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	<title>Femminicidio Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Amore favoloso</title>
		<link>https://www.borderliber.it/amore-favola-qualcosa-favoloso-ciano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[yoursocialnoise]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Jul 2025 22:01:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Amore favoloso&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina un&#8217;immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale Ti prese il dolore: il ricordo per non aver fatto pace con te stesso. L&#8217;amore ballava sulle note di un rimorso: saltava in lungo e in largo, tra le onde del mare, nel cielo stellato e in nessuna legge morale. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Amore favoloso&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina un&#8217;immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>
<p><strong>Ti prese il dolore:</strong> il ricordo per non aver fatto pace con te stesso. L&#8217;amore ballava sulle note di un rimorso: saltava in lungo e in largo, tra le onde del mare, nel cielo stellato e in nessuna legge morale. Poi vedevi che gli altri avevano dato un senso al loro minacciarsi di restare per sempre insieme: accapigliarsi, perdonarsi, sopportarsi, redimersi e sottomettersi a vicenda. E tu andavi alla ricerca di una convincente sottomissione: un vicolo cieco nel quale schernire la tua vivace fuga.</p>
<p>E chiamavi libertà quel tuo vagabondare con il cervello e con il cuore, il modo in cui annusavi la solitudine della terra, scoprire come muore una falena, <strong>cercare l&#8217;alfa e l&#8217;omega della sofferenza</strong> e una sessualità che ti rendeva psichiatra per una notte.</p>
<p>Nella diversità mortale che ti separava dal mondo, non ti sentivi un essere speciale, ma sbagliato, inadeguato al ruolo che la natura ti aveva assegnato. La regola sociale impone di comportarsi entro i limiti e le potenzialità della propria specie. <strong>Ergon e dynamis</strong>, atto sacrificale. L&#8217;erezione e la penetrazione, la procreazione e la sopportazione.</p>
<p>Mentre cavalcavi per le steppe del tuo paese e per le strade devitalizzate, hai visto due esemplari di essere umano, forse cuccioli, stretti nel cono d&#8217;ombra del tramonto. Il loro bacio era una nota stonata tra il fischio di un treno che sfrecciava e sul quale sarebbe stato dolce viaggiare e sotto il quale qualcuno cerca la serenità.</p>
<p>Il sole disperso tra le vette dei monti coperte dal tuo sorriso. <strong>Il ritorno alla vita:</strong> tu meravigliato, loro immobili e immersi nell&#8217;abitudine. Ecco la realtà a cui ti eri negato per concederti l&#8217;ultimo passaggio prima di deflagrare nell&#8217;amore favoloso, nel suo atto disumano: la privazione.</p>
<p>Hai chiesto a tua madre di spiegarti quale fosse la ragione dell&#8217;esistenza. «Trovare un senso prima di morire».<br />
E poi le chiedesti perché si nasce. «Perché il piacere va assaporato fino all&#8217;ultima goccia».<br />
Ti accarezzò il viso e si sciolse come cera davanti a te, nella dolcezza dell&#8217;unico amore contemplabile: <strong>la perfezione del nulla.</strong></p>
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		<title>Ippolita: confessioni al tempo dei femminicidi</title>
		<link>https://www.borderliber.it/ippolita-racconto-femminicidio-palombi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jun 2025 22:01:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Femminicidio]]></category>
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		<category><![CDATA[novecento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Ippolita: confessioni al tempo dei femminicidi&#8221; è un racconto di Silvia Palombi. In copertina una immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale Finalmente fa caldo, comincia il periodo più bello, quello in cui si può girare per casa nudi senza brividi; sia chiaro girare, perché come ci si ferma coprirsi diventa indispensabile perché Ippolita è molto freddolosa, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Ippolita: confessioni al tempo dei femminicidi&#8221; è un racconto di Silvia Palombi. In copertina una immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>
<p>Finalmente fa caldo, comincia il periodo più bello, quello in cui si può girare per casa nudi senza brividi; sia chiaro girare, perché come ci si ferma coprirsi diventa indispensabile perché Ippolita è molto freddolosa, da piccola si sedeva per terra con la schiena contro il termosifone…</p>
<p>E stando così nuda, indifesa, praticamente alla mercè, Ippolita ricorda e pensa.</p>
<p>Li ha lasciati lei, tutti, sempre. Non è mai stata lasciata, ha lasciato i suoi… no no che suoi… ha lasciato gli uomini importanti della sua vita, perché arrivava sempre un momento in cui sentiva, dentro, il bisogno urgente di proseguire da sola e in quel momento agli uomini accanto ai quali ha percorso tratti importanti della sua vita ha detto è finita, perché raggiungeva un punto oltre il quale sentiva che non sarebbe stata in grado di andare, disposta forse sì ma capace no… un livello di incomprensione, di soppressione di istinti, amputazione di desideri, di disconoscimento di bisogni, che se avesse continuato ad accatastare sulla sua groppa l’avrebbe fatta ammalare.</p>
