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	<title>femminismo Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>La terza notte con il gatto: racconto tra tanti femminismi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2026 11:59:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La terza notte con il gatto&#8221; di Elisabetta Spanu, Arkadia editore, 2025 Come è chiara e forte questa voce che sa dipingere di ironia qualsiasi cosa. Il romanzo di Elisabetta Spanu mi ha colpito per la sua capacità di non annoiare il lettore con stereotipi triti e ritriti, dando [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La terza notte con il gatto&#8221; di Elisabetta Spanu, Arkadia editore, 2025</strong></p>
<p style="text-align:left;">Come è chiara e forte questa voce che sa dipingere di ironia qualsiasi cosa. Il romanzo di <strong>Elisabetta Spanu</strong> mi ha colpito per la sua capacità di non annoiare il lettore con stereotipi triti e ritriti, dando vita invece a un personaggio femminile che si presenta senza veli. Attenzione però, questo non è un modo per fare outing, ma per dare colore e passione a ogni avvenimento. Ciò crea un inno alla vita che sa celebrare anche quelli che vengono definiti frettolosamente errori.</p>
<p style="text-align:left;">Ecco Flavia, una donna che ha preso tutto del femminismo del secolo scorso, anche quello che è diventato estremo esibizionismo. Ma piuttosto che trovare giustificazioni, lei racconta e lascia che sia solo una testimone. Questo è il cuore di &#8220;<strong>La terza notte con il gatto</strong>&#8220;. Il romanzo inizia con una tragedia, l&#8217;amante di Flavia muore e da qui nasce un percorso che non è psicanalitico, tantomeno di espiazione. Lei non si pente di nulla. Vuole solo dare forma alla sua esperienza.</p>
<p style="text-align:left;">Lei ha bisogno di parlare con sé stessa. Ha necessità di raccontarsi tutto quello che è accaduto, anche quegli avvenimenti che non ha avuto il coraggio di ricordare. Persino i vizi diventano oggetti di studio. Questo metodo non serve a tirare le somme, perché la vita non è un&#8217;operazione aritmetica, ma serve per abbracciare nuovamente l&#8217;esistenza. Flavia infatti è una cinquantenne, ma ciò non vuol dire nulla per lei. Ogni età ha le sue esigenze.</p>
<p style="text-align:left;">&#8220;<strong>La terza notte con il gatto</strong>&#8221; mi ha fatto riassaporare quella prosa pungente che fu di Céline e Goliarda Sapienza. Non cito questi autori a casaccio, ma perché leggendo ho trovato quella voglia di non smettere, perché non ho avvertito aria di autocensura. Anzi, non è mai venuta meno quella spinta provocatoria che non lascia indifferenti, che abbraccia e coinvolge.</p>
<p style="text-align:left;">Con ciò azzardo anche un altro &#8220;giudizio&#8221;: Spanu è un&#8217;irregolare che non alza polveroni, ma si fa ascoltare. Non elemosina accoglienza, anzi non chiede nulla al pubblico. Prendere o lasciare. Libri del genere o si amano o si odiano e, di questi tempi, questa scelta consapevole è un atto politico, perché lancia un messaggio forte a quella <strong>Repubblica delle Lettere</strong> fin troppo chiusa in ruffiane pratiche di omologazione.</p>
<p style="text-align:left;">Insomma, questo è un romanzo che non solo va letto, ma che rappresenta una interpretazione forte di una storia che sa propagarsi in diversi campi. C&#8217;è intimità, ma anche la dimensione sociale attraversata da tutte le nevrosi che il singolo sente. Flavia infatti tutto fa tranne che aderire al contesto, il suo essere &#8220;oltre&#8221; non la pone su un livello superiore, ma la rende umana. E oggi trovare personaggi cosi, dati in pasto al pubblico sospesi da ogni giudizio e pregiudizio, è davvero difficile.</p>
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		<title>Susan Sontag: la matematica della società contemporanea</title>
