Bastian Contrario</strong>, nonostante gli sforzi e i servizi sociali, perché l’esimio collega coleottero a norma di regolamento tanto fece che alla fine ebbe la meglio, e non poteva essere diversamente.</p>
<p>Per quanto i <strong>Bastian Contrari</strong> siano faticosi, ma faticosi da farvi dire chi me lo fa fare, i grandi coleotteri possono esserlo di più. Faticosi e fastidiosi. Loro svolazzano tra i corridoi, sibilando cose tipo:</p>
<p>“Sai che ha fatto oggi C.?”<br />
“Ve l’avevo detto che V. è un delinquente!”<br />
<em>“Non è ammissibile farsi mettere i piedi in testa”</em></p>
<p>Tu sei lì che fai finta di ascoltare e vorresti dire che è a lui che metteresti volentieri la testa sotto i piedi, là dove dovrebbe stare…. ma devi stare attenta. Tacere. Il nemico ti ascolta. Intanto <strong>Bastian Contrario</strong> chissà dove sarà. Ogni anno ce n’è uno, dieci, cento, mille.</p>
<p>Non si sa mai che fine facciano.</p>
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		<title>Rumore rosso in quel settembre</title>
		<link>https://www.borderliber.it/patti-smith-rumore-rosso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Dec 2023 01:10:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo e foto di Daniela Grandinetti. In copertina: &#8220;Rumore rosso&#8221;, di Goffredo Plastino, Il Saggiatore Il 10 settembre 1979 mi trovavo a Firenze, il mio primo, memorabile, viaggio da sola. Non ero lì per lo stesso motivo che accomunava migliaia di giovani provenienti da tutta Italia: il concerto evento di Patti Smith al quale con [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo e foto di Daniela Grandinetti. In copertina: &#8220;Rumore rosso&#8221;, di Goffredo Plastino, Il Saggiatore</strong></p>
<p>Il 10 settembre 1979 mi trovavo a <strong>Firenze</strong>, il mio primo, memorabile, viaggio da sola. Non ero lì per lo stesso motivo che accomunava migliaia di giovani provenienti da tutta Italia:<strong> il concerto evento di Patti Smith</strong> al quale con rammarico non avrei preso parte. Ricordo le strade inondate da una folla variopinta, orde di giovani che bivaccavano nel salotto buono tra <strong>Piazza della Signoria </strong>e<strong> Ponte Vecchio</strong>. Bruciava la sensazione che avrei mancato un’occasione unica e irrepetibile. Ed è stato così.</p>
<p>La storia dei due storici concerti di <strong>Patti Smith</strong> in quell’anno in Italia, a <strong>Bologna </strong>e a<strong> Firenze</strong>, così come ci viene consegnata da <strong>Goffredo Plastino</strong> nel suo <strong>Rumore rosso</strong> (edito da il Saggiatore) ricostruisce un intreccio che a distanza di più di quarant’anni ha dato una visione nuova a quella giovane diciottenne innamorata della politica e della musica: ho letto “la” storia con l’entusiasmo di allora e la consapevolezza di oggi. Su <strong>Il Venerdì di Repubblica</strong> in una delle tante recensioni uscite per questo saggio, a firma di <strong>Alberto Piccinini</strong> si dice che quello “fu molto più di un concerto: politica, cultura e immaginario ebbero in quei giorni di settembre l’ultimo giro di danza di un’epoca e il primo di un’epoca nuova.”</p>
<p>Siamo in un momento topico della storia di quegli anni: non si era spento l’eco dell’assassinio di <strong>Aldo Moro</strong> e il <strong>1997 aveva segnato la rottura tra il PCI e la sinistra extraparlamentare.</strong> Quell’anno <strong>Lama</strong>, segretario della <strong>CGIL</strong>, deve abbandonare l’aula della Sapienza in mezzo ai fischi e alle proteste e subito dopo il sindaco comunista di Bologna, <strong>Renato Zangheri</strong>, prende l’audace decisione di inviare carri armati in via Zamboni, centro universitario della città, per porre fine ai disordini seguiti alla morte di <strong>Francesco Lorusso</strong>, studente di <strong>Lotta Continua</strong> ucciso da un colpo di pistola sparato da un carabiniere di leva.</p>