<p>E sì che la sua pazienza – oggi che l’ha ri-conosciuta meglio sarebbe parlare di abnegazione, di stratificazione sui desideri e i bisogni di lui – è stata bovina: reggeva pensando che l’amore fosse quello, pensando prima o poi si accorgerà.</p>
<p>E invece no, loro, gli uomini, non si accorgevano, ma sbagliava lei, come fa un estraneo a prevenire i tuoi desideri come un genitore? Come si può pretendere, ci si può illudere di essere capiti senza spiegarsi?</p>
<p>E così li lasciava, sentendosi vittima li lasciava, quando la sua personale misura era colma li lasciava. E loro rimanevano male, erano còlti di sorpresa perché lei, nell’erronea convinzione di doversi fare carico, di dover fare fronte a qualsiasi esigenza e, soprattutto, che fosse fisiologico rinunciare, non manifestava malessere. E sì che i genitori scegliendo per lei quel nome avevano preconizzato chissà quali gesta eroiche…</p>
<p>Certo segnali ne aveva lanciati ma poco decifrabili, confondibili, male interpretabili da chi è concentrato sul suo ombelico, chiamiamolo ombelico per decenza. Chissà se loro, gli uomini importanti della sua vita, sotto sotto si saranno detti sarà un periodo, tutto sommato insieme stiamo bene, se stesse male me lo direbbe. Tutto sommato.</p>
<p>Condizionata dai secoli di magoni inghiottiti che l’hanno preceduta, Ippolita non ha mai detto, non ha gridato aiuto e alla fine è andata via lasciando la sua bella e folta coda nella tagliola.</p>
<p>Dopo c’erano le lacrime, fiumi di lacrime di tutti e due, lei da una parte e lui spesso tra le braccia della mancata suocera che li accoglieva paziente, rassegnata a quella figlia troppo indipendente. Seguivano mesi di lutto, di clausura, di ceneri, poi pian piano la linfa ricominciava a scorrere e passati gli anni diventavano anche amici, lei si rifaceva una storia importante ma non tesaurizzava i fallimenti precedenti: innamorata, beata e incosciente ricominciava ad assumere gusti e colori di lui, un camaleonte dell’amore era e ogni volta finiva allo stesso modo. Invece loro, i lui, dopo la storia con lei si sposavano.</p>
<p>Raggiunta un’età rispettabile Ippolita ha capito che sarà capace, con gli uomini che la attireranno nella prossima vita, di comportarsi in modo diverso imparando a non rinunciare a sé stessa, a meno di non rinascere uomo… ma la prospettiva la attira come un ciuffo di ortiche nelle mutande.</p>
<p>Ogni volta che un maschio ammazza una donna, quindi quasi ogni giorno, Ippolita pensa a quante volte sarebbe morta se tutti i suoi lasciamenti avessero avuto luogo non quaranta, cinquanta anni fa, ma in questi anni di bussole smarrite, di senso malinteso dell’amore che si è impossessato della mente dei maschi, che di maschi adesso si parla, non di uomini. Mille volte sarebbe morta e morirebbe continuamente perché alla fine della fiera, portata a compimento l’amputazione dalla coda e dalla coppia, la canzone era e rimane: Insieme a te non ci sto più.</p>
<p>E immancabilmente morirebbe, oggi, per mano del lasciato, un lui che non sa o non vuole cogliere i segni, che non decodifica i campanelli d’allarme, che non concepisce l’abbandono, che dice poi le passa, poi torna, che non può credere che esisterebbe senza di lui perché la verità è che lui non è capace. È mia è mia è mia…</p>
<p>Ricordando le storie alle quali ha messo fine, Ippolita si immagina in una delle mille e mille che finiscono nel sangue, sangue di lei, e vede i suoi genitori affranti nei servizi televisivi, cugini e vicini di casa increduli e reticenti e pensa a quante vite ha avuto salve dall’aver vissuto in un’epoca in cui si poteva fare l’autostop spensieratamente, quando si poteva dormire a casa di sconosciuti se si era fatto tardi, quando si poteva fare all’amore con qualcuno appena incontrato serenamente, dolcemente anche e senza presidi sanitari di protezione, con rispetto reciproco, quando naturalezza e levità erano ingredienti per conoscersi meglio, a volte senza sapere nemmeno come ti chiami.</p>
<p>C’è stato un tempo, tanto tempo fa, in cui nessuno era di nessuno, un tempo in cui se si diceva spensieratamente il mio ragazzo, la mia ragazza si sapeva che poteva cambiare e si era diffidenti verso la parola fidanzato-fidanzata, allora inconcepibile perché il fidanzamento era quello dove l’altro, l’altra si presentava ai genitori, alla famiglia e si prendeva il caffè con la tazzina e il piattino in mano e il rito preludeva al matrimonio quindi si stava alla larga, era proprio l’ultimo atto.</p>
<p>Oggi che sono tutti fidanzati, che anche a quattordici anni si definiscono così e le famiglie, i giornali, le televisioni assecondano colpevolmente questo concetto grave di significati, aspettative soffocanti, conseguenze, Ippolita in libertà serena protetta e piena di amici, guarda, osserva. E scrive.</p>
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		<title>It ends with us. Siamo noi a dire basta</title>
		<link>https://www.borderliber.it/it-ends-dire-basta-film/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jan 2025 23:02:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Letizia Falzone. In copertina la locandina del film “Bloom”: “sbocciare”; “Lily”: “giglio”; insieme: Lily Bloom. Un destino impresso nello spazio di un nome e di un cognome, quello della protagonista di “It ends with us – Siamo noi a dire basta”. Quel legame unico, istintivo, verso i fiori, verso la loro cura, l’attenzione [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4>Recensione di Letizia Falzone. In copertina la locandina del film</h4>