		<link>https://www.borderliber.it/susan-sontag-la-matematica-della-societa-contemporanea/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Mar 2025 23:08:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’illusione della famiglia nucleare, i rapporti di potere, la dialettica profondamente impari tra donne e uomini e uno sguardo lucido e minuzioso. Questi gli argomenti dell&#8217;articolo di Rosanna Pontoriero su &#8220;Susan Sontag&#8221;. Le foto sono state fornite dall&#8217;autrice Articoli lucidi, scientifici, razionali, che contengono una pacatezza descrittiva, da laboratorio di biologia. Sono persino atemporali: sembrano [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’illusione della famiglia nucleare, i rapporti di potere, la dialettica profondamente impari tra donne e uomini e uno sguardo lucido e minuzioso. Questi gli argomenti dell&#8217;articolo di Rosanna Pontoriero su &#8220;Susan Sontag&#8221;. Le foto sono state fornite dall&#8217;autrice</strong></p>
<p>Articoli lucidi, scientifici, razionali, che contengono una pacatezza descrittiva, da laboratorio di biologia. Sono persino atemporali: sembrano scritti stamattina. <strong>Susan Sontag</strong> è, letteralmente, una matematica della società: capace di mettere a nudo dinamiche familiari, lavorative e sociali, come se possedesse le formule per risolvere funzioni e teoremi. Dicono sia una femminista, ma va oltre il femminismo, per molti versi lo sveste, con un indice sociologico e antropologico, consapevole come ogni battaglia riformista, sebbene porti miglioramento, non intaccherà mai la gerarchia di genere, che caratterizza la specie umana. Bersaglia la benemerita famiglia nucleare, rea di mantenere intatta la subordinazione, con l’aggravante di caricare le donne di lavoro, facendole soccombere nell’organizzazione di casa, lavoro, famiglia. In quel <strong>“devo fare tutto io”</strong>, che inchioda le femmine umane, martirizzandole. E, pressate di preoccupazioni e responsabilità, naufragano in un mare amaro di frustrazione e stanchezza.</p>
<h3>Susan Sontag: una scrittrice dall’occhio lungo</h3>
<p>Non si può raccontare <strong>Susan Sontag</strong>, nata a New York nel gennaio del 1933 e morta nella stessa metropoli americana nel dicembre del 2004, nel tempo di un articolo, sarebbe come amputarle le braccia. Tuttavia, <strong>“Sulle donne”</strong> andrebbe letto in treno, in automobile e persino sul water, perché raccoglie articoli che hanno un occhio lungo e profetico. Il patriarcato non si indebolirà se le donne continueranno a lavorare da gregarie: aspettando ai piedi del palco, nell’ufficio accanto, ritagliandosi una dimensione di compromesso con l’essere femmine, per natura accondiscendenti e silenziose.</p>
<p>E, permettetemi di interferire, prima di addentarci nella scrittura di <strong>Susan Sontag</strong>. Nei giorni scorsi leggevo una cronaca giudiziaria e in una lista interminabile di penalisti, non ho trovato il nome di una donna. Fanno tutte altro, cosa? Mansioni di mediazione, per non perdere troppo tempo e non prendere troppo la scena. Nuda verità dei fatti. Il lavoro femminile lo abbiamo confinato nelle scuole, lì dove si può trovare una formula di conciliazione, di subordinata trattativa, di preservazione dell’ordine dominante.</p>
<p><strong>Susan Sontag</strong> mi sorriderebbe con vivacità. Scrive a proposito del lavoro femminile: «Le donne devono evadere dai ghetti in cui sono confinate: impieghi che continuano a sfruttare il loro ininterrotto addestramento al servilismo. Per una donna l’uscire di casa per accedere al mondo, si traduce raramente in un impiego nei riguardi del mondo, vale a dire in una realizzazione sociale; nella maggior parte dei casi è inteso come un modo per guadagnare denaro, per arrotondare al reddito familiare. (…) Finché nel mondo del lavoro il sistema di segregazione sessuale conserverà la sua forza, la gran parte della gente continuerà a trovare un modo per giustificarlo, insistendo col dire che alle donne manca la forza fisica, la capacità di formulare giudizi razionali, l’autocontrollo emotivo». Ad oggi, <strong>Susan Sontag</strong> scrive negli anni settanta, siamo ancora in un mondo sessualmente segregato.</p>
<figure id="attachment_12255" aria-describedby="caption-attachment-12255" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-12255 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2025/02/Sontag_Foto_2.jpg?resize=800%2C435&#038;ssl=1" alt="Susan Sontag, un'altra foto dal web" width="800" height="435" data-recalc-dims="1" /><figcaption id="caption-attachment-12255" class="wp-caption-text">Screenshot</figcaption></figure>
<h3>L’illusione della famiglia nucleare</h3>