<p><strong>Goffredo Plastino – musicologo presso la Newcastle University</strong> – ricostruisce con minuzia di particolari il dibattito di quel momento (sostenuto da un corposo apparato di note) che vedeva un <strong>PCI</strong> che volle organizzare i due eventi per riagganciare consensi perduti nei movimenti, nonostante le dichiarate diffidenze di esponenti di punta e intellettuali storici nei confronti del rock. Dall’altro con quei concerti c’è il ritorno in <strong>Italia</strong> della musica dal vivo che inaugurò la stagione dei grandi concerti a pagamento negli stadi cui ancora oggi si assiste.</p>
<p>Quei due storici concerti, organizzati dall’<strong>ARCI</strong>, ebbero un incasso di 150 milioni, una cifra abbastanza modesta, che andarono tra PCI, Arci e Patti Smith, per il valore di un biglietto di 3.000 lire, ma come succedeva allora dopo l’inizio del concerto furono aperti i cancelli anche ai non paganti, tant’è che non esistono stime certe di quanti effettivamente parteciparono sia a Bologna che a Firenze.</p>
<p>Patti Smith cantò, entusiasmò e deluse: la sacerdotessa del rock urbano, la poetessa di <strong>New York</strong>, l’icona in Italia della musica rock in quel momento, a metà concerto intonò versi per <strong>Papa Luciani</strong> (aveva per lui una vera e propria venerazione, il Papa che ride, lo definì nelle interviste) e a coloro che la volevano a sostegno dei movimenti in un periodo “caldo” di scontri, lei rispose con la bandiera americana e l’esecuzione dell’inno americano alla fine dei concerti “Io sono un’artista americana, non so nulla della politica italiana, sono cristiana e non comunista”. Dichiarò. Cori e lanci di oggetti e zolle di terra furono il tumulto che accompagnò l’esibizione nei concerti.</p>
<p>All’autore “va il merito di aver ricomposto, attraverso il recupero di frammenti e documenti (articoli di quotidiani, di periodici e fanzine, oltre a una grande quantità di fogli volanti pubblicati tra le pagine del libro), una vicenda non banale, anzi eloquente, rivelatrice, quella dell&#8217;entusiasmo, dell&#8217;innamoramento e poi dell&#8217;incomprensione e dell&#8217;odio che migliaia di giovani italiani provarono per Patti Smith”.<strong> (Ivan Carozzi su Esquire)</strong></p>
<p>Ancora oggi sono molti quelli che dicono “io c’ero”, ma quella che potrebbe apparire un pezzo di storia della musica (e della storia della musica dal vivo in Italia) leggendo Rumore Rosso si comprende fu molto di più: forse un pezzo della nostra storia con la quale, nel bene e nel male, non abbiamo mai fatto pace veramente,</p>
<p><strong>Riporto da pagina 18 di &#8220;Rumore Rosso&#8221;</strong></p>
<p>“Una storia aperta:</p>
<p>A Bologna e a Firenze vanno in scena non solo un gruppo di musicisti e una cantante rock, ma anche uno scontro tra l’egemonia politica e culturale. Non è la sola contrapposizione di quei giorni. Patti si trova di fatto al centro di molteplici contrasti. Simbolici: tra movimento, Autonomia, PCI e FGCI su ciò che lei rappresenta. Politici: tra PCI, FGCI, movimento e Autonomia sull’organizzazione di concerti; tra il PCI, il Partito Socialista Italiano, la Democrazia Cristiana e la destra sulla gestione dei concerti, dei luoghi nei quali si sono svolti e sul loro successo. Economici: tra il PCI, le sue associazioni di riferimento, l’impresario musicale e il pubblico del circuito alternativo della musica dal vivo sull’allestimento e la conduzione dei concerti, sulle loro spese, sul profitto per il management e sul suo compenso. Musicali e artistici: tra gruppi diversi di fan e ascoltatori sul rapporto tra Patti e determinati generi musicali, sui suoi successi recenti. Culturali e sociali: sul significato dei sue spettacoli per la società italiana, sulla partecipazione e il comportamento dei giovani, sull’esibita religiosità di Patti.</p>
<p>Si tratta di eventi complessi, fluidi, che determinano comportamenti reali mutevoli, dinamici. Si può andare al concerto di Bologna nonostante si sia contrari alla sua gestione da parte del PCI e manifestando in molti modi questa opposizione (rifiutando di pagare il biglietto, entrando allo stadio dopo aver sfondato gli ingressi), apprezzare Patti per le sue canzoni del passato e contestarla rumorosamente per le ultime, reagire contro l’organizzazione per le carenze tecniche, manifestare il proprio dissenso politico contro di lei per ciò che sta interpretando sul palco.</p>