<p>“Bloom”: “sbocciare”; “Lily”: “giglio”; insieme: Lily Bloom. Un destino impresso nello spazio di un nome e di un cognome, quello della protagonista di <strong>“It ends with us – Siamo noi a dire basta”</strong>. Quel legame unico, istintivo, verso i fiori, verso la loro cura, l’attenzione nel renderli una tavolozza di colori che catturano l’occhio, riempiendolo di mille sensazioni, la giovane sembra non esserselo scelto; era predestinata a cucirselo addosso.</p>
<p>Al centro di questo film, tratto dall’omonimo romanzo di <strong>Colleen Hoover</strong>, c’è dunque Lily.</p>
<p>Il mondo della giovane prende vita in un attimo di morte: dopo il funerale del padre, la ragazza decide finalmente di trasferirsi a <strong>Boston</strong> per aprire il proprio negozio di fiori. Con le chiavi ancora in mano, e gli spazi da pulire, Lily incontra <strong>Ryle Kincaid</strong>, neurochirurgo bello e tenebroso, che si rivelerà essere il fratello della sua assistente fioraia, Allysa.</p>
<p>Ma Ryle non è un tipo da relazione stabile; a lui piacciono le avventure, cosa che spinge <strong>Lily</strong> a resistere alle sue lusinghe, frenata anche dai fantasmi traumatici di un passato che ritorna: <strong>il padre picchiava la moglie, e ha fatto lo stesso con il primo amore della figlia, Atlas.</strong> Quando finalmente Lily cede alle attenzioni di Ryle, sarà proprio l’incontro con Atlas nel suo ristorante a scatenare il lato oscuro e violento dell’uomo, con cui Lily dovrà fare i conti.</p>
<p>Il film racconta il percorso di consapevolezza di una donna maltrattata, la difficoltà di ammettere a sé stessa di trovarsi in quella situazione e l’importanza del sostegno delle persone care per aprire gli occhi. Il tema della violenza è affrontato con profondità, senza colpevolizzazioni nei confronti di <strong>Lily</strong>, senza assoluzioni nei confronti di <strong>Ryle</strong>.</p>
<p>La parabola narrativa è costruita in maniera molto intelligente partendo dal classico melodramma romantico, leggero e provocante fino ad un crescendo, disseminato da piccoli dettagli, che porta al dramma dell’abuso.</p>
<p>Lily diventa presto vittima e lo scopriamo attraverso diversi campanelli d’allarme. Gli incidenti domestici si fanno via via più gravi ed inequivocabilmente violenti, ma Lily sembra sempre voler giustificare il suo carnefice. Il film, in questo senso, è molto accurato nell’elaborazione del problema della violenza; per tante donne vittime di abusi, non si sa mai quanto possa peggiorare la situazione, finché non diventa davvero grave.</p>
<p>È grazie ad Atlas che <strong>It ends with us</strong> ci ricorda anche cosa vuol dire avere premure, attenzioni e senso di protezione verso la persona amata. È esattamente nella forbice valoriale tra <strong>Ryle e Atlas</strong> e il dislivello caratteriale che ne consegue, che si trova custodito il cuore narrativo del film.</p>
<p>Nella differenza che c’è tra un amore sbagliato e uno giusto, tra uno che abbatte l’anima e uno che la fa rifiorire. Nel mezzo c’è Lily; formidabile, mutevole, indomabile e straordinaria, e con lei il valore di una scelta che può davvero cambiare la vita di ognuno. <strong>It Ends with Us – Siamo noi a dire basta</strong>, è un film doloroso e romantico, un <strong>film-manifesto</strong> sulla violenza di genere ma anche su cosa vuol dire saper amare.</p>
<p>Negli ultimi anni le storie sterili e quelle ricche di stereotipi sono sempre più messe da parte a favore di una narrazione che in qualche modo sembra voler essere utile. Utile alle donne maltrattate, ai genitori, ai figli, a chi ha un’amica o una sorella vittima.</p>
<p>Alle ragazze, così che sappiano distinguere una relazione tossica da una sana. Ma anche e soprattutto ai ragazzi, esempi di una mascolinità diversa e non prevaricatrice,<strong> proprio come Atlas.</strong></p>
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		<title>Dammi tutto il tuo male di Matteo Ferrario</title>
		<link>https://www.borderliber.it/dammi-male-ferrario/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Aug 2024 02:28:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ambiguità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Letizia Falzone. In copertina: &#8220;Dammi tutto il tuo male&#8221; di Matteo Ferrario, HarperCollins Italia, 2017 Cosa siamo disposti a fare per proteggere le persone che amiamo? Conosciamo davvero la parte più profonda di noi stessi? Qual è il confine sottile che separa la scelta tra bene e male? Cosa si nasconde veramente nella [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Letizia Falzone. In copertina: &#8220;Dammi tutto il tuo male&#8221; di Matteo Ferrario, HarperCollins Italia, 2017</strong></p>
<p>Cosa siamo disposti a fare per proteggere le persone che amiamo? Conosciamo davvero la parte più profonda di noi stessi? Qual è il confine sottile che separa la scelta tra bene e male? Cosa si nasconde veramente nella parte più profonda della nostra anima? Inizi a leggere il libro e sai già che il protagonista è un assassino, lo dice lui stesso, nelle primissime righe:</p>