<p>La famiglia è una istituzione che lottizza i sentimenti e basa le dinamiche sulla possessione, sui confini. Scrive, a tal proposito la Sontag: «La pecora storica della famiglia non sta nell’autoritarismo, bensì nei rapporti di proprietà su cui si basa la sua autorità. I mariti possiedono le mogli; i genitori possiedono i figli». E sulla famiglia nucleare aggiunge: «È una famiglia inutile, una perfetta invenzione della società industriale urbana. La glorificazione della famiglia non è soltanto un esempio di profonda ipocrisia; mette in luce una significativa contraddizione strutturale nell’ideologia e nell’operato della società capitalista». E allora cosa è auspicabile secondo la scrittrice? «Non la distruzione della famiglia, ma il superamento della contrapposizione tra casa e mondo». I diritti possono rimanere cattedrali nel deserto: «Il fatto che in Spagna sia impossibile ottenere il divorzio, mentre lo si ottiene in Messico, non rende la condizione delle donne messicane migliore rispetto a quella delle donne spagnole». È verità colata.</p>
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		<title>Teresa Rossano tra sfide, conquiste e diritti negati</title>
		<link>https://www.borderliber.it/teresa-rossano-intervista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Mar 2024 01:50:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Rosanna Pontoriero. Foto fornita dall&#8217;autrice dell&#8217;articolo. Una chiacchierata con Teresa Rossano: insegnante, attivista, femminista, con lei abbiamo parlato di donne, società, diritti, cultura e fronti caldi Il mondo è un posto complicato, spesso ci si affeziona anche alle sue infinite crepe e fragilità. Una bufera di contraddizioni e conflitti, ferite e conquiste, grandi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Rosanna Pontoriero. Foto fornita dall&#8217;autrice dell&#8217;articolo. Una chiacchierata con Teresa Rossano: insegnante, attivista, femminista, con lei abbiamo parlato di donne, società, diritti, cultura e fronti caldi</strong></p>
<p>Il mondo è un posto complicato, spesso ci si affeziona anche alle sue infinite crepe e fragilità. Una bufera di contraddizioni e conflitti, ferite e conquiste, grandi metamorfosi e millenari pantani. Quando ho conosciuto <strong>Teresa Rossano</strong>, una fredda sera di fine dicembre, ho pensato a questo. Si parlava di donne iraniane e giocavo a sceneggiare i miei pensieri: <strong>immaginavo voci, volti, vite, piazze.</strong></p>
<p>Teresa adoperava la parola con fare dolce e compiuto. Si percepiva l’energia di una attivista, che di storie e vicende scottanti, di quelle che dimorano sulla soglia, tra le crepe, ne aveva vissute e sentite parecchie. Non sapevo niente della sua vita, della militanza. Ciò nonostante, ascoltarla era per me una sorta di climax ascendente: nutrivo un sempre maggiore interesse. La protagonista di questa intervista, Teresa Rossano, ha iniziato a militare negli anni ’70: <strong>nel 1976 ha contribuito a fondare il collettivo femminista a Catanzaro</strong>. È insegnante di Lettere a Bologna, di cui fa parte attivamente, quantunque sia stata anche insegnante all’estero. Nel 2019 ha realizzato, in qualità di regista, il documentario <strong>“Io sono femminista!”</strong>.</p>
<p><strong>Partiamo dal 1976: come ti sei avvicinata al mondo del femminismo? C’è stato un episodio specifico o anche una lettura?</strong></p>
<p>Io mi sono avvicinata al mondo degli studenti e delle organizzazioni extraparlamentari negli anni ’70. Ho iniziato appena arrivata al Liceo e poi, come molte compagne in quel periodo, abbiamo deciso di riunirci separatamente dai maschi: di trovare uno spazio nostro come femministe, fondando il Collettivo. Non mi ricordo di essere diventata femminista, lo sono sempre stata.</p>
<p><strong>E che città era Catanzaro all’epoca dal punto di vista culturale?</strong></p>
<p>Una città provinciale. La vita delle ragazza e delle donne era una vita dagli orizzonti stretti: ci dovevamo guadagnare ogni centimetro di libertà con lotte e liti continue. Anche il darsi la mano tra ragazze per strada era una cosa che scatenava commenti. Io sentivo il desiderio di essere libera e autodeterminarmi come i maschi.</p>