<p>Per ricostruire la complessità, la multidimensionalità di questi eventi musicali dal vivo, per provare a capire cosa è successo durante quelle giornate di settembre del 1979, si può raccontare una storia aperta a una pluralità di storie personali e collettive, di voci, di immagini, di fonti: la storia non lineare di un passato non interamente raffigurabile, di una vicenda italiana di ieri che risuona ancora oggi e che va narrata ripartendo dall’inizio.”</p>
<p>Goffredo Plastino ce la racconta egregiamente, anche attraverso un ricco apparato di immagini, in un saggio di grande pregio che ho “divorato”, un’”opera mondo” come l’ha definita Paolo Morando su Domani.</p>
<p>Patti Smith: «Se mi capita di camminare per strada, in Italia, c’è sempre qualcuno che mi si avvicina, e può essere un cuoco o un rappresentante del governo, e mi dice: Patti, io ero a Bologna. Sembra che tutta Italia, quella sera, fosse a Bologna&#8230;».</p>
<p>E l’autore: «In un certo senso è proprio così: c’eravamo tutti e ci siamo ancora, continuiamo ad ascoltare il rumore rosso di quei giorni, di quegli anni»</p>
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		<title>Lyriks e la Locride artistica e underground. Alla scoperta di Nino Cannatà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Nov 2023 02:39:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Assalti Frontali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo e foto di Angelo Maddalena. Seguici e iscriviti anche sul canale WhatsApp: https://whatsapp.com/channel/0029VaDWcN25EjxzoWoAJu05 C’è un giudice a Berlino, è il detto famoso, io direi invece: c’è un editore in Calabria, che non è solo editore, e non è solo editore come si potrebbe immaginare, intanto pubblica solo libri di poesie, e poi in formati [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Articolo e foto di Angelo Maddalena. Seguici e iscriviti anche sul canale WhatsApp: </strong></em><em><strong><a href="https://whatsapp.com/channel/0029VaDWcN25EjxzoWoAJu05">https://whatsapp.com/channel/0029VaDWcN25EjxzoWoAJu05</a></strong></em></p>
<p><strong>C’è un giudice a Berlino</strong>, è il detto famoso, io direi invece: <strong>c’è un editore in Calabria</strong>, che non è solo editore, e non è solo editore come si potrebbe immaginare, intanto pubblica solo libri di poesie, e poi in formati insoliti o quanto meno spiazzanti, e poi con una cura grafica anch’essa spiazzante, insomma, si chiama <strong>Nino Cannatà, è di Cittanova</strong>, e io l’ho incontrato tramite <strong>Mirella Muià</strong>, un’altra di quelle stelle che sembrano sepolte ma poi, sotto sotto, splendono di luce propria e arrivano lontano, anche se, in quanto eremita (tale è Mirella da vent’anni, nel cuore della Locride) rimane ferma e si muove molto poco fisicamente.</p>
<p>Mirella mi ha parlato di Nino Cannatà perché lui ha pubblicato un libro che lei aveva scritto in francese più di vent’anni fa, e Nino ha incontrato qualche anno fa a <strong>Parigi</strong> l’editore del libro di Mirella, il quale non sapeva come rintracciarla, e incontrando Nino ha ritrovato lei e ha trovato anche quello che sarebbe diventato l’editore della traduzione italiana del libro, che si intitola <strong>Empedocle</strong>. Attenzione, Nino ha anche pubblicato un altro libro di Mirella, dal titolo <strong>Chi potrà sradicarmi?</strong>, un inedito scritto nel <strong>1984</strong> in francese, un monologo poetico tratto da un taccuino fatto a mano con diverse litografie, ma in questo caso Nino ha deciso di pubblicarlo in versione bilingue con il testo in italiano sempre di madre Mirella.</p>