<p><em>“Sono un padre e un assassino, e dopo tanti anni non ho ancora capito se devo essere grato a Barbara oppure odiarla, perché senza di lei non mi sarei scoperto capace di nessuna delle due cose.”</em></p>
<p>Un incipit forte, che colpisce duro. Poi prosegui e capisci che l’autore non vuole rivelarti la vittima, che gioca a darti le tessere del puzzle una alla volta, e tu cerchi di anticipare, di capire le mosse.</p>
<p><strong>Andrea Bertoni</strong> è un uomo normale che ha mille dubbi e poche certezze. La certezza di essere un padre bravo e presente per la figlioletta Viola; di essere stato un compagno innamorato ma incapace di salvare il suo rapporto con la compagna <strong>Barbara</strong>; un uomo che porta dentro di sé un segreto pesante da sopportare.</p>
<p>Quarant’anni, bibliotecario, <strong>Andrea si innamora follemente di Barbara, giovane e seducente tatuatrice, donna dalla personalità complessa e tormentata.</strong> La nascita della figlia Viola turba profondamente il precario equilibrio di stabilità di Barbara che sceglie, consapevolmente, di abbandonare tutto e tutti. Andrea racconta allora in un viaggio che è anche un percorso a ritroso della loro storia sentimentale, ciò che è accaduto nella vita di Barbara fino a rivelare il suo crimine: <strong>Andrea è un assassino</strong>. Ma è anche un uomo che ama ancora la compagna che lo ha abbandonato e che fa di tutto perché la figlia non dimentichi la propria madre. Una donna con cui ha vissuto una storia travolgente, l’unica donna che abbia mai amato veramente, anche se all’inizio non era così, era solo bisogno l’uno dell’altra.</p>
<p><strong>“Dammi tutto il tuo male”</strong> è la storia di un uomo normale che diventa un assassino, ma è anche e soprattutto una riflessione su quelli che sono i nostri limiti di discernimento tra il bene e male. Cosa trasforma un uomo banale, dalla vita quasi monotona, in un feroce assassino? E soprattutto, è possibile giustificare moralmente un atto del genere? <strong>Matteo Ferrario</strong> ci trascina in una storia lugubre, dolorosa, dove l’amore sembra voler giustificare anche l’atto più violento e turpe come l’omicidio compiuto in maniera consapevole e volontaria.</p>
<p>La scrittura di Ferrario impone un continuo senso di allerta, non solo perché il gesto di Andrea verrà svelato solo verso la fine del libro, ma anche per provare a capire la psicologia dei personaggi descritti. Andrea, da assassino, sembra quasi aver trovato il suo equilibrio. Ma come è possibile non impazzire dopo una cosa del genere? Eppure è un ottimo padre, si prende cura da solo di Viola, è un buon amico e il lavoro va bene. È tormentato, ogni tanto piange, ma sembra più saldo di prima. Sembra che il suo essersi messo davvero a confronto con la parte più oscura di sé lo abbia reso “intero”.</p>
<p>Anche Barbara è un personaggio complesso, forse troppo, così come l’amore che la unisce ad Andrea. <strong>Barbara ad un certo punto dice di sentirsi come l’incrinatura di un vetro</strong>, ovvero qualcosa che non si può aggiustare. Il suo compagno vorrebbe poterlo fare, ma a volte nemmeno l’amore basta. Anche Barbara dovrà scendere a compromessi con il male che porta dentro: non sappiamo quanto avrà sofferto nel farlo, ma, conoscendola, il suo gesto era l’unico possibile.</p>
<p><strong>“Dammi tutto il tuo male”</strong> non è solo il titolo del romanzo, ma anche una battuta che i due si scambiano e che ho trovato molto più significativa di intere pagine di amori irreali. <strong>“Dammi tutto il tuo male”</strong> significa che si è pronti ad accogliere davvero ogni parte dell’altro, persino quella che ci fa più paura. Significa amare senza riserve, senza timore, senza esitazione. Significa diventare custodi del buio e della luce, senza giudicare, senza tentare di capire, finalmente consapevoli che l’una non può esistere senza l’altro.</p>
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		<title>Stand by me</title>
		<link>https://www.borderliber.it/stand-by-me/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 May 2024 03:20:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Stand by me&#8221; è un racconto di Renzo Favaron Erano le 14.00 di un lunedì novembrino e il Tg regionale apriva con la notizia di una giovane coppia che era sparita dopo un litigio. Scosso e con la voce strascicata, davanti al microfono dell&#8217;inviato, lo zio della ragazza aveva ricostruito gli ultimi movimenti della nipote; [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/stand-by-me/">Stand by me</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Stand by me&#8221; è un racconto di Renzo Favaron</strong></p>
<p>Erano le 14.00 di un lunedì novembrino e il Tg regionale apriva con la notizia di una giovane coppia che era sparita dopo un litigio. Scosso e con la voce strascicata, davanti al microfono dell&#8217;inviato, lo zio della ragazza aveva ricostruito gli ultimi movimenti della nipote; poi aveva fornito i dati dell&#8217;auto guidata dal giovane e pregato chi l&#8217;avesse vista di contattare le forze dell&#8217;ordine.</p>
<p>Due giorni dopo, in apertura dello stesso Tg, si mostrava il corso di un canale e la voce fuori campo della conduttrice che dichiarava: «Ancora nessuna novità dalle ricerche sugli ex fidanzati. I familiari del ragazzo convocati alla stazione dei carabinieri&#8230;». Intanto la scomparsa della giovane coppia aveva assunto una risonanza nazionale, tanto da essere collocata in apertura dei principali TG delle reti RAI e Mediaset.</p>