<p><strong>Tu ti sei ritrovata ad insegnare anche all’estero, ricordi una situazione particolarmente complicata che hai dovuto gestire? Che ti ha fatto riflettere?</strong></p>
<p>Quando insegnavo a Bucarest, in un liceo rumeno, in Italia si scatenò una campagna sui giornali in seguito allo stupro e all’omicidio di Giovanna Reggiani. Il caso è stato trattato dalla maggior parte della stampa italiana in maniera razzista, mettendo in evidenza il fatto che l’omicida fosse rumeno. Una mattina entrando nella sala docenti ho trovato molti colleghi ostili nei miei confronti. Ricordo di essere andata nelle classi e di aver parlato del caso con i miei alunni, letteralmente con il cuore in mano. Da lì è iniziata, invece, una discussione molto bella con le ragazze e i ragazzi, che è andata avanti per giorni.</p>
<p><strong>Dove hai trovato il fronte più caldo nel mondo per quanto riguarda i diritti delle donne?</strong></p>
<p>Ovunque. In Argentina ho soggiornato a Buenos Aires e a La Plata: camminando per le strade trovavo foto delle donne uccise e moltissime scritte femministe. Mi sono sentita confortata dalla presenza di queste compagne, che poi sono andata a cercare. Per le donne è fondamentale avere spazi condivisi di sorellanza.</p>
<p><strong>Proviamo a definire le ragazze del 1976 e quelle di oggi…</strong></p>
<p>Noi avevamo il desiderio di liberazione, eravamo ribelli, animate da gioia e rabbia, sentimenti forti, ma non contrastanti. Oggi vedo comunque molte ragazze che continuano a lottare per la loro autodeterminazione, nonostante il diffuso clima di ansia e impotenza generalizzata.</p>
<p><strong>Come li commenti i fatti di Pisa?</strong></p>
<p>Uno scandalo, un fatto di una gravità inaudita. Un modo per intimidire le persone, frutto di una volontà precisa: si vuole inibire l’espressione libera di ragazze e ragazzi. Questi sono segnali inequivocabili di una strada che potrebbe portare all’autoritarismo. Io ho vissuto scontri duri in passato, ma il contesto era molto diverso rispetto a oggi.</p>
<p><strong>Perché oggi si ammazza una donna?</strong></p>
<p>Perché gli uomini non accettano l’autodeterminazione delle donne. Il patriarcato sta vacillando, senza alcun dubbio, e questi sono pesanti colpi di coda. Tutte le soggettività che mettono in discussione l’ordine patriarcale vengono pesantemente colpite.</p>
<p><strong>Qual è oggi, secondo te, la sfida principale per le donne?</strong></p>
<p>Non darci mai per vinte. La grande sfida è lottare per l’autodeterminazione: io sono una persona e ho il diritto autodeterminarmi.</p>
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		<title>Barbie e ciò che siamo diventati</title>
		<link>https://www.borderliber.it/barbie-falzone-film-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Jul 2023 02:39:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Barbie e ciò che siamo diventati&#8221; è una recensione di Letizia Falzone. In copertina una foto dell&#8217;autrice “Fin dalla notte dei tempi sono esistite le bambole, erano sempre bambolotti con i quali le bambine giocavano a fare le madri, poi è arrivata lei, Barbie.” Inizia così il film. Mentre la voce fuori campo racconta l’avvento [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Barbie e ciò che siamo diventati&#8221; è una recensione di Letizia Falzone. In copertina una foto dell&#8217;autrice</strong></p>
<p>“Fin dalla notte dei tempi sono esistite le bambole, erano sempre bambolotti con i quali le bambine giocavano a fare le madri, poi è arrivata lei, Barbie.”</p>
<p>Inizia così il film. Mentre la voce fuori campo racconta l’avvento della bambola più <strong>cool del pianeta</strong>, una meravigliosa <strong>Margot Robbie</strong> vestita in costume da bagno e occhiali da sole giganteggia sullo schermo.</p>
<p><strong>Le Barbie vivono.</strong> Parallelamente al mondo reale esiste infatti un’utopia <strong>rosa shocking di nome BarbieLand</strong>, in cui a ogni bambola della nostra realtà corrisponde una Barbie in carne e ossa. Loro, sempre felici e inconsapevoli, si godono un’esistenza perfetta, dove ogni giorno è il giorno più bello. Sembra di entrare proprio nel mondo di Barbie, nella sua casa di plastica, con i suoi oggetti e gli abiti glam, dove il rosa ed ogni sua sfumatura campeggia su <strong>Barbieland</strong>. Qui vivono tante <strong>Barbie e tanti Ken</strong>, tra cui il biondo <strong>Ryan Gosling</strong>, che esiste solo in funzione dello sguardo di lei.</p>