<p><strong>Lyriks</strong> si chiama la casa editrice, tanto per rimanere in tema di&#8230; <strong>nomen omen</strong>, il nome è un presagio o, in questo caso, un programma editoriale? Poco fa nell’eremo dove abito da circa un mese, è venuto a visitarmi un compaesano di Nino, una persona con una certa sensibilità, che conosce e però mi ha fatto una domanda che mi ha fatto sorridere: <strong>“Ma io non ho capito cosa fa di preciso Nino Cannatà?”. </strong></p>
<p>Ridendo ho detto che è tipico dei grandi artisti essere fraintesi, o non capiti o anche non capire bene cosa fanno, o forse, più che dei grandi artisti, degli artisti versatili, poliedrici, per esempio io ho conosciuto Nino come editore, ma poi ho scoperto che è anche <strong>regista e scenografo</strong>, ha studiato e lavorato per molti anni a <strong>Firenze</strong> in questo campo. Poi nelle ultime settimane (l’ho conosciuto solo tre mesi fa) mi ha annunciato che stava lavorando a un film documentario e mi ha invitato a vedere l’anteprima l’11 ottobre, al dipartimento di <strong>Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria</strong>.</p>
<p>Sono andato e ho scoperto, tramite questo documentario, il nome e la storia di <strong>Alik Cavaliere</strong>, che dal nome mi poteva sembrare arabo, invece è originario di <strong>Cittanova</strong>, ma ha vissuto per molto tempo a <strong>Milano</strong>, dove nel 2018 gli hanno dedicato una mostra in sei sedi espositive, tra cui <strong>Palazzo Reale</strong>, dove è ambientato buona parte del documentario. Però il gesto che mi ha spiazzato e sorpreso è stato quello di qualche giorno fa, quando mi ha portato alcune copie dei libri da lui pubblicati per la libreria dell’Eremo dove io abito, e uno di quei libri è una raccolta di poesie di <strong>Sante Notarnicola</strong> dal titolo <strong>Versi elementari</strong>. Mi dice anche che è stato un grande amico di Sante e che da dopo la sua morte, Nino, in collaborazione con la compagna di Sante, cura il sito <strong>www.santenotarnicola.it</strong></p>
<p>Di questo libro segnalo la poesia <strong>La nostalgia e la memoria</strong>, che ho letto ad alta voce qualche giorno fa al mio amico <strong>Giacomo da Messina</strong>, il quale non solo mi ha detto che conosceva Sante perché il gruppo <strong>Assalti frontali</strong> ha dedicato a lui una canzone, ma mi ha fatto ascoltare su <strong>YouTube</strong> un audio della poesia, letta da Sante Notarnicola prima di un concerto degli<strong> Assalti frontali.</strong></p>
<p>Guardando poi il video di un pezzo cantato dalla band romana di rapper, video riferito ad almeno venti anni fa o forse più, ho avuto una rivelazione: <strong>ho visto la mostruosa metamorfosi di molti rapper degli ultimi venti anni</strong>, non solo in fatto di testi, contenuti, perché la canzone che mi ha fatto ascoltare Giacomo si riferiscono a realtà dure e tragiche, una è ispirata ai detenuti politici, appunto come è stato per venti anni Sante Notarnicola, e l’altro ai fatti di <strong>Genova 2001</strong>, durante le giornate del G8. La rivelazione è riferita anche allo stile:<strong> il frontman degli Assalti frontali cantava quasi senza accompagnamento musicale</strong>, con un palco molto scarno, che paragonato a tutti gli orpelli ed effetti speciali dei rapper di oggi, soprattutto di quelli che vanno anche a Sanremo, i vari <strong>Fedez, Laza, J Ax</strong> ecc., è veramente qualcosa che sa di primitivo, di preistorico, eppure autentico e senza orpelli, cioè un vero “assalto frontale”.</p>
<p>Un viaggio, quello che faccio insieme a <strong>Nino Cannatà</strong>, che continua in questa<strong> Locride</strong> in cui abito da poche settimane ed è sempre più una miniera di arte sorprendente e che apre orizzonti inediti, come il <strong>MUSABA, Parco Museo ideato e costruito da Nik Spatari</strong>, altro artista “universale”, di <strong>Mammola</strong>, morto di recente, ma il MUSABA è ancora vivo e attivo, grazie alla moglie di Nik, e voglio andare a visitarlo al più presto. Gli appuntamenti del film Alik Cavaliere proseguono a fine ottobre in<strong> Veneto</strong> e a metà novembre all’<strong>Università La Sapienza di Roma</strong>.</p>
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