<p>Rolando, ingegnere in pensione e forte lettore di romanzi <em>polar</em>, non aveva mai seguito il programma di Federica Sciarelli, ma quel mercoledì si chiuse in casa e accese il televisore sintonizzandolo su Rai 3. Inutile dire che anche <strong>Chi l&#8217;ha visto?</strong> iniziava la trasmissione con il collegamento dall&#8217;abitazione della ragazza, dove c&#8217;era un&#8217;inviata con il padre, la sorella, il legale della famiglia e altre due persone. Il padre, dopo quattro giorni dalla fuga, si mostrava calmo e fiducioso: «Non può mancarmi e deve essere ancora viva», dichiarava. Dallo studio la conduttrice prendeva la parola e, con voce stentorea, esclamava: «Bisogna che lui capisca che deve fermarsi». Dalla stessa conduttrice si apprendeva che durante la settimana in corso la ragazza doveva laurearsi, per cui era improbabile che si fosse allontanata volontariamente, come per scappare da un destino imposto e triste.</p>
<p>«Che idea ti sei fatta?», domandava al padre l&#8217;inviata. Lui, trattenendo le lacrime, rispondeva: «Ho pensato al peggio, perché non c&#8217;è una ragione logica per cui succeda una cosa del genere». Escludeva che si trattasse di una fuga d&#8217;amore e lui stesso aveva consigliato alla figlia di troncare la relazione. Tra l&#8217;altro, non sapeva che era uscita con il ragazzo e ad angosciarlo era la testimonianza di un vicino, il quale, verso le ventitré di sabato, aveva sentito «bisticciare e gridare aiuto da una voce femminile».</p>
<p>Interrompendo il collegamento, dallo studio veniva mostrata la targa dell&#8217;auto e si segnalava che il cofano aveva delle ammaccature da grandine. Oltre a ciò, venivano elencati alcuni spostamenti effettuati dall&#8217;auto, spostamenti piuttosto circoscritti e risalenti alle ore immediatamente successive alla fuga. Interpellato a questo proposito dalla conduttrice, il legale della famiglia dichiarava che dall&#8217;ultimo rilevamento erano passati quattro giorni e si augurava un risultato a breve.</p>
<p>Secondo lui, inoltre, l&#8217;allontanamento non era volontario e aggiungeva che «il ragazzo non è un trafficante di droga», cioè in grado di rendersi irreperibile. (In merito a quest&#8217;ultimo punto, Rolando aveva letto un&#8217;intervista in cui lo si descriveva come frequentatore abituale della montagna. Non solo: si diceva ‒ anche ‒ che aveva partecipato a un corso survival. In altre parole, non era così impreparato a sapersela cavare in casi imprevisti).</p>
<p>La trasmissione proseguiva con l&#8217;intervista alla sorella ‒ teneva in una mano dei cartoncini illustrati e, riferendosi all&#8217;ex fidanzato, riconosceva apertamente che non le piaceva. Soprattutto nelle ultime settimane, continuava, era appiccicoso e si mostrava a <strong>bella posta</strong> triste per manipolare la sorella. In buona sostanza, non lo considerava un ragazzo equilibrato, ma tormentato dalla gelosia ed esasperatamente insofferente rispetto al fatto che la sorella avesse propri interessi e amicizie.</p>
<p>Dopo questo intervento, dallo studio si rinnovava l&#8217;appello al ragazzo di fermarsi e poi venivano mostrati i genitori di quest&#8217;ultimo. Erano sommersi dai microfoni, visibilmente imbarazzati e a disagio. La madre descriveva il figlio dettagliatamente sia nei connotati salienti (statura capelli occhi) sia nei capi di abbigliamento indossati e aggiungeva che era tranquillo l&#8217;ultima volta che lo aveva visto. Ammesso che lo fosse, un&#8217;altra inviata del programma aveva intervistato un amico e dalla sua voce si apprendeva che l&#8217;ex fidanzato era tutt&#8217;altro che sereno. Anzi, «non usciva di casa e aveva il morale a terra».</p>
<p>In coda al programma, veniva infine trasmessa un&#8217;intervista alla zia della ragazza, la quale dichiarava che il giorno successivo alla scomparsa, insieme al fratello, doveva andare a pranzo da lei. Questa testimonianza, aggiunta a quelle raccolte durante la trasmissione, rinforzava il sospetto che non si era in presenza di un semplice o spontaneo allontanamento, ma di un sequestro.</p>
<p>A mezzanotte, l&#8217;ingegnere in pensione aveva spento il televisore. Quello che aveva sentito, non prometteva niente di buono. Comunque, tutto era in certa misura ancora in sospeso. Prima di coricarsi, aveva riletto ‒ dalla prima all&#8217;ultima pagina – <strong>Un gioco da bambini</strong>. Il libro di <strong>J.G. Ballard</strong> lo aveva turbato. Nel libro, a compiere i crimini sono dodici adolescenti e i loro genitori, tutti membri della high society, le vittime.</p>
<p>L&#8217;ingegnere in pensione si era più volte riconosciuto nella storia narrata e, prima di chiudere <strong>Un gioco da bambini</strong>, aveva preso una matita e sottolineato: «Quei ragazzi avevano una disperata fame di emozioni genuine, avevano bisogno di genitori che ogni tanto li disapprovassero, che si irritassero e si spazientissero, o persino che non riuscissero a capirli. Avevano bisogno di genitori che non s&#8217;impicciassero di tutto quel che facevano, che non temevano di mostrarsi nervosi o seccati, e che non pretendessero di amministrare ogni minuto della loro vita con la saggezza di Salomone».</p>