<p>Il sorriso, la leggerezza e la spensieratezza coabitano in questo <strong>“luogo giocattolo”</strong>, finché quella che sembra la più stereotipata del gruppo non semina il panico manifestando dal nulla intrusivi pensieri di morte e i suoi piedi diventano piatti.</p>
<p><strong>Che cosa sta succedendo?</strong> Per scoprirlo Barbie Stereotipo deve confrontarsi con la bambina che giocava con lei nel mondo reale. Determinata a ritornare all’innocenza perduta, Barbie affronterà insieme a Ken un inedito e avventuroso viaggio nel mondo reale alla ricerca della bambina i cui pensieri tristi hanno incrinato la paradisiaca spensieratezza di <strong>BarbieLand</strong>.</p>
<p>Barbie e Ken attraversano un portale che li conduce nel mondo degli umani. Qui si confrontano con una realtà completamente diversa dalla loro. Le donne non sono il punto di riferimento assoluto come accade a Barbieland: <strong>Ken scopre infatti che vige il cosiddetto patriarcato, mentre Barbie scopre dei sentimenti mai provati prima, come la tristezza.</strong> Qui incontrerà un’alleata in <strong>Gloria,</strong> ma anche un’inaspettata ‘distopia’ fatta di molestie, depressione, insicurezza e maschilismo. Tutto quel che metterà in crisi Barbie galvanizzerà invece Ken. Tra un balletto e l’altro, momenti di musical, battute divertenti, i due vanno alla ricerca di sé stessi.</p>
<p><strong>Ken ritorna a Barbieland per trasformarla in Kenland</strong>, sulla falsa riga del mondo degli uomini, mentre Barbie cerca di ripristinare il suo mondo e riordinare le sue idee: qualcosa è scattato in lei dopo aver conosciuto la sua creatrice e chi giocava con lei da bambina. Forse quei piedi che non stanno più sulle punte non sono così male e quelle gocce che scendono ogni tanto dagli occhi, seppur sintomo di dolore, fanno sentire vitali perché nella vita vera si soffre e si ride.</p>
<p>Questo film si apre a tante cose, perché riesce a essere fedele a chi la Barbie la ama, difendendone la bontà dietro all’idea di chi l’ha ideata; e riesce a essere vicino a chi la bambola la odia, condannando il sessismo e le moderne forme di patriarcato, ma anche ogni tipo di società utopica che accetta le disparità tra generi. <strong>La riflessione più importante è quella sulle Barbie come giocattolo;</strong> sul loro merito di lasciar intravedere le potenzialità di un futuro da astronauta, da mamma, da esploratrice o da impiegata e sulla colpa di inculcare l’insicurezza davanti all’irraggiungibilità di modelli irrealistici di bellezza e perfezione.</p>
<p><strong>Barbie può essere tutto: un’astronauta, una pilota di aereo, una chirurga, la presidente degli Stati Uniti d’America, un’operaia edile e persino una sirena.</strong> Il limite di Barbie, forse, è proprio il fatto che possa essere tutto e il contrario di tutto, contemporaneamente: uno stereotipo plasmato dallo sguardo maschile e una figura che rappresenta in maniera emblematica indipendenza ed emancipazione; il simbolo del consumismo più sfrenato, con i suoi accessori infiniti e le innumerevoli varianti, e qualcosa che già di per sé stimola l’immaginazione; un pezzo di plastica che ci fa pensare a tutto quello che non va nella nostra società e un caro ricordo della nostra infanzia da conservare in una vecchia scatola che non apriamo da anni, ma la cui stessa esistenza è motivo di felicità.</p>
<p><strong>Sogno o merce? Il giocattolo più amato o il più odiato?</strong> Barbie è un paradosso e dunque il lungometraggio ispirato alla bambola ideata da <strong>Ruth Handler</strong> e commercializzata dalla <strong>Mattel a partire dal 1959</strong>, che da sessantaquattro anni rappresenta nel bene e nel male la cultura occidentale, non poteva non essere paradossale, contraddittorio e pervaso da una costante tensione tra la volontà di celebrare un’icona e il desiderio di demolirla e ricostruirla per farla somigliare un po’ di più a una donna reale. Non un problema da poco, perché le icone, per loro stessa definizione, sono immagini statiche e immutabili, mentre il cambiamento è instabile, vorticoso e furioso.</p>