<p>Più che la descrizione degli omicidi, per quanto brutali, erano state queste righe a colpirlo nel profondo. L&#8217;indomani, bevuta una tazza di caffè e fumata una sigaretta, Rolando aveva pulito la lettiera della gatta. Da quando viveva da solo, Nerina era la sua principale compagnia. La gatta aveva il pelo bianco ma, oltre a essere spaurita e affamata, il giorno in cui l&#8217;aveva adottata, strappandola da una morte certa, gli aveva ricordato Calimero, dal momento che il pelo era più scuro che chiaro. Già, era stata abbandonata, come lo era stato lui, del resto.</p>
<p>Mancavano 15 minuti alle dieci e, procrastinando il momento della passeggiata mattutina, aveva acceso il televisore. Non aveva ascoltato nulla di veramente interessante, a parte venire a sapere che la ragazza, dopo la discussione della tesi di laurea, avrebbe frequentato un corso di illustrazione a <strong>Reggio Emilia</strong>. (Al microfono dell&#8217;inviata di <strong>Chi l&#8217;ha visto?</strong> la sorella aveva dichiarato che uno dei suoi sogni ‒ s&#8217;intende, della ragazza scomparsa ‒ era diventare illustratrice di libri per bambini). Poteva sembrare un dettaglio non importante, ma rivelava che lei era un passo avanti e insieme che si stava ulteriormente ‒ per non dire irreversibilmente ‒ liberando da ogni pastoia che la intralciava e che ormai non sopportava più.</p>
<p>Alle undici era uscito, rientrando alle 14.00. Nerina non era calma, così l&#8217;aveva pettinata fino a farla sbadigliare. Poi aveva bevuto un bicchiere di latte ed era andato a stendersi sul divano. Voleva guardare il Tg regionale, ma aveva chiuso gli occhi e si era addormentato.</p>
<p>Al risveglio, la gatta gli faceva le fusa contro la gola. Aveva dormito più di quattro ore e la Tv, rimasta accesa, trasmetteva l&#8217;edizione serale del Tg regionale.<br />
Dopo giorni in cui si era saputo poco delle ricerche e indagini in corso, il Tg apriva con l&#8217;annuncio che a <strong>Fossò</strong>, paese dell&#8217;entroterra veneziano, la telecamera di un&#8217;azienda «avrebbe visto il ragazzo aggredire l&#8217;ex fidanzata e poi caricarla sanguinante sulla sua auto». L&#8217;autore del servizio aggiungeva «che il filmato mostrerebbe la ragazza ferita che cerca di fuggire, lui che la rincorre e la colpisce di nuovo con violenza, facendola cadere e lasciandola apparentemente esanime a terra». Più tardi, nel Tg3 notte, un inviato dava notizia che il ragazzo era stato iscritto nel registro degli indagati.</p>
<p>Per quanto si fosse scritto e parlato del caso, all&#8217;ingegnere in pensione sembrava che la famiglia dell&#8217;ex fidanzato evitasse di esporsi. Nel Tg regionale era apparsa solo il giorno in cui si era mostrata con la famiglia della ragazza e poi era del tutto scomparsa. Dopo alcune ricerche, Rolando aveva trovato un&#8217;intervista particolarmente interessante. Il figlio, secondo il padre, a scuola non aveva mai avuto problemi riguardo al rendimento e neppure riguardo al comportamento. Era «un ragazzo perfetto. Buono e molto tranquillo. La ragazza ‒ dichiarava ‒ «veniva spesso e, a volte, si fermava da noi. Sembravano una coppia perfetta, ma la scorsa estate si sono lasciati».</p>
<p>Lui ricordava che, successivamente all&#8217;addio, il ragazzo andava ripetendo: «Adesso mi ammazzo, mi ammazzo, io non posso stare senza di lei». Preoccupata, «la madre gli aveva dato un suggerimento: “Perché non vai dallo psicologo?”. Lui non credeva, però, che si fosse rivolto al <strong>Servizio di Assistenza Psicologica</strong> dell&#8217;ateneo di Padova.</p>
<p>Il giorno dopo, l&#8217;ingegnere in pensione si era recato al cimitero, dove erano tumulati i suoi genitori. Era originario di <strong>Cona</strong>, ma da molti anni viveva a <strong>Cologna</strong> <strong>Veneta</strong>, un paese in provincia di <strong>Verona</strong>. Al ritorno, si era fermato a <strong>Torreglia</strong> e qui, mentre pranzava, aveva udito un avventore affermare che conosceva il ragazzo. Forse era un vicino di casa, perché aveva aggiunto di averlo visto lasciarsi andare ad alcuni scatti di violenza, come prendere a calci un lampioncino da giardino o frantumare una lastra in marmo.</p>
<p>Fuori dalla trattoria, Rolando aveva fumato una sigaretta e di lì a poco era ripartito. Mentre guidava, ascoltando <strong>Tom Waits</strong> sullo stereo della macchina, aveva ripensato a quando era stato accoltellato. Era un episodio della sua vita che lo aveva accompagnato per alcuni anni, finché non aveva scordato quasi tutti i dettagli e aveva continuato a muoversi con un vago senso di ciò che era stato. Era successo a Porto Tolle, vicino a Porto Viro, in un paese sperduto del Polesine. L&#8217;uomo che lo aveva pugnalato, ricordava che aveva gli occhi color agata e, prima che si rendesse conto di essere stato accoltellato, la lama era entrata e uscita in un amen. Si era immersa tra le costole fragili, mentre lui indietreggiava di qualche passo e poi era crollato a terra, e aveva lanciato un urlo di dolore. Non ricordava molto altro, né voleva ricordarlo.</p>