<p><strong>Il film di Greta Gerwig convince con un mix di ironia e femminismo, senza nascondere il suo lato intelligente e profondo</strong>, cercando di parlare a tutti. Barbie è un film che ha due anime: <strong>una frivola, profondamente non-sense, che è perfetta, </strong>perché riesce a non prendersi sul serio con grande intelligenza, prendendosi in giro da sola e mettendo al proprio centro una sagace auto-rappresentazione dello spirito corporativo di un’azienda come Mattel, che diventa grottesca e stereotipata.</p>
<p>Ma c’è anche un’altra anima:<strong> è una pellicola femminista che sa esserlo senza diventare pretestuosa.</strong> Incarnando ciò che è sempre stata Barbie: un giocattolo che, tra vizi e frivolezze, riflette tutto ciò che vogliamo essere.</p>
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		<title>Le Piccole Donne di Louisa May Alcott</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Feb 2021 10:07:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo a cura di Letizia Falzone Louisa May Alcott nasce negli Stati Uniti nel 1832.Seconda di quattro sorelle, iniziò a lavorare molto giovane a causa delle condizioni precarie in cui versava la famiglia. Fu governante in alcune famiglie, domestica e insegnante, ma trovava anche il tempo per esercitarsi e sperimentare con la scrittura. Alla fine [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Articolo a cura di Letizia Falzone</em></strong></p>



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<p class="wp-block-paragraph">Louisa May Alcott nasce negli Stati Uniti nel 1832.<br>Seconda di quattro sorelle, iniziò a lavorare molto giovane a causa delle condizioni precarie in cui versava la famiglia. Fu governante in alcune famiglie, domestica e insegnante, ma trovava anche il tempo per esercitarsi e sperimentare con la scrittura. Alla fine degli anni Quaranta dell’Ottocento, si interessò ai diritti delle donne, soprattutto all’estensione del</p>
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<p class="wp-block-paragraph">diritto di voto, diventando la prima donna a iscriversi negli elenchi per l’elezione di un consiglio d’istituto scolastico a Concord. Negli anni Cinquanta la famiglia ebbe di nuovo gravi problemi finanziari, lei stessa non riusciva a trovare un lavoro, ebbe un periodo di depressione e meditò persino il suicidio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Louisa diventò una convinta sostenitrice dell’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti e una femminista, iniziando a scrivere articoli e brevi saggi per la rivista&nbsp;Atlantic Monthly. Lavorò come infermiera durante la Guerra Civile, ma per meno di due mesi,&nbsp; perché poi si ammalò gravemente di tifo, malattia che la costrinse a una lunga convalescenza. Pochi anni dopo, iniziò la produzione di alcuni romanzi usando uno pseudonimo, per lo più raccontando storie d’amore ad effetto e con diversi colpi di scena.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è nel 1868 che sale al successo scrivendo il primo libro di <em>Piccole donne</em>, un racconto semi-autobiografico della sua infanzia vissuta con le altre tre sorelle a Concord. La seconda parte, <em>Piccole donne crescono,</em> fu pubblicata nel 1869. Scrisse in seguito altri due romanzi sulla storia delle quattro sorelle, <em>Piccoli uomini</em> e <em>I ragazzi di Jo</em>, terminando la saga nel 1886.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il romanzo racconta le vicende delle quattro “piccole donne” della famiglia March: Meg, Jo, Beth e Amy. La storia è ambientata in Pennsylvania, durante la guerra di secessione americana che porta il padre delle ragazze al lontano fronte, costringendo la famiglia di sole donne a cavarsela con le proprie forze. In questo anno narrato, le ragazze, con i loro pregi e difetti, pur essendo economicamente in difficoltà e costrette ad affrontare i problemi tipici dell’adolescenza, imparano a crescere e diventare “donne” responsabili e pronte ad affrontare i problemi della vita.<br><br>Quattro protagoniste, con caratteristiche e aspirazioni tanto differenti tra loro, ma con un forte senso della famiglia. La Alcott per la prima volta si rivolge ad un pubblico adolescente, con una storia incentrata solamente su ragazze, in cui la figura maschile non è al centro del racconto.