<p>Alle 19.00, come ormai faceva da giorni, aveva acceso il televisore. Mentre andava a sedersi sul divano, il Tg regionale dava notizia del ritrovamento del corpo della ragazza. Dopo averlo lasciato cadere da un dirupo, l&#8217;ex fidanzato lo aveva nascosto in un anfratto roccioso. Forse per ritardarne la scoperta, il corpo era stato coperto da alcuni rotoli di sacchi neri. La sorella, appresa la notizia, aveva scritto su Instagram: «È stato il vostro bravo ragazzo».</p>
<p>Basta. Per quel giorno era a posto. Aveva spento il televisore e acceso la radio. Parlavano del corpo rinvenuto. Aveva spento anche la radio e cercato di pensare ad altre cose. Si sentiva sull&#8217;orlo di qualcosa che riguardava la vita dei sensi, ma che non era attrezzato ad affrontare o abbastanza interessato per concentrarcisi. Diciamo che si era impigrito e, mentre si domandava se non era il caso di sentire un dottore, aveva rivisto sua nonna che raccontava una storia accoccolata sulla sedia a dondolo, con la mano che stringeva un ago.</p>
<p>Nel 1944, sospettata di favorire i partigiani, era stata incarcerata a <strong>Palazzo Giusti</strong>. Lì, oltre a essere interrogata, un aguzzino della <strong>Banda Carità</strong> l&#8217;aveva torturata con la fiamma di una candela accesa sotto i piedi per farle dire dove si trovava suo padre. Naturalmente, non aveva cantato e dopo un mese era stata liberata. «Non dobbiamo dimenticare quello che di buono c&#8217;è in noi, anzi», ricordava che gli aveva detto. «Dovremmo combattere il male anche se lassù non c&#8217;è nessuno».</p>
<p>Dai quindici ai venticinque anni, l&#8217;ingegnere in pensione non si era limitato a studiare, ma aveva occupato la scuola che frequentava, ciclostilato volantini di protesta e partecipato a sit-in e blocchi stradali. In poche parole, era stato forte come un cavallo e aveva preso sul serio la storia raccontata da sua nonna.</p>
<p>Chissà perché, l&#8217;aveva dimenticata. Non solo: ormai si era ridotto a pensare pochissime cose e non faceva altro che guardare la Tv e prendere le sue medicine.<br />
Si era iscritto a <strong>Facebook</strong>, è vero, ma aveva pochi amici e lo usava raramente. Tutt&#8217;al più leggeva qualche post e si soffermava ad osservare qualche immagine che valorizzava un libro o un film. Inutile dire che tra gli amici di <strong>Facebook</strong> c&#8217;erano i suoi figli ed era stato proprio da un post della figlia che aveva appreso che la fuga dell&#8217;ex fidanzato era finita: «Era ora», aveva scritto. «Arrestato in Germania, nei pressi di Lipsia, il ventiduenne padovano».</p>
<p>Da quando si era separato, i rapporti con Francesca si erano via via diradati e ormai la vedeva solo al sabato o nei giorni in cui tornava da <strong>Bologna</strong>, dove studiava. Adesso era a casa e, dato che abitava a un tiro di schioppo, Rolando aveva infilato le scarpe ed era uscito. Luminose tensioni laceravano, al suo avvicinarsi, lo spazio massificato intorno a fatiscenti mura; arcigne torri da antichi ingegneri veneziani spezzavano il borgo, i suoi orizzonti e i suoi climi, e nel gelo l&#8217;aria incorporea si rapprendeva in grandi architetture fredde: su quel paesaggio arrancava, con una mano intorno al cuore, occhi di pasta vitrea e l&#8217;intelligenza di un dannato dell&#8217;Antinferno.</p>
<p>Inutilmente i quieti campanili ammiccavano; solo il profilo della <strong>Rocca Scaligera</strong> che sfidava la violenza del cielo trovava un&#8217;eco nel suo cervello. Aveva suonato il campanello e atteso un paio di minuti. Niente. Aveva suonato di nuovo e questa volta, prima ancora che aprisse bocca, si era sentito dire:</p>
<p>«Francesca è andata al cinema».<br />
«Per la precisione?» aveva chiesto, e la ex moglie aveva digrignato: «Al Centrale».</p>
<p>Si era stretto nelle spalle e poi, arrivato davanti al cinema, aveva inviato alla figlia un messaggio con il telefonino:</p>
<p>«Com&#8217;è il film?».<br />
«Così così», aveva risposto lei. «Hai letto il mio post?».<br />
Lui aveva riflettuto qualche secondo prima di scrivere:<br />
«Sì. Gli auguro di campare 100 anni, così da capire quello ha fatto».</p>
<p>Mancava un quarto alle ventitré. Non c&#8217;era in giro un&#8217;anima viva, <strong>Piazza Corte Palazzo</strong> era deserta, così pure via XX Marzo. Niente si muoveva nei campi gessosi. L&#8217;aria era pungente e a un tratto apparve la luna, si aprì il cielo e le torri rosate svettarono. Aveva nelle orecchie, nella gola qualcosa di lagnoso, pieno di gemiti e d&#8217;indicibile dolcezza, che fa salire da bocche notturne, soggiogate e a un tempo libere, le parole stand by me nei gospel. Di colpo, mentre tornava a casa, si era fermato e aveva digitato:</p>
<p>«Sei andata al cinema da sola?».<br />
«Tranquillo», aveva risposto Francesca. «Sono insieme a un&#8217;amica».</p>
<p>Tranquillo? Facile a dirsi. Anzi, bisognava fare qualcosa e non aspettare di fare tutti una brutta fine, genitori e figli. A spaventarlo non era solo quello che poteva succedergli e Rolando si era convinto che non si poteva più starsene zitti e guardare dove tirava il vento. No, era tempo di ricalcare le orme di quando partecipava alle marce di protesta. E così, guardandosi indietro ma pensando anche al futuro, aveva comprato un cartoncino A3 colorato. Era il 23 di novembre e il giorno dopo l&#8217;<strong>Università di Padova</strong> avrebbe dedicato alla ragazza una panchina rossa accanto alla facoltà di ingegneria. Si era spremuto a lungo le meningi, senza trovare uno slogan da trascrivere nel cartoncino. Alla fine, sul punto di lasciar perdere, l&#8217;aveva trovato: «Io sono qui». Un lontano, assopito ricordo a un tratto si era affacciato alla coscienza.</p>
<p>L&#8217;estate dopo la maturità, insieme a un amico, Rolando aveva compiuto un viaggio mitico nel <strong>Nordamerica</strong>. I primi spinelli, i tatuaggi e le sbronze di birra al rooftop bar. Nel corso del viaggio, dopo le città metropolitane, i due compagni avevano visitato alcune riserve indiane degli stati settentrionali. A <strong>Walle, nel South Dakota,</strong> si erano fermati una settimana e qui avevano stretto amicizia con un nativo americano. Si chiamava Shamengwa ed era un indiano Lakota. Una sera, parlando della tribù da cui discendeva, Shamengwa aveva raccontato una storia al limite dell&#8217;incredibile, tanto da lasciare un&#8217;impronta indelebile nella mente di Rolando.</p>
<p>Eccola, in estrema sintesi.</p>
<p>Mankato (Minnesota), 1862. Sistemati su un unico patibolo ci sono quaranta indiani <strong>Sioux</strong>, condannati per avere massacrato un numero imprecisato di uomini bianchi. Ebbene, al momento di essere impiccati, dal primo all&#8217;ultimo gridarono: «Io sono qui». Già, gridarono queste tre parole come se dovessero riparare ogni cosa. Come se rendessero l&#8217;esecuzione sopportabile e meno orribile. Come se desse loro il coraggio e la forza.<br />
Dunque, per il bene che questo potesse fare, l&#8217;indomani avrebbe partecipato all&#8217;iniziativa promossa dall&#8217;Università patavina.<br />
Sì, avrebbe gridato: «Io sono qui».</p>
<p>Era arrivato nel cortile del Dipartimento di Ingegneria alle undici e un quarto. Si aspettava di trovare studenti infervorati e di sentirli urlare slogan di protesta o qualcosa del genere. Invece erano composti e silenziosi, come se partecipassero a un rito funebre. Dio, quanta acqua sotto i ponti era passata da quando frequentava l&#8217;università e gridava: «Cambiamo la vita, prima che la vita cambi noi».</p>
<p>Comunque, non aveva mai sopportato i movimenti violenti, tanto che anche in quel momento non avrebbe sopportato che qualcuno disturbasse l&#8217;inaugurazione della panchina rossa in memoria della ragazza. No, la cosa gli avrebbe dato un po&#8217; ai nervi e come per dimostrarlo aveva dato uno strattone secco alla tesa del cappello floscio, tirandoselo più giù sulla fronte mentre si dirigeva a grandi passi al punto di ritrovo.</p>
<p>Cionondimeno, si sentiva impreparato quando la rettrice del <strong>Bo</strong> aveva cominciato a parlare. Si udiva solo la sua voce, a tratti disturbata dal rumore del traffico e da nient&#8217;altro. Che cosa diceva? Rolando non riusciva ad afferrare le parole. Per un attimo aveva avuto una sensazione di assenza: la sua assenza. Si vergognava ad ammetterlo, ma tutte le cose produttive che aveva fatto venivano da questa sensazione. E così, quando aveva preso la parola il padre della ragazza uccisa, si era riscosso e aveva sfilato il cartoncino piegato in due sotto l&#8217;ascella. Poi, dopo averlo aperto, era arretrato d&#8217;un passo e lo aveva sollevato con le mani tremanti, con il viso tirato ma dolce, con la paura di sbagliare qualcosa&#8230;</p>
<p>Di lì a poco, invece, si era avvicinata una ragazza il cui abbigliamento ricordava a Rolando le studentesse che frequentavano le aule universitarie negli anni &#8217;70. Indossava un eskimo più vecchio di lei e, secca, gli aveva detto: «Meglio tardi che mai».</p>
<p>Lui non aveva ribattuto. Si era limitato ad annuire e aveva piegato la bocca in un lieve sorriso. Gli sembrava di essere tornato indietro di 35 anni. Lei aveva un palloncino bianco e uno rosso e tutt&#8217;e due avevano riso e li avevano salutati con la mano quando si erano sollevati nel grigio cielo autunnale. Poi la ragazza era sparita tra la folla e lui aveva fatto il suo viaggio di ritorno attraverso la <strong>Pianura Padana</strong>, verso il nord-ovest.</p>
<p>Forse perché era stanco, o chissà perché, già le ultime ore si allontanavano. Sembravano meno urgenti, un po&#8217; surreali. Ed ecco, era arrivato. Dio che giornata ‒ aveva bevuto un caffè al bar della stazione e poi si era incamminato verso casa. Solo pochi minuti lo separavano da una doccia calda. Ne sarebbe uscito ritemprato e avrebbe fumato una sigaretta. Gli sembrava già di vedersi.</p>
<p>In questo stato d&#8217;animo, era entrato in casa. Subito aveva inghiottito amaro: Nerina si era mangiata i fiori della pianta di ciclamino. Pazienza. Aveva voluto la bicicletta e adesso non poteva biasimarla. Anzi, l&#8217;aveva pettinata e rifocillata con il suo snack preferito. Dopodiché, prima di fare la doccia, si era seduto nel bow-window e poi, mentre Nerina gli si strusciava intorno alle gambe, aveva inviato alla figlia un messaggio, digitando: «Fre, io sono qui».</p>
<p>Chissà se avrebbe risposto. Comunque, aveva atteso qualche secondo e sul display del telefonino era apparso: «Anch&#8217;io».</p>
<p>Gli mancava sua figlia, e aveva cercato di trattenere le lacrime, ma non ci era riuscito e il cuore aveva cominciato a battere forte, come quando non viveva da solo e un rumore lo svegliava nel buio e lui aspettava di sentirlo un&#8217;altra volta: <strong>il rumore di qualcuno che gli era familiare e che più di adesso faceva parte della sua vita.</strong></p>
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