<br><br><em>Piccole Donne</em> è un romanzo di formazione amato da adulti e bambini, e che riesce a spiegare le trasformazioni fisiche, ma soprattutto caratteriali, che le giovani donne subiscono durante la fase adolescenziale, rendendo questo libro una pietra miliare nella letteratura. Ci sarà un <em>perché</em> se la Alcott, che nella sua vita ha scritto più di 300 libri, è stata consegnata alla storia della letteratura e delle donne dall’unica opera che non voleva scrivere. Ci ha impiegato solo 10 settimane a buttare giù quel romanzo di formazione al femminile che andava troppo stretto a un’attivista per i diritti in rosa come lei .</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto di forza dell&#8217;opera non sta nei colpi di scena, ma nei personaggi. <em>Piccole Donne</em> è un romanzo corale, in cui ognuna delle quattro sorelle ha la sua importanza, il suo sogno, una storyline ben definita. Il fatto che la fascia d’età rappresentata sia così ampia e che ogni carattere trovi spazio nella famiglia contribuisce al suo successo: <em>è praticamente impossibile non riuscire a identificarsi in almeno una delle quattro sorelle March</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Jo March, la protagonista di <em>Piccole donne</em>, è chiaramente ispirata alla vita e al modo di pensare di Louisa May Alcott, con la sola differenza che nella realtà Alcott non si sarebbe mai sposata, a differenza della sua eroina. Tant’è che non si è piegata fino in fondo al volere dell’editore.  Lui suggeriva, ad esempio, che Jo sposasse Laurie, Louisa la voleva assolutamente zitella, pardon, single.<br><br>In una intervista, Alcott avrebbe in seguito raccontato di essere rimasta nubile perché nella vita “mi sono sempre innamorata di molte ragazze carine, ma mai una volta di un uomo”. Per le altre tre protagoniste della saga, Alcott si ispirò alle proprie sorelle, ma in modo più sfumato e talvolta mettendo insieme le caratteristiche di più di una in un personaggio. Ma nel romanzo non ci sono solo la scrittura e l&#8217;anticonformismo di Jo, troviamo anche i primi amori e il teatro di Meg, la dolcezza e la musica di Beth, il disegno e i capricci di Amy. Forse, perché modellate su persone realmente esistite, nessuna di loro sembra un personaggio, una maschera. Sono veri e propri esseri umani con sogni, passioni e concezioni della vita ben precise e differenti, a dispetto della loro giovane età.<br><br>L’insegnamento più importante che le sorelle March possono dare oggi a noi donne credo sia proprio questo: la sorellanza. Nel libro molto spesso le sorelle battibeccano e non si capiscono, ma sono sempre pronte ad aiutarsi l’una con l’altra: non importa se il loro sogno è fare la mamma, la scrittrice o la pittrice a Parigi, loro non giudicheranno e faranno il possibile per aiutare a realizzarlo.<br>Inoltre, ciascuno dei talenti delle quattro sorelle viene costantemente incoraggiato dagli adulti presenti nel romanzo e all’interno del nucleo familiare non vengono mai scoraggiate a fare qualcosa in quanto donne; allo stesso tempo, vengono spronate a correggere i loro difetti. Non è soltanto Jo che deve imparare a comportarsi da signorina e avere una cura migliore della sua persona, ma Meg e Amy devono diventare meno egoiste e vanitose, Beth vincere la sua timidezza patologica. I personaggi di <em>Piccole Donne</em> continueranno a sbagliare fino alla fine del romanzo, ma lo faranno sempre con una consapevolezza crescente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Piccole Donne</em> può quindi essere considerato un romanzo femminista?<br>Mi sento di rispondere<em> sì</em>. <br><br><em>Piccole Donne</em> continua ad essere un romanzo femminista per un motivo tanto chiaro quanto semplice: le sorelle March vengono educate come esseri umani, non come donne. Via i corsetti, sì all’esercizio fisico e ai libri, ognuna di loro è libera di affermare la propria personalità e il proprio carattere: quattro personaggi che, lontani dagli stereotipi, chiedono e ottengono il proprio spazio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Le donne hanno una mente e un’anima, oltre che un cuore. Hanno ambizioni e talento, oltre alla bellezza, e sono così stanca delle persone che dicono che l’amore è tutto ciò per cui una donna è adatta.&#8221;</p>
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